15 marzo 2008

L'anima di cristallo di Alberto Burri


di Augusto da San Buono
Con Paola Mondini, che mi fa da guida, m’aggiro nel complesso monumentale di Villa Carpegna, dimora secentesca non molto lontana da San Pietro, attuale sede della Quadriennale di Roma, per la presentazione del libro di Piero Palumbo“Burri.Una vita”, edizioni Electa, 2008, uno dei preziosi “quaderni” della Quadriennale, istituzione di cui fa parte la mia deliziosa accompagnatrice, e che più di cinquant’anni fa (maggio del 1956) presentò i primi “sacchi” di Alberto Burri, che fecero scandalo nel tempio dell’arte, a tal segno da chiedere l’intervento dell’Ufficio di Igiene affinché “fossero rimosse quelle schifezze spacciate per opere d’arte “. Ci fu anche una denuncia nei confronti dell’Ente stesso, reo di “sperperare il denaro del contribuente in maniera così indecente”, e cioè “acquistando degli stracci maleodoranti”. Ma, come ben sappiamo, quegli “stracci” fecero carriera fino al punto da far considerare oggi l’autore tra i maggiori artisti in assoluto nel panorama dell’arte di questi ultimi sessant’anni. Oggi chi possiede uno di quegli “immondi stracci”, possiede una fortuna incalcolabile. Ed è giusto che sia così, dice Lorenza Trucchi, perché queste opere che sembrano al limite del disfacimento, dell’insulto, dell’irrisione, per un misterioso miracolo di forma e di stile, si riscattano e quasi si sublimano in una bellezza altra. Burri va capito così, di getto, e la sua materia, tremenda e splendida, ricca e poverissima, alchimia di colla, biacca, vernici e mistero, deve essere sentita quasi fisicamente, specialmente quando ci giunge come una novità del tutto imprevista.

Per parlare del libro, sono stati invitati , oltre alla suddetta Trucchi, altri critici dell’arte di livello internazionale quali Bruno Corà e Cornelia Lauf, Giovanni Carandente, Gino Agnese, e – dulcis in fundo - un grande artista contemporaneo come Jannis Kounellis, pittore e scultore italo-greco, uno dei massimo esponenti dell’arte povera, che è stato in qualche modo “allievo” di Burri, anche se “l’etrusco” di Città di Castello non si riconosceva in quei panni, né si sentiva a sua volta allievo di nessuno. Introduce il Presidente della Quadriennale, Gino Agnese, che rende testimonianza all’artista (unitamente a Trucchi e Carandente) in una sorta d’appendice al libro di Palumbo, libro che ha il raro pregio di riportare in vita Burri com’era, umbro fin nelle midolla, chiuso, ruvido e concreto, ma anche vagabondo e sognatore; studioso serio e rigoroso, lavoratore instancabile, ma anche giocoso e buontempone, in specie con gli amici dell’infanzia. C’era in lui tutta la luce magica e quieta dell’Umbria, il grigio perla dei marmi, il grigio tortora o piombo della nebbia che sfuma i campanili, le strade, gli specchi d’acqua, e l’azzurro delle colline del Pinturicchio, del Beato Angelico, del Signorelli, di Raffaello, oltre alla profusione di verde che circonda tutta la regione, il verde argentato degli ulivi, il verde profondo dei lecci, il verde opaco dei cipressi, e il chiarore dell’erba, che da sempre lo vinse, lo affascinò, lo stregò.

Burri era uno spirito libero, con una musica silenziosa dentro e una violenza creativa fatta di ombre del reale e di astratte tensioni, con l’ansia della ricerca e il desiderio di dominare l’inerte materia, quella più infima, degradata spregiata, plasmarla come docile creta e farla diventare cosa viva, vitale, ricca di energia, di fascino o repulsione, poetica, metafora e simbolo della rivalsa dei diseredati, degli sconfitti, degli ultimi, una sorta di catarsi. In effetti, come rileva Lorenza Trucchi, l’arte di Burri, - e parliamo dei sacchi, dei catrami, delle muffe, dei legni, dei ferri, delle combustioni, dei “cretti” e dei “cellotex”, - è qualcosa “di inquieto e inquietante, fuori da ogni classificazione. Le suture, le abrasioni, gli inserti di colore, per lo più rosso e nero, i suoi amari segni, le sue cicatrici, le sue ustioni, le sue fistole e le sue stigmate perpetue, fanno pensare ad un’operazione chirurgica, riportano Burri alla sua prima attività, al dottor Burri che gioca la sua partita tra la vita e la morte, ovvero tra le materia e la forma. Vince la forma, vince la bellezza, una nuova bellezza che si manifesta per opposizione dopo il primo attimo di sconcerto”.

Ma c’è chi non ha mai superato quel primo attimo, come l’illustre senatore comunista Umberto Terracini che fece una interrogazione parlamentare chiedendo la testa della Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che aveva osato esporre al pubblico “l’indegna sozzura raccattata dalla gerla di uno spazzaturaio”. Erano i sacchi di Burri, quelli che Brandi, dopo un periodo di grossa perplessità, definirà “ sacchi gloriosi ”. I sacchi erano i suoi capolavori – dice Toti Scialoja-; invece di dipingere incollava i pezzi di sacco grezzo a cui aggiungeva colore creando una specie di piaghe sanguinolente, c’era un pathos enorme, sembrava il colore di Velazquez… Io lo ammiravo molto, ma lui a quel tempo era spregiato, e molti critici che andavano per la maggiore dicevano che la sua arte era una solenne porcheria. Ma Burri non se la prendeva più di tanto, sapeva che alla fine avrebbe vinto lui. E poi era un uomo semplice, un umbro schivo, riservato, appartato, ma anche capace di divertirsi, di ridere, di far baldoria con gli amici. Burri aveva ironia da vendere: “Parlatemi di tutto, preferibilmente di calcio, caccia, e donne, ma per carità non parlatemi d’arte e di politica. E neppure di religione”.

In realtà Burri era uno di quegli atei che inseguono perennemente il paradiso. La ricerca della perfezione del cromatismo e dell’armonia geometrica, la grazia, la purezza, il gesto definitivo, erano il suo paradiso. E lo trovava, lo realizzava in quell’attimo prodigioso della creazione che ferma il tempo. La sua arte si fonda sulla velocità, dinamicità di spostamento, sulla trasformazione della liturgia drammatica, il fuoco, la fiamma, le combustioni, gli strappi, le ferite, le lacerazioni, e sull’arcana forza della luce, sull’innocenza del suo mormorio sognante, sulle vibrazioni sonore della materia, sulla perfezione delle figure geometriche, nel segreto del cielo, nel battito d’ali di una farfalla imprigionata in un sacco o in una plastica. Burri annulla le cose per innalzarle a essenze assolute, a inni di estasi e solitudine, a spazi interiori, a esistenza spirituale, grazie ad un procedimento misterioso e inconscio che si basa sul gesto e l’energia, che rifulge e si cela, un procedimento che si sottrae a qualsiasi regola o ordinamento; anche se la tradizione conta, eccome, dice Kounellis, è un discorso di unità, è avere l’idea di un popolo e l’idea di una dialettica, è ritrovare il passato che è proiezione del futuro, un punto dialettico tra noi e la verità.

Palumbo, con questo libro, ci ha restituito “l’anima di cristallo” di Burri , nella sua pienezza umana e artististica, con testimonianze preziose di Giovanni Carandente (bellissimo il suo cortometraggio in cui si vede il maestro mentre realizza le proprie opere), Lorenza Trucchi e Gino Agnese, il padrone di casa… Aneddoti, aspetti di varia umanità ed un corredo di oltre cento foto, lo fanno rivivere così com’era, sbalzandolo a tutto tondo in una giostra di sogni e d’attese, piena di incroci paralleli, d’incontri e scontri, nei vari momenti e aspetti che hanno caratterizzato la sua vita abbastanza lunga (80 anni, nonostante un grave enfisema polmonare che lo aveva limitato, costringendolo a vivere, nei mesi freddi, a Los Angeles o sulla Costa Azzurra, vicino Nizza, dov’è morto nel 1995) e intensa. Ed ecco, in rapida successione, conosciamo il Burri avventuroso, ammalato di mal d’Africa, un po’ come il “nostro” Florio Santini. E poi il Burri laureato (era medico, ma esercitò la professione solo per pochi anni) che non fece mai sfoggio dei suoi titoli accademici, anzi li volle dimenticare e ripartire da zero; il buon soldato, ma anche il P.O.W. (Prisoner of War) irriducibile e orgoglioso del Texas che ebbe il coraggio di dire cento volte no agli americani che gli chiedevano di collaborare, patendo per questo la fame più nera (fu costretto a mangiare perfino un serpente). Ma quello di dire no ai potenti, - ed è una capacità che hanno solo i grandi uomini, - era una sua caratteristica peculiare. Infatti molti anni dopo dirà no perfino a sua maestà l’avvocato Gianni Agnelli, che era sceso dall’elicottero, a Città di Castello, per comprare un suo “sacco”, uno di quegli stessi vieti sacchi di tela che erano stati schifati un po’ da tutti e che paradossalmente fecero carriera proprio in America, il paese che aveva in qualche modo posto fine alla carriera del tenente medico Burri, sottraendogli la borsa dei ferri e impedendogli di esercitare la professione nel campo di concentramento texano. E fu così, un po’ per celia e un po’ per non morire di noia che Burri, al pari di altri ufficiali prigionieri, si mise a dipingere, a trent’anni suonati, e decise, d’amblè, che non avrebbe più fatto il medico (si rifiutò di dare pareri e consigli anche ai colleghi malati del campo di prigionia). Decise che avrebbe fatto il pittore, una scelta che sgomentò tutti, amici e parenti, a cominciare dalla madre, la gentile e colta maestra elementare Carolina Torreggiani. Ma non ci fu verso di farlo “rinsavire”. Rientrato dalla prigionia, se se andò a Roma, dapprima ospite di un cugino violinista e poi ramingo nelle stanzette subaffitto o nei garage della Capitale, dove faceva vita da bohemien, perennemente senza una lira in tasca e con la pancia vuota.

E poi troviamo Burri il cacciatore, il tiratore infallibile (vinse diversi premi nel tiro al piattello), l’indomabile, l’indocile, l’uomo forte e determinato, ma anche l’uomo “dall’anima di cristallo”, con una sensibilità durissima e fragilissima, “che poteva anche rompersi, ma prodigiosamente si sarebbe poi ricomposta, tornando intatta” come dice Gino Agnese. Il Burri che sposa Minsa Craig, una danzatrice americana esile, vaga, inidonea alla manualità, che viveva di musica e di poesia; sposa questa singolare mediocre artista senza una vera passione, un’attrazione, un vero interesse, una donna diversissima da lui,
in tutto, e tuttavia rimarranno insieme per quarant’anni.

Ormai famoso, ma non ricco (non vendeva volentieri le sue opere, alla fine i “Burri” migliori fanno parte della fondazione Albizzi di Città di Castello, e ciascuno può andarle a vedere), insignito dei premi nazionali e internazionali più prestigiosi, a chi gli chiedeva di spiegare la sua arte, diceva sempre che le parole per lui non significavano niente, ciò che voleva dire lo esprimeva con la pittura, “ una libertà raggiunta, costantemente consolidata, difesa con prudenza, così da trarne forza per dipingere di più”. Dipingere per lui era essere, era forza, era raccoglimento, era silenzio e dramma. Si riconosceva in una frase di Dyson Freeman: “La sapienza è il controllo magistrale dell’imprevisto”.
Che dire ancora di questo straordinario artista, che è il più riconosciuto a livello internazionale negli ultimi sessant’anni?, che dire ancora del bel libro di Palumbo, giornalista specializzato in profili biografici, temi culturali e critica di costume, oltrechè autore teatrale e radiotelevisivo? Burri è l’altra faccia della medaglia dell’Italia dei personaggi di Alberto Sordi : non è opportunista, ha il coraggio delle proprie opinioni, rifugge ogni mondanità, è leale , è parco di parole, fa vita appartata, è un compagno silenzioso; sessanta anni di storia di un italiano “controtendenza”, con riferimenti di cronaca, aneddoti, curiosità, percorsi lineari o labirintici, silenzi, ma anche franche risate, o ironiche come piacevano all’umbro, che in vecchiaia sembrava un colonnello inglese in pensione. Belle le foto, con un Burri tutto giubbotti di pelle e odore da polvere da sparo, sportivo, duro, contadino, cacciatore accanito, pane vino e pittura, bello, con una faccia scolpita e gli occhi pungenti, schietto, con un riso che gli passa negli occhi come un lampo, e la risata vivace . Un giorno andò a trovarlo il vecchio Ungaretti e rimase scioccato. “Ho provato lo stesso choc che da giovane avevo provato a contatto con la pittura di Picasso”.
Sì, era un uomo dall’anima di cristallo che sapeva dire no. Uno, conclude Kounellis, a cui i giovani si devono ispirare. Devono anche loro saper dire no, se vogliono cambiare questo stato di cose. No ad ogni tipo di mercificazione, prostituzione, per un posto di lavoro che spetta loro di diritto, ma anche no ad ogni deviazione dalla strada maestra, no alle sirene dell’ozio e dei guadagni facili. “Tutto nasce da un no, il no rappresenta una diversità sconvolgente, ed è la piattaforma per un futuro giovanile”. Parola di Jannis Kounellis, allievo (mancato) di Alberto Burri.
----------------------
Libero circuito culturale, da e per l'Insubria. Scrivici a insubriacritica@gmail.com

Nessun commento:

Posta un commento

I commenti sono moderati e controllati quotidianamente.
Tutte le opinioni sono benvenute. E' gradita la pacatezza.