30 novembre 2013

Aforismi




Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri? William Shakespeare

22 novembre 2013

Volti e maschere della pena di Franco Corleone e Andrea Pugiotto

Volti e maschere della pena

Poche righe, per invitare a leggere un libro importante per imparare a guardare nelle “zone buie della pena e della sua esecuzione”, a chiederci se le nostre prigioni e quello che vi accade dentro, così funzionali alla società che abbiamo costruito e quindi in qualche modo suo specchio, luogo dell’organizzazione di un pezzo dello spazio sociale, è davvero quello che vogliamo. Guardandoci intorno, guardandoci un po’ anche dentro…
“Volti e maschere della pena. Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia ripartiva”, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Corleone, sottosegretario alla giustizia fra il ‘96 e il 2001, ora garante dei detenuti nel comune di Firenze, presidente della Società della Ragione; Pugiotto ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Volti e maschere della pena, titolo drammaticamente bello ( sempre che “bello” sia aggettivo proprio parlando di pene), per quella che è una tappa della battaglia condotta per la riforma della giustizia penale e “del suo precipitato in corpi umani nell’inferno delle carceri”, dove gli uomini, si ricorda, sono ridotti a cose. Volume che nasce da un ciclo di incontri svolti a Ferrara intorno ai tanti volti della pena, e sui suoi mascheramenti, dall’urbanistica penitenziaria, all’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, alla tortura “democratica” del 41bis. Un libro militante, è vero. E perché no. Ci sono argomenti e condizioni per le quali credo non sia lecito nascondersi dietro la fragile (ipocrita?) presunta democrazia del ping pong di pro e contro. Che solo salva deboli coscienze… Non è lecito quando si tratta della carne viva degli uomini. Già, perché questo libro ci ricorda che è, tanto per cominciare, di tortura di corpi che si tratta. Tortura, che brutta parola. Tanto brutta che ancora il nostro Parlamento non riesce a pronunciarla per introdurla, prevederla come reato nei nostri codici.
In Italia la tortura “non esiste”, poco importa che di tortura parli la sentenza d’appello per i fatti di Genova, al G8, se torture quotidiane si consumino negli OPG, se in tortura del corpo si traduce la condizione dei detenuti in troppe carceri accatastati (rubo l’immagine ad Andrea Pugiotto) come pezzi di legno in una legnaia… Eppure, sempre ricorda il costituzionalista, “il diritto è violenza domata”.
Allora, quale diritto, se si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulle morti in carcere che in meno di 5 anni , dall’inizio del 2009 a tre giorni fa, 306 detenuti si sono uccisi. Per la cronaca, il più giovane aveva 17 anni, si chiamava Yassine El Baghdadi ed è morto il 17 novembre 2009 nell’Ipm di Firenze, impiccandosi come il più anziano, Francesco Pasquini, che a 77 anni si è tolto la vita il 3 febbraio 2013 nel carcere di Lanciano. Per la cronaca e per fare i nomi, nomi e cognomi perché la cosa peggiore che possa capitare a un uomo è dissolversi nell’indistinto… e solo ricordando e cercando di percorre le storie di ciascuno forse riusciremo a scuoterci dall’indifferenza che di queste morti ci fa complici… A proposito di nomi, delle parole con cui pronunciamo le cose, che molto svelano di noi… Detenuti, diciamo. Cito Corleone: “mi viene da pensare che il termine abusato di “detenuto” ( aggettivo divenuto sostantivo) abbia a che fare con l’essere posseduto. Andrebbe forse abbandonato rimettendo in auge la parola “prigioniero” che rende meglio una soggettività davvero particolare. Anche nei lager era cosi…”. Res nullius, per l’appunto. Eppure di prigioni si tratta,.. mi chiedo se “detenere” ci piace di più perché è verbo più pulito, sa quasi di detersivo…, cancella l’odore, che è quello che insieme al rumore del ferro ti dice subito di essere in un carcere. Odore di corpi, di corpi ammassati, insostenibile racconta chi ha visto e sentito.
Volti e maschere della pena, dunque (editore Ediesse). Libro “militante”, che fra l’altro pone interrogativi sulla compatibilità costituzionale del 41bis, sì proprio il destino dei più cattivi, e parlarne, da come ti guardano, a volte sembra di pronunciare eresie. Ancora le parole di Andrea Pugiotto: “… perché non è vero che il fine giustifica i mezzi. E’ semmai vero il contrario: in una democrazia costituzionale, sono i mezzi a prefigurare i fini”. Segnalo, in appendice, il testo di un atto di promovimento “pilota” alla Corte costituzionale contro la pena dell’ergastolo, messo a disposizione di giudici e avvocati convinti dell’illegittimità del fine pena mai, che vogliano unirsi a questa battaglia. Buona lettura a tutti.


Francesca de Carolis

18 novembre 2013

La legge della discordia di Antonio Laurenzano

       
 LA  LEGGE  DELLA   DISCORDIA
Stabilità economica o … instabilità politica?
di Antonio Laurenzano

Legge di stabilità economica  o …. d’instabilità politica? Una legge nata male che rischia di finire peggio sotto un’alluvione di proteste, di emendamenti e di censure.  In settimana è arrivata anche la  bocciatura da Bruxelles:  “l’Italia potrebbe non rispettare le regole su deficit contenute nel Patto di stabilità con alto rischio di sforamento dei parametri”. Alla base del giudizio negativo della Commissione europea i “progressi limitati sulle riforme strutturali” e i timori dell’ “annacquamento” della bozza di bilancio in Parlamento in sede di approvazione. Dal Commissario agli Affari economici Olli Rehn la raccomandazione di sempre per la nostra politica economica : “ridurre il debito intervenendo sulla spending review”.
Uno stop imprevisto per le precarie finanze pubbliche del Bel Paese: non sarà concessa alcuna flessibilità sugli investimenti, il cosiddetto “bonus Ue”. Salvo aggiustamenti, l’Italia -a causa delle  condizioni del suo debito- non potrà chiedere alla Commissione Ue di fare uso della “clausola sugli investimenti” del Patto di stabilità. Uno spazio di manovra che si era aperto con la recente uscita dalla procedura per deficit eccessivo e che si sarebbe trasformato nel 2014 in circa tre miliardi di investimenti! Ora andati miseramente in fumo nonostante le assicurazioni … postume del Ministro Saccomanni.
Secondo le stime Ue il debito italiano, quest’anno attestato a quota  133% del Pil (contro il 60% previsto dai parametri di Maastricht!), salirà al 134% l’anno prossimo, non essendo prevedibile alcun miglioramento. Per questo “la Commissione invita le autorità italiane a prendere le necessarie misure all’interno del processo interno di gestione di bilancio per assicurarsi che i conti del 2014 siano in linea con i vincoli europei”. Avviare cioè senza indugi un percorso virtuoso di riqualificazione della spesa pubblica con drastici tagli a quella improduttiva e riduzione del prelievo fiscale per favorire la ripresa economica.
Questo è il verdetto di Bruxelles, una mossa inevitabile che apre un buco  pericoloso anche a livello politico, difficile da colmare con la (debole) difesa d’ufficio del Tesoro: “Nessuna bocciatura: i rischi segnalati dalla Commissione sono già considerati nell’azione del Governo, anche se non formalmente inseriti nella Legge di stabilità”. Una difficile traversata del deserto attende ora il Governo delle larghe intese (o larghe…contese?) per legittimare tale dichiarazione.
“La confusione regna sovrana”, ha esclamato il Ministro Saccomanni nell’intervista rilasciata domenica al Corriere. Una confusione che è incertezza: cittadini, famiglie, imprese sempre più alle prese con un presente difficile e con un futuro che non si percepisce! La crisi economica continua a mordere. Consumi ancora in calo con l’aumento dell’IVA che ha gelato la ripresa, boom di fallimenti che toccano un nuovo record:  nei primi nove mesi dell’anno sono stati quasi diecimila, in aumento del 12% rispetto allo stesso periodo del 2012. E la Lombardia  accusa il maggiore numero di default aziendale:  2.250 (+13%).
Una situazione di estrema fragilità economica dagli imprevedibili rischi di crisi  sociale  in presenza di un “fisco insostenibile” con una pressione tributaria che, secondo la denuncia di Confcommercio, resterà fissa al 44% fino al 2016: “un fatto incompatibile con qualsiasi ipotesi di ripresa”. Tutta colpa di una Legge di stabilità che, secondo il Presidente Sangalli, “non ha operato alcun taglio alle spese e alle tasse e che ha continuato a far quadrare i conti dello Stato attraverso la leva fiscale”.     
Un campanello d’allarme: ignorarlo diventa estremamente pericoloso. L’Italia è fra i Paesi sotto osservazione da parte delle istituzioni comunitarie: la povertà e l’esclusione sociale sono aumentate in modo significativo. Bruxelles infatti ha annunciato nel recente rapporto sugli squilibri macroeconomici la decisione di aprire un’analisi approfondita sul nostro Paese per i rischi connessi al persistere di squilibri come il debito elevato, la disoccupazione giovanile e la perdita di quote di mercato. 
C’è tempo fino al 31 dicembre per porre rimedio ai guasti di una Legge ed evitare scenari economici e sociali che la comunità nazionale non merita! E’ iniziato il conto alla rovescia.  
  

06 novembre 2013

"Eugenio Scalfari" di Francesco Bucci


Bucci F., Eugenio Scalfari. L’intellettuale dilettante, Società Editrice Dante Alighieri, 2013.

Eugenio Scalfari è stato un grande direttore di giornale ed è tuttora un grande giornalista. I suoi editoriali di politica, di economia, di finanza, di costume sono esemplari per lucidità di analisi e chiarezza espositiva. 
Verso la metà degli anni Novanta del secolo scorso – lasciata la direzione di Repubblica – Scalfari ha però deciso di tramandare ai posteri un’immagine di sé più alta e nobile di quella del semplice giornalista che, per quanto grande, ha pur sempre a che fare con la banale attualità. E, poiché il suo mestiere è quello di scrivere, il modo più semplice per raggiungere l’immortalità deve essergli sembrato quello di trasformarsi in saggista e di occuparsi in tale ruolo dei massimi sistemi. Ha iniziato così a pubblicare un libro dopo l’altro, con una forte accelerazione negli ultimi anni: Incontro con Io (Rizzoli, 1994), Alla ricerca della morale perduta (Rizzoli, 1995), Attualità dell’Illuminismo (Laterza, 2001), L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi, 2008), Per l’alto mare aperto (Einaudi, 2010) e Scuote l’anima mia Eros (Einaudi, 2011). Libri raccolti poi (2012) in un Meridiano Mondadori.
Indossate le vesti dell’ “intellettuale universale” (il vero intellettuale, sostiene infatti Scalfari, deve confrontarsi con l’ “universalità”), egli si inoltraimpavidamentecon tali libri in territori fino ad allora inesplorati: filosofia, letteratura, storia, psicologia, arte, scienza... Tutto lo scibile umano, insomma, affrontato con baldanzosa sicumera.
Purtroppo però i libri di Scalfari, se risultano qua e là di un qualche interesse sul piano autobiografico, sono privi di qualsiasi valore sotto il profilo culturale, a riprova, se ve ne fosse bisogno, dell’inevitabile coincidenza tra presuntuosa tuttologia e banale dilettantismo. 
“Eugenio Scalfari, l’intellettuale dilettante” si propone di mostrare, ed anzi di dimostrare con dovizia di esempi, l’imbarazzante carenza di conoscenze e di strumentidel grande giornalista nei vasti e complessi campi del sapere in cui egli sprovvedutamente si avventura e come, pertanto, le ambizioni dello Scalfari “intellettuale universale” finiscano col naufragare miseramente. Il libro traccia così il profilo di un vero e proprio “dilettante allo sbaraglio”.
Non poteva del resto andare diversamente se è vero che, come ricorda l’aforisma di Alessandro Morandotti,“il dilettante diletta solo se stesso”.

05 novembre 2013

Il Duecento letterario nel Norditalia


Piccolo viaggio nella letteratura italiana

Secondo Francesco De Sanctis il Norditalia letterario del Duecento avrebbe avuto solo, e di sfuggita, il rimatore veneto Giacomino da Verona; c'è stato però chi, non senza velata polemica, ha voluto smentire il grande maestro romantico dedicando una sessantina di buone pagine sia a Giacomino che agli altri autori settentrionali del XIII secolo.

Onestamente non me la sento di biasimare chi ha voluto meglio approfondire questa parte della nostra storia letteraria, la quale merita di essere sottolineata anche se, ed è questa opinione di quei medesimi studiosi che l'hanno fatta emergere dall'ombra, si tratta con evidenza di una letteratura minore, la quale non è riuscita (anche perché raramente si è sforzata di farlo) ad uscire dal taglio popolare e didattico che la contraddistingue. Altre parti della penisola ebbero, contemporaneamente agli autori lombardi e veneti, una letteratura secondaria: a Bologna e a Firenze però gli autori minori andarono a costituire una fruttuosa transizione, oppure si caratterizzarono per un genere (ad esempio quello comico o burlesco), mentre al nord il Duecento resterà piuttosto piatto, se non per alcuni spunti non banali che vedremo.

Nella zona del pavese l'autore popolare più importante del tempo fu Pietro da Bescapè, che nel 1274 concluse il suo “Sermone” dove descrisse la storia del mondo.

Più attiva è Cremona, che all'inizio del secolo vede operare contemporaneamente il notaio Girardo Patecchio ed il rimatore Uguccione da Lodi: il primo, dedito ad argomenti morali, è autore dello “Splanamento de li proverbi di Salomone” e delle “Noie”; il secondo è invece autore del “Liber”, un poemetto sulla giustizia divina.

Anche Genova fa la sua parte con un notaio autore di quasi duecento poesie in lode della città, l' “Anonimo genovese”, così detto perché, nonostante sia certa la sua partecipazione alla vita pubblica dell'urbe, la sua precisa identità ci è ancora oggi sconosciuta.

Non del tutto trascurabili sono poi alcuni altri componimenti anonimi: la storia di “Rainaldo e Lesengrino” (una volpe ed un lupo) è ad esempio il rifacimento italiano del francese “Roman de Renart” di Pierre de Saint-Cloud; a Bologna uno 'zibaldone' di letteratura (che contiene anche versi di Dante) fu studiato dal Carducci: è costituito dai cosiddetti “Memoriali bolognesi” (322 volumi iniziati nel 1265 ed attualmente custoditi presso l'Archivio di Stato): si tratta di atti notarili nei quali le rime sono introdotte per riempire la pagina ed evitare quindi manomissioni, ultimo esempio quest'ultimo del grandissimo debito contratto, nei secoli, dalla nostra letteratura nei confronti dell'ordine notarile.

Ancora un cenno a un testo di autore incerto, sempre studiato dal Carducci, lo dobbiamo al cosiddetto “Serventese romagnolo” che è ritenuto, sia pur frammentariamente, una delle fonti storiche e poetiche della Commedia di Dante.

All'Alighieri sono poi anche tematicamente legati i due principali poeti del tempo: lo scaligero Giacomino, di cui abbiamo già detto, ed il milanese Bonvesin de la Riva, che più degli altri può dare interesse ai lettori; fra' Giacomino è autore in dialetto veronese del “De babilonia civitate infernali” (l'inferno di Babilonia) e del “Jerusalem celesti” (la Gerusalemme celeste), ispirate all'Apocalisse ed alla letteratura francescana, mentre del Bonvesin è il “Libro delle tre scritture”, anch'esso poema volgare che descrive l'oltretomba e che, fatta salva la lezione di Virgilio, può essere stato uno spunto per Dante, sempre che si possa ammettere per il poeta fiorentino una adeguata conoscenza del veronese e del milanese del tempo.

Bonvesin, che si fregiava del titolo di “doctor in gramatica”, fu quel che oggi si direbbe un professore privato e merita due parole aggiuntive: la più interessante delle sue opere in latino è infatti per noi “Le meraviglie di Milano”, uno sperticato elogio della città, che secondo l'autore sarebbe stata un tempo custode delle reliquie dei Re Magi. Tra le acque 'limpidissime' delle periferie del capoluogo lombardo Bonvesin ricorda anche il “Lago di Bobbiate” e (!) “il fiume della valle di Marchirolo”.

 
Antonio di Biase

Bibliografia:
  • Storia della letteratura italiana” di E. Cecchi e N. Sapegno, Garzanti, 2001).
  • Le meraviglie di Milano” di Bonvesin de la Riva, tradotto da Giuseppe Pontiggia, Bompiani, 2010, Collocazione S.III.9471 della biblioteca di Varese.

04 novembre 2013

La casa del tuono di Dean R. Koontz


LA CASA DEL TUONO                             di Dean R. Koontz
© 1989 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A.
ISBN 8845248771
Pag. 317  € 7,75

La casa del tuono è un thriller particolare, che rende partecipe il lettore nella storia dalla trama sempre più complicata e claustrofobica.
Susan Thorton si risveglia da un coma durato qualche giorno, nel quale è caduta in seguito a un incidente stradale. Nell’ospedale della contea di Willawauk sono tutti gentili e disponibili, e da subito la fanno sentire a proprio agio.
Susan non ricorda alcune parti della sua vita, preda di una momentanea amnesia, come una nebbia che le rende impenetrabili alcuni ricordi; in particolari quelli legati al suo lavoro alla Milestone.
Durante la sua degenza incontra i quattro protagonisti di una terribile vicenda, accadutale in gioventù. Sosia? Fratelli? O fantasmi? Perché i quattro dovrebbero essere morti e invece le promettono vendetta per averli denunciati a suo tempo, dell’omicidio del suo ragazzo, avvenuto nella casa del tuono.
Susan ne parla al medico, il quale la sottopone a una serie di esami per appurare da dove vengano quelle che, secondo lui, sono solo delle allucinazioni. Ma, quelle allucinazioni, arrivano a farle del male.
Questo libro lo si legge d’un fiato, rapiti dalla storia passata di Susan e da quello che sta accadendo, inspiegabile; cercando di capire dove voglia arrivare lo scrittore.
La soluzione è un po’ fantascientifica, ma possibile.
Un thriller ben congegnato che merita di essere letto.


© by Miriam Ballerini

Finanza pubblica fra tasse e tagli della spesa

              


                 FINANZA  PUBBLICA  FRA  TASSE  E  TAGLI  DELLA  SPESA
              I nodi e le incertezze della legge di stabilità – La “spending review” 
                                                 di Antonio  Laurenzano

Pioggia di critiche sulla legge di stabilità. La sua approvazione in Parlamento,  al di là delle fibrillazioni politiche sulla tenuta della maggioranza, è fortemente legata a un profondo … remake. Una manovra da 11,5 miliardi  per il 2014  “disegnata” con scarso  coraggio e poca fantasia. 
Ancora una volta, per equilibrare i conti pubblici, è stata scelta la strada di sempre, quella di un aumento delle tasse, a dispetto  delle raccomandazioni della BCE che, nella famosa lettera del 2011 (dirompente per le sorti politiche del Governo Berlusconi), aveva sollecitato “riforme strutturali per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche e non politiche di austerità”. 
E’ stato dunque accantonato ogni incisivo intervento sulla spesa  con il rischio di un nuovo prelievo fiscale che il Paese (imprese e famiglie), alle prese con una persistente crisi economica, non è in grado di reggere. Dal 2015 si potrebbe  infatti registrare un aumento delle imposte (aliquote e accise) e un taglio alle agevolazioni fiscali (minori detrazioni per i contribuenti) per garantire 10 miliardi in tre anni, a meno che la “spending review” non riesca a centrare lo stesso obiettivo.  Una “clausola di garanzia” per i dissestati conti pubblici che potrebbe non scattare se avrà successo la “mission” di Carlo Cottorelli, rientrato a Roma da Washington, Fondo monetario,  per tagliare una spesa pubblica che non si è riusciti a ridurre in trent’anni!...  
Da sempre, la legge di stabilità (ex legge finanziaria) è la ricerca di un complicato e delicato equilibrio fra tagli e tasse: il suo saldo ha finora privilegiato le tasse, sia per miopia (o incapacità) politica, sia per timore di toccare interessi di bottega. Il bilancio dello Stato, da questo punto, è lo specchio fedele dei vizi e delle italiche virtù della nostra democrazia parlamentare, alimentata dai compromessi tra partiti a caccia di consensi elettorali.  
La spesa pubblica italiana rappresenta un unicum a livello mondiale: su un totale di  807 miliardi oltre 330 sono destinati a oneri sul debito e pensioni. Secondo alcune stime di Piero Giarda, docente della Cattolica e studioso di “dinamica, struttura e governo della spesa pubblica”,  sono “aggredibili” in tempi brevi almeno 100 miliardi e nel medio periodo circa 300 miliardi. La sanità è il principale imputato con una spesa annua di oltre 106 miliardi.  Ma di “costi standard”, che dovevano essere la carta vincente del federalismo fiscale per rimuovere rendite e sprechi in tante regioni d’Italia, nella legge di stabilità firmata da Letta e Saccomanni non c’è traccia!
Al di là delle pur lodevoli dichiarazioni d’intento esportate dal premier a Bruxelles prima e alla Casa Bianca dopo, di fatto nella sua prima manovra sui conti pubblici manca una vera “spending review”, mancano cioè quei tagli che bloccano lo sviluppo. Manca, in definitiva, una riqualificazione e riduzione della spesa che, con una necessaria semplificazione normativa, sono riforme di cui l’Italia non può fare a meno. E’ a rischio la competitività del sistema Paese e la sopravvivenza del suo tessuto socio-economico. 
Non è proponibile una legge di stabilità che si affida alla pressione tributaria  per recuperare una manciata di euro per il cuneo fiscale, rinviando gli interventi strutturali sulla spesa alle misure… miracolistiche di Cottorelli, deus ex machina, senza peraltro azzerare la  prassi dei tagli lineari. Per fare questo servono scelte condivise. Ma quando un governo discute e litiga per mesi su come cambiare… il nome di un’imposta, l’IMU, significa che la politica nel nostro Paese ha perduto la percezione della gravità della situazione e con essa la sua stessa credibilità.   


   

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica