21 febbraio 2011

La luce nel deserto di Rosanna Rivas

La luce nel deserto di Rosanna Rivas


Un canto echeggia nel deserto e ci porta le voci di tante donne vittime di soprusi di uomini prepotenti in società tiranne, ma anche in quelle civilmente più avanzate.
Un romanzo ambientato in terra palestinese, che può essere considerato un documento, testimonianza di tante sofferenze e ingiustizie vissute nel mondo femminile, nelle società islamiche, ma non solo. Un testo che è liberazione di tali sofferenze, in qualche modo riscatto, e anche denuncia alle coscienze umane.
Un libro che è al contempo testimonianza della forza dell’amore, anche in contesti così difficili e drammatici.
Da non perdere, perché fa riflettere ed emozionare.
Bellissimo il messaggio lanciato dall’autrice: Noi donne dobbiamo stringerci in lungo interminabile abbraccio che dia luce a quel deserto di soprusi e violenze che le donne di ogni religione e colore subiscono ad ogni latitudine.





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La luce nel deserto


Collana Narrativa di AlbusEdizioni - Romanzo


Pagg. 215; € 10,00; Codice ISBN: 978-88-96099-44-5


Nelle migliori librerie, anche on-line, o dal nostro sito: www.albusedizioni.it

16 febbraio 2011

Programma al "Borgo" a Milano

Per l'anno 2011 la galleria Il Borgo propone nuove idee legate alla rivalutazione dell'arte figurativa nella ricerca contemporanea.



In programmazione dal 23 febbraio al 7 marzo la rassegna artistica "Inscape. Paesaggio interiore", dedicata all'irripetibilità ed esclusività dell'esperienza individuale, avente lo scopo di analizzare la ricerca artistica contemporanea imperniata sul tema del paesaggio emotivo tracciando una geografia dell’anima di cui cerchiamo gli elementi per tutta la vita. Il paesaggio interiore appare come un labirinto di linee che traccia l'immagine dell’individuo nella sua parte più intima, è una visione soggettiva fondamentalmente legata all’esistenza.


L'8 marzo sarà invece inaugurata "Arte al Femminile", quale omaggio al valore della donna nell'arte.


Da non dimenticare l’Esposizione d'Arte Contemporanea "Equilibri" che lascia libertà d’interpretare il senso dell’equilibrio nell’arte e nella vita.
L’importanza dell’equilibrio si evince nella ricerca artistica contemporanea indipendentemente se si tratti di un linguaggio astratto o figurativo, sottolineando il valore dell’armonia compositiva e l’incidenza che esso ha nel registro emozionale dell’opera d’arte.
Per l’occasione sono stati selezionati validi artisti come Beatrice Piva, Sonia Fiacchini, Francesca Orelli, Gian Maria Piazzesi e Martina Tapinassi. Mentre per la rassegna artistica "Art Room" che si concluderà il 14 febbraio si annoverano nomi come Suzy Zanella, Emilio Di Cerbo, Carmine Grasso, Martina Tapinassi e Gloria Giovanella.
In permanenza è possibile ammirare le opere di Symona Colina, Eleonora Dal Farra, Valentina Franceschi, Cumòz e Annamaria Iodice.






"Il Borgo"


Sabrina Falzone Gallery


Corso San Gottardo 14


20136 Milano (MI)


Orari di visita: da martedì a venerdì ore 16-19; sabato 10-12


www.sabrinafalzone.info

15 febbraio 2011

Intervista a Gianna Fratta, direttore di cuore e di braccio

GIANNA FRATTA

DIRETTORE DI CUORE E DI BRACCIO
di Antonio V. Gelormini




Dopo le soliste Anna Lisa Pisano – flauto, Giuseppina Ciarla – arpa, Martina Repetto – corno, la scelta della sovrintendenza della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli di portare in primo piano talenti femminili sul palcoscenico sinfonico-mozartiano del Politeama barese, si arricchisce di un Direttore d’Orchestra del calibro di Gianna Fratta. A lei, talento pugliese doc, è stato affidato l’appuntamento del 12 febbraio - ore 21,00 - al Teatro Petruzzelli, con l’esecuzione della Sinfonia concertante per oboe, clarinetto, fagotto, corno e orchestra, e la più famosa Sinfonia n. 41 “Jupiter”, entambe di Wolfgang Amadeus Mozart.


1 – “Maestro”, Cavaliere della Repubblica a soli 35 anni, per espressa volontà del Presidente Giorgio Napolitano. Con la bacchetta al posto del frustino si sente più “Walkiria” dal piglio guerriero o “Amazzone” ristoratrice col corno colmo di idromele?
Non saprei. Sento che la bacchetta non é un oggetto di potere, ma di responsabilità. Certamente per scegliere di impugnarla ci vuole un po’ della Walkiria e un po’ dell’Amazzone, ma per continuare ad impugnarla, dopo averlo scelto, ci vuole qualcosa di più. Ci vuole un mix di capacità, abilità, conoscenze, carattere e molta energia. Direi che ci vuole un carattere poco arrendevole e molto portato ad assumere le responsabilità delle scelte che si fanno, non solo musicali.
2 – Il sogno di dirigere al Petruzzelli si avvera. Cosa prova come donna, piuttosto che come prima donna, ad essere protagonista di una pagina di storia della musica?
Sicuramente dirigere al Petruzzelli é un traguardo importante della mia vita, più che della mia carriera. So bene quanto questo luogo sia significativo per la musica, per i pugliesi e quanto rappresenti una realtà musicale tra le più accreditate in Italia. Non sempre essere protagonisti di una pagina di storia é un fatto positivo. La pagina scritta con l’orchestra e i bravissimi solisti è stata davvero bella. Abbiamo lavorato per dare al pubblico un’emozione. E i “ragazzi” di questo magnifico organico orchestrale sono stati bravissimi.
3 – Ci racconta cosa attira più la sua attenzione e cosa più le interessa in una partitura?
L’insieme mi attira. La genialità della scrittura composita, delle linee che si intrecciano, dei temi che si rincorrono, dialogano, si trasformano e soprattutto il fatto che, come interprete, sei chiamato a scoprire quello che menti geniali, come Mozart (visto che al Petruzzelli dirigerò un concerto interamente dedicato a lui), hanno messo su carta.
Mi interessa il lavoro di “detective” sotteso a quello del direttore, il lavoro di studio per scoprire e imparare. Non cerco nella partitura nulla che vada oltre le intenzioni del compositore, che interpreto in modo personale, ma che tento di rispettare fino in fondo.
4 – C’è una sezione dell’Orchestra che predilige?
Assolutamente no. Dell’orchestra non mi interessano i timbri singoli o delle singole sezioni. La prima volta che ho sentito un’orchestra dal vivo (avevo circa 8 anni e studiavo pianoforte al Conservatorio di Milano) ho pensato a quanto fosse riduttivo il suono di uno strumento rispetto alla fusione dei timbri dell’organico orchestrale. In quel momento ho deciso di fare il direttore d’orchestra.
5 – Direttore come strumento interpretativo di ricerca fedele o “Musa” di creativa interpretazione, da declinare in funzione dei talenti a disposizione in ciascuna orchestra diretta?
In questo sono molto all’antica e anche molto influenzata dagli insegnamenti del mio Maestro Yuri Ahronovitch. Noi tutti siamo dei mezzi: il direttore, l’orchestra, i solisti. Siamo solo i tramiti attraverso cui le idee dei compositori si possono e devono trasformare in emozioni vive; possono uscire dalle pagine e arrivare direttamente al cuore, alla pelle, alla pancia, alla testa. L’interpretazione é un lavoro di ricerca, la ricerca dell’idea del compositore. Certamente c’é un margine di scelta, c’é la responsabilità di prendere decisioni, ma l’obiettivo finale é quello di avvicinarsi il più possibile all’idea di colui che ha concepito e creato l’opera. I sentieri per avvicinarsi sono diversi, ogni interprete segue la sua strada, fa il suo percorso, ma la segnaletica é scritta dal compositore.
6 – Quali sono i miti, o meglio i suoi modelli, della composizione e della direzione d’orchestra?
In generale sono poco portata ad avere modelli e tanto meno miti. Sono quotidianamente affascinata e ammirata da tanti compositori e direttori, ma essere un modello per me va oltre la stima professionale, che pur sento per tanti. Un modello per me é stato Yuri Ahronovitch: un modello di direttore, di uomo, di insegnante. Ha rappresentato qualcosa per me, Gianna Fratta. Capisce, Abbado, Muti, Maazel... tutti eccezionali, ma non possono essere modelli, possono essere esempi. Invece Ahronovitch ha cambiato la mia vita e, nonostante sia morto da vari anni, non c’é giorno in cui, studiando, non penso alle cose che mi ha detto. Cioè le cose che lui ha detto solo per me, specificatamente rapportate al mio modo di dirigere. Questo, per me, e’ un modello.
7 – Umberto Giordano, Niccolò Piccinni, Nino Rota, quanta tradizione musicale pugliese si porta dentro?
Tanta. Pensi che quando studiavo direzione d’orchestra al conservatorio di Bari il mio Maestro, Rino Marrone, mi fece dirigere proprio un’opera di Piccinni. Anche se in forma di concerto é stata la prima opera che ho diretto. Dopo c’é stato “Il Re” di Umberto Giordano, di cui é uscito l’unico DVD esistente, e poi ho un emsemble cameristico intitolato ad Umberto Giordano. Ho inciso le liriche di Giordano per canto e pianoforte; ho diretto, scelta da Bruno Bartoletti, l’opera di Giordano “Marcella”. Anche di Nino Rota ho diretto e suonato abbastanza. Sono tre compositori pugliesi... ma patrimonio del mondo musicale! Certamente il mio approfondimento per Giordano é dettato dal fatto di essere foggiana, per cui vorrete perdonare il mio sfacciato campanilismo.
8 – Korea, Balcani, Berlino, New York, Italia, un caleidoscopio di pubblico, contesti e appassionati. Lungo il tema comune del linguaggio universale della musica, cosa ne delinea le rispettive e diverse sensibilità?
Sicuramente ci sono approcci e sensibilità differenti. Io ho viaggiato molto per lavoro e questa é stata una grande risorsa, che mi ha permesso di conoscere popoli, abitudini e realtà diverse. E’ bello, per esempio, constatare come l’Opera italiana sia cosi’ amata nel mondo, quanto e piu’ che in Italia stessa. E’ sorprendente pensare di entrare nei teatri di tutto il mondo e poter tranquillamente relazionarsi ai cantanti in italiano, é una cosa che mi ha sempre colpito molto. E’ difficile descrivere le differenze, che sono pur tantissime, nei vari continenti. Sono invece sempre molto colpita da quanto la musica accomuni musicisti e pubblico, cioè fruitori e interpreti. Il fatto di viaggiare e fare musica, la stessa musica dovunque, leggere le stesse note e parlare la stessa lingua mi hanno insegnato che il mondo é la patria dell’uomo. Tutto il mondo e di tutti gli uomini. Da questo punto di vista, più che nazionalista, mi sento decisamente universalista.






(gelormini@katamail.com)

14 febbraio 2011

Tutte le donne che ho dentro di Elisabetta Comastri

Tutte le donne che ho dentro

di Elisabetta Comastri
Silloge vincitrice del II Concorso Internazionale Poetando


È con l’incontro
in un volto di altra me
che esplode un’improvvisa
vita d’ali…
Con questi versi apre la bellissima silloge di Elisabetta Comastri, tessuta con il filo di un forte senso di maternità, e quasi a voler lasciare un importante e singolare testamento…
D’inchiostro rammendo
a parole una vita
che resti e somigli a poesia
Una raccolta di versi, pagine, emozioni che sembrano dar voce a tante donne, tutte racchiuse in un’unica amica, sorella, madre, poeta… Tutte le donne che ho dentro.
(Così mi trapassa/di rotaie stridenti/la vita delle donne che mi gridano/silenti, se chiedo alla voce/di tacchi e lustrini/dove s’arrampicano a sguardi)
…a risarcire di righi/e di parole di suono/le donne che percorro/nella donna che sono.


Elisabetta Comastri è nata a Perugia e vive a Spoleto, dove insegna, è madre di 4 figli, appassionata di lettura, scrittura e cucina. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche e ottenuto oltre 90 riconoscimenti in 4 anni. È membro di molte associazioni culturali e giurata di tanti concorsi letterari nazionali. Nel 2009 è stata insignita del premio Telegalli dell’Associazione Amici di Eggi, Spoleto, per la sua attività culturale.


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Tutte le donne che ho dentro,
Collana Le parole per te di AlbusEdizioni - Poesia
Pagg. 66;
€ 8,00;
Codice ISBN: 978-88-96099-42-1
Nelle migliori librerie, anche on-line, o dal nostro sito: www.albusedizioni.it

09 febbraio 2011

Orchestra del petruzzelli Tchaikovsky e il tamtam del silenzio

ORCHESTRA DEL PETRUZZELLI

TCHAIKOVSKY E IL TAMTAM DEL SILENZIO
di Antonio V. Gelormini










Una nota. Una sola nota nel quarto movimento, alla battuta 137. E’ quella suonata dal tamtam, il leggendario e misterioso strumento orientale, che come uno spartiacque “segna l’inizio del pizzicato lugubre dei contrabbassi, sul quale si inanella un tema discendente, di rassegnazione, che si spegnerà dopo qualche battuta” (R. Muti).
Una sola e decisa nota. Metafora che racchiude la chiave di volta del quarto movimento, “Adagio lamentoso”, della Sesta sinfonia di Pyotr Ilyic Tchaikovsky, detta “Patetica”. Ancora una sinfonia sul tema dell’ineluttabilità del destino, che questa volta, però, non trova alcun esorcismo nella maestosità di un finale trionfante. Questa volta il fato vincerà la sua partita.
Tchaikovsky nella sua ultima sinfonia spiazza tutti. Il finale maestosamente violento lo colloca alla fine del terzo movimento. Come se volesse, in quel punto preciso, chiudere i conti col suo pubblico senza tempo. Per riservarsi una fine intimamente introspettiva, sussurrata dolcemente e intensamente fino al rapimento estremo e al silenzio senza fine.
Per una di quelle imponderabili coincidenze che la vita riserva a ciascuno, il compositore morì quando si stava eseguendo per la seconda volta la sua “Patetica”. Diventando, così, una sorta di testamento artistico, nel quale confluiscono tutti gli stati emotivi, spirituali ed affettivi che ne avevano caratterizzato il suo travagliato arco di vita. Un romantico fendente di luce sulla fragile tela esistenziale del musicista russo, segnata da ombre e tinte dal tenore caravaggesco.
Un’ulteriore prova di maturità dell’Orchestra della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli, che sotto il polso e la bacchetta del Maestro Renato Palumbo testimonia una crescita precoce e “l’ottimo spessore artistico” apprezzati dallo stesso Direttore. Ormai artisticamente di casa a Bari.
Ancora una donna protagonista e solista mozartiana sul palcoscenico sinfonico del Politeama barese. Questa volta è toccato a Martina Repetto, primo corno dell’Orchestra del Pteruzzelli, dare fiato e tonalità al suo insolito strumento nell’accattivante Concerto n. 3 per corno e orchestra K 447 di Wolfgang Amadeus Mozart.
Infine una comprovata evoluzione anche nel processo competente del pubblico, che consapevolmente si lascia travolgere dall’entusiasmante tranello thcaikovskyano alla fine del terzo movimento della “Patetica”. La speranza che si spegne nell’inusuale silenzio che chiude la sinfonia, si riaccende nei lunghi e calorosi applausi finali. Applausi convinti, che sigillano l’orgoglio per l’Orchestra ritrovata e il piacere di poter contare su una promettente, folta e professionale presenza giovanile.






(gelormini@katamail.com)

07 febbraio 2011

Recensione "La scrittura come meditazione filosofica"

Giuseppe Grasso

LA SCRITTURA COME MEDITAZIONE FILOSOFICA
Tre letture di Proust
Edizioni Solfanelli






Questo libro ripercorre l’epopea proustiana dell’io lungo la corsia preferenziale delle «intermittenze del cuore». Tre sono le tappe affrontate: l’episodio della madeleine, i tre alberi di Hudimesnil e le scintille sensoriali che folgorano il protagonista nel Temps retrouvé. Senza disattendere l’impegno filologico che gli è consono l’autore ci conduce piacevolmente, coadiuvato da Silvia Peronaci per la parte filosofica, lungo le volute della Recherche inerenti alle estasi metacroniche e ne mette in luce la loro natura di meditazione.
Proust era un «maestro di grazia» o anche un «maestro di pensiero»? Solo un letterato o anche un narratore-filosofo? Tra rare gemme poetiche e altrettanto pregiati sigilli spirituali la sua «scrittura» si muove a quote meditative tali che le distinzioni o i giochi di genere si fanno vuoti tecnicismi. Se l’esame di coscienza scritto appartiene alla tradizione filosofica, in quanto è di Proust la coscienza qui in esame, risulta facile concordare con Theodor Adorno, secondo il quale l’opera proustiana dovrebbe essere letta, assai più che i libri di Voltaire e di Anatole France, come un roman philosophique. Quel che conta è che il grande scrittore francese abbia messo in atto una nuova «forma di finzione» in cui coesistono e si sovrappongono «esperienza di pensiero» ed «esperienza di creazione». Ed è per questo che il filosofare, in lui, assume svariati modi espressivi.
Queste «letture» dalla Recherche — presentate da Gianluca Valle — sono accompagnate da un saggio molto utile di Anne Simon sulla ricezione di Proust nell’ermeneutica filosofica del Novecento francese. Di esse ne riesce un’analisi morbida e concentrata, disponibile a farsi plasmare dalla complessità tematico/strutturale dei brani ma non a cedere a quel riduzionismo feticistico cui taluni episodi relativi alla «memoria involontaria» sono più volte stati costretti.




Giuseppe Grasso, docente di Lingua e Letteratura Francese, filologo, traduttore e pubblicista, ha curato nel 1990, insieme con Paolo Pinto, la prima edizione italiana di "Alla ricerca del tempo perduto" condotta sul testo critico stabilito da Jean-Yves Tadié, apparsa presso le edizioni Newton Compton. È stato per oltre vent’anni uno dei critici letterari — e lo specialista per la disciplina che insegna — presso il quotidiano “Il Popolo” di Roma, divenuto poi, nel 2003, “Europa”, il quale ne ha assorbito parte della redazione e molti collaboratori.

Giuseppe Grasso


LA SCRITTURA COME MEDITAZIONE FILOSOFICA


Tre letture di Proust


Edizioni Solfanelli


[ISBN-978-88-7497-702-4]


Pagg. 160 - € 12,00






http://www.edizionisolfanelli.it/lascritturacomemeditazionefilosofica.htm

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica