31 gennaio 2015

... E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

... E CHI NON BEVE CON ME,
PESTE LO COLGA...!
di
marcello de santis


Amedeo Nazzari
(in una foto di Barriere a settentrione, del 1950)
nome d'arte di Amedeo Carlo Leone Buffa
nato a Cagliari il 10 dicembre 1897
deceduto a Roma il 6 novembre 1979

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

    
esempi dei "quadri" che venivano esposti all'epoca su appositi spazi (cartelloni)
in prossimità dei locali adibiti a sale cinematografiche negli anni 50,
e anche dentro e fuori dei cinema stessi,
esemplari di grafica pubblicitaria cinematografica

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi,  le scene del  film  in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio…  è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma  non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.
Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “ no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…

Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase. fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.


Amedeo Nazzari e Clara Calamai
nel film La cena delle beffe

Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!

Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!


Clara Calamai, era nata a Prato nel 1909,
più giovane di due anni rispetto a Amedeo Nazzari,
che affiancò nella Cena delle beffe tratto dal dramma di Sem Benelli,
nella parte di Ginevra. Morì a Rimini nell'anno 1998, alla veneranda età di 89 anni.
Fu proprio nel film in questione che la Calamai mostrò i seni,
un nudo per la prima volta sullo schermo

Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).

Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni;  e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.

Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.

Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ...e chi non beve con me, péste lo cólga!,

http://www.youtube.com/watch?v=lLHaqJScBA0

dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, cosa anche questa da scandalo).


Osvaldo Valenti(1906-1945) e Luisa Ferida (1914-1945)
si erano conosciuti sul set del film di Blasetti
Un'avventura di Salvador Rosa, nel 1939.
I due si innamorano, e reciteranno ancora insieme.
Tragica la loro sorte. Dopo un processo sommario
vengono trucidati dai partigiani in una via di Milano,
lei accusata di collaborazionismo con il nemico,
lui perché ufficiale della X MAS.
(accuse mai provate)

Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà,  pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.


Eccola Yvonne Sanson 1926-2003)
in una foto in cui si evince tutto il suo splendore.
Era nata a Salonicco, la mamma era di origini turche mentre il padre era russo.
Venne a Roma dove trovò la sua fama come attrice.
I film girati a fianco di Amedeo Nazzari
saranno i più amati dagli italiani per una decina d'anni.

Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene,. uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?


Questa era l'immagine iniziale con sopra una sigla musicale
che presentava il famoso settimanale il cui direttore era Sandro Pallavicini.
Prima di esso c'era il Cinegiornale Luce che nacque nell'anno 1927,
e voluto dal governo fascista.Fu sostituito nell'anno 1946;
prima di ogni proiezione, e fino al 1965 veniva proiettato in tutti i Cinema d'Italia

E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.

Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.

Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la sua visibilità e la sua fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.

Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.


Dhia Cristiani, 1921-1977 attrice italiana e doppiatrice.
Recitò poco, in teatro agli inizi, e poi in piccole parti in qualche film,
il più importante dei quali il film di Luchino Visconti, Ossessione, nel 1943.
Poi si dedicò solo al doppiaggio. Diede la voce a tante attrici straniere, ricordiamone alcune:
Virginia Mayo, Olivia De Haviland, Joan Collins, Ester Williams;
e Angela Lansbury, che noi conosciamo per la serie tivu La signora in Giallo,
Ma doppiò anche attrici italiane, per esempio Gina Lollobrigida (in un solo film, in verità),
ma soprattutto Yvonne Sanson, cui prestò la voce  per quasi tutti i film strappalacrime
che abbiamo ricordato.

Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.

Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.


Il film di cui parliamo è Facciamo l'amore.
Lei era sposata con il commediografo Arthur Miller,
lui, cantante francese, con l'attrice Simone Signoret.
Sul set, pare, i due si innamorano, e la cosa fa scalpore e suscita scandalo.
Bene, la parte di protagonista insieme a Marilyn
era stata proposta ad Amedeo Nazzari, prima
a Gregory Pech, dopo, ma tutti e due rifiutano.

Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.
Lo intervistano: "perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono andato veramente... nel 1959,
io e Irene (
la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si stabilisce da noi?

Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo aereo per l'Europa.
..

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi lenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.

Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

26 gennaio 2015

L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO di Sam Pivnik



 L’ULTIMO SOPRAVVISSUTO          di Sam Pivnik
© 2012 Newton Compton editori s.r.l. I volti della storia
ISBN 978-88-541-4164-3
Pag. 326  € 9,90

Libri sull’olocausto ce ne sono molti, potrebbero e dovrebbero essere molti di più. Perché, come scrive il protagonista di questa vicenda: “Sam Pivnik non è importante, è solo uno tra milioni. Ma la storia di Sam Pivnik, spero gli sopravviva”.
2015, 70 anni sono passati da quegli orribili fatti e presto, purtroppo, tutti coloro che, loro malgrado, ne sono stati protagonisti, scompariranno.
È nostro dovere continuare a ricordare: mostrando alle generazioni future, fino a quale punto di non ritorno l’essere umano sia stato in grado di arrivare.
Mi è davvero difficile pensare ai nazisti come a degli esseri umani… le atrocità da loro compiute non hanno nome, non hanno giustificazione, non hanno motivo di esistere. Eppure, non ci si può nascondere dietro l’assenza di un vocabolario adatto per definirli, per smettere di mostrare al mondo intero le loro colpe. Stenderle sotto un sole feroce, così che nessuno possa prendere una piccola ombra, scambiandola per una scusa per pensare solo di asserire che tutto questo non sia accaduto.
Sam ci racconta della sua famiglia, originaria di Bedzin, Polonia. Della sua vita, di com’era e di come divenne dopo che, dal ghetto nel quale gli ebrei erano stati radunati, furono deportati ad Auschwitz-Birkenau.
Si sono salvati solo lui e il fratello, gli altri membri della famiglia, come altri milioni di innocenti, divennero fumo.
Parla della fuga, prima a piedi, quindi sulla Cap Arcona, bombardata dal fuoco amico.
La storia, se vorrete, potrete leggerla e compiere con lui un viaggio a ritroso del tempo, lontano per noi, ma che per lui è ciò che “rivivo ogni giorno e ogni notte della mia vita”.
Quello che ho trovato in questo libro, oltre alle atrocità conosciute e sconosciute, sono quanto già avevo scovato nel romanzo di Primo Levi “Se questo è un uomo”; cioè la mancanza di solidarietà tra i prigionieri. Di come la tortura, la fame di sopravvivenza possa schierare gli uomini contro gli uomini.
Un altro fatto importante è il perché nessuno abbia parlato subito di quanto era accaduto. Perché, allora, dopo la liberazione, non c’era nessuno che volesse sentire e condividere le atrocità di quanto avevano subito i sopravvissuti. In qualche misura vennero stuprati ancora, non oso dire dall’ indifferenza; ma da quel girare la testa per non dover comprendere e porsi molte domande.
Dopo anni, finalmente, ci si è resi conto che le storie di ogni uomo e donna sopravvissuti sono una testimonianza unica, perché, come disse Edmund Burke: “Quelli che non conoscono la storia sono condannati a ripeterla”.
Questo, come ogni libro sull’olocausto, è un testo unico: pieno di sofferenza, atrocità, dolore fisico e morale che colpisce anche chi lo sta leggendo.
© Miriam Ballerini

20 gennaio 2015

SEGRETO BANCARIO, ADDIO! Accordo fiscale fra Svizzera e Italia con scambio d’informazioni finanziarie di Antonio Laurenzano

       
  SEGRETO BANCARIO, ADDIO!
  Accordo fiscale fra Svizzera e Italia con scambio   d’informazioni finanziarie
                  di  Antonio  Laurenzano


Dopo la decisione a sorpresa della Banca centrale svizzera di sganciare il franco dall’euro con la conseguente tempesta finanziaria di questi giorni, nella vicina Confederazione si registra un’altra  svolta epocale: si avvicina la fine del segreto bancario! Italia e Svizzera, dopo tre anni di difficile negoziato, hanno raggiunto un accordo strategico sulla futura cooperazione nelle questioni fiscali, in grado di fornire uno strumento di contrasto dell’evasione fiscale, impensabile fino a qualche anno fa. E’ pronto per la firma un protocollo d’intesa che prevede lo scambio d’informazioni finanziarie in possesso di banche e intermediari finanziari o fiduciari. Informazioni su singoli contribuenti o specifici gruppi di soggetti che potranno essere richieste direttamente dall’Agenzia dell’Entrata i cui ispettori avranno  piena “visibilità”  sui conti in Svizzera dei contribuenti italiani.
Un accordo fiscale di forte impatto che, nelle aspettative di bilancio del nostro Ministero dell’ Economia, rappresenta una spinta importante per il successo della  “voluntary disclosure”, il progetto governativo per l’emersione dei capitali “nascosti” all’estero. Attraverso l’autodenuncia da formalizzare entro settembre, persone fisiche e società “sanano” le violazioni valutarie commesse a tutto il 30 settembre 2014. La regolarizzazione comporterà uno sconto sulle sanzioni amministrative e penali, nonché dei termini di accertamento, e il pagamento delle relative imposte. Il notevole apprezzamento del franco svizzero sull’euro potrebbe rendere meno onerosa per il contribuente italiano, sul piano finanziario, la complessa operazione. L’accordo con Berna sarà firmato entro il prossimo 2 marzo, come prescritto dalla disciplina sul rientro dei capitali.
La “voluntary disclosure” porterà all’Italia un maggior gettito non solo nell’immediato, perché saranno tassati anche i rendimenti futuri dei capitali “riemersi”. Dei 150-200 miliardi detenuti all’estero dai nostri connazionali, la percentuale “nascosta” nei 26 cantoni elvetici è la più alta con circa l’85%. Il Governo italiano punta molto sul gettito tributario correlato all’ “operazione capitali pulitii” per riequilibrare i dissestati conti pubblici, da tempo sotto osservazione da parte delle autorità comunitarie. Si ipotizza un flusso di entrate di oltre sei miliardi di euro.  
 La previsione della fine del segreto bancario nei forzieri svizzeri dovrebbe dunque incentivare il contribuente del Belpaese con capitali esportati illegalmente in Svizzera a sfruttare questa ultima occasione per mettersi in regola senza incorrere in sanzioni penali per reati fiscali, senza necessariamente poi dover rimpatriare i capitali in Italia. A differenza di quanto avvenuto con lo “scudo fiscale Tremonti”, non sarà previsto l’anonimato.  Lo scambio di informazioni, secondo i parametri dell’ OCSE, rappresenta per la Svizzera, che ha già raggiunto analoghe intese fiscali con Germania, Inghilterra e Austria, il primo passo verso l’adeguamento agli standard internazionali dei regimi interni di fiscalità privilegiata. Sulla questione è stata fissata una road map che, con la caduta del segreto bancario, prevede dal 2017, la totale fuoriuscita della Svizzera dalla black list dei paradisi fiscali. Una vera rivoluzione nella tranquilla Confederazione elvetica, non più oasi felice per … capitali in libera uscita!

19 gennaio 2015

“Oltre i silenzi del vuoto” Coscienza operante contro disagio, devianza, carcere e dopo a cura di Nella Leone


“Oltre i silenzi del vuoto”
Coscienza operante contro disagio, devianza, carcere e dopo
a cura di Nella Leone
Tyche Ed. , Siracusa 2014


Un muro alto, grande immenso. Si perde oltre l’orizzonte. Un uomo, in piedi davanti al muro, prende una pietruzza e la tira contro il muro. Un uomo vuole abbattere il muro. La gente lo guarda e ride.
Passano i giorni e le notti. Quell’uomo è sempre davanti al muro e continua a turargli la pietruzza contro. Passano gli anni e la gente ignora quell’uomo che resta sempre e poi sempre davanti al muro.
Un giorno un bimbo si sveglia. C’è qualcosa di diverso attorno. Finalmente è entrato il sole. Quell’uomo ha abbattuto il muro.
Una Lira.

Inizia con questa pagina, scritta a mano, in esile stampatello, a esergo, “Oltre i silenzi del vuoto”, e sicuramente vuole essere una di quelle pietruzze, che lanciate giorno dopo giorno, finiscono con l’abbattere muri, nonostante l’indifferenza e la derisione, a volte, di quel gesto...
Appena un anno fa, mi era arrivata la telefonata di Nella Leone, che questo libro ha curato. Docente di lingue e letterature straniere, che ha insegnato e insegna nelle scuole e nelle carceri, a Siracusa e Noto. Che è stata giudice popolare, che svolge attività di volontariato e altre cose ancora... Con il suo accento del sud, accalorata a parlarmi del suo progetto: un libro, un libro per raccogliere saperi su argomenti di cui troppo poco si vuole sapere fuori dai circuiti degli addetti ai lavori e di chi, ahi loro, ahinoi, vi finisce imbrigliato.
Ed eccolo ora pronto, questo libro, frutto di un lavoro enorme di raccolta e selezione di materiali, per raccontarci del disagio soprattutto giovanile e di devianza, di carcere che non funziona, del dopo carcere che non c’è... di drammatiche condizioni umane e delle contraddittorie reazioni delle istituzioni e della società...
Difficile da riassumere, un libro che potrebbe ad esempio essere diffuso nelle scuole. Ogni capitolo lo spunto per una lezione. Offrendo analisi di esperti, e il racconto di testimonianze personali, sofferte, anche dure, dalle case di reclusione come quelle degli ergastolani del fine pena mai, ma proprio mai, e dagli istituti per minori.
Libro di testimonianza, ma anche di riflessione, sul senso della carcerazione, sulle strade che a questa portano, sulla costruzione di futuri possibili, attraverso le tante vie, che pure ci sarebbero. La lettura e la scrittura, come esercizio di ricostruzione del sé, ad esempio... Lo sviluppo del pensiero delle possibilità, che è cosa che l’istituzione-carcere sembra invece negare...
In questo libro troverete anche il racconto di progetti sperimentali, storie “di ali che si possono regalare”. Insieme all’analisi di scenari giuridici. Ritornano, anche, e per questo ringraziamo, alcune testimonianze del nostro "Urla a Bassa voce"  /ed. Stampa Alternativa).

Un libro rivolto a tutti noi, per aiutarci a superare il “serpeggiante senso di indifferenza”, e che ci ricorda che il carcere non è affatto cosa lontana da noi, che anzi è parte, niente affatto marginale, della nostra società. Funzionale, purtroppo, alla società che abbiamo costruito. Guardare oltre quelle mura, e guardare ai percorsi che lì portano, significa guardare un po’ anche dentro di noi.
Insomma, un bel manuale, una bella pietruzza contro quel muro...
A proposito, l’autore della pagina iniziale si firma Una Lira...  so ora che è un poeta che ha scelto per sé il nome dello strumento simbolo della poesia. E non è il poeta, per citare Carducci, “vate dell’avvenire”? Chissà allora che il suo racconto non sia visione e previsione di un futuro vicino...  
Sicuramente vi credono i bambini autori dei disegni che punteggiano qua e là il libro. Sono, quei disegni, prigioni grigie e bambine-principesse in lacrime... Ma sono anche fiori e strisce di prati e macchie colorate... E sanno e suggeriscono, questi bambini, dice la curatrice del volume, il Tanto che c’è da Fare.

Chi volesse seguire il loro suggerimento e avere il libro (che non è in vendita), può richiederne copia scrivendo a Nella Leone. L’indirizzo e mail:  n_leone2@virgilio.it


Francesca de Carolis
www.laltrariva.net/?p=1043

12 gennaio 2015

Recensione di Francesca de Carolis* al libro Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa

Recensione di Francesca de Carolis*
al libro Recluse Lo sguardo della differenza femminile sul carcere
di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa
-EDIESSE-
Carcere. È nome che istintivamente evoca un universo maschile. Maschia è l’eco di voci e di volti che rimanda e a cui normalmente pensiamo. E poi ci sono le donne... Sono “talmente poche” rispetto al numero totale delle persone in carcere... il 4% dicono le statistiche. Appena qualche migliaio... A pensarci bene, nella percezione esterna al carcere sembrano quasi scomparire, se non, forse, quando le pensiamo madri, e quando pensiamo ai loro figli... È accaduto anche a me, che da qualche anno di carcere mi occupo, e me ne sono resa conto solo quando qualcuno mi ha chiesto se, nel mio interessarmi a prigioni e detenuti, avessi incontrato anche donne. E ho pensato, un po’ vergognandomene, alla conoscenza minima e quasi esclusivamente “letteraria” a cui mi sono fermata... che pure ricorda quanto complessa, e molteplice e altra, è l’altra “metà” dell’universo carcere.
“Recluse”, un interessante e densissimo libro appena uscito con l’editore Ediesse, è qui ora a ricordarcelo.
Curato da Susanna Ronconi e Grazia Zuffa (molto riassumendo, formatrice la prima, psicologa la seconda), prende spunto da una ricerca condotta nel 2013 nelle carceri di Firenze Sollicciano, Pisa ed Empoli, con interviste alle donne detenute, alle agenti di polizia penitenziaria, al personale educativo. Obiettivo dichiarato: contenimento della sofferenza, prevenzione dell’autolesionismo e del suicidio (che è atto estremo di sofferenza ma anche di insubordinazione, si sottolinea), promozione della salute.
E lo sguardo si allarga... passa attraverso la narrazione di vite, che non è solo narrazione di quello che è nel carcere, ma ricorda e si riporta anche al fuori, passato e futuro. Anche quando quest’ultimo a volte ha la luce instabile del miraggio.
Un lavoro complesso e che tocca mille aspetti della vita delle donne detenute, ricordandoci lo sguardo della differenza femminile. E un grande merito va riconosciuto: l’aver dato la parola a persone in genere più “rappresentate” che ascoltate, o sollecitate a “raccontarsi”. E la differenza è enorme. Perché in un luogo come la galera, dove sei senza voce e subito diventi nulla, riprendersi la parola, è la prima cosa da fare per riprendersi il resto.
Le voci sono tante, si intrecciano in racconti e sussulti. Tutte anonime, naturalmente, ma dietro le sigle e le parole è facile immaginare i volti che quelle parole suggeriscono... tutte insieme compongono l’istantanea di quella “danza immobile” che è il carcere. Ma nello sguardo della differenza femminile, le autrici del libro offrono gli elementi per individuare le linee di forza, le enormi potenzialità che possono far salva la vita.
Adesso sono diventata un mostro, l’assistente sociale ha chiesto l’affidamento... non sono innocente, ma i miei bambini li ho sempre curati. Sono sempre la persona che li accudiva...”
Mi volevano dare delle gocce per mettermi a dormire quando ho sbroccato, solo che grazie a dio ho avuto il potere di dire no...(...) Io un giocattolino nelle vostre mani non lo divento, perché la vita è ancora mia...”. “Io, venendo qui, tutto quello che vedevo nero, ho tirato fuori un arcobaleno...”. Donne...
Fra tanti pensieri, che il libro provoca, una piccola annotazione. Nella miseria della vita carceraria (perché il carcere è miseria, e violenza e negazione), la relazione fra donne emerge come “possibile motivo di stress, ma anche come eventuale fattore di protezione”. Una riflessione, questa, che riporta alla mente una frase del racconto dal carcere di Goliarda Sapienza ( ricordate? finì dentro, a Rebibbia, per un furto) che, narrando della sua breve esperienza in un mondo pur spietato ed estremo, dice: “Lì non hai l'obbligo di vestirti, se non ti va non parli, non devi correre a prendere l'autobus. Quelle che ti conoscono sanno esattamente cosa vuoi. Quando sono uscita ho avuto la nettissima impressione di aver lasciato qualcosa di caldo, di sicuro".
Che riporto non certo per dire che “meglio il carcere”. Più ne conosco le storie, più mi convinco della sua atroce inutilità, ma come riconoscimento di quello sguardo della differenza come punto di partenza per costruire vie d’uscita. Che siano definitive.
Un libro, questo “Recluse” , che indica dunque “strategie di tenuta” della differenza femminile, nel solco di un impegno contro la sofferenza gratuita e aggiuntiva che nel carcere nasce dalla costante violazione dei diritti umani.
Per la cronaca, Recluse è uno dei volumi, il quinto, nato dalla collaborazione fra Ediesse e la Società della Ragione, che porta avanti un ammirevole impegno sul tema della giustizia, dei diritti e delle pene, “nell’orizzonte di un diritto penale minimo, proprio di una democrazia laica, alternativa allo Stato etico”. E, scusate se suona come ossimoro, Dio solo sa quanto, dei valori di democrazia laica, ci sia bisogno... 

* Francesca de Carolis, giornalista e scrittore

09 gennaio 2015

MR. MERCEDES di Stephen King



MR. MERCEDES            di Stephen King
(c) 2014 Sperling & Kupfer  pag. 470  € 19,90
ISBN 978-88-200-5719-0   86-I-14

Per questo romanzo King si è gettato in un thriller insolito per la sua penna. Si vociferava che il prossimo libro sarebbe stato un giallo e, dai commenti della critica, si direbbe che è stato apprezzato.
Personalmente ho sofferto la mancanza della solita lettera al lettore alla quale King ci ha abituati, dove svela i retroscena e parla coi suoi fedeli lettori quasi ci conoscesse uno per uno! Invece, troviamo solo in fondo al libro una nota dell’autore dove spiega che un particolare messo nel romanzo, in realtà non esiste.
La scrittura è sempre quella abile e leggera di King, anche se si nota la voglia di scrivere un thriller con le basi psicologiche che richiede parlare di un mass murder, inserendole in un testo che non segua le solite basi.
Nelle prime pagine ci imbattiamo in un omicidio di massa, quando un pazzo su una mercedes rubata, si lancia sulla folla in attesa di fare un colloquio di lavoro.
Poi, facciamo la conoscenza del detective Hodges, ormai in pensione e sull’orlo della depressione. La sua vita riprende colore quando riceve una lettera da Mr. Mercedes, lo psicopatico che ha ucciso tutte quelle persone: “Caro detective Hodges, secondo le mie ricerche ha risolto centinaia di casi. Se è vero, come credo lo sia, oramai avrà immaginato che sono uno dei pochi riusciti a sfuggirle. Infatti sono l’uomo che la stampa ha deciso di chiamare: a) il Jolly, b) il Pagliaccio, c) l’assassino della mercedes, il mio preferito! Sinceramente suo, L’Assassino della Mercedes”.
Da quel momento Hodges ritorna in pista, occupandosi di una sua indagine personale atta a catturare il killer.
Il libro prende vita, così come l’ex detective in pensione. Gli ingredienti si mescolano fra loro: la passione di Hodges per la sorella di una vittima, la psicologia del killer, le indagini, le lettere che i due si scambiano. I momenti di tensione, la paura e la morte.
I personaggi piacciono e convincono, come sempre la loro personalità è ineccepibile, descritta come solo King sa fare.

© Miriam Ballerini

L’INCUBO DELLE TASSE : FISCO PIGLIATUTTO! Con il tax-day di fine anno versati dai contribuenti oltre 44 miliardi di euro - La pressione fiscale ha raggiunto il 44% - Il “federalismo fiscale” - I rilievi della Corte della dei Conti - La Legge di stabilità 2015 – di Antonio Laurenzano

                     
 L’INCUBO DELLE TASSE  :  FISCO  PIGLIATUTTO!
Con il tax-day di fine anno versati dai contribuenti oltre 44 miliardi di euro - La pressione fiscale ha raggiunto il 44% - Il “federalismo fiscale”  - I rilievi della Corte della dei Conti - La Legge di stabilità 2015 –

                                 di  Antonio  Laurenzano
Per il Fisco un fine anno con botto. Poco da festeggiare invece per il contribuente sempre più vessato a causa di conti pubblici in … profondo rosso per l’allegra finanza dei decenni passati. In dicembre il contribuente ha dovuto fare i conti con un tour de force di pagamenti, con una interminabile fila di scadenze, con un’intrigata matassa di norme (non sempre chiare)e adempimenti (tortuosi) che hanno sfiorato quota 200 come segnalato dalla stessa Agenzia delle Entrate. La semplificazione è servita!... Fra acconti di imposte (dirette e indirette) e tributi locali (IMU e TASI), secondo la Cgia di Mestre, per il Fisco un en plein di  oltre 44 miliardi di euro. Risorse finanziarie sottratte ai consumi e quindi alla produzione, con una pericolosa ricaduta sulla recessione economica in atto.
Continuano le acrobazie per famiglie e imprese alle prese con bilanci sempre più difficili da chiudere. E il futuro, al di là dell’ottimismo di facciata di Palazzo Chigi, è strettamente legato al PIL, e cioè a previsioni di crescita che potrebbero rivelarsi errate con conseguente intervento della Commissione europea che ha messo Italia e Francia sotto  “osservazione”. In primavera il “redde rationem”. Con la Legge di stabilità 2015 il Governo ha in programma riduzioni fiscali per circa 13 miliardi di euro che potrebbero non servire in termini di pressione fiscale, se non saranno infatti accompagnati da un contestuale aumento del PIL. 
Ma la ripresa economica è resa ancor più difficile da un sistema fiscale poco orientato alla crescita, che non premia chi investe e chi scommette sull’innovazione e sulla ricerca. Il tutto appesantito da livelli di prelievo sempre più insostenibili, con una pressione fiscale sul PIL che raggiunge ormai il 44% (cinque punti sopra la media Ue), che supera il 50% se si esclude l’economia sommersa e che, secondo le stime del Sole 24 Ore, totalizza un prelievo reale sulle Pmi pari a 68 euro ogni 100 euro di utile!
Sullo sfondo, resta il lento  cammino della delega fiscale, a meno di cento giorni dal termine per l’attuazione della legge delega. Non più prorogabile infatti un fisco diverso perché l’attuale ordinamento tributario, con il crescente prelievo fiscale (un aumento del 40,4% tra il 1995 e il 2013), genera sfiducia nel difficile rapporto fra Fisco e contribuente e… alimenta evasone ed elusione.  Senza fine il “gioco delle due tasche”: da una parte si dà  e dall’altra si prende, magari solo cambiando il nome del “balzello”. E se un’imposta non produce il gettito previsto ne scatta subito un’altra. Malumori generali per un’azione amministrativa che stravolge le regole del gioco, violando lo Statuto del contribuente.
E in questo braccio di ferro a rimetterci è proprio il malcapitato contribuente. Lo ha rilevato la Corte dei Conti nel recente Rapporto sulla finanza pubblica 2013, segnalando “una  mancanza di coordinamento fra prelievo centrale e locale”.  Clamorosamente disattesa la Legge 42 del 2009 sul “federalismo fiscale” che fissava il principio dell’invarianza della pressione fiscale: se aumentano le addizionali IRPEF locali deve diminuire l’aliquota dell’IRPEF nazionale. Secondo la Corte dei Conti “non solo non si trovano tracce di compensazione fra fisco centrale e locale ma, anzi, di pari passo con l’attuazione del federalismo fiscale, si è registrata una significativa accelerazione sia delle entrate territoriali sia di quelle centrali.
Non è questa la strada per l’affermazione dei principi di civiltà giuridica con cui uno Stato moderno deve relazionarsi con i propri cittadini. ll nuovo Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi, ha illustrato la sua visione di ruolo e compiti dell’Amministrazione finanziaria: “controlli sì, lotta all’evasione certamente, ma anche più fiducia reciproca, meno incertezza legislativa per un dialogo con il contribuente che punti, nella trasparenza e nel rispetto dei ruoli, all’affermazione di un reale rapporto di collaborazione”. Una svolta radicale se alle parole seguiranno poi i fatti ….

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...