17 maggio 2008

A proposito della bella principessa

di A. di Biase

Nell’ottimo opuscolo che l’anno passato il quotidiano l’Unità ha voluto dedicare alla figura di Gaetano Salvemini, si illustrava il pensiero molto nitido del grande pugliese in tema di religione. Salvemini non era religioso: non solo ci teneva a dirlo ma rimarcò sempre – nel corso della sua lunga esistenza - il timore di ritrovarsi in una qualche maniera ‘convertito’ in punto di morte, sulla spinta di debolezze vere, presunte o manipolate.
Eppure Salvemini non fu ateo. Molto opportuna testimonianza a questo proposito è la lettera scritta all’amico Giovanni Modugno nel 1946, dove si legge: «Quel che m'interessa è la pratica morale, e non la fede dogmatica di ciascuno. Beninteso che se un uomo onesto ritiene di dover appoggiare la sua pratica morale su una fede religiosa, io non lo crederò per questo meno intelligente di me. Ognuno nel proprio spirito e a modo proprio giustifica le proprie azioni. La vecchierella, che pregando innanzi all’immagine della Madonna trova conforto al suo dolore e un raggio di speranza, è altrettanto rispettabile quanto il filosofo che pesta l'acqua nel mortaio delle sue astrazioni».
Si tratta di un passaggio molto, molto interessante il quale introduce – alla maniera di un grande quale è stato il fondatore della Mazzini Society - l’importante e controversa questione della ‘puerilità’ del pensiero religioso.

La prima risposta alle domande che sgorgano immediate è dunque sì, le religioni confessionali sono puerili: svalutano infatti il pensiero antico sull’argomento, relegando ad esso la stupida idolatria, ma portano poi la gente in appositi luoghi di culto e la istruiscono ad adorare le statue. Puerile, a voler pensar bene, altrimenti molto peggio.
Il fatto è però che bisogna chiedersi se il semplice modello religioso che viene proposto ai bambini, e che rimane intatto negli adulti privi di una capacità critica autonoma, è intimamente lacunoso, o se invece la sua completa comprensione – beati coloro i quali davvero vi riescono appieno – non presupponga lo sviluppo di una sensibilità ad un linguaggio diverso, che non è il linguaggio della parola, bensì – proponiamo - quello del silenzio.
Sono davvero tutte frottole le storielle bibliche, i miti, le favole tanto care ai bimbi? oppure tutte queste storielle sono solo quello che si riesce a dire ed a scrivere su certi argomenti? C’è qualche segreto allora, qualche arcano? Intendeva questo l’allievo migliore di Bertrand Russell quando disse che «…di quel che non si può dire si deve tacere»?
Io propongo di no, non ci sono segreti, ma c’è il limite dell’esperienza che proviene dal contatto con idee che non hanno una corrispondenza diretta con la lingua scritta o parlata. Non vi sarebbe nessun segreto, nessun arcano rivelato nel parlarne o nello scriverne, ma nessuno vi è mai riuscito perché dell’esperienza non si riesce a dire.
Non sbagliano allora – propongo – quelli che si affidano ad una recita puerile, non per dire la verità, bensì per cercarne l’esperienza; una recita che potrà essere spesso derisa dall’intelletto, ma mai pienamente compresa, sebbene certo l’intelligenza sia utile ad unire i punti incerti di un disegno intravisto.
E che storia è mai questa, mi chiedo ogni tanto? Che storia è la vicenda umana? Ha una sua geometria? Propongo di sì. E’ un percorso chiuso? Sembrerebbe.
Io l’unica cosa che mi sento di dare per certo è l’inizio, magari non in tutti i dettagli, ma insomma almeno i personaggi.
Propongo dunque l’inizio comune di una di quelle molte storie che si raccontano ai bimbi dei quattro angoli del mondo:« C’era una volta una bella principessa…».
Il resto ognuno lo trovi da sé.
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