30 luglio 2008


Cinema – la recensione di Bruna Alasia



GRACE IS GONE
Regia di James C. Strouse
Con John Cusack, Shélan O’ Keefe, Grace Bednarczyk, Alessandro Nivola, Doug Dearth, Dug James
Uscita 1 agosto 2008, durata 85 minuti


Un bravo ragazzo americano (John Cusack), la cui vita è programmata come tanti, vede infrangersi il sogno della carriera militare per un indebolimento alla vista che gli costa l’esonero. Padre di una bambina dodicenne (Shélan O’Keefe) e di una di otto (Gracie Bednarczyk), ora sbarca il lunario lavorando in un negozio di articoli per la casa. Il giovane, impacciato e insicuro, si trova ad allevare le figlie in solitudine, giacché sua moglie - circostanza non comune ma infelicemente al passo con le “pari opportunità” - è al fronte in l’Iraq. L’uomo fa del suo meglio per identificarsi in un ruolo al quale non è stato educato, non sempre vi riesce e le bambine sentono profondamente la mancanza della madre. La quotidianità scorre lenta, quasi noiosa, finché un giorno due ufficiali bussano alla porta. Il giovane padre apre e apprende stordito che, come recita il titolo, sua moglie Grace “se ne è andata” per sempre. Lui, come chiunque, è impreparato ad affrontare la tragedia e soprattutto a comunicarla alle figlie: non accetta una realtà così cruda e cerca di nasconderla alle bambine. Partire insieme verso il parco dei “Giardini incantati” diventa un viaggio purificatore e necessario all’elaborazione del lutto, la ricerca sofferta di un nuovo equilibrio familiare, di un senso alla vita…
“Grace is gone” ha ricevuto il premio del pubblico e il premio per la migliore sceneggiatura al “Sundance film festival 2007”, gli attori, soprattutto John Cusack con quella sua aria di “ragazzo della porta accanto”, recitano una parte ricca di contenuti: in primis il coraggio universale di coloro che si trovano privati delle persone che amano e devono rimodulare su questa nota imprevista l’intera esistenza.
Tuttavia il film, malgrado una sceneggiatura di calibrato pathos, non promette le aspettative suscitate per una certa “medietà” del racconto e dello scandaglio psicologico. Pur mantenendo dignità di prosa garbata, non riesce cioè a “volare alto”. “Grace is gone” non è un film di guerra e, pur animato da sentimenti antimilitaristi, non è nemmeno denuncia aperta delle assurdità dei conflitti bellici. E’ opera intimistica, dramma familiare, fotografia dell’universale elaborazione del lutto. Nonostante le buone intenzioni, la natura di pellicola indipendente e la serietà del dramma sociale proposto, il pubblico americano non ha risposto con calore, supponiamo perché risulta ostico identificarsi nel dramma di individui calati in una vicenda al limite, più simbolica che reale, che nell’ ordinata composizione narrativa risulta pedagogica e non fa dimenticare che stiamo vedendo un film.

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