13 ottobre 2009

Libri: "Il colore del caffé" di Arturo Bernava

Il maresciallo Dante Modiano, poco prima della seconda guerra mondiale, viene trasferito in un paesino della montagna abruzzese. Si imbatte da subito in strani personaggi: un bambino di cui tutti sembrano ignorare le origini, un vecchio cieco appassionato di letteratura, una splendida e prosperosa ostessa, una contessa che fugge dalla vita mondana della capitale forse per nascondersi, un finanziere senza scrupoli che ha truffato migliaia di persone. A fare da cornice ai personaggi principali, altri soggetti dai colori forti: il pazzo Gerolamo, il podestà Ovidio Mentore, e, come in ogni storia di paese che si rispetti, il farmacista, il notaio, il prete. E, ovviamente, i carabinieri della stazione, tra cui spicca il saggio appuntato Inzirillo. Da subito Modiano si imbatte in situazioni non del tutto chiare. Un omicidio commesso sedici anni prima, un repentino ricovero in manicomio dell’unico testimone oculare, il fallimento di una banca che ha condotto sul lastrico quasi tutti gli abitanti del paese. E comincia ad indagare il buon maresciallo Modiano, non senza cedere alle lusinghe dell’amore, salvo poi domandarsi se sia effettivamente amore vero. Ma non sarà l’unico dilemma in cui si imbatterà: infatti la voglia di vendetta degli abitanti del paese che intendono riprendersi i soldi rubati loro con l’inganno, porterà Modiano di fronte ad un dilemma personale e professionale molto forte. Sino all’epilogo imprevisto.
---------------------
Arturo Bernava, nato a Chieti nel 1970 ed è risultato tra primi posti in oltre quaranta premi letterari.
---------------------
Arturo Bernava
IL COLORE DEL CAFFÈ
Romanzo
Edizioni Solfanelli, Chieti 2009
---------------------
Fonte: Ufficio Stampa Tabula Fati - www.edizionisolfanelli.it

12 ottobre 2009

Libri: "L'alfier nero" di Arrigo Boito

La narrativa di Arrigo Boito, così come la sua poetica, è caratterizzata da una serie di antitesi: tra virtù e peccato, sorriso e angoscia, luce e ombra… Il nuovo classico di ALBUSedizioni riporta tre delle sue novelle e si apre proprio con un racconto molto coinvolgente, che ci trascina su una scacchiera come fossimo su un campo di battaglia, in una guerra in cui si scatena tutta la ferocia umana e si accanisce contro le diversità altrui. “Le torri, le pedine, i cavalli, la regina stessa attorniavano, obbedivano, difendevano quell’alfiere. Era appunto l’alfiere ch’era stato rotto e aggiustato dall’Americano; un filo sanguigno di ceralacca gli rigava la fronte e, calando giù per la guancia, gli circondava il collo. Quel pezzo di legno nero era eroico a vedersi; pareva un guerriero ferito che s’ostinasse a combattere fino alla morte; la testa insanguinata gli crollava un po’ verso il petto con tragico abbattimento; pareva che guardasse anche lui, come il negro che lo giuocava, la fatale scacchiera; pareva che guatasse di sott’occhi l’avversario e aspettasse stoicamente l’offesa o la meditasse misteriosamente. Nel cervello di Tom quello era il pezzo segnato della partita; egli vedeva colla sua immaginosa e acuta fantasia diramarsi sotto i piedi dell’alfier nero due fili, i quali, sprofondandosi nel legno del diagramma e passando sotto a tutti gli ostacoli nemici, andavano a finire come due raggi di mina ai due angoli opposti del campo bianco”. L’alfier nero è una novella molto densa nelle sue descrizioni, che per lo più pongono l’accento sull’egoismo, sull’ambizione, sull’aggressività, e sull’irascibilità umana, che possono sfociare fino alla follia.Stesse caratteristiche ritroveremo nell’ultimo racconto, Il pugno chiuso, che in più ci mostra un altro aspetto: l’avidità. “Il fiorino rosso era nel centro del cervello di Levy come un ragno nel mezzo della sua tela, tutti i pensieri di Simeòn cadevano nel fiorino d’oro”.Il bene e il male sono sempre in contrasto nelle novelle e nelle poesie di Boito, autore anche del Dualismo, considerato un manifesto delle irrequietudini degli scapigliati. Dai suoi racconti però emerge anche tanto romanticismo, che in questa piccola raccolta è racchiuso tutto nel racconto centrale, Iberia. “La storia che raccontiamo è l’eterna storia dell’amore nell’eterno paese della poesia; non mettiamo date all’eternità.[…] Estebano era un fiore vivace con un profumo gentile. Elisenda era un fiore gentile con un profumo vivace. Il gherofano e la viola avevano fra essi scambiato l’olezzo, e per ridonarselo entrambi era forza che l’uno penetrasse nell’essenza dell’altra”.
-------------------------
Poeta, narratore e compositore, Arrigo Boito nasce a Padova il 4 febbraio 1842 e muore a Milano il 10 giugno 1918. La sua poetica ripercorre quasi sempre il tema disperato e romantico del conflitto fra il bene e il male, e il Mefistofele, il melodramma che ha segnato la sua notorietà insieme ai libretti d’opera, ne costituisce l’esempio più emblematico. La sua produzione si compone anche di poesie, novelle e saggi critici.
-------------------------
Fonte: Elena Grande - www.albusedizioni.it

Entro a fare due passi - poesie di Barbara Brussa

ENTRO A FARE DUE PASSI
FRA LE PIEGHE DELL’ANIMA
di Barbara Brussa
© 2007 Boopen s.r.l. ISBN 978-88-6223-548-8
Pag. 69 € 9,50

Dopo una dettagliata prefazione di Cleonice Parisi, mi accingo a leggere questo libro di poesie. Tenendo bene a mente quali sono state le intenzioni dell’autrice e che lei stessa ci dice: “Così come una manciata di sabbia, scivolando via, lascia sempre qualche granello fra le pieghe della mano… allo stesso modo, ogni cosa scivola fuori dalla nostra vita, lascia qualche granello di sé, fra le pieghe dell’anima”.
Nell’anima di Barbara ci sono sensazioni forti e personali che lei scrive, trasformandoli in testi alla portata di tutti, ben chiari. Ai quali non servono paroloni o impostazioni particolari, ma parole che sgorgano direttamente dal cuore e che lei posa lì, come fiori da far raccogliere ai propri lettori.
L’autrice ci dona le sue priorità: l’amore, trasformando in poesia anche il pensiero platonico della metà della mela nel testo “Il tutto. Il nulla”.
Penetrando e facendosi penetrare dalla sua metà.

ANIMA MIA…
Fammi entrare nel tuo giardino
lasciati sfogliare piano.

Dedica parole all’altro suo grande amore, la figlia; quindi alla propria madre e agli amici.
Poi, il suo sguardo esce dal suo vissuto e si allontana, cercando emozione negli occhi degli altri.

PICCOLI UOMINI IN PICCOLI MONDI
Un mondo nuovo
non sicuro ma da scoprire
che inghiotte orizzonti lontani
raccoglie profumi
colleziona ricchezze
s’ingrassa di Vita.

Mi ha colpita favorevolmente la poesiaPiove” col suo contrastare l’individualismo, che sempre porta alla chiusura.

PIOVE
Così dannatamente impegnati
a pensare a se stessi,
tanto da allontanarsi dagli altri,
ed essere allontanati a loro volta.

Un’anima, per completarsi, per riempirsi, deve colmarsi di sé, dei propri affetti e di ciò che la circonda. Tutto questo è presente nella raccolta di poesie di Barbara Brussa.
Così come la riflessione, le domande, alcune risposte.
L’autrice usa in modo piacevole la similitudine, ne troviamo dei buoni esempi nei testi “Pendolari” e “Non ho paura”.
Nel libro, proprio come dice nel titolo: si fanno due passi con l’autrice, nel territorio che lei vuole farci esplorare. Con leggerezza e semplicità.

© Miriam Ballerini

09 ottobre 2009

Libri: "I treni della felicità" di Giovanni Rinaldi

di Antonio V. Gelormini
“Pane e lavoro” chiedono, da sempre, i braccianti d’ogni tempo e d’ogni angolo del mondo. Perché col pane si sopravvive, ma è col lavoro che si riesce a vivere con dignità e con onestà. Pane e lavoro chiedevano a San Severo, nel Tavoliere delle Puglie, anche i padri dei bambini protagonisti di questa bella storia nazionale. Nello slancio rivendicativo, di una tiepida mattina di marzo del 1950, esasperati dalla fame e dall’umiliante elemosina quotidiana di un ingaggio sia pure ad ore. Una pagina di solidarietà senza confini, nata dalla spontanea disponibilità di donne e madri dell’Italia del Nord verso altre donne e altre madri del Sud più lontano. Famiglie falcidiate dalle miserevoli condizioni di estrema povertà, verso le quali partì un altro ammirevole slancio solidale, questa volta teso ai loro figli. Bambini senza futuro né igiene, malnutriti, fisicamente gracili, che per la prima volta rivolgevano lo sguardo al Nord, spaesati e con gli occhi colmi di terrore. A San Severo, furono in 70 a rimanere orfani improvvisi dopo le drammatiche conseguenze di una sorta di sciopero non autorizzato, trasformatosi in tragedia con l’arresto di 180 manifestanti (uomini e donne), l’uccisione di uno di loro (Michele Di Nunzio, 33 anni) e l’arrivo dell’esercito con i carri armati a occupare la città. Un’operazione tutta al femminile, maturata tra le famiglie di ex partigiani, nella rete dei Comitati di solidarietà democratica, che dal 1946 al 1952 decisero di accogliere nelle loro case di Ancona, Ravenna, Follonica, Voltana e tante altre città delle Marche e dell’Emilia Romagna, una moltitudine di bambini sfortunati, provenienti da un Sud davvero malridotto. Li chiamavano “I treni della felicità”, in verità trasportavano disperazione, lacrime e diffidenza. La felicità sarebbe arrivata più tardi, con lo sciogliersi delle paure al calore di affetti inaspettati, sorprendenti e sconosciuti. Una forma di adozione temporanea, che fece scoprire a quei ragazzi un’altra Italia. Quella dove si mangiava tre volte al giorno, dove il gelato non era di ricotta e le scarpe non bisognava più nasconderle di notte sotto il cuscino. Come rotaie lucide e senza fine, su cui viaggiano i ricordi e i messaggeri di ogni memoria, ce lo raccontano in parallelo l’antropologo Giovanni Rinaldi e il regista Alessandro Piva. Avendo percorso insieme il tratto finale di una ricerca, iniziata dallo stesso Rinaldi già negli anni settanta. Il primo con un libro: “I treni della felicità – Storie di bambini in viaggio tra due Italie” (Ediesse 2009, pp.200, euro 10), con prefazione di Miriam Mafai. Il secondo con il documentario: “Pasta nera”. Il libro (auspicabile un progetto per farne lettura di storia patria nelle scuole di primo e secondo grado) e il filmato riconciliano con un sentire comune politico, messo a dura prova dagli eventi e dalle vicende di questi ultimi mesi. Le testimonianze raccolte dai sopravvissuti, gran parte ritornati nel tempo alle famiglie d’origine, ma in tanti rimasti nelle famiglie d’accoglienza, restano di grande impatto emotivo. Dando corpo a una trama narrativa di marcato stampo realistico. Su tutte la storia di Rosanna, che dalla Ciociaria arriva con i fratelli Diego e Vincenzo a Faenza, per raggiungere Renzo e Lorica: la sua nuova famiglia a Voltana. Le farà da madre Lorica, che come tante altre aveva deciso di colmare il vuoto della morte di genitori e fratelli, per mano fascista, con l’ospitale vitalità di una bambina bisognosa d’aiuto. Rosanna vi rimarrà a lungo, proverà a tornare a casa, ma il nuovo legame alla fine avrà la meglio. Due foto si fanno sintesi davanti alla macchina da presa. Quella di Rosanna all’arrivo: magra, sguardo duro e già adulto. E quella alla fine del soggiorno romagnolo: sorridente, col vestitino e una collanina appariscente. Per diventare sceneggiatura di un’Italia in dissolvenza. Quando la solidarietà tra Nord e Sud era spontanea come il sorriso dei bambini.

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica