31 agosto 2008

Nel segno dello Zodiaco

NEL SEGNO DELLO ZODIACO di Mario Zodiaco
Con 56 pagine di foto storiche e illustrazioni d'epoca
Gingko Editore
ISBN: 978-88-95288-04-8
L’incredibile storia dell’uomo che portò in Europa le Dune buggies, inventò il Motor Show, fu vittima di un clamoroso caso giudiziario internazionale, si trovò coinvolto in una sommossa carceraria in Argentina, venne assaltato in mare dai pirati, gambizzato da un ragazzino, e visse i terribili giorni dell’invasione americana di Panama con la controversa deposizione di Noriega. Un’autobiografia avvincente come un romanzo, corredata da numerose foto storiche e documenti, una successione coinvolgente di ritratti e di aneddoti riguardanti i personaggi del motorismo italiano e internazionale degli anni Sessanta e Settanta, ma soprattutto una lucida testimonianza di una vita vissuta senza risparmio all’insegna dell’avventura e del rischio, della fantasia e del sacrificio quotidiano, che può essere anche letta in chiave di parabola, a tratti commovente, della perenne lotta tra la creatività e l’estro e la più ancestrale e meschina trivialità del vivere umano.


Chi ha inventato il Motor Show di Bologna? Come nacque l'idea e come fu portata al successo tanto da divenire un fenomeno di costume? Quali furono gli inizi e quali i retroscena della Rassegna motoristica più famosa d'Italia? Niki Lauda che atterra nel piazzale della Fiera e viene preso d'assalto dai fans, Enzo Ferrari che in un primo momento sottovaluta il successo della manifestazione e in seguito la rivaluta, Sandro Munari a bordo della sua Stratos che si esibisce tra la urla del pubblico, macchine che si schiantano su pile di macchine, strane creazioni doppiamente sterzanti, moto a due piani e spericolati stuntman che volano da rampa a rampa, bolidi a due e a quattro ruote, milioni di spettatori giunti da tutta Italia per un autografo di Piquet, Carmen Russo che improvvisa streap tease nel piazzale delle esposizioni, giornalisti accreditati da tutto il mondo, una piscina di 1000 metri quadrati per una gara di wind surf, autosnodati e trattori messi di traverso. Come si giunse all'idea vincente di un Salone automobilistico per tutti i gusti, che concentrasse esposizione ed esibizioni al cardiopalma, la tradizionale mostra allo spettacolo stupefacente, che prevedesse la partecipazione di campioni del motorismo italiano e internazionale e che diventasse punto di incontro tra produttori e il mondo dei GP di Formula Uno e di Moto GP? Dietro tutto questo un imprenditore appassionato quanto volubile, fantasioso inventore e insuperabile organizzatore di eventi, istrionico uomo di spettacolo e di successo, playboy proprietario di auto e barche da sogno, pilota e appassionato di motori, viaggiatore ed esperto conoscitore del Sudamerica, ma anche galeotto, presunto mafioso e supposto trafficante internazionale di cocaina, Mario Zodiaco, uno di quei personaggi di cui si può dire a ragione: "Ha vissuto una vita da romanzo di avventura", se non fosse che in realtà ha vissuto non una ma tante vite diverse che si sono intrecciate indissolubilmente. "Senza grandi fortune alle spalle, senza team di esperti, senza politici e banchieri di copertura, Mario Zodiaco é riuscito, almeno due volte, a rivoluzionare alcuni aspetti della vita italiana. Questo libro si può leggere come tre opere diverse. L’adolescenza di un ragazzo bolognese degli anni Sessanta. Poi l’invenzione di un business su quattro ruote e, poi, di una cosa ancora più grande. E, infine, terza parte, una specie di precipitare agli inferi senza colpe [...]. Solo la riflessione e la lontananza hanno permesso all'autore di ripercorrere la sua vicenda. E lo ha fatto in modo, a mio avviso, affascinante. Scrivendo un libro che non é solo una rara testimonianza umana, ma anche il racconto di un’avventura che si legge come e meglio di un romanzo".
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Dalla prefazione di Marco Guidi (Il Messaggero e il Resto del Carlino)
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27 agosto 2008

Cinema – la recensione di Bruna Alasia

IO VI TROVERO’
Con Liam Neeson, Maggie Grace, Famke Janssen, Xander Berkeley, Katie Cassidy, Olivier Rabourdin, Leland Orser
Regia di Pierre Morel

Bryan Mills (Liam Neeson) è un agente segreto in pensione, che ha deciso di spendere tutte le energie per recuperare l’affetto della figlia diciassettenne che vive insieme alla ex moglie e al suo nuovo marito, facoltoso e potente. La ragazza vuole partire per fare le vacanze a Parigi e implora il padre di concederle il permesso: lui lo darà, ma con molta riluttanza. Le angosce dell’ex agente segreto nei confronti di un viaggio verso una capitale sconosciuta, allorché la ragazzina viene rapita insieme a una amica per essere destinata al traffico della prostituzione, risultano fondate e premonitrici. Prima che sia venduta come schiava suo padre ha 96 ore per riportarla a casa: un tempo stretto che lo trasforma in un invincibile Rambo…
La sceneggiatura, firmata anche da Luc Besson – regista di “Nikita”, “Leon”, “Il Quinto Elemento” - fa leva con astuzia sul lato emotivo, sull’azione e sulla fantasia, per farci seguire un Liam Neeson nei panni di un “Giustiziere della notte” che ridimensiona a pretesto il tema sociale della tratta delle bianche e lo trasforma in fumetto commerciale tecnicamente corretto. Nessuna denuncia, piuttosto un prodotto di intrattenimento che può far gola a chi ha il gusto dell’inseguimento e della carneficina a opera di un eroe vendicatore.
Da bambini quanti non hanno desiderato un padre onnipotente e salvifico? Lo spettatore vede ora sullo schermo i propri sogni infantili, le gesta di un angelo custode pronto a battersi per lui, l’avventura incredibile e fiabesca trasformata in realtà dalla magia della celluloide .
Può esserne rapito o con distacco sorriderne.
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18 agosto 2008

Recensione: "Essere cristiani in Cina" di Alberto Rosselli

Pagg. 110 - Euro 12,00
Gianni Iuculano Editore
info@iuculanoeditore.it
http://www.iuculanoeditore.it

Breve storia di una comunità spirituale sempre in bilico tra annientamento e speranza

Sebbene la Repubblica Popolare Cinese continui a dichiararsi un Paese ateo, in realtà esso conta al suo interno una popolazione religiosa costituita da ben 540 milioni di individui (su un totale di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti) dei quali, tuttavia, soltanto 300 milioni dichiarerebbero apertamente la propria fede per non incorrere in discriminazioni da parte dello Stato. Nonostante l’articolo n. 36 della Costituzione consenta a tutti i cittadini di esercitare “libertà di credo”, in questo vasto Paese l’essere professanti costituisce ancora un handicap di non poco conto, un effettivo status di ‘diversità’ che può precludere il beneficio dei più elementari diritti umani. Una situazione dolorosa e paradossale se si considera che a partire dagli anni Novanta in Cina nessuno crede più al mito del comunismo. E mentre il patrimonio culturale del socialismo maoista si sgretola di fronte all’epocale mutazione capitalista di questo immenso Paese, i vertici di Pechino si trovano a dovere fronteggiare – spesso con la violenza - una temuta realtà, fino ad appena un decennio fa totalmente inimmaginabile, cioè la spontanea rinascita tra le masse - disgustate dalla crescente corruzione delle istituzioni e deluse dal tradimento degli impossibili ideali di giustizia sociale predicati per decenni dallo stato materialista - del sentimento religioso. Quello che oggi reclamano milioni di giovani cinesi, soprattutto giovani, assetati non soltanto di facile e aleatorio benessere materiale, ma anche di dignità e autentica giustizia.

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16 agosto 2008

Shiller e Goethe, un'amicizia senza "tu"

di Augusto da San Buono


Friederich Schiller influì come nessun altro sulla formazione del borghese ottocentesco di media cultura”, scriverà Goethe, subito dopo la prematura morte del più giovane amico, avvenuta circa duecento anni fa. E al suo grido di dolore – “Egli era un genio, ed era nostro!" – farà eco in tutta Europa il rimpianto di chi lo venerava come il cantore della libertà, della giustizia, l’artista che aveva il culto del bello e del buono.
In effetti, Schiller, con il suo genio del teatro, del quale ha avuto un intuito e un istinto come pochi altri autori al mondo, con quel suo fare un teatro da “tribunale dell’anima e specchio dei tempi” riusciva ad infiammare le folle come nessuno era stato capace prima di lui, in Germania, ma anche altrove.
Schiller, con il suo titanismo ribelle, l’amore delle antitesi estreme, (il buono e il cattivo, i fratelli nemici, l’oppressore e la sua vittima), il culto della natura come sfrenatezza vitalistica, l’esaltazione dell’istintività e della passionalità, della rottura delle convenzioni, aveva scardinato i dettami del teatro del suo tempo, e nei suoi drammi riesplodeva, con nuovo fragore, lo Sturm und Drang (tempesta e assalto) inaugurato anni prima da Herder, Hamann, Klinger e dallo stesso Goethe.
Cittadino francese, aveva uno stile retorico, convulso, irsuto, ma che prendeva direttamente al cuore dello spettatore, lo faceva delirare. E l’onda delle sue opere, che incarnavano lo spirito e le virtù più alte del popolo tedesco, si riverberò in tutta Europa, a partire dalla Francia rivoluzionaria, che lo aveva eletto cittadino francese quale benemerito della libertà. Il decreto, del 1792, porta la firma nientemeno che di George-Jacques Danton, l’avvocato Danton dal viso largo roseo e rincagnato come quello di un maiale, che allora era ministro della Giustizia e aveva visto, e ammirato, i drammi dello scrittore tedesco, che continuarono ad avere una straordinaria popolarità per tutto l’Ottocento, dovunque e comunque fossero rappresentate. Infatti tali opere vennero amplificate grazie alla messa in musica dei più grandi compositori del tempo, parliamo di Rossini, Donizetti, Verdi che porteranno sulle scene le sue grandi tragedie, dal “Gugliemo Tell” a “I masnadieri”, da “Luisa Miller”, “Maria Stuarda” al “Don Carlo”. Per non parlare del grande Ludwig van Beethoven, che dopo aver vagheggiato per anni l’idea di mettere in musica la “Ode alla gioia”, riuscì ad inserirla, in modo davvero sublime , nel finale della Nona sinfonia. E oggi quell’ode, che in origine doveva intitolarsi ode alla libertà, è diventata l’inno dell’Unione Europea.

Incontro con Madame De Stael


Ma la libertà cantata da Schiller, e travasata nella grande musica ottocentesca, non è solo una nobile retorica frutto di quei tempi di feroce oppressione e tirannia, bensì fa i conti, in un crescendo tragico, con le contraddizioni, le ombre, le oscurità che si annidano nel groviglio umano, sul piano individuale come su quello collettivo. I suoi drammi - nutriti di profonda conoscenza storica e filosofica e animati da un talento scenico senza pari - scandagliano le tortuosità in cui si dibatte la libertà, personale e politica, nel mondo moderno.
Madame de Stael , che l’aveva conosciuto a Weimar, nel 1803, dove si era recata per incontrare Goethe, vedendolo vestito con l’uniforme di corte, tutto compunto e serioso, lo aveva scambiato per il vecchio comandante del piccolo esercito locale. Al che lui rispose: “Sono il poeta Schiller. Ai suoi ordini, Madame”. Era pallido, aveva i capelli rossicci, un naso grande, gli occhi chiari e dolci, un aspetto volitivo, capace anche di spietatezze e villanie. Ma dentro di sé rivelava un nucleo assetato di amore e di soavità, dice la de Stael.
Ma altri che lo conobbero parlano di uno Schiller da volto nobile e bello come quello di un angelo guerriero, dicono che era sublime e che gli si leggeva nello sguardo tutto il suo idealismo e la sua lotta eroica contro ogni tirannia. E lo stesso Goethe confermò che ogni suo movimento, ogni suo atteggiamento “era fiero e pieno di grandezza”. Era magro, alto, ma curvo, con il petto incavato, sofferente di quel male ai polmoni che dopo averlo tormentato per anni lo avrebbe portato alla tomba. Il vecchio Goethe lo ricorda così e non si consolerà mai della perdita dell’amico con cui aveva dato vita alla rinascita dell’umanesimo tedesco, al classicismo di Weimar, utopia di un’armonia di vita politica, cultura ed arte che poteva essere realizzata solo in un piccolo staterello in cui tutto era a portata d' occhio e di mano come nell' antica Polis greca... Ma in realtà erano davvero così amici, i due grandi poeti tedeschi?

Incontro con Goethe

Schiller e Goethe (non si conoscevano personalmente, ma avevano intessuto uno scambio epistolare ormai da anni) si incontrano per la prima volta nell’estate del 1794, a Jena, presso la Società per lo studio della Natura. Fanno quattro passi e discorrono delle cose appena sentite. Sono diversi in tutto, ma sono due geni, tra i più grandi che la Germania e l’umanità abbiano avuto, e non possono continuare ad eludersi. Goethe ha quarantacinque anni ed è ormai un monumento vivente. “Quest’uomo, questo Goethe – scrive Schiller ad un amico - mi sbarra la strada, e mi ricorda anche troppo spesso che il destino mi ha trattato duramente. Con che leggerezza il suo genio è stato portato dal suo destino, io invece come sono costretto ancor oggi a combattere minuto per minuto”. E’ vero. Schiller ha tuttora problemi a mettere insieme il primo e secondo piatto, nonostante sia professore di storia all’Università di Jena. Dal momento che ha lasciato la carriera militare (era ufficiale medico del reggimento dei granatieri a Stoccarda), e ha deciso di vivere della sua penna, - cosa non facile anche per un autore come lui, che aveva esordito con uno strepitoso successo (“ I Masnadieri) -, Schiller ha vissuto di privazioni, stenti, miserie che gli hanno esacerbato l’animo e procurato un’affezione polmonare cronica, malattia che gli sarà fatale. Ha solo trentacinque anni, ma ne dimostra molti di più. “Con tutti gli acciacchi e le sofferenze fisiche e interiori che ho, mi sento addosso il doppio degli anni”. A poco più di vent’anni era diventato lo scrittore più amato dai tedeschi, grazie a “I masnadieri”, che aveva portato la gente fino al delirio, successo che aveva replicato con il “Don Carlos”, e tuttavia ciò non era servito a dargli una stabilità economica. E anche la sua prestazione accademica non era remunerata, l’unico introito era la tassa di iscrizione ai corsi degli studenti, che non erano moltissimi. Doveva ancora soffrire, arrabattarsi; doveva sopravvivere, mentre il grande Goethe sperperava i talleri del principe Carl August nei viaggi in Italia e diceva di lui che aveva un gran talento, sì, il suo talento era robusto, ma era immaturo. Le sue opere erano dei paradossi etici e teatrali da cui lui aveva cercato di purificarsi ormai da gran tempo. Deplorava che un’opera come i Masnadieri suscitasse il plauso appassionato sia dello studente che della più colta dama di corte. Anzi, a dirla tutta, quei drammoni dai toni crudi e ignari di chiaroscuri del giovane Schiller, che avevano suscitato l’entusiasmo e il delirio degli spettatori, gli facevano davvero paura, gli davano l’impressione che tutti i suoi sforzi fossero stati vani. Un testimone dell’epoca dirà che alla fine della prima rappresentazione de I masnadieri al teatro nazionale di Mannheim, nel 1782, il teatro sembrava un manicomio, occhi stravolti, pugni chiusi, grida roche, donne che svenivano, sconosciuti che si abbracciavano singhiozzando.
Sì, va bene il dramma familiare, il conflitto tra fratelli, il conflitto padre-figlio, il teatro classico dei greci, va bene quel senso di minaccia che incombe sull’ordine cosmico e anche la condanna di una società corrotta, la devozione pietistica, la difesa dei diritti dell’individuo nei confronti di una società ipocrita e menzognera, spesso schiava dell’arbitrio e della tirannia di un signorotto di campagna … ma c’è una “soverchia prepotenza passionale nelle sue opere”, dice Goethe che probabilmente soffre di quel sentimento umanissimo che è l’invidia per i successi del più giovane Schiller, successi che a lui mancavano dal tempo de “I dolori del giovane Werther”. E tuttavia, a suo tempo, lo aveva raccomandato affinché fosse nominato professore di storia all’Università di Jena, nel 1789. Perché? , forse proprio per non doverlo incontrare, per non doverlo “affrontare” (passeranno altri cinque anni prima che i due si incontrino), forse per toglierselo dalle scatole, o dirottarlo su alti versanti dello scibile umano (la storia, la filosofia) riservati a un nucleo ristretto di persone? Non lo sappiamo.
Ma quando i due finalmente si incontrano è un momento mitico, magico, unico, irripetibile , un evento straordinario e fecondo, che influenzerà tutta la cultura tedesca e mondiale.

La lettera di Schiller

Schiller capisce subito che quel monumento vivente che è Goethe (ma la prima impressione un poco lo delude: “ E’ di media statura, dal portamento e dal passo rigidi, ha il viso chiuso , però il suo occhio è molto espressivo , vivace , e si pende con molto piacere dai suoi sguardi, e la sua voce è di estrema gradevolezza) deve conquistarlo come amico, visto che non può eliminarlo o sconfiggerlo. Gli scrive una lettera per il suo 45° compleanno (il 23 agosto 1794, esattamente un mese dopo il loro incontro), in cui traccia il ritratto interno di Goethe con un potere di sintesi e uno slancio di visione davvero uniche. Lo vede come un genio sintetico che compendia l’intera natura per meglio penetrare nei singoli fenomeni, uno spirito greco che è stato sbalestrato nel mondo del nord e che perciò è costretto a riplasmarsi la Grecia dal di dentro, per forza di intelletto. Uno che passa continuamente dalla visione diretta all’astrazione e viceversa, giungendo per puro intuito a collimare perfettamente coi più ardui raggiungimenti del pensiero speculativo. Nessuno prima di allora aveva meditato su di lui con tanto acume, con tanta genialità e – sì, anche questo – con tanto veggente amore. Goethe si commuove e con gioia accetta un sodalizio operativo con lui, anzi ha perfino l’umiltà di chiedergli di essere illuminato e spronato dal più giovane amico. E’ da tempo che vive troppo isolato, a Weimar, ha bisogno di un colloquio ad alto livello, e sente che quell’idealista, quell’agonista sovraeccitato che ama smodatamente il tabacco e il caffè, che ha insane abitudini di lavorare la notte e dormire fino all’ora di pranzo, che ha fretta di spendere, bruciare la sua vita in nome di un ideale, in fondo non gli dispiace per nulla. Anzi, gli può essere utile, può avere con lui un duetto dialettico di altissimo livello che gli darà nuova linfa e grandissimi risultati artistici.
E i due diventano amici, ma – dice Italo Alighiero Chiusano - non mai amici nel senso più affettuoso e tempestoso (o anche idillico) che la parola possa evocare, è un’amicizia la loro senza tu, un’amicizia senza confidenza intima, un’amicizia intellettuale, un puro scambio di pensieri e progetti da cui nascerà la cosiddetta “Klassik di Weimar”, una classicità che aveva avuto come padre lontano Winckelmann, e poi Immanuel Kant, i classici, greci e romani, soprattutto greci intesi come scuola di vita e d’arte, nella nobile semplicità e quieta grandezza; la legge morale calata nel cuore dell’uomo, intrinseca alla sua stessa natura; il bello, oggetto dei compiacenza disinteressata, finita in sé, perfetta pregustazione dell’infinito; il dovere e la felicità dei sensi conciliati nell’armonia della bellezza estetica; insomma “un umanesimo individualistico che, attraverso un continuo perfezionamento interiore, diventa esempio e norma universale “ ( W. Von Humboldt)
Dopo il crollo della Germania nella barbarie nazista, Thomas Mann, reduce dall’esilio negli Stati Uniti, commemorando Schiller disse: "La Germania si è smarrita perché ha voltato le spalle a uomini come Schiller che hanno dato lezioni di umanità, di cultura e civiltà".
E’ vero. Ma Schiller – scrive ai tempi nostri Claudio Magris - non va glorificato e irrigidito nella formula del poeta della libertà e della nobile e astratta idealità. Ad uno studio più approfondito , si rivela oggi invece sempre più come il tempestoso ma anche elusivo genio di una sconcertante modernità. Egli scava nell' oscurità del cuore umano e dell' azione politica , affronta il problema delle libertà dei moderni, il nesso fra diritti umani e diritti storici, tra codice e tradizione, fra passione e libertà, tra ordine e rivoluzione, la sua è anche una poesia della “legge” , dei suoi limiti, della sua necessità, della sua complessità . E tutto ciò è di una stupefacente modernità , attiene ai nostri tempi, al nostro vivere attuale.
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Rev. 03-02.13 AdB

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...