28 giugno 2006

"Il silenzio dei vivi" di Elisa Springer

di Lagi
E’ una di quelle giornate un po’ grigie, sono in giro in centro, all’improvviso mi ricordo che devo cercare delle informazioni in biblioteca. Decido di fare una scappata. Adoro le biblioteche, ogni libro è quasi un’opera “sacra” per me, ed è bello sorprendersi di fronte agli scaffali, esaminandoli uno ad uno. Scoprire se ci sono delle novità, curiosare per vedere quanta gente ha letto quel libro che hai preso dallo scaffale, che ti affascina, e non sai neanche perché. Lo ammetto, io sono una di quelle lettrici che, in libreria o in biblioteca, sceglie i libri in base al proprio istinto: non mi soffermo troppo sull’autore o sulla trama, a volte mi colpisce il titolo, a volte la copertina. Non so, scelgo quel libro perché mi ispira, sento che devo leggerlo, che mi dirà qualcosa di importante su cui riflettere. A volte, i libri che “trovo” in questo modo così casuale, mi lasciano qualcosa dentro, qualcosa che è difficile da spiegare, un senso di smarrimento e speranza nello stesso tempo.Ed è così che mi sono sentita quando sono incappata nel libro di Elisa Springer, “Il silenzio dei vivi, all’ombra di Auschwitz un racconto di morte e di resurrezione”: il coraggio di Elisa, deportata a soli 26 anni nel più grande campo di sterminio nazista, le offese, le umiliazioni subite, ridotta a una larva umana (arriverà a pesare 28 chili), e nonostante tutto questo orrore, continuare a trovare dentro di sé la forza per sopravvivere. Scampata alla camera a gas, trasferita a Bergen Belsen (il campo dove morì tra gli altri anche Anna Frank), e a Theresianstadt, quando ritorna a casa Elisa decide di non parlare della sua tremenda esperienza per oltre cinquant’ anni, nasconde con un cerotto il numero della marchiatura di Auschwitz, e tenta di vivere una vita normale, si trasferisce in Italia, ha un figlio. Ma poi, grazie anche al sostegno di suo figlio, Elisa Springer decide di scrivere la sua storia. Sono forti le sue motivazioni, e dolorose, ciò che la spinge a scrivere “è l’aver provato lo strazio più grande, quello di dover subire l’indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l’ evidenza dello sterminio”. E si rivolge ai giovani, i germogli del domani, li esorta ad andare a visitare i campi di concentramento. “La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare, a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri (…) Per non dimenticare a quali aberrazioni può condurre l’odio razziale e l’intolleranza, non il rito del ricordo, ma la cultura della memoria. Per non dimenticare orrori e crimini, persecuzioni e campi di sterminio, nell’intento di contribuire a tramandare alle future generazioni un messaggio di amore e di pace”.

***

E’ estate, e con un gruppo di amici decidiamo di fare il giro della Germania. Passiamo diversi giorni a divertirci e a girare per la Baviera. Decidiamo però di fare una sosta anche a Dachau, nel campo di concentramento. Non so se sia stato il libro a stimolare il mio interesse per una visita a Dachau, so solo che è stata un’ esperienza che non dimenticherò mai nella mia vita. E’ pesante l’atmosfera che si respira, si gira per le baracche, si vedono le foto che testimoniano l’orrore. L’ ingresso riporta lo slogan “Il lavoro rende liberi”. In fondo, sono state costruite delle cappelle per pregare. Mi colpisce la costruzione ebraica che ricorda una specie di caverna buia, con un’ unica luce che viene dall’ alto, come un lunghissimo e stretto comignolo. Tu, dal basso, ti senti soffocare, e vedi quella luce, così fioca e così lontana come se fosse l’unica via di uscita. Una libertà lontana e irraggiungibile. All’ improvviso si avvicina un gruppo di ragazzi ebrei che, in rigoroso silenzio, si mettono a suonare con flauti e violini, all’ interno della costruzione. La musica ti avvolge, è struggente, mi guardo intorno, tanti turisti si avvicinano, come me, per meglio ascoltare quel suono che ricorda il dolore dell’uomo. Ognuno di noi è dotato di una macchina fotografica, sarebbe bello immortalare con una foto quel momento. Ma nessuno ha il coraggio di interrompere quel momento così sacro. Restiamo tutti immobili, e in silenzio. Con gli occhi umidi e un groppo alla gola. E il mio ricordo va ad Elisa e ai sopravvissuti. Riprovo quello sgomento e quel senso di smarrimento che mi aveva trasmesso il libro, il silenzio dei vivi: “Un fiore…solo un fiore piantino per ogni lacrima che cadrà dai loro cuori. Saranno loro, i fiori di quel deserto e lì, in silenzio, comprenderanno perché tanti milioni di innocenti, sono nati “solo” per morire”.

(Il silenzio dei vivi, Elisa Springer, Marsilio Editore, Euro 10.50, 22 edizione, p. 124, 1997

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