26 aprile 2007

The bridge

Film – recensione di Bruna Alasia

THE BRIDGE
Il ponte dei suicidi
Regista e produttore Eric Steel


Documentario sul Golden Gate Bridge di San Francisco

I quasi 2000 suicidi del Golden Gate Bridge, ponte di San Francisco evocativo e noto come un monumento, non citati da un giornale, non commemorati da una lapide, sono invisibili malgrado l’enorme numero.
Nel 2003 Tad Friend pubblicò sul New Yorker “Jumpers”, articolo che parlava del Golden Gate, quale meta assoluta dei suicidi del pianeta, senza alcuna barriera che dissuadesse questi “saltatori” dal lanciarsi in acqua. Il servizio di Friend colpì Eric Steel in maniera così particolare che il progetto di indagare il fenomeno si concretizzò nella realizzazione di un film documentario. Steel è volato a San Francisco, ha individuato postazioni di ripresa per videocamere mini dv, riunito la troupe, ottenuto permessi, filmato il ponte per un intero anno in ogni momento di luce diurna, fatto sostituire ogni ora le cassette registrate, posto una macchina da presa con teleobiettivo estremo in grado di distinguere chi percorresse il Golden Gate. L’aver assistito dalla sua finestra, l’11 settembre 2001, alla disintegrazione del World Trade Center, avrà sicuramente dato al regista una ragione in più per cercare di capire i meandri oscuri dell’animo umano.
Fattosi strada come manager nel campo cinematografico, Steel si definisce essenzialmente persona sensibile nei confronti della sofferenza, mosso dal desiderio di suscitare un dibattito sulla barriera antisuicidio per il Golden Gate e più in generale sul disagio mentale. Inseguendo i dolorosi personaggi è riuscito a filmare non solo la morte di alcuni, ha salvato la vita di altri. “The bridge” ricostruisce di ciascuno la storia che precede i pochi secondi della caduta finale, visto come sbocco ultimo al malessere esistenziale e alla malattia. Toccante, istruttivo, chiarificatore, nella sua drammaticità il documentario illumina su un aspetto angosciante dell’animo umano, sino ad oggi ancora troppo poco indagato, dunque rimosso .
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25 aprile 2007

Boris Vian, il 'disertore'

Chiedo al “mio” libraio, che ha miriadi di “libri usati” di ogni sorta sistemati nei vari scomparti che corrono per diversi metri lungo il marciapiedi di via Cesare Borgia, se ha qualcosa di Boris Vian.
Scrittore russo? , mi fa. No, francese, dico io. Ah, scusi, non l’ho mai sentito prima d’ora.


Ma chi era Boris Vian , “il disertore”, il “malato di cuore”, “l’esistenzialista”?

Un angelo , che fece una breve corsa su questa terra, anzi un volo breve, ma intenso, pieno di luce vivissima, nel cielo di Parigi dell’immediato dopoguerra; o un demone trascinante che aiutava gli altri a ritrovare il sentiero perduto dell’abbandono dionisiaco, uno che visse con la voluttà di spensieratezza, di sgolata dissipazione, di dar libero sfogo alla fantasia in libertà, uno che visse di beffe, provocazioni, arditezze pornografiche, che ne fecero un protagonista indiscusso della stagione esistenzialista parigina, alla quale non si può negare che avesse partecipato (le foto stano lì a dimostrarlo, spesso seduto accanto a Jean Paul Sartre e Simone De Beavauir, ma anche a Breton, Prevert, a ciascuno dei quali dedicò una canzone), pur avendone preso a suo tempo debite distanze. “Eppure – dirà Marcello Pagliero, che gli è stato amico, - fissandolo negli occhi accesi da lampi imprevedibili si scopriva che il suo destino era quello di restare escluso dal giardino d’inventata baldoria che solo lui, con la sua tromba , sapeva scatenare”. Già, la sua tromba tascabile da cui non si separava mai, neppure a letto. Scrive nella sua autoironica, grottesca autobiografia: "Nel 1938 cominciai a studiare la trombetta a rosolio e immediatamente raggiunsi il livello di Armstrong, la mollai subito per non privare il poveretto della pagnotta: a causa dei soliti pregiudizi razziali ero avvantaggiato, la mia pigmentazione verde offriva un effetto piacevole". Appassionato di jazz, fu in "contatto" (tra gli altri) con Duke Ellington e Miles Davis coi quali suonò, a Parigi. Scrisse su diverse riviste francesi di jazz , pubblicando numerosi articoli sull'argomento conosciuti anche in America. Dove non era mai stato. Nonostante i temi e le ambientazioni del mondo americano si ritrovino così spesso nelle sue opere letterarie, tutte intimamente intrecciate al suo amore per il jazz. "Sono solo due le cose che contano: l'amore, in tutte le sue forme, con belle ragazze, e la musica di New Orleans e di Duke Ellington. Tutto il resto è da buttar via, perché è brutto, laido...". Dirà Ennio Flaiano, che era andato a vederlo suonare, nell’orchestra jazz di Claude Abbadie, al “Tabou” di Parigi : “Soltanto quando si ficcava fra le labbra la tromba Vian diveniva di una scatenata vivacità, resistendo alle sollecitazioni di chi si preoccupava d’invitarlo a ricordarsi del cuore.. , che dai giorni remoti di Ville d’Avray, dov’era nato, paradiso durato lo spazio di un mattino, ha sempre condizionato la sua giornata umana”. In effetti, l’insorgere di un’insufficienza valvolare dell’aorta fin dalla più tenera età, minaccerà costantemente la sua esisenza, aggravandosi col tempo. E ben presto (nel 1947) sarà costretto a lasciare anche la sua amata tromba, che faceva parte del personaggio, divenuto un mito, una leggenda circolante nei dintorni di Saint Germain des Pres, dove tutti conoscevano quella sua figura longilinea, dinoccolata (era altissimo) e il pallore del suo volto, la sua gentilezza distratta, il suo festoso controllo, la sua distaccata allegria, la sua incalzante timidezza. Il nitido e malinconico diagramma dello scetticismo che ha sempre accompagnato il suo lavoro e il disamore venato di superiorità fecero di lui una sorta di eroe moderno, così lo vedeva o lo sognava Raymond Queneau, che gli fu amico fino alla morte. Ma chi era questo ingegnere scrittore, solista e critico di jazz, attore e cantautore, soggettista cinematografico, traduttore e membro del Collège de Pataphysique, commediografo giornalista, esperto di fantascienza e di pornografia? Un artista dalla vulcanica genialità e dall’attività frenetica, capace di scrivere in meno di un anno (1946) tre romanzi, una commedia e una miriade di articoli e alcuni pezzi di cronaca, o un dilettante di talento all’affannosa ricerca di sensazioni inedite, uno che strizzava l’occhio alla platea, arresa al culto del divertimento? Secondo G.A. Cibotto, Vian era una sorta di poliedro dalle troppe facce, che si proiettano lungo le direzioni più bizzarre, - dalla matematica al teatro, alla poesia, alla musica alla cronaca, al tradurre, al cantare, alla regia, all’impresariato, all’oratoria, all’organizzazione, - con un gusto della novità che sempre diventava febbre, quella febbre che era una reazione al male che ha finito per trasformarlo in una fonte inesauribile di energia, per elevarlo a simbolo vitalistico e imprevedibile, mentre al contrario la sua natura e la sua struttura mentale pretendevano un ordine scrupoloso e metodico, un rispetto geloso del meccanismo logico. Ma talora abusava del suo talento e si faceva beffe della sua vena creativa lanciandosi in avventure folli, come quella, d’intesa con un editore parigino squattrinato, Jean d’Halluin, d’inventare di sana pianta qualcosa di clamoroso, che costituirà un caso letterario. In soli dieci giorni, dal 5 al 15 agosto del 1946, Boris scrive un romanzo all’americana ambientato nella mala di New York, carico di inusitata violenza espressiva, con una rabbiosa carica antirazzistica e scene di sesso, alcool e sadismo, intitolato “J’rai cracher sur vos tombes (“Andrò a sputare sulle vostre tombe”), facendo credere che lui è solo il traduttore di uno scrittore americano di razza negra, tale Vernon Sullivan, che per il suo stile narrativo viene accostato dalla critica ufficiale a Caldwell, Faulkner, Miller e Cain. Il libro suscita unanime indignazione, provoca uno scandalo di tale portata da mettere in moto una crociata morale e conseguente denuncia in sede giudiziaria, con l’ accusa di pornografia. Il processo si concluderà nel 1950 con una condanna dell’autore e dell’editore a centomila franchi di ammenda. Ma grazie a tale amplificazione il libro va a ruba, diventa un best-seller e l’incasso supera i quattro milioni di franchi. Il nome di Boris Vian, il trombettista dell’orchestra di Abbadie, risuona ora in tutta la Francia e anche all’estero. Finita la parentesi giovanile e scapigliata , ma in realtà a tratti “disperata” di aver avuto – come dice lui stesso – “il privilegio di non essere preso sul serio” da una critica letteraria che lo giudicava un animale notturno innamorato del gesto clamoroso, vittima di un’interna dissipazione che non perdeva mai l’occasione per trasformare in palcoscenico, insomma una critica – secondo Cibotto – che ha da sempre confuso la maschera con il volto autentico di Boris Vian, una critica che non ha mai capito il complicato geroglifico delle sue carte, il suo cercare e trovare nuovi valori, dare un senso schietto al linguaggio e alla parola tradita, il suo recupero culturale che passa per vie assolutamente impreviste, una critica che forse non gli ha mai perdonato d’essere stata messa alla berlina con il romanzo di Vernon Sullivan, e che ha adottato nei suoi confronti un’ attenzione assai distratta, una specie di rigore punitivo. Ma in Vian, al di là della posa eccentrica della provocazione deliberata, del graffio satirico, c’è la certezza dello scacco finale che lo esorta a voltare le spalle a un mondo che lo respinge, a cercare altrove rare schegge di felicità, proponendo la ricchezza della povertà, il rifiuto del compromesso, il senso profondo e vitale dell’esistenza. Canta la bellezza del sole, della donna, della nebbia, dei bimbi che ridono, dell’esercizio poetico, e lo fa con un linguaggio che gli concede di rimettere in discussione tutti i valori di un mondo che lo respinge. Basta modificarle, le parole, per ottenere una realtà meno deludente, addirittura per fondare su di esse un universo. Fonda su una sola parola due realtà verbali incompatibili, sconvolge l’ordine del tempo, modifica le convenzioni spaziali, s’abbandona al piacere del travestimento fino a raggiungere il traguardo dell’astrazione, e ciò lo constatiamo in tutte le sue opere, in particolare in quelle teatrali, ma alla fine si sente sempre come un “pesce profondo”, sospeso ad esplorare gli stessi fondali, quelli della certezza della morte che può arrivare da un momento all’altro:

Non vorrei crepare/nossignore nossignora/
prima d’aver assaporato/il piacere
che tormenta/
il gusto più
intenso/non vorrei crepare/
prima di aver gustato/
il sapore della morte...

Lui è “uomo contro”, ma non convenzionale, non retorico,è uno che medita sulla crisi di una società e di un costume lacerati nell’intimo dalla corruzione e dall’ipocrisia, dai miti del consumismo, dagli incubi dell’alienazione, è uno che anticipa le esigenze che avrebbero inquietato le nuove generazioni, alle quali non si stanca mai di ripetere la parola “cuore”, quel suo scordato strumento che avrebbe presto cessato di battere. E ciò lo ritroviamo ne L’erba rossa, in cui non sembrano esserci “vie d’uscita” al di là del suicidio, o ne nel suo capolavoro, L’écume des jours, “La schiuma dei giorni”, in cui al di là della comicità, dell’ironia e del sarcasmo distruttivo più apparenti, è possibile cogliere la sensazione netta di un dramma interiore, un lirismo lucido angoscioso e disperato popolato dalle ombre della malattia, dalla degradazione, dall’assurdità della morte, che conferiscono all’opera di Vian quell’atmosfera difficilmente definibile, sia che si tratti di romanzi, sia che si esaminino le raccolte poetiche (“Non vorrei crepare”) o le sue quattro opere teatrali (“L’inquadramento per tutti”, “La merenda del generale “, “L’ultimo dei mestieri” , “I costruttori dell’Impero”, il suo capolavoro), che hanno tutte come motivo comune la critica feroce alle istituzioni e alle convenzioni borghesi e una costruzione tecnica, un linguaggio, una visione lucida e disperata che richiamano il teatro dell’assurdo di Jarry e Jonesco.

Aveva scritto di sé stesso : “Sono nato, casualmente, il dieci marzo 1920 sulla porta di una clinica ostetrica che era chiusa per uno sciopero contro il calo delle nascite… Un prete, un sant'uomo che passava di lì, mi raccolse… e immediatamente mi riposò: in effetti pesavo un casino!! (è da allora che soffro della mia ben nota aspersoriofobia). Fortunatamente una lupa affamata mi prese sotto la sua protezione e mi diede qualcosa da bere". Un linguaggio fatto di neologismi onomatopeici e stravaganti, spesso ottenuti dalla fusione di più parole (celebre l'esempio del "pianocktail"), che quasi sempre non ci si aspetterebbe di trovare abbinate. Raymond Queneau ha definito La schiuma dei giorni 'la più "spezzacuorente", commovente storia d'amore moderna mai scritta', dotata però di una carica di surrealismo, piena di gioia di vivere, e di musica. Lo si vede fin dalla breve premessa, in cui Vian enuncia una specie di canone estetico ed esistenziale. “L’essenziale, nella vita, è dare giudizi a priori su tutto. In effetti, sembra che le masse stiano sempre dalla parte del torto, e che gli individui abbiano sempre ragione. Bisogna tuttavia stare attenti a non dedurre nessuna regola di condotta da questa constatazione: certe regole non hanno bisogno di essere formulate per essere eseguite”. Il romanzo racconta un po’ tutta la vita e le passioni di Vian, dal jazz alla buona cucina, entrano a far parte dell'opera nei modi piú inaspettati.

Daniel Pennac
definì la "schiuma dei giorni" un romanzo da leggere più volte nel corso degli anni: a diciotto anni prevale la griglia interpretativa della passione amorosa, a quaranta quella della critica sociale, a sessanta quella del pessimismo e della tragedia che tutto annulla. C’ è chi ha ravvisato in vari passaggi del romanzo lo stile “giungla” della musica di Ellington. Autore anche di libretti d’opera come Fiesta che, musicata da Darius Milhaud, fu rappresentata all’opera di Berlino il 3 ottobre 1958, Vian ha lasciato qualcosa come 400 canzoni, che non soltanto ha scritto , ma ha cantato egli stesso. La più famosa diqueste, "Le déserteur", dal testo spiccatamente pacifista, scritta durante la guerra d'Indocina, che lo pone all’indice. Il microsolco che aveva inciso dal titolo emblematico, Canzoni possibili e impossibili, viene tolto di mezzo dalla circolazione commerciale. Siamo alla fine della sua storia che, come osserva Jean Clouzet, per uno di quei tiri della sorte di cui si dubita, ma accadono si conclude con lo stesso libro – “Andrò a sputare sulle vostre tombe” - che gli aveva spalancato la porta della vita pubblica e procurato qualche soldo (successivamente per campare Vian ha dovuto fare molte traduzioni e giornalismo).


E la mattina del 23 giugno 1959, Boris Vian, anche se nessuno lo ha invitato, si trova al Cinema Marbeuf in occasione della proiezione della versione cinematografica del suo controverso romanzo J'irai cracher sur vos tombes. Aveva già combattuto con i produttori al riguardo della loro interpretazione del suo lavoro, denunciando pubblicamente di aver chiesto invano la rimozione del suo nome dalla pellicola, perché le immagini non erano aderenti allo spirito del romanzo, alla sua segreta speranza. Cinque minuti dopo l'inizio del film, pare che sia sbottato:

"Questi tizi dovrebbero essere
americani?...Sticazzi!".


Un attimo dopo, colto da infarto, viene trasportato all'ospedale, ma non c’è più niente da fare. Il suo cuore aveva cessato di battere per sempre…

…Chi era Boris Vian ? Un fascinoso impasto di tenerezza e di protesta, di gentilezza e intransigenza. Un paradossale burattino tragicomico, che non appartiene a nessuna corrente, a nessun “ismo”, che scrisse un’opera che non ha nessuna formula semplice e fissa, nessuna analogia… Un concentrato di tenerezza e violenza, lacrime e sorrisi, scherzo irriverente e profonda sagacia, scrive Margherita Muratore. L’iconoclasta Boris Vian non è, in fondo, che l’anima ancora pura e incontaminata dell’infanzia.
Uno che – dirà Prevert –

“giocava alla
vita/come altri giocano in borsa,
/a
guardialadri o a soldi,/ ma non da baro:
/da gran signore,/come la micia
col pesce/
nella schiuma di
giorni/come giocava di tromba/ o di crepacuore./
Ed era un bel
giocatore. Ogni volta rimandando la morte/all’indomani…”

“Solo due cose
contano: l’amore, in tutte le sue forme, con ragazze carine, e la musica di New Orleans o di Duke Ellington...”

Augusto da San Buono
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"La fabbrica di Salammbô" di Piera Rossella D'Arcangelo

Piera Rossella D'Arcangelo
La fabbrica di Salammbô
Presentazione di Rosa Maria Palermo Di Stefano
[ISBN-88-89756-24-1] - P. 146, Euro 10,00
Edizioni Solfanelli, Chieti 2007


Il lavoro di documentazione compiuto da Gustave Flaubert per Salammbô fu enorme, tanto da impressionare gli stessi contemporanei, che pure non furono avari di critiche nei suoi confronti. Ma come si realizzò la costruzione del romanzo? Questo libro indica i principali tasselli utilizzati, o per meglio dire, riutilizzati nella “fabbrica” di Salammbô, quelli che per esplicita testimonianza dello scrittore hanno dato corpo alla narrazione, occupando il posto di una “realtà” assente e facendo dell’opera “une représentation de représentations”, un’archéo-fiction, come è stata definita. All’opera di restituzione “archeologica” di una religione tuttora oscura come quella punica, Flaubert unì un minuzioso lavoro di ricostruzione storica e ambientale, adoperando le tecniche più diverse: assemblaggio, amplificazione e/o rimodulazione di tutti quei particolari che, desunti dagli scrittori dell’antichità, danno forza e colore alla narrazione; trasposizione e conguaglio di fonti diverse per la caratterizzazione di quei personaggi del mondo punico che nei resoconti degli storici latini appaiono appena abbozzati: ciò che Claudine Gothot-Mersch chiama “déplacement des donnés”. Ma la fabbrica flaubertiana ha rifuso tutti i materiali alla luce di una concezione narrativa che fa di Cartagine non soltanto un luogo dell’Oriente, ma l’Oriente tout court o, come scrive Jacques Neefs, una vera enciclopedia dell’antichità.
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20 aprile 2007

"Nhan Bu - La scuola dello stagno" di Umberto Maggesi

Umberto Maggesi è uno scrittore milanese, Nhan bu è il suo quarto lavoro pubblicato.

NHAN BU – LA SCUOLA DELLO STAGNO
di Umberto Maggesi.
© 2007 Ugo Mursia Editore ISBN 978 – 88 – 425 – 3656 – 7
Pag. 215 € 16,00

Nhan Bu è un bambino di nove anni. Orfano di entrambi i genitori, viene affidato a degli zii che lo separano dai fratelli più piccoli, per mandarlo a lavorare presso il palazzo del Governatore.
Ambientato in Vietnam, questo romanzo sulle arti marziali è scritto e vissuto attraverso gli occhi del bambino protagonista, e del suo sogno: diventare un abile guerriero.
“ A soli nove anni, infatti, Bu aveva capito che quello era il suo sogno, e se lo sarebbe portato dietro tutte le notti della sua vita”.
All’inizio del romanzo ci viene presentata la misera situazione del giovane Bu e le continue vessazioni alle quali è sottoposto; attraverso capitoli brevi e scorrevoli, di facile lettura. A volte, solo al principio, troppo semplice e povera di termini, quasi che l’autore abbia voluto adeguarla alla povertà del piccolo Bu.
Proseguendo ci si apre una vasta gamma di emozioni: situazioni e paesaggi, odori e colori, tratteggiati con una scrittura veloce e scorrevole che ben tratteggia i paesaggi e l’ambiente.
L’incontro con il maestro di arti marziali Nguyen Van Khiem cambierà il destino del giovane Bu, che potrà così sottrarsi al duro lavoro nella casa del Governatore.
Il Su to (il maestro dei maestri), lo condurrà alla scuola dello stagno, la località segreta dov’è posta la sua scuola; non solo saprà insegnarli l’arte del combattimento, ma forgerà il suo spirito con sagge lezioni di vita.
“ La via fa di noi persone sagge anche quando commettiamo errori, sempre che abbiamo l’intelligenza per imparare dai nostri sbagli e l’umiltà per ammetterlo”.
Nel romanzo di Maggesi, il suo quarto lavoro pubblicato, troviamo molto di più di lezioni di arti marziali, ambientazione e particolari storici accurati che dimostrano quanto l’autore si sia documentato e preparato sul tema. Troviamo dei valori solidi, delle frasi che sanno far riflettere; portando il lettore a intraprendere una fruttuosa introspezione. Frasi che arricchiscono e lasciano un segno.
“ Ma la vita spesso è in agguato e stravolge le nostre esistenze, le ribalta e ci mette alla prova seguendo disegni che per noi è impossibile prevedere”.
Non a caso il protagonista è un bambino, un mezzo per chi legge, di compiere un viaggio interiore, apprendendo e “crescendo” insieme al piccolo Bu.
Anche il finale non poteva essere altro che un’ulteriore lezione di vita; chiudendosi con un liete fine e con la certezza di lasciare il bambino al quale ci si è affezionati, in un luogo sicuro che lui sappia riconoscere quale casa.
© Miriam Ballerini
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18 aprile 2007

I racconti di Versailles – 6 - di Bruna Alasia
IL MINUETTO

DI
CENERENTOLA
racconto sesto


Agli appartamenti di sua altezza reale si accedeva attraverso una olimpica scala di marmo, protetta da un corpo di guardia numeroso e sfaccendato che ingannava il tempo spettegolando, giocando d’azzardo, tenendo a distanza i venditori che, come farebbero oggi firme rinomate, rifilavano a prezzo esorbitante normale mercanzia . Visitatori e corrieri, sbandierando affari imperdibili, riuscivano a intrufolarsi fino all’anticamera della sala pranzo dove uno stuolo di domestici, ciascuno con la divisa che stabiliva la gerarchia delle mansioni, attendevano in attesa di ordini. Mops, l’amatissimo cane di Maria Antonietta, un carlino fulvo e con la coda ricurva che era stata costretta ad abbandonare durante il viaggio verso la Francia e che con grandi proteste si era fatta rispedire a Versailles, correva sul parquet con rinnovato vigore assieme a un suo compagno, libero e viziatissimo, facendo cacca e pipì dove gli pareva.

La fece anche quel pomeriggio, mentre l’arciduchessa prendeva lezione di canto.

Quando Madame de Noailles, la dama d’onore, entrando se ne accorse, impietrì: un odore nauseabondo sviliva i gorgheggi della pupilla.

Altezza! – sussurrò cercando di attirare l’attenzione.

Gli acuti di Maria Antonietta coprirono la sua voce.

Ooooooh! Aaaaaah!

- Fa diesis, altezza reale! Fa diesis! – disse il maestro al clavicembalo.

- Altezza! Per carità di Dio… - esclamò disperata Madame de Noailles.

La musica tacque.

Altezza reale, Mops ha mollato qualcosa di… - e turandosi il naso la guardò scandalizzata.

Ebbene? – rispose l’altra imperturbabile - Fate provvedere…

Sarebbe opportuno che i cani stessero fuori…

Ma la Delfina, alzando un ciglio, la gelò con lo sguardo.

Nessuno dei servitori aveva in effetti l’incarico di badare agli animali che erano, per questo, estremamente sudici. Mops passava il tempo a rosicchiare gli arazzi pregiati che coprivano fino a terra le pareti, grattava il mobilio, strappava la tappezzeria delle poltrone, si rotolava sul pavimento con il figlio del primo valletto e della prima cameriera di Maria Antonietta, due bambini di quattro e cinque anni che si divertivano a rincorrerlo e che, proprio in quel momento, si fecero sulla porta.

Venite qui! – li chiamò la Delfina appena li vide.

Timidi i piccoli avanzarono.

Andate a pulire la cacca del cane, prendetela e portatela via.

I bambini si guardarono incerti.

- Su… andate! - ribadì imperiosa sua altezza.

I monelli scattarono chinandosi sotto il tavolo, strisciarono sotto il clavicembalo, sotto le poltrone, ballonzolando raggiunsero una consolle a mezza luna e cercarono di aprire il suo cassetto decorato di foglioline d’oro.

Ma dove state cercando, stupidi! – strillò Maria Antonietta.

Finalmente, in un angolo contro il muro, trovarono gli escrementi, li avvolsero in uno straccio lurido cavato da una tasca e vociando corsero via, fuggendo a piedi scalzi insieme ai cani.

Facendosi vento con le mani Madame de Noailles, rossa in viso, sembrava stare male: Maria Antonietta osservandola provò piacere, una sorta di inconsapevole rivalsa per la sottile violenza che le infliggeva la gran maestra della casa con la pretesa di stenderle un tappeto di fiori.

Sacerdotessa dell’etichetta, delle sue regole e delle buone maniere, che esercitava con portamento altero, severità, compita freddezza, Anne Claude Laurence contessa di Noailles, era totalmente assorta nel ruolo, al quale dava importanza assoluta perché rappresentava per lei l’apice di quella grandezza che la sua famiglia, attraverso intrighi abilissimi, aveva raggiunto a corte. L’ incontro tra la Delfina e Madame de Noailles, o meglio Madame l’Etiquette, come era stata soprannominata da Maria Antonietta, era avvenuto all’isola delle Spezie, durante la cerimonia del commiato, il giorno che la piccola austriaca era stata ufficialmente accolta in territorio francese. Allora Maria Antonietta di slancio le aveva teso le braccia, ma l’altra si era scansata perché il cerimoniale prevedeva che per primo l’abbraccio spettasse a suo marito, il conte di Noailles. Da quel momento Madame l’Etiquette non aveva smesso di tallonarla da vicino, tormentandola sul modo con il quale salutare il tale o il tal altro: quando fare un cenno con la testa, quando inclinare il busto, quando, in caso di una principessa di sangue, far l’atto di alzarsi restando seduta; quando destreggiarsi con lo strascico dell’abito, quando gli inchini prescritti, quando la riverenza che doveva essere secondo i maestri “umile, graziosa e nobile”. Una serie di regole rigide e faticose, un formalismo incredibile che cozzava con l’abituale cattiva igiene e trasandatezza di Versailles. Una schiavitù che la Delfina mal sopportava, anche perché a Schonbrϋnn non si era mai applicata.

Altezza, sono sconvolta… non dovreste permettere ai vostri animali tutte queste libertà! - esclamò Madame l’Etiquette quando si riebbe dallo shock.

E perché no? Io amo i cani, per me hanno i nostri stessi diritti… - poi rivolta all’insegnante di musica Maria Antonietta fece cenno di chiudere il clavicembalo - abbiamo finito… potete andare.

Ma altezza reale… - le corse dietro la gran maestra della casa.

- Pensavo un giorno di farmi scolpire teste di cagnolino sui braccioli delle sedie, non lo trovate originale? – rise la ragazzina uscendo dalla sala.

La formale Madame de Noailles, ferita nell’ amor proprio, allargò gli occhi offesa.

***

Si alzava una tersa mattina, fredda come un lago all’alba, nel boudoir della Delfina il fuoco era stato acceso. Dopo la vestizione alla presenza di tutti, durante la quale aveva sentito la pelle accapponarsi per gli spifferi gelati, era grata di poter sedere al caldo.

Vestirsi un’esibizione faticosa, che il cerimoniale rendeva in certi casi un supplizio. Le dame consideravano l’atto di porgere i panni alla futura regina un onore che sottolineavano con estrema lentezza e che difendevano con le unghie e con i denti: da sola l’arciduchessa non avrebbe potuto indossare alcun indumento, così stava mezza nuda per un tempo interminabile. Madame l’Etiquette aveva ispezionato la biancheria preparata dalla prima cameriera e solennemente l’aveva offerta alla Delfina. Poi aveva esibito il bustino di stecche di balena.

No Madame! Sapete bene che non lo sopporto! – aveva protestato la giovinetta.

Altezza reale oggi è domenica… c’è il grand couvert… molti verranno a vedere il vostro pranzo, l’abbigliamento dovrà essere perfetto…

Non insistete… ho detto che non lo sopporto!

La gran maestra della casa aveva alzato gli occhi al cielo rassegnata, come a chiedere perdono.

Ora, seduta davanti al bureau a cilindro, il suo angolo privato, Maria Antonietta gustava finalmente un momento di relax: leggeva, per la terza volta e con grande gusto, la lettera di sua madre. Avrebbe voluto poterla toccare, sentire il suo calore, il pensiero che quel foglio fosse stato tra le sue mani le dava sollievo. Quando vivevano insieme pensava di essere trascurata, era gelosa della sua predilezione per “Mimi”, la sorella Maria Cristina, ma la separazione aveva reso il legame più forte.

Gli occhi le si velarono scorrendo le frasi che portavano la data del 6 gennaio 1771:

Madame mia cara figlia

…. Ieri il corriere ci ha portato la notizia della disgrazia di Choiseaul. Riconosco di esserne stata colpita: nella sua condotta non ho visto che onestà, umanità e attaccamento all’alleanza, per il resto non voglio entrare nelle ragioni del re, e voi ci entrerete ancora meno. Spero che il re lo rimpiazzi e che i suoi successori meritino la nostra fiducia. Non dimenticate che la vostra attuale sistemazione è stata opera sua e di dovergli della riconoscenza. Ora più che mai avete bisogno, figlia mia, dei consigli di Mercy e dell’abate Vermond che, sapendo la sua onestà, avrà sicuramente avvertito il colpo; ma voi non lasciatevi indurre in alcuna fazione, restate neutrale in tutto, fate a ciascuno il saluto dovuto, fate ciò che fa piacere al re e la volontà del vostro sposo. Fate buone letture, sono più necessarie di qualsiasi altra cosa… soprattutto in inverno non va messa da parte questa risorsa… incaricate l’abate Vermond di farmi conoscere tutti i mesi a cosa vi siete applicata e cosa contate di cominciare… Mi raccomando di essere riservata su tutto, di non concedervi alcuna confidenza o curiosità, se volete conservare tranquillità e approvazione generale… Sono incantata dai balli che si danno da voi e che fanno gran bene al Delfino…

Maria Antonietta sospirò e ripose la lettera in un cassetto del bureau che chiuse a chiave. Non aveva capito granché del motivo che aveva spinto Luigi XV a esiliare il duca di Choiseaul, colui al quale doveva il matrimonio, colui che aveva fatto molto per l’alleanza tra Francia e Austria. La sua caduta le spiaceva perché decretava il trionfo della favorita del re, la scandalosa du Barry, e dei suoi alleati. Nonché il ridimensionamento di persone avverse a quella fazione, membri del suo entourage, come la contessa Du Grammont, sorella del duca. Più in là dei piccoli drammi delle persone vicine, l’adolescente Delfina non vedeva, sentiva le problematiche politiche astruse e lontane, non la riguardavano ed era sicura non potessero esistere situazioni di insoddisfazione: i reali in quanto divini non sbagliavano mai. Si occupava solo di sé stessa e considerava normale essere la prescelta, un dono che il signore aveva fatto al popolo, da coltivare e difendere.

Invece, proprio in quel periodo, Luigi XV aveva questioni gravi: la Francia andava incontro a una crisi fiscale, bisognava imporre nuove tasse perché il tesoro era sull’orlo di una bancarotta. Il sistema tributario aveva necessità di una riforma, ma questa era impossibile perché l’autorità del sovrano era tenuta in scacco dai parlamenti locali, dove la nobiltà pretendeva di avere il veto sugli editti del re. Ogni volta che i ministri reali cercavano di fare pagare le tasse ai nobili i parlamenti insorgevano: Choiseaul, che appoggiava questi parlamenti, aveva ovviamente perso il posto. Per dirla in parole semplici: monarchia e aristocrazia erano impegnate in una lotta per il potere all’ultimo sangue. Venire a patti non era facile e fu uno dei tanti aspetti che, tra gli altri, diciotto anni dopo sfociarono nella rivoluzione.

“Mia madre vorrebbe che leggessi, ma non c’è tempo” - pensò Maria Antonietta e guardò il pendolo: doveva andare, farsi preparare per il trucco, presenziare alla cerimonia del pranzo, il grand couvert - “chissà cosa dirà Madame l’Etiquette quando vedrà che ho invitato la principessa di Lamballe”…

***

Il grand couvert, o pranzo pubblico, era un avvenimento al quale, nei giorni di festa, chiunque fosse vestito decentemente, poteva andare a curiosare. L’etichetta voleva che gli uomini portassero la spada, ma per chi non ne disponeva ce n’era sempre una pronta ai cancelli della reggia, così come oggi chi entra al Parlamento, se non ha la giacca, può farsela prestare. Il pranzo dei reali era considerato una visione talmente appetibile che per le scale di Versailles gli spettatori correvano da una all’altra ala del palazzo per non perdere gli spettacoli in atto: il pasto di Luigi XV, di Maria Antonietta e Luigi Augusto, delle signore zie, del conte di Provenza e di Artois, fratelli del futuro Luigi XVI, che avevano residenze separate. In quei momenti i sudditi erano lune che giravano intorno al sole e vivevano di luce riflessa, così come il duca di Choigny, che aveva il compito di porgere la candela al sovrano durante la cerimonia del coucher, si sentiva risplendere in quell’atto servile perché lo metteva vicinissimo al suo signore.

Al grand couvert della Delfina e di Luigi Augusto quel giorno erano stati invitati i fratelli di Luigi e la principessa di Lamballe che Maria Antonietta aveva conosciuto, all’inizio del carnevale, a uno dei balli che la gran maestra dava nei suoi appartamenti, compito per il quale veniva strapagata. Madame l’Etiquette era gelosa di tutto l’entourage della pupilla, ma in particolare della principessa di Lamballe, perché aveva capito come fosse entrata nel cuore della sua protetta.

Quando Maria Antonietta apparve in sala insieme al Delfino, gli altri commensali erano già a tavola, Madame l’Etiquette, inginocchiata su uno sgabello con il tovagliolo su un braccio, con accanto quattro dame ad assisterla, ispezionava con gli occhi gli ufficiali della bocca per dare disposizioni. La sua posa pietrificata fu per l’arciduchessa motivo si ilarità:

- Rilassatevi Madame – commentò sedendosi.

Madame l’Etiquette la fulminò con un’occhiata, “piccola austriaca incolta” pensò ricordando come tempo prima, scivolata sul pavimento sopra il panier, le avesse chiesto: “Quando una dama va per terra col sedere che si fa?”. D’altro canto, l’ impertinenza di Maria Antonietta non era ben vista da nessuna signora anziana, la sua diversità, l’appartenenza a un casato straniero, erano di ostacolo a corte. Proprio per questo la Delfina sentiva il bisogno di un’amica vera e la principessa di Lamballe, per niente intrigante, timida, arrendevole, più grande di sette anni, decantata per la purezza, vedova infelice di un dissoluto discendente di Luigi XIV prematuramente morto, sembrava la più adatta.

Angelo mio – disse Maria Antonietta rivolta alla Lamballe – ho saputo che il caso di Mademoiselle de Lorraine è arrivato sino a Luigi XV…

Sì, è stato un grande scandalo… il sovrano ha risposto che se Mademoiselle dovesse aprire il ballo questo non creerà nessun precedente e non ha ancora dato disposizioni…

Bisogna sapere che quello di aprire i balli a corte era un grande privilegio e l’etichetta voleva che ciò toccasse alle duchesse. La madre di Mademoiselle de Lorraine, contessa lontanamente imparentata con gli Asburgo-Lorena, per promuovere la figlia aveva premuto perché si facesse un’eccezione al cerimoniale e potesse iniziare il minuetto: insomma una cenerentola in carne ed ossa che tentava la scalata sociale. Ma l’avanzamento mondano di Mademoiselle di Lorraine era sembrato una tale minaccia all’ordine costituito che l’arcivescovo di Reims e il Vescovo di Noyon furono obbligati a protestare presso Luigi XV.

Al re questo da molto fastidio – s’intromise il conte di Artois, il più giovane dei nipoti, che non ancora quattordicenne era sveglio in queste cose – cerca di lavarsene le mani ma gliene parlerò… la soluzione sarebbe far aprire le danze a Mademoiselle senza offendere gli altri…

E come? – domandò ansiosa la principessa di Lamballe.

Maria Antonietta sapeva che quello era un pasticcio architettato dal suo ambasciatore Mercy-Argenteau per favorire gli alleati. La madre di Mademoiselle de Lorraine era stata amante del duca di Choiseul e l’imperatrice Maria Teresa avrebbe visto di buon occhio la promozione di qualcuno che veniva da uno dei tanti rami del suo casato. Non potendo prendere posizione, cercò di capire il punto di vista di chi le stava intorno.

Non avete nulla da dire in proposito? – chiese al marito.

Assorto in una animata discussione sulla caccia con il conte di Provenza, l’altro fratello ancora più grasso e più sgraziato di lui, Luigi cadde dalle nuvole:

Perdonatemi, non ho sentito…

Infastidita si voltò e ripose la domanda alla gran maestra:

Voi cosa dite?

Sia fatta la volontà del re – rispose Madame l’Etiquette, ma in cuor suo riteneva ignobile che una ragazzina viziata, appena arrivata lì, potesse favorire i parenti anche a costo di trasgredire le regole di Versailles.

***

All’imbrunire del giorno fissato per il ballo si videro le duchesse ferite nell’orgoglio, giovani e meno giovani, aggirarsi intorno alla corte in abiti informali, malgrado i preparativi per le toilettes della sera richiedessero molto tempo. Avevano minacciato di disertare la festa. Qualcuno se ne andò in giro canticchiando un motivetto nato lì per lì …

Sire i grandi alle vostre danze

vedranno con immensa pena

un’umile principessa di Lorena

aprir senza pudor le maestranze.

Nell’imbarazzo generale, il ricevimento iniziò con un paio d’ore di ritardo, quando la maggior parte degli invitati si decise finalmente a prendervi parte. Malgrado l’inverno non fosse finito e i vasti appartamenti, a dispetto di camini e bracieri, fossero gelati, gli ospiti che erano una moltitudine riuscirono a scaldare con i loro corpi il salone delle feste. Dappertutto fruscio di raso e velluti, bisbigliare di voci, piacevoli accordi di clavicembali e viole amplificate dall’acustica. Dappertutto l’odore inconfondibile di Versailles: quello della cipria e della pomata che serviva a fissarla. Poi, allo scoccare della fatidica apertura del minuetto, un silenzio glaciale.

Si levarono le prime note e sembrarono eterne. Mademoiselle di Lorranine avanzò in un grazioso abito rosa e amaranto sostenuto da un voluminoso panier: cenerentola avversata, ora splendeva di rivalsa. Un volteggio, un grazioso inchino. Tornò al posto con la soddisfazione stampata in volto tra la costernazione generale. Subito dopo si vide il conte di Artois, il più agile e bello dei rampolli reali, invitare una duchessa e condurla sulla scena. Un passo, due, tre. Via col minuetto. A quel punto un sospiro di sollievo si diffuse: “Anche se balla per secondo, un membro della famiglia del re è infinitamente più illustre di una Mademoiselle qualsiasi - pensarono tutti i nobili importanti – dunque questa messa in scena è solo una bizzarria, un’infrazione al cerimoniale senza conseguenze”…

Fu così che la vittoria di Mademoiselle de Lorraine venne a mancare e tra il plauso generale si ritornò all’ordine costituito: l’etichetta continuò a stabilire caste e gerarchie, il rango trionfò, le differenze tra gli uomini furono esaltate, la meschinità fu scambiata per grandezza.

E la vicenda di Cerentola tornò al regno di legittima appartenenza: quello trasgressivo e incantato dei sogni.

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15 aprile 2007

Alberto Rosselli
STORIE SEGRETE
Operazioni sconosciute o dimenticate della Seconda Guerra Mondiale
Pag. 240 - 16,00 Euro

Il Secondo Conflitto Mondiale è stato indagato a fondo da molti valenti autori, anche se non pochi aspetti politici, diplomatici e militari di questa epocale e cruciale contesa del Novecento abbisognano ancora di un’ulteriore e ben più approfondita analisi, e non di rado di una radicale “revisione” positiva, cioè di una nuova, non ideologica e quindi più corretta interpretazione dei fatti, conseguibile attraverso l’analisi dei moltissimi documenti che in questi ultimi anni sono emersi dagli archivi dei ministeri della Difesa e degli Esteri delle potenze che parteciparono alla guerra. L’intento di questo breve testo non è certo quello di “riscrivere” una porzione così ponderosa della storia bellica, ma più semplicemente quello di proporre a studiosi e ad appassionati di vicende militari alcuni episodi (fatti d’arme, missioni particolari, operazioni segrete e avventure di singoli personaggi) che videro protagonisti, con maggiore o minore fortuna, unità e uomini appartenenti alle forze aeree, navali e terrestri dell’Asse e alleate. Gli episodi contenuti e descritti in questo libro si rifanno a memorie, documenti e resoconti ufficiali e pubblicazioni specialistiche e articoli redatti all’epoca dei fatti o successivamente.
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13 aprile 2007

Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino –
un visibilio di fulminate parole

di Augusto da San Buono



La sua storia è un misto di stralunata cronaca, nostalgia ed esorcismo, fatta di gioie furtive e decimate speranze. E’ il sigillo della “Diceria dell’untore”, autunnale romanzo che nel 1981 portava alla ribalta in modo davvero clamoroso lo sconosciuto scrittore sessantenne di Comiso, Gesualdo Bufalino, uno dei più importanti, uno dei pochi veri autentici scrittori italiani, della seconda metà del ventesimo secolo, che rimarranno nella storia della nostra letteratura.
Un libro che è anche una sfida d’amore, un duello sulla frontiera del buio, che Bufalino, ammalato di tisi, iniziò a pensare e scrivere nel 1950, per poi riprendere negli anni settanta, eliminandone gli “effetti liberty”; un racconto di metafore con la “Rocca”, un sanatorio sgangherato e fatiscente, pieno di disordine levantino, eun’umanità disfatta di malati, “cascami della storia”, “sfrido umano”, dove al di là del muro di cinta buzzatiano v’è il nemico annidato nel corpo; un libro-palcoscenico, una meditazione sfibrante sul tremendo “grigio nascosto dalla cenere futura”, una zumata, o folata dantesca sgranata nella “scherma d’amore” e nello zero dei giorni previsti, “senza una brace né un grido“. Farà seguito “Museo d’ombre” (1982) dove Bufalino, unico a uscir vivo da quel “livido colombario di pietra” ch’era il cronicario della Rocca, diventa testimone privilegiato del “tritume del tempo” e tenta una demiurgica operazione di salvezza del passato, affermando un desiderio di sé, della propria conoscenza, della propria identità, che si rispecchia nella galleria dei relitti di una civiltà sommersa: volti, case, strade, chiese, orti, parole, costumi, tradizioni e i mestieri, con la loro morale e le vicende di una volta, con le loro interminabili propagazioni che approdano, attraverso una calma vertigine, a inchiodarsi sulle tavole di un inventario di cose risuscitate dalle “sottili tossine della nostalgia”.E poi la raccolta di aforismi, “Il malpensante” (1987), amaro, disincantato e sapienziale zibaldone dove passano i fili che intrecciano le opere con la vita : “Avrò la forza e il coraggio, questa notte di San Silvestro , di buttare tutti i libri dalla finestra per uscire domani nel sole?”, per arrivare a “Le menzogne della notte” (1988), libro amaro, nel quale gli uomini trovano la condanna “mischiati a vanvera da un recidivo disguido”, prigionieri e custodi di sé stessi, creature di lacrime, “scarabocchi di una scimmia pittrice”, “fantocci in piedi, nel mezzo di una stanza, moltiplicati da specchi che si fronteggiano”, per finire con l’ultimo suo libro, uscito poco prima della sua tragica morte, a causa di un incidente stradale, “Tommaso e il fotografo cieco”, (1996), storia di un giornalista cinquantenne che, abbandonato dalla moglie e preso dalla malinconia del tempo che passa, ha un solo amico (un fotografo cieco, che nonostante la menomazione continua ad esercitare il suo mestiere) e decide, insieme a lui, di mettersi a studiare i trucchi di quella sua vita scassatissima, che finora lo ha solo disilluso e tradito, dietro una maschera di carnevale. Morto, forse assassinato, il fotografo cieco, scomodo e ignaro testimone di una tragica serata, Tommaso, abbarbicato al suo piccolo universo di spionaggi, s’immerge nelle indagini. Va a vivere in un seminterrato di un grande condominio romano e da quel rifugio ultimo della sua esistenza, da un’angusta feritoia della sua ultima squallida abitazione, tra le sbarre fredde delle sue finestre piene di polvere e acari, si mette a “spiare lo spettacolo da quattro soldi di un mondo in sfacelo”. Racconto che fa di due parole sacre, quelle del “nulla” e del “crollo”, un lungo motivo orchestrato da un profeta della deriva e da comprimari destinati alla resa. Partecipe del sentimento dell’agonia del protagonista e della desolazione di un’epoca (alla fine ci sarà il crollo del condominio, quale allegoria di un patatrac universale), Bufalino corteggia la partitura quotidiana degli umori e il labile filo che distingue l’invenzione dalla verità, in una scrittura che è insieme aulica e popolare, ritagliandosi spesso un tono medio, colloquiale , un registro verecondo, smorzato, in un fervorino di bizzarre speranze, ma anche un commento d’ironia dolorosa; un libretto d’opera e un conto che non torna mai, un impasto vivo einquieto che risponde forse alle incognite del “giallo” dell’esistenza, al visibilio di fulminate parole, ma non al “nero”, al gran buio, alla grande solitudine, al gusto amaro dell’infrazione che condannano lo scrittore ad “appigliarsi sempre al peggio”.
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"Mano per mano nel tempo" di David Duca

Mano per mano nel tempo
Autore: David Duca
Euro 9,00 ISBN 978-88-7418-392-0 PROSPETTIVA EDITRICE
www.prospettivaeditrice.it

Questo romanzo è un mio momento di riflessione su quello che è il legame affettivo con i nonni, un viaggio alla ricerca di tanti ricordi finiti per sbaglio nel dimenticatoio.
La nostra esistenza è colorita da avvenimenti talvolta spiacevoli che ci colpiscono in pieno o ci sfiorano appena.
Il nostro inconscio tende a cancellare i brutti ricordi e a volte elimina qualche ricordo di troppo, qualche bella immagine che invece dovrebbe rimanere esattamente dove è.
Pensate a cosa significherebbe per ognuno di noi alzarsi una mattina e non avere più i primi ricordi, infanzia, adolescenza…
Rifletteteci un attimo. Sarebbe orribile.
Invece è proprio quello che succede. Li perdiamo, li nascondiamo e poi, senza volerlo, riaffiorano all'improvviso se stimolati da un profumo, una parola, un oggetto.
Proust le chiamò intermittenze del cuore, impulsi esterni che ci riportano improvvisamente ad eventi, cose o persone del passato.

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05 aprile 2007

Film – Borat – la recensione di Bruna Alasia
BORAT

Regia di Larry Charles
Con Sacha Baron Cohen, Pamela Anderson, Ken Davitian


Borat Sagdiyev, reporter del Kazakhstan, viene spedito dal suo paese in USA per realizzare un’inchiesta. Innamorato di Pamela Anderson il giornalista parte entusiasta e determinato a raggiungerla per avere con lei un tete-a-tete. Ma, oltre che innamorato della famosissima cover-girl, Borat è anche misogino, antisemita, capace di provare l’avversione più totale contro gay e senzatetto. In America una delle prime cose che farà è quella di procurarsi le armi per sterminare gli ebrei, in un crescendo paradossale e satirico che diventa critica aspra agli odierni Stati Uniti. Il film , condito di humur e volgarità, è demolitore del bigottismo USA proprio mentre il suo improbabile eroe va alla scoperta di usi e costumi statunitensi per riprodurli e farli propri: il pubblico delle sale ride e ride anche molto.
Il regista Larry Charles, amico ed estimatore di Michael Moore e di Bob Dylan, si definisce un filosofo di genere “pop”. L’epica e controversa caricatura del reporter, creata dalla star televisiva Sacha Baron Cohen, ha avuto tra i suoi estimatori Madonna e la Regina Madre, ma ha anche suscitato molte polemiche, non ultime quelle dell’ambasciata del Kazakistan. Il suo Ministro degli esteri Ashykbayev ha affermato che il suo paese farà di tutto per evitare la distribuzione del film. In America fioccano le critiche pro e contro: se da una parte c’è grande assenso e divertimento, dall’altra la parola “stupidità” abbonda. Lasciamo a chi lo vedrà l’ardua sentenza.
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Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...