13 giugno 2008

Libri - la recensione di Bruna Alasia

“GLI OTTO VENTI”
di Silvia Rosselli
Sellerio editore, pag. 281, 2008, euro 16.00

Biografia storica: il dramma di essere avanguardie

Il poetico titolo, “Gli otto venti”, sintetizza il turbine dell’esistenza: nel buddismo essi sono le circostanze contrapposte di prosperità e declino, onore e disonore, lode e biasimo, sofferenza e piacere. Non lasciarsi travolgere da questi venti, siano essi positivi o negativi, é il traguardo difficilissimo della serenità: ogni vita che vi tende diventa esempio. In tale luce, il corale drammatico dei Rosselli e dei loro cari, emerge con la prepotenza e il fascino della testimonianza, seducente come un romanzo epico, gruppo in cui identifichiamo i valori più alti di un secolo e il seme del futuro germogliare.
L’autrice - figlia di Nello Rosselli, storico e antifascista, fratello di Carlo, fondatore del movimento politico “Giustizia e libertà”, assassinati dal regime nel 1937 - dopo la morte del padre e sino al 1946 è vissuta in esilio tra Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Al ritorno in Italia, sposatasi giovanissima, ha avuto tre figli. Affidatasi alla psicoanalisi ai tempi in cui era disciplina “sospetta” - antecedenti al famoso “Le parole per dirlo” di Marie Cardinal - é stata allieva di Ernst Bernhard e tra i fondatori dell’AIPA. Con il metodo junghiano ha esercitato per venticinque anni con fede da pioniere.
Protagonisti de “Gli otto venti” non sono solo le figure eroiche dei padri Rosselli, ma nel destino da loro tracciato, risplende l’intimità familiare: domina la scena del quotidiano la dignità del vivere di esseri sostenuti dall’amore e dai loro valori. Ci affezioniamo alla nonna Amelia, scrittrice e drammaturga di livello europeo, alla madre fragile e tenace, alla sorella, ai due fratelli più piccoli, alle zie, ai cugini, al marito, ai figli, agli uomini della sua vita, all’esperienza della psicoanalisi, che non la salva da una depressione severa imposta dalle ferite del destino. Di grande suggestione i luoghi, gli ambienti e persino le case: a Firenze, in via Giusti, o l’Apparita, il cui giardino in copertina è dipinto dal padre; in Maremma costruita creativamente senza l’aiuto di architetti.
La figlia di Nello ha come lui un temperamento indomito: anticonformista e femminista antelitteram, ricca di una spiritualità che ha trovato delta sfociando nel buddismo. “Gli otto venti” è il lascito morale di una famiglia illuminata, attraverso la generazione dei padri, dei figli e dei nipoti, legati da un costante coraggio: a Giovanni Forti, figlio di Silvia - morto per l’infezione del secolo, di cui ha dissepolto il tabù - è dedicato un libro di successo “L’intruso”, dal quale è tratto un dramma teatrale .
“Dopo la morte di mia madre – scrive Silvia Rosselli - mi sono accorta che non c’era più nessuno a cui fare domande sul passato. Ero rimasta l’ultima. Il flusso della memoria è come quello della vita. Finisce quando finiamo noi. Allora ho pensato di scrivere”. L’autrice ci regala così, con umiltà, lo scandaglio psicologico di quel coraggio che non ha reso classe dirigente i suoi protagonisti, non conformi al potere, bensì avanguardie di un’epoca con la grandezza e l’intrinseco scotto. Ciò nonostante il libro è lieve, si legge in un soffio, pervaso com’è di una accettazione della vita che commuove e stupisce.

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