10 giugno 2013

Intervista al Vescovo di Como Mons. Diego Coletti sul tema della pace



“La pace non è un sogno, non è un’utopia, è possibile costruirla sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla equità sociale : ci vuole il coraggio della giustizia!”.
 di Antonio Laurenzano


Che ci fa il Vescovo con un palloncino Lions in mano, in piazza Duomo a Como? Se lo sono chiesti in tanti dopo aver visto la foto di Mons. Diego Coletti, Vescovo della Diocesi lariana dal 2007, pubblicata sul blog. Attraverso l’intervista gentilmente concessa, cerchiamo di scoprire il “personaggio”, un vero precursore della Chiesa di Papa Francesco, che affronta il suo magistero in modo estremamente concreto, una guida spirituale che non disdegna di incontrare i giovani nella … birreria più grande della città per essere uno di loro, capirne problemi e aspettative, confrontarsi con il loro linguaggio e il loro mondo. Una persona davvero speciale!


-Costruire una vera cultura di pace è una necessità storica avvertita dall’umanità. L’intolleranza etnica e religiosa, in alcune regioni del mondo, sta portando l’uomo alla sua distruzione. Il dialogo interreligioso e interculturale può essere l’antidoto allo scontro di civiltà? È possibile recuperare un rapporto fra popoli e civiltà a prescindere da razza, religione, colore della pelle?

La domanda è molto ampia e affronta temi complessi, relativi a problemi rispetto ai quali da decenni è in corso un confronto “multidisciplinare”, che coinvolge il livello religioso, ma anche l’ambito politico internazionale. Un dibattito dinamico che però, purtroppo, non ha ancora portato a risposte adeguate. A mio avviso, a mancare, è soprattutto l’atteggiamento giusto: ovvero la disposizione a lasciarsi convertire e ad aprire il proprio cuore a un radicato senso di fraternità. Queste aperture interessano sicuramente l’aspetto spirituale, ma, vissute e realizzate intensamente – tanto da arrivare a trasformarci in “uomini e donne di buona volontà” – hanno ricadute positive anche su società civile, economia, mondo del lavoro, amministrazione della “cosa pubblica” a tutti i livelli, modo di vivere e confessare ciascuno la propria fede. Se i miei occhi, nell’altro, non vedono un nemico ma un fratello, mi apro al dialogo e al rispetto, sebbene ci differenzino lingua, cultura, religione, colore della pelle. Se l’altro è un fratello, non posso che amarlo e accoglierlo. Illuminanti sono le parole del pontefice emerito Benedetto XVI che lo scorso 1° gennaio ha consegnato alla nostra meditazione il messaggio “Beati gli operatori di pace”, in occasione della Giornata Mondiale della Pace 2013. «La pace – scrive Benedetto XVI – concerne l’integrità della persona umana ed implica il coinvolgimento di tutto l’uomo. Comporta la costruzione di una convivenza fondata sulla verità, sulla libertà, sull’amore e sulla giustizia. Senza la verità sull’uomo, iscritta dal Creatore nel suo cuore, la libertà e l’amore sviliscono, la giustizia perde il fondamento del suo esercizio. La realizzazione della pace dipende soprattutto dal riconoscimento di essere, in Dio, un’unica famiglia umana… La pace è ordine vivificato ed integrato dall’amore e realizzato nella libertà. La pace non è un sogno, non è un’utopia: è possibile!”

-La politica, se non è sorretta da una base etica e spirituale, non è più al servizio della gente. L’ha sostenuto il compianto cardinale Carlo Maria Martini nel suo memorabile intervento “La crociata del bene con la forza degli onesti”. La società contemporanea vive momenti di grande declino a causa proprio della deriva etica, di una pericolosa caduta di valori e di un vuoto esistenziale. Quale modello di sviluppo occorre perseguire per la società del Terzo Millennio?

Ringrazio per questa sollecitazione perché, innanzitutto, mi permette di ricordare una persona a me molto cara, alla quale mi legano particolari sentimenti di stima per la sua testimonianza di vita evangelicamente vissuta, di amicizia personale e di fraternità sacerdotale, senza dimenticare che fu dalle sue mani che, 12 anni fa, ricevetti l’ordinazione episcopale. E poi ho l’occasione di rilanciare riflessioni che mi stanno a cuore. Le circostanze difficili del momento presente ci invitano a meditare su alcuni aspetti della particolare situazione politico-economica che stiamo vivendo. Non siamo di fronte a effetti di cause fatali, imprevedibili e ingovernabili! La radice profonda del malessere diffuso, dell’abbandono dell’etica e della crisi economico-finanziaria-occupazionale (che sta avendo conseguenze pesantissime sui più deboli e su coloro che di tale contingenza non hanno alcuna responsabilità) va cercata nella direzione di un veleno mortale che circola nelle vene della nostra cultura, quando l’egoismo individuale o di gruppo prevale sullo sfondo della cura di ciò che è comune e costituisce il bene maggiore possibile per tutti; quando, cioè, prevale il desiderio di avere e di potere sulla scelta di servire e di donare, l’esasperazione del conflitto e della polemica sulla sapienza del dialogo e della mediazione. Suggerisco di guardare al futuro senza illuderci ma anche senza deprimerci. Tre atteggiamenti, fin troppo facili, vanno accuratamente evitati: il qualunquismo, l’astensionismo, la delega accompagnata da disinteresse e passività sociale. Tre, invece, a mio avviso, sono i comportamenti da promuovere per un nuovo modello di sviluppo radicalmente diverso: la capacità di documentarci e di riflettere, la partecipazione a una cittadinanza attiva e solidale, la coltivazione di grandi ideali e di passioni di alto profilo che ci liberino dalla miope ansia del quotidiano.

-Le stridenti disparità socio-economiche presenti in tanti Paesi del Terzo Mondo, le ingiustizie sociali, la schiavitù di tante popolazioni, la globalizzazione selvaggia hanno prodotto miseria e povertà. La dignità dell’uomo, i suoi più elementari diritti sono calpestati… Anche in Europa e in Italia stiamo vivendo i gravi effetti di una drammatica crisi economica con conseguenze sull’occupazione e con l’emersione di nuove povertà. Cosa chiedere alla politica per dare risposte certe a chi vive quotidianamente nella disperazione, ai tanti giovani senza speranza?
Non sono passati molti anni da quando feci un viaggio nel sud-est asiatico per incontrare alcuni missionari originari della diocesi di Como. Andai in Bangladesh, Paese che ha guadagnato la ribalta mondiale nelle ultime settimane perché teatro d’incidenti che hanno tolto la vita a centinaia di lavoratori. Personalmente ho ancora vivo il ricordo di una Dacca soffocata dallo smog, ingrigita dalla povertà e dai volti tristi degli operai ridotti a schiavi … Cosa c’è dietro quelle persone? Cosa c’è dietro quelle morti di cui troppo in fretta le cronache si sono dimenticate? Quale pensiero di sviluppo economico c’è dietro quelle “fabbriche”? Quando acquistiamo qualcosa, ci preoccupiamo di informarci com’è stato prodotto quel bene? O pensiamo solo al prezzo vantaggioso? Già il fatto di porsi questi interrogativi ci rende più consapevoli delle ingiustizie che ammalano la società. Le cause stanno in quello che si è spento nel cuore dell’uomo e che ha portato ad assumere scelte immorali e sfrenate come stile di azione privilegiato. Suggerirei di cominciare a riscoprire il valore della gratuità e della solidarietà. Il rispetto della dignità delle persone deve essere la bussola che orienta le scelte, non la ricerca del “rendimento”… La gratuità anima l’orizzonte della comunità umana e la rende capace di accogliere i fragili, di custodire i diritti di tutti, di gettare ponti di fraternità e pace. Ricordo le recenti parole di Papa Francesco: “La crisi mondiale che tocca la finanza e l’economia sembra mettere in luce le loro deformità e soprattutto la grave carenza della loro prospettiva antropologica, che riduce l’uomo a una sola delle sue esigenze: il consumo. E peggio ancora, oggi l’essere umano è considerato egli stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. La solidarietà è il tesoro dei poveri... E il denaro deve servire, non governare». Ai politici, agli imprenditori, al mondo della finanza dico: ci vuole coraggio! Il coraggio della giustizia e del rispetto dell’Uomo.




Nella foto:  Il Vescovo di Como Mons. Diego Coletti con il nostro collaboratore Antonio Laurenzano

 

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