29 ottobre 2011

Teatro Petruzzelli, scintilla di rinascimento

TEATRO PETRUZZELLI, SCINTILLA DI RINASCIMENTO
di Antonio V. Gelormini

Alzare gli occhi al cielo e girare su stessi per farsi avvolgere dal vortice di ricordi, di immagini, di luci, di personaggi e di marcate emozioni. E’ il primo e spontaneo movimento che prende il sopravvento, per chiunque varchi la soglia della platea, prima di appoggiarsi alle poltrone del Nuovo Teatro Petruzzelli.
Ti accorgi subito che il tempo non si è fermato. Che il vecchio Politeama resterà fissato nella memoria di ognuno, nelle inquadrature di Enzo Lattanzio, negli impareggiabili cartelloni del Teatrodanza, e nelle drammatiche sequenze di una notte sciagurata, avvolta dai bagliori infausti di una tragedia irripetibile. Il luogo è lo stesso, ma l’atmosfera è più moderna. Perché il teatro non è un museo, dove il passato può essere “visitato” e “ricostruito”. Al contrario, il teatro è azione, che si rinnova incessantemente su quell’altare laico rappresentato dal suo palcoscenico e attraverso quella rituale liturgia codificata nei suoi copioni.
Il costume di scena è il solito, ma questo è un altro Teatro. Determinato a muoversi con ritmi decisamente più contemporanei. Te ne accorgi guardando come sono state disposte le poltrone in platea, per favorire un’acustica ottimale. Lo rilevi guardando la cupola spoglia, dove gli affreschi perduti possono essere proiettati da moderni sistemi digitali. Lo percepisci dalla freschezza degli stucchi, dalla leggerezza dei decori e dal dedalo futurista della torre scenica. Lo sigilla quel “MMVIII” sul frontone del nuovo palcoscenico, al di sopra del grande arlecchino del Petruzzelli.
E’ anche un’altra Bari quella che ha abbracciato la rinascita di uno scrigno di tale bellezza, che a sua volta si fa marchio cittadino di rinnovata sensibilità. Una Bari diversa da quella commossa, impaurita e smarrita davanti alle fiamme di venti anni fa. Una Bari più orgogliosa che superba. Più matura e responsabile, che furba e disordinata. Più solare, più legale e più moderna, che impigrita, distratta e fuligginosa.
Una città e un Teatro che, con la riproposta di “Norma” (la stessa opera in scena prima del rogo), hanno visto venir via, dalla ferita rimarginata, anche l’ultima crosta di uno sfregio lungo circa vent’anni. E che si ritrovano nel racconto del medesimo, e allora giovane, direttore d’orchestra, Roberto Abbado: “Partii da Bari allibito, avendo negli occhi pieni di lacrime l’immagine di un cratere fumante e nelle orecchie la sentenza senza appello del portiere d’albergo: lei è stato l’ultimo direttore al Petruzzelli”, ricorda con evidente emozione il Maestro. “Per fortuna non è stato così. Sono tornato a Bari e mi è mancato il respiro, nel rivedere l’imponenza della grande cupola del Teatro, su cui ora sventola rassicurante un vivace tricolore”.
Il Teatro per tutti dei fratelli Petruzzelli, inteso come proposta di generi vari (politeama), destatosi dal lungo coma fattosi incubo, è ora Teatro di tutti. Palcoscenico popolare di speranze ed ambizioni della città e del territorio circostante. Santuario laico della bellezza comunque declinata: l’antidoto, oggigiorno, più efficace alla pericolosa fragilità culturale delle nuove generazioni.
Una testimonianza che, nel linguaggio universale della musica e in quello suggestivo del movimento teatrale, diventa sintesi raffinata nelle scelte programmatiche della giovane Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e del suo Sovrintendente, Giandomenico Vaccari. A cominciare dalla “Prima” del Nuovo Petruzzelli, affidata al “Sogno di una notte di mezza estate” di Banjamin Britten. Per un Petruzzelli grande vetrina anche della musica contemporanea italiana ed internazionale, secondo il programma che si delinea lungo un itinerario teso a “raccontare il presente”, sui sentieri della cultura, della musica e della spiritualità.
L’intero progetto, culminato con la prima mondiale de “Lo stesso mare” del maestro Fabio Vacchi, (ora “Composer in residence” al Petruzzelli), e tratto dall’omonimo romanzo di Amos Oz, con la regia di Federico Tiezzi, la direzione d’orchestra di Alberto Veronesi e le scenografie di Gae Aulenti, corona un percorso impervio e proietta il Teatro, la sua Orchestra, il Coro e la stessa Fondazione in una dimensione internazionale insperata solo qualche anno fa.
Proprio l’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, per qualità professionali, individuali ed orchestrali, metafora di quell’entusiasmo ricco di bravura e di nobile umiltà d’animo dei giovani di questa città, può sentirsi orgogliosamente gratificata nel raccogliere unanimi consensi e apprezzamenti. Nonché il plauso accorato anche di un Grande Signore della Musica, come il Maestro Lorin Maazel. Con lui l’Orchestra, a marzo, è stata protagonista a Washington delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. E col Maestro Veronesi ha poi bissato l’evento, qualche settimana fa, al Lincoln Center di New York. Grazie a questo gruppo di musicisti, Maazel ha accettato di essere il consulente musicale della Fondazione barese. Un gesto d’amore verso l’Italia, verso questa città e verso il suo Teatro rinato e rinnovato.
I palchi, le poltrone, le balconate e il loggione sono tornati a riempirsi. Le luci più brillanti del nuovo teatro, moltiplicate dai marmi e dai decori rinnovati, mettono in risalto qualche bastone e qualche capello bianco in più. Ma anche i colori di tanti giovani sorrisi, entusiasti e ansiosi di colmare il vuoto di un’adolescenza trascorsa in regime di una tale privazione. I suoi specchi sono  tornati a riflettere la caleidoscopica galleria di sguardi tipicamente baresi. E’ una nuova antologia. E’ quella di una città che cambia e che vuole cantare al mondo il suo tesoro ritrovato.









27 ottobre 2011

Petruzzelli, crepuscolo dai riflessi albeggianti

PETRUZZELLI, CREPUSCOLO DAI RIFLESSI ALBEGGIANTI
di Antonio V. Gelormini



 E’ fatta! Il cerchio è chiuso. Il Ring è stato completato. Cosa non facile in soli tre anni e mezzo. Bari e il suo Nuovo Teatro Petruzzelli ascendono nell’Olimpo dei palcoscenici operistici internazionali. La sfida è stata vinta, a pochi giorni dal ventennale del rogo maledetto e di quell’altro drammatico e indimenticabile “Walhalla”, dal coraggio e dalla pervicacia di alcuni uomini che, già allora, si dissero: “Indignati, ma non rassegnati”.
Col Crepuscoli degli Dei (Götterdämmerung) il “viaggio” nell’immensità compositiva di Richard Wagner giunge a una meta storica. “Restituendo alla città e al suo Teatro”, come ha detto Giandomenico Vaccari, artefice e nocchiero dell’impresa insieme al Maestro Stefan Anton Reck, “il pensiero drammaturgico e musicale di quest’opera antologica e del suo straordinario autore”.
Un viaggio che ha toccato la sponda del Teatro Piccinni col Prologo dell’Oro del Reno (2008), l’ansa della Fiera del Levante con La Valchiria (2009) e l’approdo finalmente al Petruzzelli per Sigfrido (2010) e Il crepuscolo degli dei (2011). Una metafora rigeneratrice dal respiro epico ampio ed articolato, che la regia di Walter Pagliaro ha reso moderna, vivace e sostenibile, nonostante i tempi impressionanti dell’azione scenica.
Un percorso lungo e necessario, per dar modo al declino di un “potere sbagliato”, fondato su “valori” negativi come la malvagità, la falsità, la cupidigia, il raggiro o l’individualismo, anziché su “virtù” e principi solidali, di implodere inesorabilmente. E crollare sotto i colpi consapevoli di una emancipazione dell’umanità dagli dei. Non attraverso l’agire eroico di un solo uomo, Sigfrido (Jan Storey), la cui invulnerabilità risulterà ben presto relativa. Ma attraverso la determinazione e il piglio femminile di Brünnhilde (Nina Warren), che valorizzerà il sacrificio di Sigfrido e favorirà la presa di coscienza collettiva di poter essere “attori del proprio destino”.
Wagner, autentico uomo e genio di teatro, rappresenta e racconta in musica il tramonto della rassegnazione e l’alba di un’interpretazione personale, soggettiva e al tempo stesso “comunitaria” della trama umana, quale vera e propria grande sceneggiatura teatrale. Sintomatico come la semplice doppia battuta incalzante, che caratterizza uno dei motivi più suggestivi dell’opera: la Marcia Funebre di Sigfrido, si trasformi nell’ossessione ripetitiva: da lugubre commento drammatico a trionfo martellante di riscatto.
L’epilogo wagneriano barese ha fatto registrare una più che mai sicura, matura ed impeccabile prestazione dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli, magistralmente guidata dalla solida mano del direttore Reck. Che forse, per l’occasione, avrebbe meritato una presenza scenica più corposa, in stile con i palcoscenici solitamente affollati del grande compositore tedesco. La sensazione è stata quella di un corpo corale “alleggerito” (per carenza di ricorse?) e pertanto meno incisivo. A farne le spese, in qualche modo, è stato lo stesso cast, spesso costretto a colmare spazi fisici e sonori piuttosto larghi. Naturale che a risultarne esaltati, alla fine, siano stati la leadership e il carattere irritante del cattivo Hagen (al secolo “indigeno” Bjarni Thor Kristinsson), nonché i costumi e i movimenti scenici delle Ondine-Figlie del Reno (Valentina Farcas, Sara Allegretta, Hannah Esther Minutillo). Oltre alle scene, i costumi e a un insolito quanto piacevole uso dei colori di fondo.
Il trionfo della sofferta e fertile forza dell’amore. Unico antidoto “rivoluzionario e rigenerante” a tutto ciò che infesta il Reno, in cui riconosciamo l’intera umanità. Una forza che non può che identificarsi nella fusione sublime dell’umano e virile sacrificio e dell’eterno femminino. Epifanie complementari dell’Amore supremo. Una redenzione incarnata anche dalla complementarietà tra poesia e musica, scrittura e composizione: i due fuochi che animano con costanza l’ellisse cosmica wagneriana. “La glorificazione di Brünnhilde” pertanto, chiosa il musicologo francese Jean-Jacques Nattiez, “diventa redenzione degli uomini attraverso la musica”. O meglio, attraverso l’amore per la musica!
(gelormini@katamail.com)

24 ottobre 2011

Carlin, Peppe e Oscar: "Terra, storia, rispetto"


CARLIN, PEPPE E OSCAR: “TERRA. STORIA. RISPETTO”
La fatica dell’ottimismo
di Antonio V. Gelormini





Essere ottimisti, oggi, è sintomo di sfuggente responsabilità. Anzi, secondo l’espressione colorita scelta da Oscar Farinetti, patron di Eataly e ospite insieme a Carlin Petrini – Slow Food di Peppe Zullo a Orsara di Puglia, per il sedicesimo “Appuntamento con la Daunia”: “Dirsi ottimisti, oggi, è essere stupidi”.
Tante sono le testimonianze sconfortanti, continuamente avvolte dalla quotidiana disperazione. Dall’incontenibilità dei disastri ambientali sul pianeta, alla cappa incombente della catastrofe finanziaria; dalla deludente e latitante iniziativa governativa, alla devastante relativizzazione etica e morale della società.
Ma poi, “travolto dall’entusiasmo creativo di Peppe Zullo”, che ha acceso col suo sorriso contagioso alcune serate Eataly a Torino, “arrivo qui, in questo angolo dell’Antica Daunia (Daunia Vetus ndr)”, dice ammirato Oscar Farinetti, che sembra il fratello maggiore di Peppe, “e resto esterrefatto da come il seme dell’incredibile, con tenacia e pervicacia contadina, riesca a dare frutti così straordinari”. E indica l’abbraccio naturale di Villa Jamele e Piano Paradiso, che fanno da cornice suggestiva alla grande sala “trasparente”, che accoglie i numerosissimi convenuti.
L’occasione è “ghiotta”, si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia, i 25 anni di Slow Food e i 25 anni di attività di Peppe Zullo all’insegna di “Terra. Storia. Rispetto”, valori su cui costruire il futuro del cibo italiano, per promuovere la consapevolezza “del mangiar sano, per crescere meglio: tutti”. Sarà il liet motiv di una fredda e autunnale giornata subappenninica, presto riscaldata dalla presenza di tante eccellenze.
“Carlin, Oscar e Peppe”: la mente, la rete e lo spirito dei cuochi contadini. E’ l’icona nitida che sintetizza la medesima filosofia alimentare di qualità, declinata magistralmente da questi profeti dell’alimentazione “buona, pulita e giusta”. Lungo la rotta indicata da Petrini di una “Produzione di cibo raccontata”, dove l’invito ai tempi lunghi del gustare, assaporare, maturare, profumare, condividere ed apprezzare, della chiocciola di Slow Food, diventa rivoluzione popolare e rivendicativa del diritto “di tutti” a vivere meglio.
Un’ambizione legittima che non può che passare attraverso un sano “ritorno alla terra”. Un lento, ma intenso, processo di rigenerazione che riconosca ai contadini ed ai produttori adeguata valorizzazione e relativo compenso per il loro prezioso lavoro. Troppo spesso funzionale ad interessi meramente quantitativi di filiere multinazionali distributive e/o industriali.
Un’azione individuale “da formica”, per contenere e razionalizzare l’eccesso di spreco che travolge la quotidianità di “frigoriferi colmi di cibo che ha perso valore, ma che non cala di prezzo”, destinato rapidamente ad essere buttato, con grave incidenza sulla produzione di rifiuti indifferenziati e sulla proliferazione dei loro costi di raccolta e di smaltimento. In pratica, esorta ancora Carlin Petrini, l’applicazione di nuovi paradigmi, per far fronte al disordine galoppante di una vera e propria “crisi entropica”, che al tempo stesso è finanziaria, ambientale ed energetica.
Un auspicio salutato con bucolica sorpresa dall’arrivo festoso e vivace di una sorta di “onda caprina”, che ha attraversato i prati e i “giardini dei sapori perduti” di Villa Jamele spinta da Michele: il pastore diventato protagonista della giornata. Per il quale bisogna che ci si impegni tutti affinché il suo ottimo formaggio venga pagato per quel che vale, ma soprattutto per aiutarlo ad individuare e recuperare validi argomenti utili a restituire fascino ed interesse alla prospettiva agro-alimentare, per il ritorno alla terra di suo figlio!


(gelormini@katamail.com)

21 ottobre 2011

'Ndenna - quinta e ultima parte

'NDENNA quinta e ultima parte di Vincenzo Capodiferro
6. La seconda tesi che intendiamo sostenere è quella che ci permette di creare un collegamento tra i riti arborei del Lagonegrese allargato e l’antica terra dell’Inferno. Sopra nella testimonianza della cara amica Armenti sono riportati i luoghi ove si celebrano ancora riti arborei, anche se in maniere diverse, col cerro anziché col faggio, colla pece o con l’olio per non far salire i predatori di premi, questo ha poca importanza. Non sappiamo se vi siano altri luoghi ove nell’antichità si celebravano tali riti. Questi posti erano collegati all’antica terra dell’Inferno. Citiamone per opportunità solo una, Pietrapertosa, che oggi è nota per il “volo dell’angelo”, nell’antichità oltreché per le sue maestose rocce che assumono forme fantastiche. La terra dell’Inferno divenne poi, dopo il trionfo del cristianesimo, la terra del diavolo. Ed eccolo apparire colle corna in una di quelle naturali statue! E divenne stranamente il rifugio dei templari dopo la loro soppressione. A Pietrapertosa vi sono ancora i resti del “Castrum Saracenum”, il castello saraceno. I Saraceni distrussero Planula e vi fondarono un nuovo castello, che poi chiamarono saraceno. E se propriamente Castel saraceno sarebbe il fortilizio di Pietrapertosa, Castelsaraceno a quale città si riferirebbe? Vi è stato forse un clamoroso errore storico di trascrizione? Racioppi, infatti, annota a degli errori per la città di Planula? E se Castelsaraceno non è il vero Castelsaraceno, o forse un altro fortilizio fondato dai Saraceni, a quale località si riferisce? Forse a Semuncla? Questa ipotesi di Teresa Armenti potrebbe essere vera. Chi potrebbe saperlo? Riportiamo un ultimo esempio di archeologia mancata. A sud di Grumentum vi sono ancora gli scavi abbandonati di Serra Lustrante ad Armento. Oramai è rimasto ben poco, essendo tutto stato trafugato tra ‘800 e ‘900. Abbiamo i pezzi di Armento nei migliori musei del mondo. Ma a sud ancora si trovava la misteriosa città di Rsvas, che don Prospero Borea cita nelle sue storie. Donde ha preso le notizie il sapiente prete roccanovese? Forse direttamente dagli archeologi tedeschi che si recavano in Lucania fino alla fine del ‘900. Sappiamo che il giovane archeologo Rudiger Ulrich Heinz di Edimburgo, aveva iniziato gli scavi di Rsvas. Ma morì in uno strano incidente di ritorno da Armento insieme alla sua assistente ventenne di Locri. La sua auto andò a cozzare contro un gelso nei pressi di una fontana di San Brancato, nel comune di Sant’Arcangelo, nella notte del 21 agosto del 1970. Paradossalmente da allora gli scavi sono stati interrotti. Non fu fatta alcuna inchiesta per chiarire le cause dell’incidente: malore, svista, sonno… Molto strano! A quanto poteva andare all’ora una macchina negli anni settanta in strade malridotte come quelle della Basilicata dei tempi? Forse quel giovane studioso aveva trovato qualche amuleto maledetto, o aveva scovato qualche tesoro che andava ad alimentare il traffico di reperti archeologici. Tutto è probabile, ma la verità, ormai, non sarà più possibile saperla! Di fatto i tombaroli non smisero, come avevano fatto in precedenza, di proseguire i loro scavi clandestini. La città di Rsvas apparteneva al mondo preellenico e dovette fondersi poi colle colonie greche. I Rsvasini adoravano Rea, Artemide e Osiride, oltre che la trinità illirica, nella forma di selce a triangolo, come nei monumenti ritrovati nella foresta di Gallipoli-Cognato ad Accettura. È strano come il culto osiriaco fosse giunto in Lucania in epoche precedenti alla conquista romana ed alla colonizzazione greca. I coloni greci da parte loro offrivano olocausti a Dioniso, a Ercole Achero. Particolare è la testimonianza di lasciare i morti delle battaglie nel letto del fiume Acheronte, o Agri. I morti venivano abbandonati nelle sue acque in preda alle belve. Tale usanza può essere paragonabile solamente al culto dei morti nella religione zoroastriana! O forse apparteneva al contesto del culto mortuale aborigeno. Evidentemente il giovane Heinz aveva scoperto qualcosa di eccezionale: che i popoli Sirini, di cui la civiltà di Rsvas faceva parte, erano popolazioni orientali che erano giunte in Lucania prima dei greci, e che si erano poi fuse con esse, assumendone in particolare la lingua, oltre che con le popolazioni autoctone. E visto che di solito i colonizzatori davano alle nuove terre il nome delle loro città o nazioni di origine e questa regola vale sempre, pensate anche alla colonizzazione delle Americhe, è possibile che esuli assiri o sumeri, adoratori del dio lunare Sin, passati per l’Egitto, avessero risalito e colonizzato il bacino del fiume Sinni, donde il nome, sino alle sue fonti sul monte Sirino, ed avessero fondato la città di Siri. Don Prospero accenna a certe strane migrazioni, riportando certamente le scoperte dell’archeologo tedesco, dal quale gli furono suggerite, citando, senza andare oltre, le orde di re Cetthim, pronipote di Noè, che invase le regioni meridionali d’Italia, fondando vari centri, tra cui anche Rsvas, accompagnando gli Ausoni, i quali, temendo il ripetersi del diluvio, fondavano le loro città sui monti. La civiltà montana si distinse dunque da quella costiera dei coloni greci. Ecco come si spiega la grandezza di questi adoratori di Osiride, Iside, Indra, Varuna. Ci troviamo di fronte ad una grande esperimento sincretistico agli arbori della storia conosciuta. Così potrebbe spiegarsi anche il mito dei poemi omerici: i libri sacri dei Sirini tradotti in termini greci. Onde non dilungarci giungiamo alla conclusione di questo viaggio, cercando di definire bene i collegamenti tra gli usi arborei dei centri del Lagonegrese allargato e le antichità dei popoli Sirini. I riti arborei nella terra dell’Inferno sono riti propiziatori. L’albero maschio che viene accoppiato all’albero femmina e innalzato risale certamente alla civiltà neolitica come diverse volte aveva sottolineato anche il mio insigne professore all’Università, Antonio Capizzi, nella sua monumentale opera “L’uomo a due anime”, che non ha nulla da invidiare a “Il ramo d’oro” di Frazer. Nella terra dell’Inferno era necessario propiziarsi la vita, di qui l’usanza di appendere le vittime, forse all’inizio umane, all’albero, usanza anche essa antichissima: il sacrificio all’albero della vita. I riti arborei pur nella loro contestualizzazione in un bacino culturale ed antropologico indoeuropeo, vanno considerati altresì nella loro peculiarità: erano riti che appartenevano unicamente ai popoli Sirini ed a quelli delle montagne. Non abbiamo alcuna testimonianza di tali riti arborei nel mondo greco o romano per quanti riguarda la fascia della Magna Grecia lucana. È improbabile assolutamente che i riti dell’area del Sirino possano essere associati alle matrici dell’albero della cuccagna, o dell’albero della libertà del ‘700 napoletano. Forse è vero il contrario: i patrioti della rivoluzione del ’99, essendo la maggior parte di appartenenza massonica, si ispirarono ai riti arborei per le loro celebrazioni religiose o para religiose, né più né meno come fecero i cristiani quando convertirono i pagani, associando i loro riti antichi colla nuova religione. Il fatto che i riti arborei da molte parti furono associati al culto di Sant’Antonio è dovuto all’opera integralista dei riformatori cappuccini, che tra il ‘500 ed il ‘600 colonizzarono la Lucania. Simili riti possono ravvisarsi nel mondo celtico o germanico. Il grande esempio del sacrificio di Odino è significativo[1]. Questi Yggdrassill della Lucania rappresentano allora un mondo cultuale indoeuropeo, che abbraccia tutto da oriente ad occidente, testimoniato dalla runologia scandinava a quella iranica, ma è improbabile che i culti arborei fossero stati portati in Lucania dagli uomini del Nord, che pure scesero nel sud, colla calata dei Normanni o gli Svevi, altrimenti qualche storico, o cronografo, l’avrebbe riportato, a meno che non l’avesse considerato importante o volutamente nascosto, essendo nel Medioevo i cronici maggiormente ecclesiastici. Probabilmente come Odino i sacerdoti Sirini si appendevano agli alberi e poi profetizzavano i loro canti, che poi furono tradotti e riportati come poemi omerici. O le popolazioni Sirine erano propaggini di una misteriosa progenie, che non proveniva dal Nord, ma da oriente e prima della colonizzazione greca. Il giovane archeologo tedesco aveva scoperto in Lucania adoratori di Osiride e di Ammone Ra. E con esse queste avevano portato i loro riti, che furono appresi e riprodotti poi dalle popolazioni locali anche quando i popolatori si erano estinti. Osiride come Odino erano diventati i traghettatori dei morti, ma perché essi stessi, dei sciamani, avevano provato l’esperienza della morte-resurrezione, proprio come i druidi Sirini, vivevano nelle selve e si appendevano agli alberi. Il culto dell’albero è legato al culto della pietra: come i grandi dolmen naturali che abbondano nelle Dolomiti lucane. Ecco perché i culti arborei sono presenti nella terra dell’Inferno. Essi sono assimilabili piuttosto ai riti di erezione del Died che abbiamo citato, attestati nel libro dei morti degli antichi egizi. I sacri pilastri di Osiride sono gli obelischi e gli alberi sfrondati, le colonne vertebrali dei viventi, intesi essi stessi come alberi mobili. Gli Rvasini avevano portato dall’Egitto, o dal medio oriente i riti giubilari di morte e resurrezione del dio. Nelle vignette rappresentate nelle piramidi noi troviamo raffigurato un rito simile a quelli arborei, l’erezione di pilastri mediante corde. D'altronde le entità infere, o demoni, non erano concepiti nel paganesimo in senso spaventevole, come siamo oggi abituate a considerarle. Erano divinità del mondo sottano, con le quali, come con quelle del mondo soprano, gli abitanti del mondo di mezzo, dovevano, volenti o nolenti avere a che fare e dovevano in qualche modo accattivarsi. Erano divinità che presiedevano alla crescita vegetale e d’altra parte, è proprio nella terra dei morti che il seme cade e si rigenera, passando attraverso l’oscurità di quel mitico mondo, che veniva designato con diversi nomi, ma era sempre lo stesso, l’Ade. I riti arborei nella civiltà agraria sono in rapporto con la preoccupazione delle fecondità che non ha mai cessato di essere l’idea fissa di uomini resi sempre più ansiosi di fronte ai problemi della vita quotidiana dalla presenza di divinità e spiriti devastatori. Protezione del bestiame dalle belve, fertilità dei campi e dopo tutto, protezione e appoggio delle divinità, anche quelle infere: questo richiedevano le difficili condizioni di un’esistenza sempre minacciata, sempre riproposta giorno per giorno. Abbiamo così cercato di chiarire, con i limiti delle nostre a volte ardite supposizioni, il significato più profondo dei culti arborei, così come si celebrano ancora a Castelsaraceno e nell’area del Lagonegrese allargato. Occorrerebbero sicuramente approfondimenti più concisi e circostanziati. Rimandiamo a tempi migliori studi più proficui e salutando il lettore, speriamo di avere almeno in parte cercato di dare delle spiegazioni plausibili sui riti ed i miti arborei, in particolare in Lucania, su cui molto è stato scritto e a tal proposito questo breve articolo vuole essere solo un modesto contributo a questa grande ricerca.


Varese 11 settembre 2011
Vincenzo Capodiferro.


[1] Cfr. G. Dumézil, Gli dei dei Germani, Milano 1974, pp. 53 sgg..

16 ottobre 2011

Alfred Brendel a Bari



ALFRED BRENDEL A BARI
IL SENSO TEATRALE DELLA MUSICA
di Antonio V. Gelormini

A ben guardarlo si direbbe un personaggio pirandelliano. Di quelli in cerca d’autore tra le righe di un pentagramma, nei versi suggestivi di sue poesie, o dietro il velo razionale di originali riflessioni musicali. Ma poi Alfred Brendel allunga le mani verso il pianoforte e la maschera viene via.
Le dita non si contano più nell’andirivieni, armonicamente intenso, lungo quella sconfinata prateria combinatoria di tasti bianchi e neri. E il timbro di un suono, dai colori tonali vivaci, disvela come e perché questo ottantenne austriaco di nascita, ma autentico cittadino del mondo, sia stato il primo pianista a registrare tutti i lavori pianistici di Beethoven. Nonché l’artista-protagonista di un imponente patrimonio discografico, le cui interpretazioni sono pagine antologiche di rara bellezza e di estrema eleganza esecutiva.
 
Bari e l’Università degli Studi “Aldo Moro” hanno deciso di rendere omaggio a questo grande e sofisticato artista del Novecento, conferendo ad Alfred Brendel la Laurea honoris causa in Lingue e letterature moderne, e organizzando nel foyer del Teatro Petruzzelli la lettura di una scelta di poesie presentate dallo stesso autore (la lettura in italiano a cura di Paolo Panaro).
Si direbbe che l’artista austriaco sia partito proprio da Luigi Pirandello che definiva l’umorismo “il sentimento del contrario”, per focalizzare la sua lectio magistralis su “Il sublime a rovescio. Può una musica seria essere comica?” Procedendo sul filo di un quesito intrigante: “E’ possibile, in un brano esclusivamente strumentale, senza testo, provocare nell’ascoltatore il sorriso?”
 
Una lezione ammaliante, musicalmente raffinata e ricercatamente provocatoria, per trasmettere ai presenti il suo lucido e penetrante sguardo sulla musica e sui musicisti. Con grande abilità Brendel si è divertito, divertendo e sorprendendo, a smontare alcuni brani classici per mettere in evidenza come in essi, così come nel loro stile compositivo, grandi musicisti abbiano saputo “soffiare con arguzia e creatività” la qualità dell’umorismo, per accendere nell’ascoltatore l’effetto del riso.
Ha dato per scontata la capacità comune di individuare elementi umoristici nell’opera comica di Gioacchino Rossini, per esempio. Ma per meglio individuare le caratteristiche tecniche dell’umorismo in musica, ha eseguito una parte del terzo movimento della Sonata n. 50 in do maggiore di Franz Joseph Haydn. Per il quale ha sottolineato: “Ritengo che sia uno dei massimi umoristi in musica, e per troppo tempo uno dei compositori più incompresi. La ricchezza e la varietà di effetti comici nella musica strumentale di Haydn sono uniche in tutto il Settecento”. Dicendosi gratificato di poter far scoprire alcuni dei tratti più buffi del compositore austriaco, per poter meglio apprezzare un mondo di inarrivabile vivacità e originalità.
“La musica comica può essere rovinata, e perdere completamente di significato, se la si esegue seriamente”, ha tenuto a precisare Brendel, prendendo in contropiede la platea. E per dimostrarlo ha affrontato quello che lui stesso ha definito: “Uno dei massimi capolavori di tutti tempi, in particolare se osservato dal punto di vista della satira umoristica”. Le variazioni Diabelli di Ludwig Van Beethoven. La testimonianza tangibile di quel cosiddetto sublime a rovescio. Che a tratti è affiorato anche in alcuni fraseggi delle stesse poesie di Alfred Brendel.
 
Da Platone a Kandinskij, da Schiller a Schopenhauer, con la leggerezza di un aliante, Brendel ha tracciato un percorso ideale all’insegna di un brillante detto ebraico, che recita: “l’uomo pensa, Dio ride”. Arrivando fino a Umberto Eco ed a Il nome della rosa. Dove Guglielmo di Baskerville è alle prese col tema del ruolo della comicità che, attraverso il secondo libro della Poetica di Aristotele, avrebbe potuto mettere in discussione le verità della tradizione, dogmaticamente difese dall’arcigno Jorge de Burgos.

14 ottobre 2011

'Ndenna - quarta parte

'NDENNA quarta parte
di Vincenzo Capodiferro


4. Il rito della ‘Ndenna fa parte di un contesto culturale molto più ampio, che in Lucania, forse più che altrove ha avuto modo di mantenersi, grazia al carattere ritroso di questa regione, da sempre ambita nello studio delle tradizioni antropologiche. Ricordiamo solo come questa Arcadia del sud fosse stata oggetto di molteplici studi, basti fare il nome insigne del De Martino. Onde allora non dilungarci arriviamo al dunque di questo breve articolo che vuole racchiudere le ragioni di un mito. A nostro avviso infatti esso deriva direttamente dalle usanze delle popolazioni che anticamente abitavano questa remota parte della Lucania. Il nome Lucania ha varie interpretazioni: terra dei boschi, terra dei lupi, terra della luce. In questa il Lagonegrese era abitato dai misteriosi popoli Sirini, dei quali ancor oggi si sa poco o nulla. I riferimenti geostorici sono certamente il monte Sirino, o monte di Siris, o Sin, il dio lunare, il monte Pollino, o di Apollo, il Sole ed i fiumi Agri, o l’Acheronte antico, ed il Sinni, l’antico Stige. Queste popolazioni spesso risultavano dalla fusione di immigrati con autoctoni. Tra le varie città della Siritide famose erano Pandosia ed Eraclea, per non giungere alle altre città della sì detta Magna Grecia, come la nota Metaponto. Non stiamo qui a fare un trattato dell’antica geografia, vogliamo solo mettere in evidenza il fatto che i coloni non erano solo greci, ma provenivano da varie regioni dell’oriente, in particolare i Sirini provenivano dall’Asia minore. Riportiamo la tesi che avevamo sostenuto sull’ “Eco di Basilicata”: «La questione omerica che ha animato tanti secoli di critica letteraria è ancora tutta da definire. Nessuna notizia certa si apprende dagli antichi autori sul cantore dell’Iliade e dell’Odissea. Se si esclude ogni valore storico dalle notizie biografiche delle “Vite omeriche”, non rimane che il nome del poeta e delle sue opere a far luce sulla sua oscura origine e personalità. Al nome “Omero” i Greci davano più di un significato e di etimologia allegorica: egli sarebbe stato “colui che non vede”, il cieco aedo, come cieco è l’aedo dei Feaci nell’Odissea. Sulla patria e sull’epoca, la tradizione comunque oscilla, incerta fra limiti molto ampi: “Sette città della Grecia si contesero il vanto di aver dato i natali ad Omero: “Smirne, Chio, Colofone, Itaca, Pilo, Argo ed Atene”, così cantava un anonimo in un famoso epigramma. Eppure fin dai tempi vichiani era valsa la tesi che i poemi fossero, più che attribuibili ad un unico autore, una raccolta di scritti poetici e mitici delle antichità greche. In un “Viaggio a Costantinopoli”, pubblicato a Parigi nel 1798 dal conte di Salaberry, l’autore, che evidentemente passa attraverso il Regno di Napoli e attraverso la Lucania, fa delle sconcertanti osservazioni a proposito delle Scuole Omeriche: “Si sa che Smirne, Clazomene, Colofone si sono disputati la gloria di aver visto nascere Omero. Si crede che Smirne sia la sua patria dietro le conclusioni che hanno tratto i viaggiatori, come l’inglese Hood a questo riguardo. Ma ciò che tutto il mondo non sa è che un abate ha fatto una dissertazione per provare che il nome di Omero non è altra cosa che il titolo dei libri sacri dei sacerdoti di Siris in Lucania e che la storia di Troia non è altro che un’allegoria. Le tombe di Achille, di Ettore e di Aiace, ritrovate nella Troade, sono invece trasposizioni mitiche”. Il conte non dà chiarimenti su chi fosse questo ecclesiastico, autore di quella dissertazione, ma ne dà il titolo, “L’etimologia del monte Volturno”. È veramente una tesi bella e sconcertante, che andrebbe approfondita e che farebbe luce sugli antichi popoli sirini del Lagonegrese, sui quali ci sono pochissime fonti storiche. Sappiamo che Siri ebbe un territorio ricco e fertile, la Siritide, sul quale si stanziarono proprio degli esuli troiani a partire dal XII sec. a. C., nonché coloni ionici, di Colofone, appunto. È possibile che di lì portarono il culto ed i libri sacri della dea babilonese Siri, o Sini, dea Luna. La città di Siri si trovava presso la foce del fiume Siri, l’attuale Sinni, tra Policoro e Rotondella. La Siritide fu una regione molto contesa dalle colonie vicine per la sua ricchezza, tanto che più volte fu invasa, per cui Siri decadde ed i suoi abitanti si spostarono a Pandosia, l’attuale Anglona, ove sorge un famoso santuario mariano sulle rovine di un antico tempio dedicato alla madre Sini, dopo di che rifondarono la colonia di Heraclea. Siri non è da confondere con Sinis il piegapini della mitologia greca. Il monte della dea Siri era il Sirino, o monte della Luna, che si abbraccia col monte del Sole, o di Apollo, il Pollino. Il fiume Sinni è il fiume di Sini, mentre l’Agri era l’antico Acheronte. Come riferisce il prof. Labanca nel suo “La leggenda del dio lucano”, dall’unione di Apollo con Siris, Sole e Luna, nasce un bambino di luce, Lucano, donde la Lucania». Se fosse vera questa tesi, cioè che i poemi omerici altro non fossero che i testi sacri rivelati dei sacerdoti Sirini, potremmo allora guardare con occhio diverso ai riti arborei in Lucania. Nell’altro lavoro antropologico, “Il Chicco d’oro”, riportato nel CDTO, avevamo dimostrato come le sette sorelle, ovvero i sette santuari mariani degli itinerari dei pellegrini nell’antica Lucania, altro non rappresentassero che una trasposizione della costellazione dell’Orsa in terra. In questo breve intervento invece vogliamo dimostrare che i riti arborei in Lucania seppure riportabili ad un’antica tradizione neolitica diffusa in tutto il mondo, furono quivi portati e localizzati da popolazioni esterne che si fusero con quelle aborigene.
5. In questo breve lavoro è nostro intento allora dimostrare due tesi: la prima afferma che l’antica Siritide miticamente non rappresenta altro che il mondo infernale. Ne danno testimonianza diretta gli antichi nomi della toponomastica. E dove non vi sono riferimenti documentari la toponomastica non mente mai. Essa è uno specchio fedele delle antiche tradizioni e non solo, è un grande documento storico a cielo aperto. Ed indovinate quale era l’antico nome del fiume Sinni? Lo Stige. E quello dell’Agri, l’Achero, o Acheronte, e quello del Bradano, Uradano, da “uro”, letteralmente il fiume che brucia, il Piriflegetonte. Acerenza, Acherontia, la città di Acheronte. Così tanti altri nomi di monti, di fiumi, di località strane che non stiamo qui a rammemorare per mancanza di spazio e di tempo. Probabilmente il prete che cita il Salaberry, autore dell’ “etimologia del Volturno”, aveva fatto proprio un’analisi storica sulla antica toponomastica. Chissà perché allora ci chiediamo, i templari scelsero proprio la Lucania come una delle sedi loro privilegiate, a parte la sua recondita posizione, lontana dagli sguardi indiscreti, e la sua condizione di perenne ancestralità. Ma torniamo al nostro argomento. La Lucania, infatti, non è stata sempre così, prima i fiumi erano navigabili ed il Metapontino era un’immensa palude, questo fino agli inizi del  Novecento, quando ancora qui si combatteva la malaria. Gli antichi pastori confermano che guadavano i fiumi e seguivano gli antichi tratturi per la transumanza. Queste carrarecce erano le strade dell’antichità: in particolare la Popilia e l’Erculia collegavano gli antichi centri della Lucania, ed in particolare del Lagonegrese, l’area che ci interessa, le mitiche città di Grumento, Nerulo, Semuncla, Eraclea, Planula, Pandosia, Mercuria, Atena, Apollinea, Siri, Armento e tante altre. Anticamente i confini della Lucania andavano dal Sele a Reggio Calabria. Quando i Bruzi, o Calabri, si resero indipendenti, si restrinse a sud. All’interno dell’antico territorio della Lucania, l’area sud, abitata dai popoli Sirini è una delle più misteriose. Chi erano i Sirini? Donde provenivano? Non vi sono copiose testimonianze storiche. Che tutta l’attuale area di Policoro era un’immensa palude è confermato da molteplici viaggiatori, settecenteschi e oltre, del Regno di Napoli. La foresta di Policoro era uno dei gioielli del Reame. Vi provenivano da ogni parte per visitarla per la sua spettacolarità e stranezza. Era un tipo di foresta fluviale, acquitrinosa, che sorgeva proprio dalle foci dell’Agri e del Sinni: la palude stigia e si stagliava all’interno delle fauci dell’antica terra dei boschi e dei lupi. Vi erano delle specie floro-faunistiche sconosciute, tanto è vero che molteplici scienziati si avventuravano all’interno della misteriosa selva per ricercare cose inaudite. La foresta oggi è sparita, falciata a seguito della riforma agraria negli anni ’50, la palude è stata bonificata. Il barone Berlangieri, che era l’ultimo proprietario della foresta pianse amaramente quando vide abbattere quell’immane boscaglia, ma non poté nulla fare di fronte alla massa dei braccianti che reclamavano dopo secoli di lotte e di passione la tanto agognata terra. È rimasto qualche traccia nei boschi di Rotondella, ma nulla rispetto alla mitica lama dell’antichità. Per il colono, il migrante, l’avventuriero delle remote età della storia, chissà che impressione dovette fare la foresta di Policoro: l’Inferno. Era l’Inferno! Quella mitica terra dei morti tanto decantata dagli antichi poemi e scritti babilonesi ed egizi, poi passati ai greci e trasformati ed adattati a situazioni e zone le più disparate e diverse. La Siritide venne vista come la fertile ed ubertosa terra degli inferi. Pensate ad una stupidata, come alcuni tipi di piante vengano nominate nel dialetto locale ancora “averne”, ma “averna” deriva da Averno. Ecco perché i fiumi vennero denominati lo Stige e l’Acheronte, che passavano sotto le montagne di Apollo e di Siri, il sole e la luna. Se è vera la tesi del Salaberry, i sacerdoti Sirini nei poemi omerici descrivono l’Ade, ma trasposto in località reali, che erano quelle racchiuse nel cuore intaminato ed oscuro della Lucania, ove queste misteriose popolazioni trovarono riparo e presero la lingua greca. E questi poemi erano i testi sacri, la bibbia di un popolo, con i suoi usi, le sue tradizioni, i suoi costumi, la sua storia, il suo mito che si perde nei meandri ascosi delle antichità del tempo. Ma questa tesi sarà difficilmente dimostrabile, a meno che non si venga presi per pazzi. Correremo il rischio e riterremo che questo articolo sia fantastorico.

11 ottobre 2011

Expo 2015 - Milano

A PALAZZO CUSANI  DI  MILANO,  LA  SOCIETA’ “EXPO2015 “  INCONTRA  IL CORPO CONSOLARE  E  LE 192  COMUNITA’ DI  MILANESI  INTERNAZIONALI

Il Presidente della Provincia di Milano Guido Podestà assicura che la deroga al Patto di Stabilità è stata fatta al fine di rispettare la missione in modo tale che i cittadini milanesi non abbiano ad avere un danno

 Il 6 ottobre scorso, nella stupenda sala Radetzky dell’importante e splendido Palazzo Cusani della famosa zona Brera di Milano, la Società Expo2015 ha incontrato l’intero Corpo Consolare (il più numeroso al mondo, dopo quello di New York) e tutte le Istituzioni impegnate nella realizzazione del progetto dell’“Esposizione Universale Expo2015” nel quale 192 (centonovantadue) comunità milanesi internazionali si stanno preparando per l'“International Partecipants Meeting” di Expo 2015. Il Meeting si svolgerà nei giorni 25, 26 e 27 ottobre 2011 e avrà luogo tra Milano e Cernobbio, mentre, l’incontro fissato per lunedì 24 ottobre è a Palazzo Reale di Milano nel quale verranno presentate le sfide e le tappe principali del progetto Expo2015. Per tale evento l'Amministrazione Comunale inviterà i rappresentanti di tutte le Comunità Internazionali di Milano e le loro Associazioni di Cultura, Fede, Tradizione.

Ha aperto la Conferenza il Console Generale di Spagna Emilio Fernandez-Castanò, Decano Coordinatore del Corpo Consolare di Milano Lombardia, il quale ha fatto presente che il Corpo Consolare che lui rappresenta ha una duplice funzione che lo avvicina a questo Progetto Strategico Universale. Questa duplicità li vede da una parte rappresentanti della Comunità Internazionale a Milano-Lombardia, condividendo con le autorità dell’Expo l’ambizione di fare di questo evento veramente un appuntamento del Mondo che conta, del Mondo economico e con tutte le forze che sono convocate da questo invito e, dall’altra rappresentano i loro concittadini che hanno scelto Milano-lombardia per vivere, crescere e lavorare. Il loro intento è quello di far crescere il progetto dell’Expo nel cuore dei milanesi e fare di questo evento un esempio  di creazione.
Ha poi preso la parola Giuliano Pisapia, Sindaco di Milano e Commissario Straordinario di Expo Milano2015, sostenendo che si stanno apprestando a dare il via alla fase operativa dell’Expo 2015. “E’ stato molto importante incontrare i rappresentanti del Corpo Consolare delle Rappresentanze Commerciali e delle Comunità Straniere della nostra città – afferma il Sindaco - perché grazie al clima di collaborazione tra le istituzioni e gli enti coinvolti, siamo riusciti ad instaurare e rafforzare sempre più una sensazione di positività e di fiducia tra i milanesi e in tutto il Paese e, soprattutto, anche a livello internazionale. Ciò contribuirà a fare dell’Expo un evento propositivo capace di dare delle risposte alle comunità internazionali. In questo percorso – prosegue Pisapia - il Corpo Consolare ha assunto un ruolo attivo, partecipe e da protagonista, assumendo una presenza indispensabile e di grande potenzialità, diventando una risorsa essenziale per lo sviluppo del Paese”. Inoltre, il Sindaco ha affermato che è in arrivo la deroga al Patto di stabilità in quanto il Governo ha fatto sapere che manterrà gli impegni, perciò i progetti ci sono e si porteranno avanti.
Presente alla conferenza c’era il Presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, il quale, prendendo la parola, per prima cosa ha ringraziato dell’ospitalità il Generale di Brigata Camillo de Milato, Comandante l’Esercito Militare Lombardia che, con le sue valenti capacità manageriali, ha fatto di Palazzo Cusani un luogo straordinario per importanti incontri. Poi, con soddisfazione, ha affermato che le Comunità Straniere presenti nel nostro territorio hanno avuto un ruolo fattivo fondamentale per l’Expo2015, occasione eccezionale per le decine di milioni di persone che verranno per questo evento e che avranno anche l’opportunità di conoscere e visitare oltre alla nostra bella Lombardia, anche la nostra splendida Italia.  Il Presidente della Provincia ha assicurato che la deroga al Patto di Stabilità è stata fatta al fine di rispettare la missione in modo tale che i cittadini milanesi non abbiano ad avere un danno. Per tale motivo, le Istituzioni e, tra queste il Corpo Consolare, sono state coinvolte per una perfetta sinergia tendente a dare una risposta adeguata a quella che è l’opportunità e la straordinarietà dell’evento Expo2015.
Paolo Alli, Sottosegretario alla Presidenza della Regione Lombardia, ha portato i saluti del Presidente Roberto Formigoni il quale è anche Commissario Generale Expo 2015, nonché referente e garante ultimo. Il Sottosegretario Alli ha affermato “La Regione ha sempre creduto moltissimo in questa iniziativa perciò il Presidente Formigoni sta dando il suo contributo con grande impegno nei confronti del BIE e verso i Paesi espositori, affinché l’Expo2015 possa diventare un evento nazionale capace di coinvolgere tutto il nostro Paese”.
Diana Bracco, Presidente della Società Expo2015 e Vice Presidente di Confindustria e Camera di Commercio Milano, ha sottolineato che il sistema imprenditoriale italiano crede in questo progetto speciale perciò si può contare sul contributo positivo che il sistema delle imprese italiane e della Camera di Commercio vogliono dare all’evento. “Ciò permetterà alla Società Expo2015 di contare su migliori energie organizzative, tecnologiche, produttive e finanziarie del Paese – afferma la Presidente Bracco –  e grazie all’Esposizione Universale “Exp2015” tutti i Paesi aderenti avranno una grande e irripetibile opportunità per affermarsi”.
Giuseppe Sala, Amministratore Delegato della Società Expo2015, ha sottolineato la necessità di un contributo attivo di tutti i Paesi che hanno aderito, augurandosi che altri possano seguire l’esempio.  Inoltre, l’Amministratore Delegato Sala fa sapere che si accoglieranno anche le richieste di altri Paesi che hanno nominato un Comitato delle Comunità delegato a Milano e che si accoglieranno anche le adesioni di Paesi in fase di sviluppo “Tendere un supporto importante a tali paesi – afferma Sala - da un senso importante all’Evento, perciò, mi auguro che le adesioni possano arrivare al più presto affinché si possa sistemare la location”.
Stefano Gatti, Direttore per gli Affari Internazionali della Società Expo 2015, con soddisfazione ha affermato che la Società è già operativa per la realizzazione dell’Expo2015, che hanno iniziato a lavorare con i Paesi Partecipanti, ma che è importante anche lavorare con Paesi non ufficiali. Affinché tutti possano essere informati sulle modalità di partecipazione all’Expo2015, la Società ha già duplicato e distribuito la guida che fornisce tutte le informazioni necessarie che le Ambasciate all’estero hanno già distribuito. “Il primo strumento di informazione – afferma il Direttore - sono i canali diplomatici del nostro Paese e degli Affari Esteri, perciò, è importante avere la collaborazione delle rappresentanze diplomatiche; il secondo strumento è fare un Meeting annuale con tutti i partecipanti che serva non solo ad informare, ma soprattutto a discutere le idee più innovative, ricevere i loro consigli che sono fondamentali per sviluppare i nostri concetti. Noi – prosegue Gatti - come società Expo2015 siamo pronti, tanto è vero che nei prossimi giorni firmeremo i primi contratti con i partecipanti”.
L’Assessore alla Cultura del Comune di Milano Stefano Boeri, ha sottolineato che la caratteristica di Milano è quella di essere una città a livello internazionale. “Le 191 Comunità di milanesi internazionali – sostiene Boeri - sono testimonianze per il mondo del futuro e, pertanto, i cittadini milanesi sono europei, africani, asiatici, americani. Queste Comunità, se unite in un unico grande progetto culturale ed economico, possono trasformare Milano in un’importante metropoli cosmopolita con progetti legati alle energie rinnovabili, all’agroalimentare e all’enogastronomia multiculturale con funzione trainante e, queste risorse, possono essere per tutti opportunità in termini economici. Milano – prosegue Boeri - ha delle risorse formidabili nel ruolo agroalimentare e dell’enogastronomia e il nostro ruolo nell’Expo2015 è quello di lanciare un’idea nuova che è un rapporto nuovo tra città e agricoltura”.  
Il Console Generale di Spagna Emilio Fernandez-Castanò, nel porre termine alla conferenza, ha sottolineato che tutti i Consoli coinvolti nel progetto Expo2015 si sentono formali partner della squadra. Infine, molto emozionato, nei confronti del padrone di casa Generale di Brigata Camillo de Milato, ha avuto delle belle parole di ringraziamento e gratitudine per l’ospitalità, rimarcando quanto Palazzo Cusani possa essere immagine rappresentativa di grande interesse sotto tutti i punti di vista.

                                                                                    Principia Bruna Rosco

08 ottobre 2011

'Ndenna - terza parte

'NDENNA terza parte di Vincenzo Capodiferro


3. La ieiuna atque arida traditio, come trasmissione, consegna, oltre che mera presentificazione antropologico-morfa, rappresenta invero una riproduzione drammatica rituale reale, che si ricollega inevitabilmente alla sua origine mitica. La sacralità originaria del fatto orbene, divenuta forse folklore, letteratura (si ricordi a proposito la tragedia greca), o machiavelleria paganeggiante innestata al cristianesimo va riconsiderata seriamente, e questo è il vero compito che dovrebbe assumersi qualsiasi studioso che si imbatte in questi sentieri. È vero sì che ogni edizione annuale della ‘Ndenna è diversa dalle altre, è unica ed irripetibile, ma se ci si sofferma sul come, può valere anche la tesi della suppositio, se, invece, ci si chiede il perché (quia) delle cose, allora tutto cambia. Il presente è incompiuto senza i suoi riferimenti temporali necessari: riscoprire la quidditas, la sostanza della ripetizione, che costituisce il ritus, non è senz’altro facile opzione e non esula certamente dalle difficoltà di traduzione ed interpretazione. Ogni versione è più imperfetta dell’originale e procede via via sempre più sbiaditamente anche a varie sostituzioni (ad esempio le vittime sacrificali appese all’albero con tacchetti). Il training psico-collettivo di un certo ritualismo, filtrato anche dal cristianesimo, con conseguente oblianza dell’origine, non giustifica affatto l’interpretazione che se ne può dare. È come la notazione di una sinfonia, la quale è sempre la stessa, ma diversa ne è l’esecuzione ed esemplare quanto più si avvicina al suo schema teorico. Il ritualismo della ‘Ndenna, rappresenta un rito arboreo. La magia agricola della raccolta è abbinata a quella arborea. Il culto degli alberi era presentissimo nella Lucanìa, l’antica terra dei boschi, come tuttora è presente nella sua forma cosciente, e non storica, in molte parti del mondo, come in India, ove tale venerazione è legata alla Dea Terra. Ma il nesso con l’albero si riscontra inevitabilmente in tutte le forme religiose, iconiche ed aniconiche: a Creta era legato al culto della Pòtnia. «Tutta le terra è soggetta alla Grande Madre, Signora della Montagna e Signora dei Serpenti, presiede alle cime, alle caverne e al mondo sotterraneo, è madre e nutrice degli uomini e degli animali: il suo regno si estende dal cielo alla terra, dovunque c’è vita»1; in Cina e nei paesi semitici, come l’Arabia, si appendevano vestiti ed ornamenti (a mo’ di frutti) agli alberi sacri, un po’ come si faceva quando si appendevano i doni e gli animali ancora vivi alla ‘Ndenna; ma si pensi ai cedri del Libano, sacri a Jahveh, come pure alla configurazione dell’albero della Croce; alberi e boschi sacri sono attestati presso tutti i popoli dell’Europa antica, latini compresi. «Il santuario celtico per eccellenza sembra essere stato il nemeton che designa la radura sacra, celeste, al centro della foresta. È là…che vengono praticati degli orribili sacrifici, e che si trovano delle statue grossolane che rappresentano gli dèi (simulacra maesta deorum). Un sacerdote officia in questo santuario appartato e segreto[…] E poi, soprattutto, il popolo non giungeva mai in prossimità del luogo di culto e lo abbandonava agli dei…I Druidi abitano nei boschi profondi…Adorano gli dei nei boschi senza fare uso di templi.»2; Attis è collegato al pino nel mito, nel rituale e nei monumenti; Osiride, ad esempio è legato al Djed, l’Albero Sacro, associato ai riti giubilari egizi e collegato alla resurrectio del Dio, al pilastro sacro (culto caro anche ai Cretesi) osiriaco che sintetizza gli aspetti dell’albero sfrondato e scorticato, della colonna vertebrale e della «stabilità». Nell’Antico Egitto veniva celebrato di notte un interessantissimo rito, quello appunto della “erezione del Djed”, come è testimoniato tra l’altro dal Libro dei morti: «O Thot, che rendi giustificato Osiride contro i suoi avversari, rendi giustificato l’Osiride N. contro i suoi avversari, così come hai reso giustificato Osiride contro i suoi avversari, alla presenza dei Divini Grandi Giudici che sono in Djedu in quella notte della erezione del Djed in Djedu. Riguardo ai divini grandi giudici che sono in Djedu, essi sono Osiride, Neftis e Horo, vendicatore di suo padre Osiride. L’erezione del Djed in Djedu è il piegarsi del braccio di Horo di Khem…»[1]. Nella tomba di Kheriuef a Tebe, il sovrano appare nell’atto di rizzare un grande simulacro di Djed, mediante corde, proprio come fanno gli innalzatori della ‘Ndenna. In molte vignette del Libro dei Morti all’apice dell’albero ci sta il sole splendente. L’erezione del Djed, poi sostituito con l’obelisco che si innalzava nelle piazze, è attestata già nel periodo protostorico nei ritrovamenti di Zaki Saad a Heluan. Il rito della ‘Ndenna è stato associato con l’albero della cuccagna, molto diffuso nel Regno di Napoli fino al ‘700, ma la sua origine è molto più antica e va ricollegata al conflitto neolitico tra religione astrale e religione terrestre. Come ha sottolineato il Prof. Antonio Capizzi, mio insigne professore all’Università, il nesso con l’albero era legato principalmente alle divinità maschili morenti e risorgenti, rivelatesi come la divinizzazione del re grano neolitico. Questa correlazione è stata già messa in evidenza nell’altro lavoro sulla magia del grano, Il chicco d’oro, riportato nel sito del Centro di Documentazione della Tradizione Orale. Attis, ad esempio, è collegato al pino; Osiride è raffigurato appeso ad un albero, o come una mummia coperta di rami; Dioniso è detto arboreo, le sue immagini sono pali con maschera, mantello e con rami frondosi per braccia. La coppia del Calendimaggio in Lucania è raffigurata da due alberi che vengono sposati. L’albero maschio, che rappresenta il dio che muore e risorge, di solito viene da un luogo lontano dal paese, a ricordo dello straniero eletto re e sposato alla regina onde evitare di sacrificare uno del villaggio. L’albero femmina ricorda la dea terra vergine e madre, che veniva inseminata per il raccolto. La forma rituale della ‘Ndenna rispetta pienamente questa simbologia. Era abitudine appendere ai rami come personificazione dei frutti dei pupazzi «impiccati». Ad esempio ad Efeso, Artemide, adorata in un albero sacro, veniva impiccata. Il corrispondente germanico era Odino «signore delle forche» e scopritore delle Rune. Nella strofa 138 dell’Edda, si legge «Io so che per nove notti rimasi appeso all’albero del vento, sacrificato ad Odino, cioè io stesso a me stesso». Adamo di Brera attesta che ancora nel Medioevo nel bosco sacro di Uppsala si sacrificavano uomini ed animali impiccandoli ad alberi sacri[2]. Non è il caso di dilungarsi sull’alberologia antica, per questo si rimanda magari a qualche altro studio.


1 C. Milani, I palazzi di Creta, pp. 14-16.
2 J. Markale, Il Druidismo. Religione e divinità dei Celti, Roma 1991, pp. 148-149.
[1] Il Libro dei morti degli antichi Egizi, formula XVIII, Roma 2001, p. 47.
[2] A. Capizzi, L’uomo a due anime, Scandicci 1988, pp. 56 e sgg..

05 ottobre 2011

Libri: intervista a Paola Chiesa su "L'Italia chiamò"


TRA BREVE LEGGEREMO IL LIBRO “L’Italia CHIAMò” CHE LA   SCRITTRICE PAOLA CHIESA HA SCRITTO SU LUCA BARISONZI
 
Per Luca la missione non è terminata in Afghanistan ma continua qui, in Italia, facendo interminabili fisioterapie
Da alcuni anni la scrittrice pavese Paola Chiesa, docente e studiosa di storia locale, ha accesso al Comando Militare Esercito Lombardia e agli Archivi del Centro Documentale di Milano, pertanto, ha al suo attivo una serie di pubblicazioni sulla memorialistica dei soldati lombardi e della Croce Rossa.  Infatti, fra le sue ultime pubblicazioni edite dalla casa editrice Mursia si annoverano “Carissima Famiglia…” La Croce Rossa e le lettere dei prigionieri di guerra milanesi e DIO E PATRIA. In quest’ultimo ha profuso tutta la sua passione; è un favoloso volume denso di emozioni che parla della storia di centodieci Sacerdoti lombardi con le stellette, le loro biografie e raccolte di lettere inviate dal fronte o dalla prigionia. Cappellani che non furono soltanto religiosi e militari ma uomini capaci di donare ai soldati l’affetto e il sostegno necessari per affrontare i tanti momenti di difficoltà e sconforto; cappellani che hanno condiviso il momento storico con uomini che avevano bisogno di Dio. Questo libro, pertanto, è stato giusto averlo presentato nell’importante Palazzo Cusani Sede del Comando Militare Esercito Lombardia.
La giovane e brava scrittrice Paola Chiesa, ora ha terminato un’altra particolare opera letteraria che tratta del giovanissimo Alpino Luca Barisonzi gravemente ferito in Afghanistan, tuttora ricoverato presso l’Ospedale Niguarda di Milano all’Unità Spinale.
Incuriosita, mi sono recata presso il Centro Documentale di Milano dove sapevo di trovare Paola Chiesa. Lì ho conosciuto il Colonnello Sergio Felice Lepore, Comandante del Centro Documentale Esercito Italiano di Milano, che mi ha gentilmente accolta e dato disposizioni di accompagnarmi dalla scrittrice.
L’ho trovata in un infinito archivio sito nei meandri dei sotterranei della Caserma. Era tutta intenta nelle sue ricerche con l’entusiasmo che solo poche persone trovano nel lavoro che svolgono. Era orgogliosa di avere quel privilegio e, con gli occhi scintillanti, affascinata dal Mondo Militare, mi ha fatto visitare una parte dell’archivio.
Paola Chiesa, dunque, è una giovane scrittrice entusiasta della vita e del lavoro che svolge, nel quale lei mette tutta la sua passione. Dopo i convenevoli, ho proceduto ad intervistarla.
Di cosa parla questo libro dal titolo “L’Italia chiamò” che ha appena terminato?  E’ il risultato dei racconti del Caporal Maggiore pavese Luca Barisonzi che ho avuto il privilegio di conoscere grazie al Generale di Brigata Camillo de Milato, Comandante l’Esercito Militare Lombardia. Il volume riporta l’esperienza di un ragazzo che ha deciso di servire la Patria indossando la divisa. È partito per la sua prima missione con lo scopo di restituire la libertà al popolo afgano. Di questo, ne sarà sempre orgoglioso”.
Luca Le ha confidato cosa spinge un ragazzo a lasciare la famiglia per partecipare a una missione? “Sì. Luca ha sempre sognato di aiutare gli altri. Di mettere la sua vita al servizio di chi era meno fortunato. Nasce così, giorno dopo giorno, il desiderio, la voglia di arruolarsi volontario nell’Esercito Italiano. Partecipare alla missione era per lui un sogno. I suoi genitori erano preoccupati e un po’ spaventati per questa decisione, ma non l’hanno mai ostacolato. Mai. Sapevano che in questo modo Luca poteva aiutare chi realmente aveva bisogno. Sapevano che, partendo, avrebbe realizzato il suo sogno.
I proventi di questo libro a chi andranno? “Interamente a Luca. Ho deciso di devolvere a Luca tutti i proventi delle vendite compresi i diritti d’autore. Per questo, non figuro come autrice ma come curatrice del volume”.
Quindi, alle varie presentazioni del libro, avrà il compito di portare al pubblico tutte le sue emozioni? “E’ un compito che mi commuove”.
Nel libro ci sono episodi che ha nascosto a tutti, compreso alla madre e alla fidanzata? “E’ naturale confidarsi con “un’amica” anziché con i propri familiari – risponde dolcemente Paola – con me Luca ha esternato tutte le sue emozioni e sensazioni. Luca era alla base di Bala Murghab. Essendo una base avanzata, aveva a disposizione delle postazioni per la connessione internet. Grazie ad internet poteva comunicare di frequente con la famiglia. Cercava di rassicurare i suoi genitori dicendo che tutto andava bene anche quando la realtà era ben diversa. Non poteva raccontare tutto. Avevano dei regolamenti ben precisi da rispettare. Soprattutto al telefono era rischioso parlare. Ai suoi genitori ha sempre detto la verità sulle sue condizioni fisiche, di salute. Dire “Mamma, va tutto bene” significava che non aveva niente di rotto. Ha sempre cercato di trasmettere a tutti la sua felicità. Felicità per una vita che aveva scelto lui. Sentiva i suoi genitori e la sua fidanzata ogni due, tre o cinque giorni. Non, quindi, a scadenze fisse. E tutto questo per non preoccuparli in caso di mancata chiamata. Non ha mai raccontato “in diretta” le operazioni notturne, la tempesta di sabbia o le missioni umanitarie. Ha preferito farlo una volta rientrato in Italia ma ci sono cose che la mamma di Luca scoprirà solo quando uscirà il libro”.
Lei come ha reagito davanti al dramma di Luca e ai suoi drammatici racconti? “Le prime volte trattenevo l’emozione. Non so perché. A Luca volevo trasmettere forza. Non tristezza. Con il passare dei giorni mi sono lasciata andare. Più di una volta Luca mi ha vista piangere. Di fronte al suo dramma mi sentivo impotente ma, con il tempo, ho imparato a stargli accanto. Devo innanzitutto ringraziarlo perché mi ha fatto capire che la vita vale la pena viverla in qualunque modo. Devo anche ringraziarlo per avermi fatto entrare in punta di piedi nella sua vita”.
Fra voi si è instaurata una bella amicizia? “Sì. La definirei soprattutto complicità. Quando entravo nella sua stanza, spesso mandava via tutti per parlare solo con me. Quando iniziava a raccontare, non avrei mai voluto fermarlo. Gli brillavano gli occhi”.
Penso che anche Lei abbia svolto una missione, vero? “Penso che sia stata una missione istruttiva che mi ha fortificata”.
Può raccontare qualche piccolo episodio narrato nel libro? “Mi ha molto colpito come ha trascorso il Natale. Il primo Natale lontano da casa. L’albero era addobbato con tappi di bottiglie e altro materiale di recupero come fili elettrici o sacchetti di sabbia. In questo modo Luca e i suoi compagni hanno creato quell’atmosfera natalizia che, in Afghanistan, tanto mancava. Un altro episodio è quello legato alla tempesta di sabbia. Luca non sapeva cosa fosse. All’improvviso si è trovato immerso in un vortice ed ha vagato per qualche istante al buio senza punti di riferimento. Solo in quel momento ha compreso il significato di tempesta di sabbia!”.
Della popolazione afgana cosa ha raccontato? “E’ entusiasta di quella popolazione e quando racconta di loro il suo viso si illumina. Era molto contento quando vedeva i bambini sorridere. Quei bambini in principio si avvicinavano agli italiani per avere dei biscotti poi, una volta conquistata la fiducia, tornavano semplicemente per un po’ di compagnia. Per stare con loro. In quei momenti Luca ha capito l’importanza della sua missione”.
Qual è stato il capitolo più commovente? “Senz’altro quello legato al giorno dell’incidente. Il 18 gennaio 2011”.
Ce lo può brevemente raccontare? “Come abitualmente avveniva, i soldati afgani chiedevano ai nostri soldati la cortesia di farsi pulire l’arma.  Pensando che quel soldato afgano si fosse avvicinato per quel motivo, Luca si sentiva tranquillo, invece, lo stesso, improvvisamente, ha aperto il fuoco, sparando a lui e a Luca Sanna”.
E poi? “Quando Luca è caduto a terra è rimasto immobile, sentiva solo delle voci che lo chiamavano, che gli dicevano di stare tranquillo. In un primo momento ha sentito fastidio dietro la testa. Come se fosse caduto su un sasso. Sentiva i compagni che lo rassicuravano. Uno di questi sosteneva che forse era stato solo ferito alla spalla e che dietro alla testa gli era stato messo un sacchetto di sabbia. Allora Luca chiese al compagno di togliere quel sacchetto. Quando è stato appena sfiorato, ha sentito un dolore lancinante. Nonostante il dolore, continuava a sentire le voci dei compagni che gli dicevano di resistere, di non mollare. Quando l’hanno caricato sulla barella per trasportarlo in elicottero, con la coda dell’occhio ha notato che a terra c’era un altro compagno. Ha intuito che potesse essere Sanna. L’ultimo ricordo dell’Afghanistan che Luca ha è alla base mentre i medici erano intenti a tagliare la mimetica. Dopodiché si ricorda di aver aperto gli occhi a Milano, all’Ospedale Niguarda”.
Dopo questo dramma che lo ha investito, Luca è ancora favorevole alle Missioni di Pace? “Sì e lo rifarebbe. A mio avviso, però, non è corretto chiamarle missioni di pace. Sono missioni internazionali che cercano di riportare la pace là dove regna ancora incontrastata la guerra. Non si può parlare di pace se qualcuno ci spara addosso! Quando parti per una missione così impegnativa, sai che qualcosa può andare non secondo i piani. Non come avevi previsto. Lo sai. E Luca lo sapeva. È stato addestrato per essere pronto a tutto. È vero. Ma alla morte di un compagno proprio no. Il volume, lo ha dedicato proprio a Luca Sanna”.
Luca ha ancora Fede? “Sì. A mio avviso ha una fede enorme. Quando prestava servizio alla Caserma Santa Barbara di Milano, un compagno gli ha regalato un rosario. Quando è partito per l’Afghanistan, Luca aveva deciso di mettere in valigia proprio quel rosario. L’ha sempre tenuto con sé. Sempre. Tranne il 18 gennaio 2011”.
Qualche volta è giù di morale? “Assolutamente no. Ha la volontà di andare avanti. Per Luca la missione non è terminata in Afghanistan ma continua qui, in Italia, facendo interminabili fisioterapie".
Ci può parlare della fidanzata di Luca? “Sarah è una ragazza eccezionale, come lui. Ha trascorso l’estate al Niguarda al suo fianco. Non l’ha mai lasciato solo. Mai. È stata sempre con lui”.
Per il futuro, che idea si è fatta la ragazza di Luca? “Sarah è americana. Dopo il college che sta frequentando, si trasferirà in Italia. Vuole vivere con lui nella casa che gli alpini stanno costruendo a Gravellona Lomellina in provincia di Pavia”.
La mamma di Luca cosa ne pensa di chi ha procurato tanto dolore al figlio e a tutta la famiglia? “La signora Clelia è una donna speciale con una forza d’animo incredibile. Non vuole sapere nulla di colui che ha causato il ferimento del figlio anzi, se dovesse essere morto, come mamma pensa al dolore dell’altra mamma e se ne dispiace”.
Chiunque abbia seguito gli avvenimenti di Luca Barisonzi ferito in un’Azione di Pace in Afghanistan, può rendersi perfettamente conto della verità di quanto leggeremo nel libro “L’Italia chiamò” edito prossimamente dalla casa editrice Mursia ed elaborato dalla bravissima scrittrice Paola Chiesa. Il volume riporterà le Presentazioni a cura del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, del Comandante delle Truppe Alpine Generale di Corpo D’Armata Alberto Primicerj e del Presidente dell’Associazione Nazionale Alpini Corrado Perona.
Dopo averla ringraziata, le ho chiesto di invitarmi alla presentazione del libro.
 
Principia Bruna Rosco

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