23 giugno 2011

San Giorgio e il drago di Umberto Lucarelli

SANGIORGIO E IL DRAGO
Affascinante intreccio di emozioni in un racconto di Umberto Lucarelli


L'iconografia su San Giorgio e il drago è antichissima e rimanda al mitico conflitto tra le forze del bene e quelle del male. «In fondo chi è il drago? Chi è Sangiorgio? Avrei dovuto incontrare il drago. Avrei dovuto incontrare san Giorgio. Avrei dovuto accettare il drago dentro di me. Voglio essere Sangiorgio, il cavaliere (dicevo), ma ero il drago: il cattivo e malvagio e feroce drago. Solo lasciando entrare il drago sarei stato Sangiorgio,» ecco come esordisce questo straordinario racconto di Umberto Lucarelli, edito da Ibis, Pavia 2008. In questa iconografia psicologica e spirituale l'intellettuale di frontiera, così sofferto, vive il suo dramma umano e divino. Come negli altri scritti di Umberto, per chi lo conosce, emerge questa ansia romantica di riscatto e di amore inflitto per la società ideale, per la patria dei deboli e dei vinti. L'intellettuale-eroe questa volta, non come "Ser Akel va alla guerra", si trova ad affrontare una delle battaglie più difficili: quella interiore. Ma anche in ciò l'artista esprime appieno  la sua fusione con la realtà. «Il nostro Sangiorgio sposta lo sguardo e trova Raffaello... Lissét una volta fugge e una volta prega. Ecco il Carpaccio...» e  «Percepisce un po' di delusione. Sia per la mancanza di Lissét, sia per la solita
uccisione del drago: Non sono un assassino, penso. Si sposta e guarda il Sangiorgio di Andrea Mantegna». Così Sangiorgio, il drago, la principessa, Obeso, Unocchio, Mazzaferro, Licastro da Catania, il quale «aspetta con impazienza di incontrare l'autentico Sangiorgio» che ha dipinto, gli artisti sono i protagonisti di questo affascinante intreccio di emozioni e di situazioni. Ricorda
Schelling: «ogni magnifico dipinto nasce quasi per la soppressione della muraglia
invisibile che divide il mondo reale dall'ideale ed è solo, per così dire,
la finestra attraverso la quale appaiono completamente quelle forme e quelle
regioni del mondo della fantasia, che traspare solo imperfettamente
attraverso quello reale». Così questo mondo surreale esordisce dal problema del male, quel male che tanto ampiamente si constata nel mondo reale, che pure è causa di cose buone e belle. In questi due mondi, quello ideale e quello reale, sono trasmutati, quasi emanatisticamente, nella effusione delle più varie
sfumature di colori, bene resi nella versione prosaica da Umberto, le forze contrarie del bene e del male, destinate a portare il loro dissidio in tutte le cose. Solo che Umberto non si ferma ad un dualismo manicheo, ma sa considerare il male in funzione dialettica e, molto vicina a quel cristianesimo che ha santificato Sangiorgio, non tragica, in funzione cioè del dramma catartico in cui la persona umana è libera e responsabile protagonista e non passivo campo di battaglia in cui le forze che si combattono sono altre da quelle dell'uomo
stesso. Ma per liberarsi da questo dramma catartico è necessario partire,
come nel misticismo ateo di Schopenhauer, molto simile alla metafisica buddista,
dalla platonica contemplazione del mondo ideale, nell'arte: «quegli che è
assorto in meditazione non è più individuo; proprio l'individualità si è
perduta in tale contemplazione. Egli è invece puro soggetto della conoscenza, fuori della Volontà, del dolore e del tempo» ("Il Mondo", III, 34). e il
cammino di Umberto parte proprio dal “Santideva” «Tutta la gioia del mondo
nasce dal desiderio di gioia per gli altri. Tutto il dolore del mondo nasce dal desiderio di gioia per sé». In "Sangiorgio e il drago" Umberto Lucarelli ripercorre una via di ascesi e di sintesi, dal grado estetico a quello etico, che si avvia dal conflitto cosmologico tra gli opposti che dialetticamente si superano e nelle forme artistiche trovano la loro più autentica espressività.

Vincenzo Capodiferro.



UMBERTO LUCARELLI

Umberto Lucarelli, scrittore e regista, ha partecipato al "Movimento del
'77". Ha pubblicato: "Non vendere i tuoi sogni mai " e "Ser Akel va alla guerra"
(ristampa in cofanetto, Bietti 2009); "Il quaderno di Manuel" (Tranchida
1994); "Fossimo fatti d'aria" (BFS 1995); "Nulla" (BFS 1999); "Pavimento a
mattonella" (BFS 2001); "Sangiorgio e il drago" (Ibis 2008). E' tra i fondatori del
Premio letterario "Sofia", rivolto agli studenti delle scuole superiori. Dirige il
corso di cinema, teatro e comunicazione, in collaborazione con Anffas
Milano Onlus nel progetto "Arte, teatro e handicap", per cui ha curato il
cortometraggio "Il valore di esistere", nell'ambito dell'iniziativa
"Educare alla diversità". Si occupa, tra l'altro, di attività espressive con
particolare attenzione a persone con disabilità, collaborando con diverse associazioni di volontariato.

20 giugno 2011

Odi all'ade di Vincenzo Capodiferro

ODI ALL’ADE   (Poesie macabre 1909-1919)  di Vincenzo Capodiferro 2011 Ass. culturale carta e penna ISBN 978-88-962474-71-2 Pag. 167  € 15,00
Per il suo sesto lavoro, l’autore,  come lui stesso ci spiega nell’introduzione, ci propone la traduzione di un lavoro di un poeta anonimo, scritto in francese classico. Il titolo originale dell’opera era “La dance macabre (1909-1919)”.
Questo personaggio ha come motivo imperante del suo scrivere la morte. Una morte compagna, che si fa spesso tangibile.
La raccolta è suddivisa in tre parti, la terza decisamente più breve, probabilmente interrotta per qualche oscuro motivo.
La prima parte è Il vecchio mondo luogo di partenza del suo viaggio verso l’America.
Di questo poeta comprendiamo che ha una grande fede, che non vede la morte come la fine, ma come qualcosa di sublime, di oltre.
“ La scienza infusa io posseggo: io vedo! Io credo! Cosa avrà da rimproverarmi il cielo?”
I suoi testi ci presentano la morte come un fine che tocca tutti, indistintamente. Probabilmente non a caso ci presenta il termine di re e regine, di cardinali, di badesse…

“La morte
Abate, viene la Morte. Vorresti impedire che ti morda!
Cacciala, dunque! O pastore smarrito, col tuo ligneo
vincastro! Invece di farti restare, per tutto ti richiama
all’ordine col franco e sentito grido:
Dies irae!”
Prima che di persone comuni, quali la nonna, la cortigiana o la sposa.
Ogni testo si adegua al personaggio a cui è rivolto, mutando i termini e le pose, facendo in modo che essi ripresentino anche con suoni onomatopeici, quanto esso compiva in vita.
“L’usciere
Toc! Toc! Aprite chi vi porta
una bella notifica. Vi corregge!”
La morte non è solo una figura, ma un essere che dialoga con chi intende portare con sé.
Nella seconda parte “Il nuovo mondo” vediamo che tende ad aprirsi alla luce, alla speranza.

“La vita è un’aurora immensa
di luce in un oceano d’oro,
si  leva travagliando il sole,
ci soffia un’intensa gioia.”
Ma ai suoi occhi non sfuggono le disgrazie che porta il mare; però anche l’incontro con animali sconosciuti. La febbre dell’oro e gli indiani d’America.
Attraverso i testi si ripercorrono attimi e istanti ai quali l’autore assegna una sua importanza. Lo sguardo volge intorno.
“La pampa, immensa piana,
miratela: giallognola e interinata.
Il sole alla demenza
inclina, alla sete, alla fame”.
La terza parte “Il mondo presente” inizia con un preludio che ci presenta quasi una mappa di ciò che è avvenuto.

“La morte parla

Come moscerini, formiche e api,
il genere umano pullula, abbonda a meraviglia;
l’uomo ha piantato la sua tenda in selve inospitali
e lungo i muri si spandono le città”.
 Si nota il disappunto, forse delusione, perché anche questo tempo presente reca con sé morte, dolore e guerre.
Termina con un titolo “Titanic” seguito dal nulla.
Durante la lettura Capodiferro ha inserito vari passaggi e note storiche che ci aiutano a comprendere appieno a cosa possa riferirsi l’autore; nonché a ricostruire periodi storici e generazioni passate.
I testi sono poesie gotiche, liriche ben intrecciate, un percorso di viaggio, di vita e di morte, due elementi fondamentali dell’esistenza dell’uomo.

© Miriam Ballerini

13 giugno 2011

Il talismano di King e Straub


IL TALISMANO di Stephen King e Peter Straub
© Sperling & Kupfer Editori S.p.A. Sperling Paperback 1988
ISBN 88-7824-008-7   86-I-91
Pag. 655  € 11,90


Cosa succede quando due maestri dell’horror scrivono un libro a quattro mani? Accade che ne nasce una saga fantasy con aspetti raccapriccianti e avventurosi che prendono dalla prima all’ultima pagina.
“Stupisce, ipnotizza, sgomenta e avvince” scrive il Publishers Weekly di questo romanzo.
Il lettore viene rapito dal viaggio che Jack deve intraprendere alla ricerca del talismano, una sfera che salverà sua madre morente di cancro nel mondo a noi conosciuto, e la regina Laura “gemellante” della madre, in un mondo chiamato i Territori.
Non esiste un solo mondo, ma tanti universi; il padre di Jack e il suo socio in affari, Morgan, l’hanno scoperto e riescono a “flippare” da un mondo all’altro.
Ma mentre il padre di Jack, ucciso per mano di un collaboratore del suo socio, aveva in sé la meraviglia per questa scoperta; Morgan trasporta con sé solo la propria avidità e vuole trasformare i Territori, un regno puro e inalterato, in un altro pianeta terra inquinato e da sfruttare. Nonché diventarne il nuovo sovrano.
La lotta fra il bene e il male ci viene riproposta in questa avventura animata da personaggi fantastici, ai quali ci si affeziona. Come a Lupo, un giovane licantropo buono che aiuterà Jack, per il quale si verseranno lacrime reali per la sua morte.
Si viaggerà con Jack da un mondo all’altro, scoprendo meraviglie e orrori nei Territori; personaggi infidi sul versante umano.
Con lui si percorreranno strade, affiancandolo durante il suo cammino faticoso, la sua ricerca che lo porta a ovest dei Territori, verso l’albergo nero, custode del talismano.
Si udirà, quindi, il canto della sfera che avrà il  potere di guarire chi sta morendo e ristabilire le sorti dei mondi.
La fine è un estratto delle avventure di Tom Sawyer di Mark Twain che ben si addice a questo romanzo: “ Così finisce questa cronaca. Era la storia di un ragazzo, deve finire qui. La storia non potrebbe continuare di molto senza diventare la storia di un uomo…..”
Perché le avventure che Jack ha vissuto lo hanno fatto crescere prepotentemente, e, a chi lo ha letto e seguito, hanno lasciato in bocca il sapore dolce di una storia di un ragazzo a lieto fine.



© Miriam Ballerini

10 giugno 2011

Royal caribbean, le agorà dei mari

ROYAL CARIBBEAN, LE AGORA’ DEI MARI
L’orizzonte multidimensionale della crociera di Antonio V. Gelormini


I grandi spazi in mare aperto vivono la prospettiva lunga, ampia e distensiva del volo degli aironi, dei pellicani o delle più eleganti ed aerodinamiche fregate, piuttosto che quella poliedrica, operosa e comunque affascinante di uno sciame d’api verso il proprio alveare.
E’ per questo che le navi giganti della Royal Caribbean, moderne “signore dei mari e degli oceani”, sono la testimonianza decisamente innovativa di un concetto avanzato di crociera, che ha come faro di riferimento “la persona” nella sua peculiare dimensione individuale e in quella declinata e più allargata della sua articolazione famigliare.
Un trionfo di tecnologia e scelte architettoniche capaci di salvaguardare il benessere in senso lato di ciascuno, in un contesto “sostenibile” di grandi numeri, tese ad evitare le tensioni delle file, la noia delle code, l’insofferenza delle lunghe attese. Per rendere la vacanza davvero unica, lungo le rotte dell’accessibilità all’impensabile, dell’entusiasmo per nuove esperienze, della ricchezza di amicizie internazionali e dell’impagabile relax nel sentire di avere l’efficienza a portata di mano.
Un mercato ed un settore, quello delle crociere, che non conosce crisi. Abituato alla dinamica del rinnovamento di un’offerta di servizi all’insegna dell’eccellenza, a non rimanere in attesa dei propri clienti,  ma a cercarli, stimolarli, attrarli e gratificarli con prodotti all’avanguardia dell’offerta turistica integrata, accompagnandoli col sorriso e la serietà professionale di autentici esperti del settore.
Royal Caribbean concentra tutto questo nell’eleganza di una proposta affascinante e caleidoscopica, che si moltiplica nei riflessi in mare di suggestioni quali Oasis, Allure, Freedom, Voyager, Radiance, Vision, Mariner, Brilliance, Serenade, Adventure, Explorer Navigator. E che vede i programmi mediterranei del colosso delle crociere, dopo le trame tessute tra i porti Tirrenici di Barcellona, Palma, Ajaccio, Civitavecchia, Genova, Livorno e Napoli, intensificare gli itinerari nel Mare Adriatico, facendo capo a Venezia, Bari, Dubrovnik e Koper in Slovenia. Estensione naturale delle rotte ioniche verso la Grecia e la Turchia.
Bambini gratis, attività sportive e di animazione all’avanguardia, attenzione ai dettagli, cucina eccellente ed internazionale, servizio impeccabile. Un orizzonte che cambia ogni giorno, spazi comuni mozzafiato, centri benessere sofisticati, sono solo alcuni dei riverberi brillanti di un collier di formule tariffarie omnicomprensive, all’insegna di un rapporto qualità prezzo modulare ed estremamente accattivante.
Navigator of the Seas e le sue gemelle della Classe Voyager Mariner of the Seas e Voyager of the Seas saranno le navi più grandi e sorprendenti nel Mare Nostrum in partenza dall’Italia. 15 ponti dedicati alle attività ricreative e intrattenimenti vari, una pista di pattinaggio sul ghiaccio, una parete da arrampicata a 60 metri sul livello del mare, un simulatore di golf o un campo da golf a 9 buche, un campo regolamentare da pallacanestro, che si trasforma in campo da pallavolo e calcetto. Ricchissimi centri benessere, dove provare esclusivi trattamenti come l’agopuntura o lo sbiancamento dei denti, gallerie alte quattro piani, con bar, pasticcerie, caffè e negozi di tutti i tipi. E dopo la cena, in uno dei sette ristoranti di bordo, il divertimento prosegue allo Champagne Bar, al Casinò, o nel teatro di bordo, con spettacoli stile Broadway tutte le sere.
In queste moderne “Agorà” itineranti diventa interessante anche quella sottintesa speculazione virtuosa a un approccio diverso del vivere il mare. Non più solo dalla statica postazione-osservatorio in spiaggia, dalla sdraio sotto l’ombrellone, ma nella dinamica e altrettanto rilassante prospettiva del navigante. Operazione senz’altro meritevole e propedeutica al recupero della promozione ed allo sviluppo di un’auspicabile e rinnovata cultura del turismo nautico.


(gelormini@katamail.com) 

06 giugno 2011

Henry Hastings di Charlotte Bronte






Il classico sempre vivo nel Web
Henry Hastings
di Charlotte Brontё
A cura e traduzione di Maddalena De Leo
Un classico edito per la prima volta in lingua italiana da AlbusEdizioni

da oggi anche in formato e-book

 Pubblicato per la prima volta da AlbusEdizioni in traduzione italiana, il romanzo scritto nel 1839 da Charlotte Brontë, è ora anche in formato e-book.
Il lungo racconto, anche se ambientato nel XIX secolo, affronta temi e conflitti morali di grande attualità e attraverso la caratterizzazione attenta dei suoi tre personaggi principali contribuisce ad aggiungere nuova luce alla fama ormai immortale della Brontë, scrittrice appassionata, capace di esprimere una tensione emotiva che non conosce cedimenti nel corso della narrazione.
Corredato da un’esauriente introduzione, il libro cerca di rendere al meglio nella nostra lingua, attraverso una traduzione puntuale e pedissequa dall’inglese, il pensiero creativo che è alla base del testo.


02 giugno 2011

Norma, vestale del fuoco celeste

NORMA, VESTALE DEL FUOCO CELESTE
L’opera di Bellini riproposta al Petruzzelli
di Antonio V. Gelormini
Una ferita rimarginata. Con il ritorno di “Norma” sul palcoscenico rinnovato di un Petruzzelli finalmente ritrovato, viene via anche l’ultima crosta di uno sfregio lungo circa vent’anni. Troppi per una convalescenza e una vera e propria “rinascita”. Tanto da marcare una cicatrice che comunque resta, anche se a testimonianza di uno spirito cittadino temprato dal fuoco della passione e dell’orgoglio indomabile.
E’ stato come venir fuori da un’angoscia. Le note di Bellini che tornano libere tra i palchi, le balconate e le poltrone, gremite in ogni ordine e in gran parte rapite da un ricordo decisamente opprimente, hanno reso largo e compiaciuto il sorriso di quanti con passione e dedizione hanno contribuito a tale rinascita del Politeama barese. L’applauso incontanibile alla fine della sinfonia iniziale a sipario chiuso, sotto la Quercia-bozzetto di Mario Schifano, diventa spontaneo, entusiastico e scaramantico omaggio ai nuovi protagonisti di un dramma scenico destinato a ripetersi.
“Partii da Bari allibito, avendo negli occhi pieni di lacrime l’immagine di un cratere fumante e nelle orecchie la sentenza senza appello del portiere d’albergo: lei è stato l’ultimo direttore al Petruzzelli”, ha ricordato con evidente emozione Roberto Abbado. “Per fortuna non è stato così. Sono tornato a Bari e mi è mancato il respiro, nel rivedere l’imponenza della grande cupola del Teatro, su cui sventola rassicurante un vivace tricolore”.
La morbidezza del suono esaltato dall’acustica del Nuovo Petruzzelli e domato da un’impeccabile direzione del maestro Abbado, insieme alla performance ancora una volta entusiasmante dell’Orchestra della Fondazione, hanno accompagnato il debutto nei panni di Norma di Carmela Remigio. La brillante voce mozartiana chiamata a dar corpo alla linea evolutiva della componente melodica (Bellini) della cosiddetta perfezione musicale (Mozart).
Chi l’aspettava al varco della prova della potenza vocale, lungo gli accordi cinici della rabbia e della vendetta, ne ha potuto apprezzare la forza della leggerezza espressiva, sulle melodie delle sofferenze d’amore della Vestale del fuoco celeste. In sintonia con i riverberi moderni di un’opera che la regia di Federico Tiezzi ha rimodellato sulla dicotomia poetica di due grandi spiriti meridiani, Giacomo Leopardi e Vincenzo Bellini: classici nella forma e romantici nel sentire.
L’opera lirica è come un’ellisse, Tiezzi e Abbado, il regista e il direttore, resteranno a lungo “i due fuochi” di questa rinnovata versione di Norma. Più mediterranea, più malinconica. Meno guerra e più sentimenti. Una Norma più vulnerabile, esitante nella debolezza della sua ambiguità, ma capace di slancio eroico nel fatale altruismo del gesto estremo. Un’indole già affiorata, nell’azione scenica, in quella solidarietà tipicamente femminile, che trasforma in complicità l’attesa rivalità tra Norma e la giovane Adalgisa. A cui stile e timbro sono stati magnificamente assicurati da una apprezzatissima Sonia Ganassi. Mentre i toni più vibranti di Giacomo Prestia (Oroveso) e quelli tenorili di Andrea Carè (Pollione) hanno sottolineato le intense interpretazioni maschili.
Originale ed efficace, infine nel rewind della serata, la soluzione scenica del drappo-sipario dorato, che come un telo-tagliafuoco cala improvviso sul palcoscenico al momento del rogo fatale. Un intreccio subliminale, che nella tradizione dei Druidi vuole il vischio simbolo di rigenerazione e che le querce, su cui cresce, custodissero tale visibile emanazione del “fuoco celeste”, ricco di tutte le proprietà magiche del fulmine. Una fronda da raccogliere al sesto giorno della luna (Casta Diva), che segna l’inizio del mese druidico, e che dopo diverse settimane dal taglio assume le ricche tonalità color d’oro. Tanto da ritenerlo sacro e di credere che contenesse la “semenza del fuoco”.

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...