30 novembre 2011

Jazz-Camerata musicale barese

JAZZ – CAMERATA MUSICALE BARESE
RAVA, MENTORE DELLA TROMBA
di Antonio V. Gelormini


L’ennesima testimonianza che un teatro non può essere un museo, tantomeno il Nuovo Teatro Petruzzelli rinato per celebrare la modernità, rappresentando anche la tradizione, questa volta ha vestito lo stile e il timbro di un marchio intangibile: il suono unico e ormai inconfondibile di Enrico Rava, il trombettista triestino ambasciatore italiano del jazz nel mondo.
A portarlo, ancora una volta, sul palcoscenico levantino è stata la Camerata Musicale Barese, nell’ambito della programmazione “Prestige”, che celebra con un cartellone da “grand parade” i suoi settant’anni di attività. Un ritorno arricchito dallo straordinario quintetto di Rava: Gianluca Petrella (trombone), Giovanni Guidi (pianoforte), Gabriele Evangelista (contrabbasso), Fabrizio Sferra (batteria) e dal loro recente progetto discografico “Tribe”.
Una serata all’insegna della musica raffinata e soprattutto marcata dalla fantasia pulita e “chiaroscura” dei dialoghi musicali di autentici talenti, esaltati dalla vena creativa e compositiva di Enrico Rava. Un suono leggero e al tempo stesso intenso e coinvolgente. Più volte indicato dallo stesso maestro come: ”Non soltanto qualcosa di fisico. Dato che il suono è qualcosa che corrisponde anche all’anima”.
Una ricerca lunga una vita, frutto e testimonianza di un peso italiano significativo nella storia del Jazz. Prodotto e praticato soprattutto dai neri, il gruppo più consistente, ma anche dagli ebrei e dagli italiani. Quando in ogni famiglia o in ogni bottega artigianale c’era uno strumento musicale, e non mancava almeno un musicista che lo suonasse. Per cui, l’improvvisazione era fatto spontaneo coltivato quotidianamente. Un patrimonio radicato nel DNA nazionale, generatore naturale di melodia e di predisposizione alla cosiddetta “jam session”.
Un’occasione per rendere omaggio al “prestigioso compleanno” del sodalizio barese, ma utile a consacrare anche l’estro talentuoso di Gianluca Petrella, il trombone barese definito “geniale” dallo stesso maestro Rava. Che ha voluto rendere ancora più essenziali gli impeccabili ed eleganti interventi della sua tromba, per lasciare tutto lo spazio necessario alla performance calda e poliedrica di Petrella e del suo trombone.
Riflessi lucidi di autentica classe, che spiccavano sul magnifico ordito musicale tessuto dalle “elaborazioni”, dai “commenti” e dalle “imbeccate” di un trio-accompagnante affiatato come non mai. Anche se il loro “soffio” virtuoso disegnava arabeschi armonici ritmicamente tracciati da tasti accarezzati, corde pizzicate e bacchette irrequiete.
Un’intesa palpabile tra eccellenze del suono, che non hanno bisogno di ricorrere al virtuosismo per conquistare la platea. Un equilibrio melodico costantemente mantenuto, anche nelle improvvisazioni più articolate. Segno di una sintonia di ciascun musicista con sé stesso e con gli altri. Una sensazione piacevolmente percepita anche dal pubblico durante le due ore di spettacolo.
La consapevolezza, infine, di un patrimonio di cui essere orgogliosi. La valutazione è di quelle che pesano ed è il suo mentore, Enrico Rava, a sancirla: “Gianluca Petrella probabilmente è il musicista più interessante che il jazz italiano abbia mai generato”.





29 novembre 2011

Ecotium 2011

ECOTIUM 2011 – DAUNIA VETUS
DON CIOTTI, IL CORAGGIO DELLA RESPONSABILITA’
Di Antonio V. Gelormini





La maglietta del “prete scomodo” gli garba poco. Dopotutto fare il prete, di per sé, non è cosa comoda. L’abito talare non è saio monastico, né può essere indossato secondo il modello manzoniano di don Abbondio. A don Luigi Ciotti piace, perciò, molto di più la tonaca di “parroco della strada”. Quella consegnatagli dal card. Pellegrino a Torino, quando lo ordinò sacerdote l’11/11 del 1972, indicandogli la missione: “La tua parrocchia sarà la strada”!
E da attento ricercatore “del volto di Dio nelle persone che si sbattono sulla strada”, don Ciotti ha aperto il ciclo di incontri di ECOTIUM (gli appuntamenti che il Distretto Culturale Daunia Vetus e la Diocesi di Lucera-Troia dedicano da tre anni ai temi dell’Economia dell’Ozio), parlando di “Responsabilità, Etica, Giustizia e Legalità”. Richiamando nella Cattedrale di Lucera una folla di attenzioni con gli occhi vispi ed entusiasti di una speranzosa gioventù e col sorriso dolce e sornione di una rassicurante maturità.
Una testimonianza di responsabilità, attraverso la quotidianità di pratica virtuosa di alcuni valori come la Libertà: “che è impegno costante, per la dignità che ci affida la vita”. O come la Democrazia: “ la cui spina dorsale diventa proprio quell’impegno responsabile, declinato col perseguimento della giustizia e della dignità”. Ma anche come la Legalità: “che è fine ultimo della Giustizia, nonché legame intrinseco tra la Responsabilità (ambito personale) e la stessa Giustizia, in particolare la Giustizia Sociale (ambito comunitario). Quindi, legame intrinseco tra l’io e noi”. Non a caso, il Documento del Vescovi del 1991 era eloquente già nel suo titolo: “Educare alla legalità”. Così com’era forte il richiamo alla “Responsabilità dell’Educazione”.
Don Ciotti, che durante la sua ampia ed appassionata relazione ha citato con emozione Primo Levi, Sant’Agostino e Paolo VI, ha sviluppato le sue riflessioni sulla “assenza dei diritti”, sulla “speranza”, e sulla “politica” (la più alta forma di carità, secondo Paolo VI) per sottolineare che : “Dio ci chiama a prendere le distanze da ciò che inquina la vita”, invitando pertanto ad “Accogliere, per Riconoscere e, quindi, Legittimare”.
Un esercizio facilitato dalla consapevolezza del valore della Diversità: “che è il sale della vita e della società”. Per cui, ha posto l’accento sulla responsabilità come: “Coraggio a guardarci dentro”. Concetto insufficiente se non completato, nel contesto comunitario, dalla “Corresponsabilità”, in quota parte, per ciascun cittadino e persona. Perché, in fondo, si resta: “uguali come cittadini, ma diversi come persone”.
Concludendo, dopo un toccante ricordo dell’azione intensa e coraggiosa di don Pino Puglisi, martire della responsabilità e della lotta alla mafia, con l’esortazione a coltivare e promuovere la cultura. In profondità. Per un sano e virtuoso “risveglio delle coscienze”.
Esortazione raccolta con emozione dall’uditorio, rapito dalla carica coinvolgente di don Luigi Ciotti, ed esaltata dal sigillo finale di Mons. Domenico Cornacchia che, stimolato dal “pulpito di siffatta testimonianza”, ha incitato tutti ad un’ulteriore forma di coraggio: “Osare la santità”.
Don Ciotti ha infine voluto rendere visita ai ragazzi-organizzatori di “Book Sharing”: l’iniziativa collaterale ad Ecotium, volta a promuovere lo scambio di libri tramite il prestito reciproco temporale. Apprezzandone e dimostrandosi interessato al principio ispiratore del seme gettato, per stimolare una sorta di embrione di senso della responsabilità. Attraverso il prendersi cura di qualcosa di un altro, a cui affidare qualcosa di proprio. In questo caso, la preziosità di un libro.


(gelormini@katamail.com)

28 novembre 2011

Non rubare la speranza



Non rubare la speranza (riflessione odierna)



Ma come si fa a rubare la Speranza?
Oggi si può rubare tutto, la fiducia, l'intimità, lo sguardo, la libertà, l'innocenza, l'identità.
Si può rubare l'anima, il corpo che ne è custode, il cuore che batte inutilmente per qualcuno o qualcosa Si può rubare anche l'altrui pensiero, miscelando frasi e parole, l'idea e le sue conseguenze, la verità e le bugie, quelle grandi, soprattutto.
Si sta rubando la pace, dovrebbero rubare le guerre!
Ovviamente quel ladro s'impadronirà dell'altrui denaro, di una borsetta strappata alla nonna, di qualche lira-euro sbucata dal generoso banco-mat, ruberà una macchina, una moto,un caterpillar se non un carrarmato,ruberà un fucile e dieci pecore senza latte.
Ma come si fa a rubare la Speranza?
Ma come si fa ad intascare, furtivi, pezzetti di futuro, rivoli di crescita morale,
di civiltà, di amore e rispetto per il prossimo, di tutti quei bambini abbandonati che calpestano  la nostra terra, tutta, da nord a sud, da est a ovest, che urlano la loro presenza?
Come si fa a dir loro della Speranza se questa è sinonimo di Vita che in loro stessi si deve ricreare perché non sia offuscata e sopraffatta?
Ma come si fa a rubare la Speranza a milioni di umani che non ne sono a conoscenza?
Chiediamolo allora ai così detti Grandi della Terra che ci governano e, forse, la risposta l'abbiamo già letta e la leggeremo ancora, per chissa quanto tempo, nelle cronache di queste guerre infinite che attanagliano la nostra umanità, da sempre.
E siamo, come dice la storia, in tempo di pace, quindi si potrà rubare di tutto,
compreso quella stessa Speranza i cui frutti non serviranno e non meriteranno d'esser consumati.

Gavino Puggioni 

26 novembre 2011

Paratissima-Edizione 2011 parte seconda

Paratissima – Edizione 2011
Artisti e no - Parte seconda
di Marco Salvario

Continua l’analisi di alcuni artisti presenti a Paratissima, Edizione 2011.
Si rimanda per chiarimenti all’introduzione della Parte prima.
Opere e autori citati (in ordine assolutamente casuale):



Paola Cabutti
paolacabutti@yahoo.it
In internet e nel mio schedario, ho trovato con dispiacere pochi accenni a questa artista che dimostra gusto, creatività e capacità raffinate. Inoltre, Paola Cabutti dà nelle sue opere prova di uno stile e di una personalità coerente e riconoscibile, qualità che, in tempi di massimo appiattimento e produzioni in serie, è una preziosa rarità.
I suoi lavori in terracotta esposti durante Paratissima in via Pio V, poco prima di arrivare a piazzetta Primo Levi e al Tempio israelitico, nella locazione chiamata “Cortile delle Testine” - accogliente per la disponibilità delle persone presenti che offrivano the caldo e biscotti ai visitatori zuppi e infreddoliti - sono semplici, ciò nondimeno validi. Le creazioni della Cabutti si protendono vigorose verso l’alto alla ricerca della luce e dell’infinito, come nell’opera illustrata, che è accompagnata e completata da un brano dei Miserabili di Victor Hugo, o all’offerta di un fiore all’innamorata, un grande fiore che il movimento e l’ardore del gesto esaltano, mentre il cuore ardente dell’amante si gonfia nel petto fin quasi a scoppiare: un’esaltazione che sa tenersi lontana dal caricaturale e dal ridicolo. Interessanti creazioni sono anche i due vasi di terracotta che sono stati presentati nella stessa locazione, esempi che dimostrano con quanta facilità e naturalezza l’artista sappia trovare l’equilibrio plastico tra canoni classici e ricerca di nuove armonie.




Periferia urbana - Daniela Borla “Dabò”
http://www.dabocromie.com
Pregevole olio su tela, dove tratti e chiaroscuri suggeriscono più che mostrare le forme di una città senza colori, senza vita, sporca di smog e fuliggine. Geometrie di un quartiere industriale che sembra sgretolarsi, prossimo a collassare. Una metropoli fallita, svuotata, che ha ucciso se stessa, descritta con uno sguardo di compatimento senza compiacimento, solo di fredda denuncia. Paura, forse, e rassegnazione che seppellisce la rabbia impotente nel proprio cuore.
Mi strappa un sorriso, dopo avere commentato questo lavoro tecnicamente perfetto ed emotivamente adeguato nel suo uso dei grigi, notare che Dabò ha racchiuso nel suo sito la propria produzione sotto la definizione “dinamismi cromatici”. Eppure ha ragione, non c’è contraddizione: dietro “Periferia urbana” palpita il desiderio di tinta, di colore, di ribellione. Un colore auspicato e non trovato. Un colore che i meccanismi del progresso hanno distrutto.
Segnalo per completezza che Dabò alterna la produzione pittorica, nella quale un ampio spazio hanno le tematiche legate a città, cantieri e periferie urbane, a singolari creazioni in terracotta e ceramica.



Rinascita - Musicante Alchemico
http://musicantealchemico.oneminutesite.it

Tante le fotografie esposte a Paratissima, foto che le meraviglie tecnologiche di questi ultimi anni rendono tecnicamente perfette, esatte nelle luci e nei colori, precise nei dettagli, però tutte monotonamente uguali. Per carità, sarà colpa del mio occhio poco allenato, però a Paratissima da anni mi sembra di assistere, con poche eccezioni, alla ripetizione delle stesse inquadrature, alle stesse elaborazioni, alle stesse ricerche, agli stessi risultati. Il piacere narcisistico di fare vedere la propria abilità a ripulire ed elaborare le immagini, il compito diligente e sicuramente anche faticoso di tanti bravi discepoli, lodevoli ma sui quali non c’è molto annotare. Viva il digitale, viva i ritocchi di Photoshop e parenti; e basta.
Per fortuna l’opera di Musicante Alchemico è fotografia, ma qualcosa di diverso dal fotografare. L’immagine in lui diventa solo la cattura di un attimo, frammento di una rappresentazione che non ha passato, non ha futuro eppure “è” quel momento. Il fotografo non coglie l’attimo ma lo crea, lo plasma e solo alla fine lo cattura, immortalando la realtà dopo averla trasfigurata, ingannata, modificata.
A completare la sua opera, l’artista si sente obbligato a spiegare, ad aggiungere testo e parole: non sono convinto di tale scelta, ciò nondimeno nell’opera “Rinascita” tali parole - forse troppe, ma un logorroico come me non può accusare gli altri di scrivere troppo - hanno una loro efficacia. Cito solo una frase: “Riemergere come nuovi esseri dagli abissi, guardare la vita con nuovi occhi, ritrovarsi, finalmente.”
L’interpretazione di Rinascita suggerisce storie e al tempo stesso rinnega quello che evoca. Sul sito la fotografia ha un sottotitolo che il testo allegato nell’esposizione a Paratissima ampia e sviluppa: “evoluzione dell’essere”. Va bene, se così vuole Musicante Alchemico, io mi lascio guidare, però mal volentieri: davanti a un’opera, anche se è un sogno che l’autore propone, lasciate che il pubblico scelga e sviluppi la sua interpretazione senza vincoli. Lasciate che chi guarda crei il proprio sogno in autonomia, sperando che anche lui abbia ancora la capacità di sognare.




Anche gli angeli (Particolare) - Lele De Bonis
http://www.leledebonis.com

Al ParaMercure, che già abbiamo citato più volte nella prima parte di questo articolo, gli angeli di Lele de Bonis, creature metalliche alte due metri, mi hanno messo a disagio. Sono opere impegnative, complete, curate nei particolari, eppure da ognuna di esse traspira un sorriso giovane e irridente: come e più che in altre locazioni, mi sono chiesto dove finiva il manichino – o il robot – e dove cominciava la statua, dove finiva l’oggetto e dove cominciava l’opera d’arte. In questo mio travaglio nel volere giudicare, ho sentito forte lo sguardo dell’artista che, come un giovanile Jannacci, in qualche modo guarda “di nascosto l’effetto che fa”.
Di questo senso innaturale del gioco, ho quasi una prova leggendo la prima pagina del sito di Lele: "Amo sporcarmi le mani, l'odore dei colori, la colla che si attacca sulle mani, il rumore dell'avvitatore, martellare ripetutamente il ferro, temperare la matita da disegno, lavare con cura i pennelli, assemblare cose per farle diventare altro... L'ARTE, IN REALTA' E' SOLO UNA SCUSA DI PIACERI PIU' NASCOSTI". Il maiuscolo gridato è dell’autore e, se fino a quel punto il mio testone annuiva soddisfatto, lì mi sono bloccato. Povera Arte (salvo una maiuscola sola), ridotta a così poco: a un momento di transito subito abbandonato e perduto. Temevo potesse essere così l’atteggiamento del visitatore veloce che guarda, interpreta, e lascia che le sensazioni scivolino in lui, diventino associazioni, pensieri, immagini slegate e irriconoscibili, ma non immaginavo potesse esserlo per l’autore! Tante diverse descrizioni può avere l’Arte, ma essere solo una scusa, no!
Chiarito questo, ovviamente una frase secondo me infelice non toglie nulla a un artista (dovrei definirlo “piacerista”?), che elabora forme e immagini con serietà e estro, in una ricerca coerente e minuziosa che si concretizza forse meglio nei suoi Skyscrapers (grattacieli) luminosi e geniali, piuttosto che nei suoi angeli.

25 novembre 2011

Camerata, 70 anni prestigiosi


CAMERATA, 70 ANNI PRESTIGIOSI
di Antonio V. Gelormini

Settant’anni con la Musica. Settant’anni di presidio culturale propedeutico al processo di crescita e di cambiamento non solo della città di Bari, ma dell’intero contesto metropolitano, nonché del più largo e complesso ambito regionale. Settant’anni che la Camerata Musicale Barese segna, con i suoi cartelloni e le sue programmazioni, la maturità esigente di intere generazioni di appassionati e l’azione divulgativa verso quelle più giovani, per avvicinarle ad un ascolto qualificato della musica.
La stagione dei 70 anni è partita in “grand parade”, con la prima assoluta a Bari di un’accoppiata degna del “Prestige” che caratterizzerà l’intero programma 2011-2012: la Russian Academic Symphony Orchestra e l’eccezionale pianista georgiana Elisso Virsaladze. A cui ha fatto seguito la Compagnia Tecnodanza di Venezia, con l’originale omaggio a Mario Monicelli ispirato a “I soliti ignoti” e la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, attraverso un viaggio danzante nella canzone popolare e quella d’autore fino a Puccini.
La parata di stelle che illumina la volta celeste della Camerata Musicale Barese, in questo cruciale anniversario, vedrà sfilare grandi talenti come Enrico Rava e il suo Jazz Quintet, Mario Caroli e il suo flauto “paganiniano” o il pianista Emanuele Arciuli, orgoglio barese e premio Abbiati 2010. Per non parlare dei “fiori all’occhiello”: Uto Ughi, che si esibirà con i Filarmoci di Roma e Salvatore Accardo, che sarà accompagnato dalla pianista Laura Manzini.
Particolarmente brillanti anche i bagliori delle etoiles della danza, che spazieranno dalle coreografie caucasiche del Balletto Nazionale della Georgia alle performance dell’Aterballetto su musiche e testi di Luciano Ligabue. Dalla poesia scenica della Compagnia Kataklò alla maestria affascinante del Balletto Accademico di Stato di S. Pietroburgo, che raddoppierà le serate a Bari (in esclusiva per il Centro Sud) con Romeo e Giulietta e Don Chisciotte.
Ma sarà il mese di Febbraio, che per l’occasione si allungherà di un giorno, a rappresentare lo zenit di questo prestigioso arcobaleno programmatico. Un crescendo pirotecnico, tra appuntamenti in cartellone ed eventi straordinari, tutti previsti al Teatro Petruzzelli. A partire proprio da Kataklò Athletic Dance Theatre (1 feb), a cui farà subito eco il Gran Galà di Raphael Gualazzi: l’eclettico pianista-vocalist, rivelazione musicale dell’anno (4 feb). Sarà poi la volta del pianista Andrea Lucchesini (7 feb), altro premio Abbiati 1995, e del moderno e atteso Balletto Emiliano Pellisari Studio (19 feb), con l’incredibile sfida-lettura de L’Inferno dantesco, nell’acrobatica suggestione di improbabili e artistiche coreografie.
Immediatamente preceduto dallo straordinario Concerto di Paolo Conte, che dopo aver visto esaurita la disponibilità di biglietti per la prima serata, ha acconsentito a bissare l’appuntamento barese (17 e 18 feb), per cui le richieste stanno arrivando da tutt’Italia e dall’estero. A seguire, l’altro doppio appuntamento in atmosfera spagnola: quello con la Compagnia Antonio Gades. Che rende omaggio ai Settant’anni della Camerata con “Bodas de sangre” di F. Garcia Lorca (25 feb) e con la celeberrima “Carmen” (26 feb). Entrambi i balletti vantano coreografie dello stesso Gades.
Una sorta di raffinata elaborazione e di complementarietà con la proposta musicale operistica della Fondazione Petruzzelli, che vedrà a gennaio l’apertura della sua Stagione Lirica proprio con la “Carmen” di G. Bizet, diretta nientemeno che dal grande maestro Lorin Maazel.
La testimonianza di una vocazione alla divulgazione musicale di qualità, che la Camerata Musicale Barese persegue con orgogliosa tenacia da settant’anni e che sancisce “un legame indissolubile” con il suo pubblico e la sua città. Un legame che oggi si rinnova e si riflette nell’apoteosi scenica, brillante e prestigiosa del suo ritrovato Nuovo Teatro Petruzzelli.


(gelormini@katamail.com) 

Varese celebra Giulio Preti

VARESE CELEBRA GIULIO PRETI
Il bios teoretico di un pensatore nel centenario della sua nascita



In occasione del centenario della nascita dell’insigne filosofo italiano Giulio Preti, la città di Varese è divenuta protagonista di uno speciale “anno pretiano”. Le iniziative culturali dedicate a questa straordinaria figura che risplende nel panorama del cielo filosofico italiano da quel travagliato primo ‘900, sono partite con un convegno internazionale di studi, che si è tenuto presso l’Università degli Studi di Varese l’Insubria, dal significativo tema “sul bios theoretikòs di Giulio Preti”dal 28 al 29 ottobre. Vi sono intervenuti quarantadue relatori, provenienti da svariati atenei, nazionali ed internazionali, tra cui Germania, Francia, Messico ed Usa, alla presenza di importanti autorità locali, regionali e nazionali. È stata allestita una mostra sulle tappe significative dell’esistenza del pensatore italiano. È stato decantato dal poeta Silvio Raffo il “Canzoniere per Giulio” di Daria Menicanti. Le attività naturalmente non finiscono qui, ma continuano nell’insieme di un importante progetto, promosso dal polo filosofico della scienza dell’Università dell’Insubria che fa capo al celebre prof. Fabio Minazzi, coadiuvato dai proff. Paolo Giannitrapani e Marina Lazzari, dal senso quanto mai coinvolgente: “Giovani Pensatori”. È stato depositato il fondo del filosofo Antonio Banfi nel Centro Internazionale Insubrico Carlo Cattaneo e Giulio Preti, di cui è Direttore scientifico il prof. Minazzi. È questa un’importante acquisizione per il centro di ricerca, che farà di Varese un laboratorio intenso di riflessione e cultura filosofica. L’importante momento celebrativo di Preti, ricollegandosi ad una più ampia considerazione sul razionalismo critico italiano, vuole da un lato far rivivere quella autentica esistenza, che quanto mai sofferta si spense in maniera tragica sull’isola di Djerba, l’antica patria dei Lotofagi, e dall’altro incentrarsi su di un filone esistenziale e originale, che si poneva soffusamente in competizione ci grandi idealismi neoegeliani di Croce e Gentile. E di fronte al trionfo del rinnovato idealismo italiano, il naufragio esistenziale ed il criticismo pretiano riafferma il senso profondo di un realismo che si dibatte tra immanenza e trascendenza, tra razionalismo ed empirismo. Proprio in questo periodo i giovani del Liceo Classico “Cairoli” di Varese hanno protestato contro la proposta di intitolare un giardino pubblico propinquo alla Scuola al filosofo Giovanni Gentile, non per le sue indubbie doti di pensatore e di speculatore, quanto per la sua dichiarata adesione al fascismo ed alle sue ideologie razziali. Varese fu una città fascista, e molto si vede dalla sua architettura, e fu una provincia voluta dal duce, però nel suo cuore batteva un cuore democratico, garibaldino. Il contrasto Cairoli-Gentile riflette la doppia anima di Varese, una città borghese e proletaria, una città di industriali e di operai, anche se oggi però, sotto l’effetto della crisi globale, si è persa quella spinta propulsiva della società industriale. Al grande Giulio Preti è stato intestato un viale nella monumentale Villa Toeplitz. All’Università di Varese mancava un polo letterario od umanistico, ed il gruppo di filosofi del prof. Minazzi, in questo svolge un’importante funzione di equilibrio in una città tecnocratica. Il pensiero è l’anima di una città, che all’insegna di Preti vuole ricominciare a riflettere e a filosofare.

Vincenzo Capodiferro

18 novembre 2011

Paratissima- edizione 2011- prima parte

Paratissima – Edizione 2011
Artisti e no - Parte prima
di Marco Salvario

Dal 2 al 6 novembre 2011, sotto una pioggia impietosa e a tratti torrenziale, si è svolta nel cuore del multietnico quartiere torinese di San Salvario, l’evento artistico di Paratissima. Molte le iniziative che lo hanno accompagnato, moltissime le opere esposte di cui qualcuna anche interessante, ma il cattivo tempo ha scoraggiato i visitatori, ridimensionando e rovinando la festa.
Se un convinto applauso va tributato agli organizzatori, una tirata di orecchi deve essere riservata agli artisti, specialmente ai più giovani che, anche quest’anno, hanno peccato di fantasia e di coraggio. Insomma: siete giovani (se non anagraficamente, almeno come cuore), non avete nulla da perdere, buttatevi allo sbaraglio! L’arte è sfida e, se non rischiate voi, chi deve farlo? Invece, ho contemplato affranto sequenze di opere scimmiottanti modelli molto migliori di loro, colori che non ferivano, sculture sformate, fotografie buone per cartoline rivierasche.
Giovani, venite fuori! Siete troppo innocenti, tenui, addomesticati, appiattiti: cercate di peccare, e di peccare per eccesso, non per difetto. Meglio rischiare uno schiaffo, che non provare neppure a baciare la dea bendata. Non lasciatevi invischiare in ragnatele che non rompete per la paura di spaventare il nero ragno della vostra incapacità ad affrontare il mondo. Tirate fuori le unghie, rompetevele nella lotta contro la materia che volete plasmare e affrontate il pubblico con mani sanguinanti.
Maledizione! Mi sentivo coperto di appiccicoso miele quando, in ogni locazione, volti puliti e contenti mi sorridevano timidi quando entravo e mi ringraziavano all’uscita. Ho visto artisti che s’inchinavano per salutarmi: grazie, vi odio! Non è con inchini e dolcezza che farete strada: non siate così sottomessi, perché vi utilizzeranno come zerbini per pulirsi i piedi. Se volete costruirvi una reputazione, lottate con lealtà e onestà, ma le unghie e i vostri denti fatemeli sentire sulla pelle, negli occhi, con la vostra personalità e le vostre opere. Non abbiate paura di non sporcare. Ricordatevi di osare.
Avete già dimenticato Jobs? “Stay hungry. Stay foolish.”
Note:
Delle locazioni di Paratissima, per colpa dell’estensione geografica, per gli orari di certi locali che più volte ho trovato chiusi, per il contorto e disagevole transito da una postazione a un’altra (l’ho già detto che pioveva?), per una certa inevitabile confusione logistica, perché anch’io non avevo a disposizione che qualche ora nei miei pomeriggi per curiosare in giro, credo di averne visitate meno di un terzo.
Chiedo per questo scusa agli artisti che meritavano di essere citati e non lo sono stati: può essere successo perché le loro opere - pur valide - non sono piaciute al mio gusto personale e opinabile ma, molto più probabilmente, non le ho proprio viste!
Ultimo consiglio a tutti gli espositori che ancora non hanno un riferimento internet: realizzate un sito con le necessarie note biografiche, qualche fotografia delle vostre opere e l’elenco delle vostre attività. Sicuramente è un impegno che vi farà perdere un po’ di tempo, ma vi permetterà di presentarvi, farvi conoscere e ritrovare in fretta.

Opere e autori citati (in ordine assolutamente casuale):



Monaco tibetano in preghiera – Debora Quinto
http://www.deboraquinto.it

L’artista torinese Debora Quinto racchiude la sua produzione artistica sotto il convincente titolo di “Ritratti in stile etnico” e nei suoi dipinti riesce con efficacia a comunicare la tensione e le emozione maturate in esperienze di volontariato, nell’impegno in attività sociali e nei viaggi all’estero.
Nel quadro “Monaco tibetano in preghiera”, l’immagine del religioso dal vestito rosso, drappeggiato in morbide pieghe, si scaglia violenta sullo sfondo nero con un’energia scenica che ricorda le tele del Caravaggio. Il volto, poche linee base e accurato gioco di luci e toni di colore, sprofondato in una meditazione trascendente e dolorosa, intimidisce e costringe ad abbassare il tono della voce, come quando entrando in un tempio, ci si sente permeati da un’atmosfera di sacro, prossimi alla divinità.
Entrando nel piccolo negozio di via Principe Tommaso dove il dipinto era esposto - più che piccolo per spazio, si trattava di un negozio denso fino a rischiare la saturazione di opere, merci e persone - il “Monaco tibetano” s’imponeva all’attenzione e calamitava lo sguardo appena varcata la soglia, quasi cancellando le altre opere esposte e creando l’illusione che le luci del locale fossero fari puntati nella sua direzione. Non era così: era la forza cromatica della tela che riusciva a creare l’illusione luminosa.
Una delle opere migliori che ho visto a Paratissima.




il naufragar m'e' dolce in questo mare - Manusch Badaracco
http://manuschbadaracco.jimdo.com

 Tra gli espositori del ParaMercure in via Nizza 11, segnalo il gruppo “r-EVOLution anonimartisti” (http://www.anonimartisti.it), le cui iniziative spaziano tra arti visive, video, performance, pittura, fotografia e scultura: il mondo artistico a 360 gradi. Il legame che unisce tale gruppo è il concetto dell’arte concepita come lavoro e ricerca: non si diventa artisti per l’ispirazione di un attimo, ma con un lungo e necessario lavoro di costruzione. Amen!
All’interno del gruppo si avvertono personalità composite e interessanti, tra le principali Manusch Badaracco, giovane e bella artista italo-iraniana, che ha presentato a Paratissima alcune opere tra cui “Il naufragar m'e' dolce in questo mare”, pregevole olio su tela che è, insieme a “Deepwater horizon”, la sua creazione più intrigante.
L’opera è un autoritratto che mostra l’artista dipingere sull’acqua del mare, mentre intorno a lei, animandosi quadri che sono abili citazioni delle sue precedenti opere, le persone ritratte le puntano contro mitra e pistole.
In un’intervista sul canale YouTube, l’autrice afferma che la pittura è per lei una necessità: c’è da crederle e in quest’opera appare chiaro come ogni lavoro finito sia stimolo per continuare, un gradino per salire più alto; restando nella metafora della scala, la tela presentata, riuscitissima e convincente nella sua concezione e rappresentazione, più che un gradino sembra un pianerottolo, un punto di arrivo e di partenza stabile e compiuto. Dopo il periodo di una ritrattistica di ricerca, che nella deformazione dei tratti somatici cercava di esprimere i sentimenti e le emozioni del soggetto, Manusch si dimostra pronta per un altro periodo di creatività artistica più complessa e interessante.



Murzio Giuseppe (Artelaser)
http://www.myspace.com/artelaser

Al ParaMercure esponeva anche Giuseppe Murzio, in arte Artelaser. Chiedo scusa ai lettori e all’autore per non essermi annotato il titolo della creazione illustrata, se questa aveva un titolo, tuttavia è una dimenticanza quasi voluta perché l’opera non mi ha colpito per la sua singolarità, ma solo come valido esempio della produzione di quest’autore che, dal metallo e dal fuoco della fiamma ossidrica, sa trarre immagini convincenti e di forte impatto, imprimendo nel metallo la violenza dei gesti, il dinamismo e la plasticità del corpo umano. All’abilità di valido artigiano che sa modellare la materia con la precisione di un orafo, Artelaser aggiunge un’eccezionale capacità nell’analizzare, scomporre, semplificare e ricreare i suoi soggetti; il risultato sono immagini dai contrasti violenti, ricche di riflessi, tridimensionali e cangianti con le angolazioni; opere vive, mobili, emozionanti.
Nel suo sito l’autore si definisce “esploratore di nuove forme d'arte”: a mio giudizio la sua esplorazione l’ha già portato a realizzazioni mature come tecnica e coinvolgenti come risultato.




Studio Alberto Reviglio
http://www.albertoreviglio.com

In occasione di Paratissima, verso il termine di via Goito, quasi dirimpetto alla storica Società Scacchistica Torinese e di fianco allo Studio999 che propone l’interessante realizzazione di orti sui terrazzi delle città, il grafico, pittore e fotografo Alberto Reviglio ha aperto il suo laboratorio al pubblico.
Entrare nella tana di un artista è un’esperienza particolare ed emozionante, si ha quasi paura di spezzare l’atmosfera creativa del momento e, nel mio caso, proprio così è stato, perché l’autore per accogliermi, mostrarmi lo studio e dedicarmi una mezz’ora del suo tempo, ha lasciato una tela in lavorazione e riposto il pennello, il suo strumento di creazione, perché il colore non si seccasse.
L’ambiente mi ha colpito subito per la sua estrema verticalità; molte tele erano appese a corona circa a quattro metri d’altezza, creando l’impressione di un livello superiore, consolidato e definitivo, con e contro il quale il pittore si trovasse in ogni attimo a competere, per valutarsi e confrontarsi. In un certo modo, si respirava la stessa atmosfera dell’opera di Manusch Badaracco, sopra citata, con l’artista circondato e stimolato dalla sua produzione precedente.
Di alcune tele, Alberto Reviglio mi ha raccontato il concepimento nelle emozioni di una passeggiata notturna nei boschi (colori netti: rosso e nero), la preparazione su bozzetti curatissimi che sono opere finite, il passaggio sulla tela e i problemi tecnici, gli insuccessi e il caso che viene a dare una mano, suggerendo e modificando in parte il progetto. L’arte che, quindi, si manifesta nella sua duplice essenza di messaggio (sensazione, sentimento, grido, piacere o sofferenza) da esprimere e tecnica per esprimerla. La convinzione di Alberto Reviglio, e i quadri intorno a lui confermano la sua coerenza, è che il vero artista non può e non deve mai fermarsi a un risultato, ma deve continuare la propria strada, insaziato e insaziabile; questo con buona pace di coloro che, trovata per abilità o fortuna la formula per un successo, si adagiano nel ripetersi sempre uguali a se stessi. L’irrequietezza creativa di Alberto Reviglio è nella sua vita ricca di esperienze, progetti, iniziative. L’irrequietezza è nei suoi occhi.


- Fine prima parte -

12 novembre 2011

Io mi taglio di Carlotta Bocchi e Cassandra



Carlotta Bocchi e Cassandra

IO MI TAGLIO

Diario di una Borderline






Io mi taglio


Senza alcuna pretesa didattica, le pagine contenute in questo diario presentano l’esordio di scrittrice, voluta fortemente e intrapresa dalla psicoterapeuta Carlotta Bocchi, e appoggiata e condivisa da una sua paziente che per tutelare la propria privacy ha scelto di utilizzare lo pseudonimo di Cassandra.
Io mi taglio è la storia di una paziente affetta da ciò che si definisce Disturbo Borderline di Personalità, che non è la stessa Cassandra, né alcuna delle pazienti passate o presenti della dottoressa Bocchi, ma una summa di tutte loro e della casistica esistente, che riversa in poche pagine il suo doloroso vissuto di regressi e progressi in poco più di un anno di terapia.
La fiducia nella specialista e nel metodo che le propone diventano il filo conduttore quanto la premessa di un compito assegnato. Esso, infatti, finirà con l’avere proprietà quasi salvifiche: l’accettazione della propria patologia, della fragilità connessa, così come la gestione dei sintomi attraverso l’uso puntuale di strumenti terapeutici condurranno la protagonista lungo un percorso accidentato eppure gratificante, sottolineando che saper chiedere aiuto è in assoluto il primo passo verso il miglioramento.



Copertina di Daniela Di Giovanni


[ISBN-978-88-7475-240-9]

Pag. 128 - € 10,00

10 novembre 2011

Match d'autore

Alessio Romano (a cura)
MATCH D'AUTORE
Racconti dal Festival “Montesilvano Scrive”
Edizioni Tabula fati


Il parto di Amanda Barker, un fantasma di cemento, un piede pestato, la madre degli impiccati, un professore turbato, due genitori alla ricerca del cuore del figlio, una donna senza, la notte di Marta, il suicidio di Ettore, le stranezze di Michele, occhi di plastica, un giorno senza me, una cena preparata per nessuno, cose che accadono quando torni a casa, una guerra tra DJ, ali che spuntano, una Desert Eagle puntata contro, una ragazza disinibita, un uomo d’affari milionario, un terremoto provvidenziale, un dialogo tra amanti, sentimenti non coordinati, un gatto di nome Nerone, un amico speciale, un calendario per soli uomini, un collezionista di donne, nove storie di Natale, sette storie contro la guerra e sei pinte d’inchiostro.

Tutti i racconti che si sono sfidati nel “Match d’Autore” del Festival della Narrazione “Montesilvano Scrive”, un talent show letterario a cura di Alessio Romano.


Alessio Romano (a cura)
MATCH D'AUTORE
Racconti dal Festival “Montesilvano Scrive”
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-244-7]
Pag. 182 - € 13,00
http://www.edizionitabulafati.it/matchdautore.htm

08 novembre 2011

La poesia meridiana di Smaldone

LA POESIA MERIDIANA DI SMALDONE
“Atomi”, l’audacia premiata di Gelsorosso Edizioni

di Antonio V. Gelormini


Atomi, come dinamica e “concreta” vitalità della materia stessa. Atomi, come scrigni ricolmi di energica creatività, per dar corpo a versi che sanno di prosa. Atomi, come superamento odierno, sintetico ed intimamente esplosivo all’ermetico e complesso essenzialismo visionario ungarettiano.
Atomi – Ed. Gelsorosso, 2011 é la nuova raccolta di poesie di Bartolomeo Smaldone, che già nel suo incipit, dalle “Lezioni americane” di Italo Calvino, delinea l’approccio moderno a una quotidianità della poesia, che si fa sentire concreto, voce narrante e interfaccia poliedrico di una muta bellezza.
Smaldone è nato e vive ad Altamura, nel cuore della Murgia pugliese, terra di fragranza, di cultura e di tradizioni, nonché di vescovi, di arcaiche grotte-cattedrali e di singolari tracce di dinosauri. E’ alla sua terza fatica letteraria e con quest’ultima ha appena vinto il Premio Nazionale di Arti Letterarie 2011, consegnatogli nella cornice della Galleria d’Arte Moderna di Torino.
Un insieme di componimenti che non fotografano solo stati d’animo, ma tendono ad evolversi come sceneggiatura di “orizzonti fiduciosi”. Un cesto di frutti da assaporare con intensità e certosina ricerca dell’aspro più fine, celato e nascosto nella dolcezza di ogni prima lettura. 44 poesie strette dall’abbraccio grafico di una raffinata veste editoriale, che é essa stessa poesia.
Fa piacere, nel leggerlo e rileggerlo, sfogliare questo libro con delicatezza. Tenerlo tra le mani con rispetto. Apprezzarne eleganza, stile e colore. Farsi avvolgere dal profumo della carta, che diventa sapore impalpabile d’umori mediterranei.
Filari, Ginestra, Calanchi, Scilla e Genesi, e poi ancora Les amants, Le campane della cattedrale, Il punto orizzontale, Meridionale, lo stesso Atomi o l’omaggio Ad Alda Merini, sono alcuni dei prismi di Bartolomeo Smaldone, in cui il “metro” si scompone e la composizione nel verso pratica una scissione: per dar corpo e spazio a riverberi felicemente proiettati verso “l’altro” che aiuta a conoscere “se stesso”. La ricerca, per molti altri versi, di riflettere quella percezione ideologica della realtà molto cara a Pier paolo Pasolini. Una delle Muse contemporanee del nostro autore.
Una sorta di cantata, questa volta in rima più o meno baciata, anche con la filastrocca metaforica di Ginestre, Origani, Rosmarini, Mirti, Caprifogli, Trabaccoli, Querce, Gelsomini e della neonata Cardi: le collane Gelsorosso Edizioni di un progetto editoriale Mediterraneo, che con pervicacia e caparbietà vuole farsi “macchia” diffusa di cultura, tradizioni e identità marcatamente meridiane.





07 novembre 2011

E perché poi?...alcune riflessioni di lavoro e di vita

 E perché poi?... alcune riflessioni di lavoro e di vita
di Lorenza Mondina



In un momento storico in cui avere un lavoro retribuito degnamente, a tempo indeterminato e soprattutto attinente alla propria preparazione universitaria, è un lusso quasi impronunciabile, Gloria si guarda allo specchio, un pomeriggio, e si rende conto che sta vivendo il momento più difficile della sua vita professionale.
Dopo parecchi anni di beata ignoranza, Gloria si sta rendendo conto di quanto l’affermazione “tutto il mondo è paese” sia realistica ed aggiustabile in ogni campo, ad ogni livello.
Alza la testa dalla sua scrivania, dal suo “piccolo” mondo lavorativo, e vede ciò che non avrebbe mai voluto vedere: l’opportunismo, la scorrettezza, la cattiveria.
Possibile che sia così? – si chiede con un po’ di apprensione. E perché poi?
La stessa collega che da anni è lì vicino a lei, con la quale tante (troppe??) volte ha scherzato ed ha riso (al lavoro, qualche volta, un po’ di battute e frivolezze fanno bene!) tutti i giorni, con cui si è anche confidata più volte e con cui ha scambiato, per anni, piccoli doni natalizi (pensierini, di quelli che vogliono dire “comunque sei tra le persone che voglio ricordare in questa festa”), improvvisamente assesta un bel colpo basso, di quelli che fanno piegare in due dal male e che vanno a segno totalizzando il massimo dei punti. E perché poi?
In fondo, in tutta onestà con se stessa, Gloria si rende conto che lo sapeva, le persone che la circondano ormai le conosce, le dovrebbe conoscere, ma si ritrova comunque incapace di accettare le ingiustizie, scopre la sua totale incapacità ed inadeguatezza a far fronte in modo razionale ad un comportamento scorretto. E perché poi?
No, per quanti si sforzi, non trova risposte, non trova ragioni, non capisce i motivi, la rabbia cresce sempre di più, si sente impotente e prevaricata da un ambiente e da un modo di condurre le cose che proprio non le appartengono.
Gloria è una donna tutta d’un pezzo, difficilmente riesce a scendere a compromessi se crede che una cosa non sia giusta, e spesso ha pagato per questo suo modo di essere. Ma è il SUO modo di essere, l’unico che conosce per vivere serena con se stessa, quello che le permette di guardarsi allo specchio e vedere una persona che ancora stima. Per questo Gloria non capisce, non riesce a comprendere come si possa agire secondo alcune modalità per accondiscendere altre persone, chiunque esse siano, qualunque ruolo queste abbiano nel nostro cammino.
Il suo più grande rammarico è quanta energia spreca in questo modo: la rabbia, i pensieri ripetuti e ripetitivi, la tensione, diventano tutti protagonisti delle giornate di Gloria, suo malgrado, strisciando nelle pieghe della sua vita, e a farne le spese sono le persone a lei più care, quelle più vicine, a cui vuole davvero bene. “Questo non va bene”, continua a ripetersi, “mi rende una persona che non voglio essere”. E perché poi?
Il passo dal professionale al personale è estremamente breve: il rischio di essere inghiottiti in un meccanismo pericoloso è troppo alto per abbassare la guardia. Gloria vuole far sapere a tutti che non vale mai la pena lasciare che la nostra vita ed i nostri affetti vengano avvelenati dal nostro lavoro, mai.

06 novembre 2011

Stagione sinfonica Petruzzelli

STAGIONE SINFONICA PETRUZZELLI
STEFAN RECK, INNO ALLA GIOIA
di Antonio V. Gelormini




Stefan Anton Reck rimarrà a lungo nel cuore degli appassionati di musica baresi, di ogni singolo componente dell’Orchestra della Fondazione Petruzzelli e nelle pagine importanti della storia del Politeama levantino. Non solo perché da autentico “cireneo berlinese” ha accompagnato, con energica leadership, la realizzazione dell’intera Tetralogia wagneriana e il ciclo completo del Ring. Abbracciando la croce ambiziosa dell’utopia “soprintendente”, per consentire un’autentica rinascita dello stesso Petruzzelli. Ma soprattutto per la sintonia messa a punto con tutto il corpo orchestrale, con il coro e con l’insieme delle maestranze, vera e propria anima pulsante del nuovo teatro ritrovato, durante i circa quattro anni di percorso comune.
L’imponderabile casualità degli eventi ha voluto che l’omaggio a Beethoven, inserito nella stagione sinfonica 2011, cadesse in coincidenza col ventennale del “rogo maledetto” e prevedesse, all’indomani del Crepuscolo degli dei (Götterdämmerung) l’esecuzione della Nona Sinfonia in re minore op. 125, la stessa che celebrò  nel 2009 l’inaugurazione riservata alle istituzioni del Nuovo Petruzzelli. Questa volta, però, nella performance odierna di una poderosa Orchestra della Fondazione: esaltata dalla bacchetta  scintillante del Maestro Reck, in preda a un’entusiasmante e incontenibile carica “saltellante” alla Daniel Oren.
Un percorso titanico, quello compiuto dall’Orchestra barese, che in nove giorni ha presentato sotto la direzione del maestro tedesco i capolavori di Wagner e Beethoven, due giganti anche loro tedeschi, dopo aver dato vita in pochi mesi a ben otto produzioni diverse con altrettanti direttori. Una sorta di “prova del nove” della maturità professionale raggiunta dall’apprezzato complesso orchestrale, che ha visto l’approdo trionfale alla Nona Sinfonia, preceduto dall’atipico Concerto triplo per pianoforte, violino, violoncello e orchestra in do maggiore op. 56 di Ludwig Van Beethoven.
Una scelta tattica ed opportunamente inusuale, adatta a preparare il maestoso gran finale, da tutti eseguita con duttilità e signorilità. E che ha registrato la sicura e incisiva prestazione solista del primo violino Paçalin Zef Pavaci, nonché l’elegante e ammaliante tocco pianistico del maestro Gregorio Gofferdo, mentre la più ampia partitura del violoncello Mauro Gentile ha dato l’impressione di soffrire un certo affollamento d’archi, tanto da risultarne talvolta nascosto e in alcuni passaggi apparentemente e materialmente soffocato.
Decisamente possente l’innesto del Coro della Fondazione, magistralmente diretto dal maestro Franco Sebastiani. Un timbro vocale d’assieme in continuo crescendo, che diventa appiglio solido di ogni prestazione. Magnifiche anche le voci soliste: Svetlana Kasyan (soprano), Chiara Fracasso (mezzosoprano), Dominik Wortig (tenore) e Rafal Siwek (basso): nitide, solenni e moderne. In felice armonia con l’esuberanza pudica e contagiosa di un applauditissimo ed esausto Stefan Reck. Al quale ognuno, in cuor suo, ha detto sinceramente: grazie. E, con le innumerevoli chiamate, coralmente tutti hanno incessantemente ripetuto: “Arrivederci a presto, a Bari”!





Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...