18 gennaio 2007

Recensione: "Pianura proibita" di Cesare Garboli

Cesare Garboli
Pianura proibita
Adelphi

La raccolta di critica “Pianura proibita” può essere a buon titolo considerata una sorta di diario di lavoro, oltre che il testamento intellettuale di uno degli ultimi grandi allievi di Natalino Sapegno, Cesare Garboli, scomparso nel 2004.

Si tratta di un testo non semplice, ma decisamente gustoso che fa della pacata discontinuità e della totale assenza di pedanteria – peccato mortale, secondo lo stesso Garboli, per un filologo – la propria trama conduttrice. La “pianura proibita” è – lo ricorda il testo – quell’orizzonte della scrittura che secondo gli arabi può essere raggiunto da un autore che vi aspiri solo dopo un intenso e prolungato sforzo. La critica sembra attribuire a Garboli medesimo l’etichetta di “studioso in guerra coi libri”. Non li amava, i libri, ma ne aveva bisogno per quell’esigenza di “pianura” che in oltre cinquant’anni di letture e scritti lo ha portato a “muoversi come un animale in mezzo a foreste e montagne, prima di scendere a valle a trovare riposo”.

Fra i capitoli maggiormente meritevoli occorre citare il primo, “Longhi scrittore”, dove si dà una suggestiva interpretazione della critica d’arte intesa come una sorta di trasposizione geometrica, con l’opera che diventa dunque un insieme di punti, una “galassia mai ferma”, una “costellazione”. “Mio sodalizio con De Pisis” rievoca invece vivide immagini della vita dell’artista ferrarese, intento ad “annusare” le vie di Parigi ed a cercare in esse la strada della propria espressione pittorica. Provocatorio è il capitolo su “Il Paracleto”, mentre suggestivo è quello dedicato alla questione della rappresentabilità del Logos nell’arte figurativa, intitolato “La scuola del silenzio”.

Se invece dovessimo sceglierne uno solo, ci sarebbe da puntare su “Dante e Guido”, un’intensa lettura del Canto X dell’Inferno, alla ricerca di Guido che non c’è e che spinge l’autore ad un fine parallelismo fra i versi di Dante, Virgilio e Brunetto Latini, fino quasi a scorgere in essi un unico “secreto calle”.

Or va mastro Burnetto / per un sentiero stretto
(Tesoretto, 1183-84)

(A. di Biase)
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