30 ottobre 2007

"Ritratto di un assassino" di Patricia Cornwell

Jack lo squartatore. Caso chiuso.
di Patricia Cornwell
© 2002 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A.
ISBN 978-88-04-53276-7
€ 8,80 - pag. 400

Chi non ha sentito almeno una volta il nome “Jack lo squartatore?” Riferito all’omicida che nel 1888 uccise e mutilò 5 prostitute nell’East End londinese.
Quanti film, quanti libri, quante parole spese per risolvere un caso che, forse proprio per l’impren-dibilità dell’assassino, è giunto fino ai giorni nostri quasi come una leggenda.
Patricia Cornwell, scrittrice nota per i suoi gialli con la protagonista Kay Scarpetta, ha scritto questo saggio asserendo di avere scoperto, a più di 100 anni da quei crimini, la vera identità di Jack.
Avvalendosi delle tecniche di investigazione odierne, la Cornwell ha voluto dimostrare che Walter Sickert, passato alla storia per i suoi quadri, è stato l’autore dei crimini di Whitechapel e non solo.
La scrittrice ha analizzato la personalità del pittore, la sua storia personale, scoprendo i gravi disturbi di cui aveva sofferto in tenera età. Ritrovando nei tratti dell’uomo adulto elementi che possono ricondurre al profilo psicologico di Jack lo squartatore.
Ha esaminato tutte le lettere ancora conservate, sia quelle accertate come scritte dalla mano dell’ assassino, sia le altre centinaia a lui riconducibili.
La Cornwell ha fatto esaminare la carta, l’inchiostro, la grafia. Scoprendo che la carta è la medesima che utilizzava il pittore e che l’inchiostro, che allora si era creduto fosse sangue, è una miscela di colori. Inoltre, la penna utilizzata, pare essere stata un pennello dalla punta sottile.
Con pazienza sono stati ripercorsi i movimenti di Sickert e quelli della moglie.
La scrittrice ha comprato diversi suoi quadri, distruggendone anche uno per cercare delle impronte digitali e altro.
Le prove del dna non hanno portato a nessuna certezza.
Il libro è un saggio degli omicidi, della vita di Sickert ed è scritto con perizia e dovizia di particolari.
La Cornwell si dice certa della colpevolezza del pittore e in tutto il libro accatasta una prova indiziaria all’altra, ma nessuna certezza.
Gli omicidi seriali non smettono di uccidere, a meno che non vengano imprigionati per altri motivi o si tolgano la vita.
La scrittrice narra di altri delitti avvenuti in seguito, in quel periodo e in quella zona. Ma sono delitti diversi da quei famosi 5 e coinvolgono bambini o delle donne che non erano prostitute.
I serial killer non cambiano il loro modus operandi, proprio perché frutto di una personalissima costruzione e necessità.
Questi due importanti elementi mi fanno dubitare della tesi della Cornwell. Mentre in alcuni tratti del libro appaiono troppe le coincidenze per poterle mettere da parte con leggerezza; dall’altra sembrano solo un accanimento a voler fare di una opinione una certezza.
Il libro è comunque ben scritto e documentato, le teorie in esso contenute meritano almeno la nostra lettura.
Nonostante tutto, la fatica delle ricerche fatte è destinata a rimanere solo pura teoria, a meno che un giorno, non si possa trovare qualche frammento che l’odierna scienza possa tramutare in un elemento certo.
Inoltre, se davvero dovessimo scoprire la vera identità di Jack, forse perderebbe un poco del suo inquietante fascino di chi colpisce e scompare fra la nebbia del tempo.
© Miriam Ballerini
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25 ottobre 2007

"Nessun male" di Bruno Pampaloni

La nuova collana “Il Giallo Mondadori Presenta” questo ottobre lancia "Nessun Male", il nuovo romanzo di Bruno Pampaloni, già autore del giallo "Li vuoi tutti morti" (Fratelli Frilli Editore, 2005).
Non c'è niente di "normale" nell'esistenza apparentemente "normale" di Aldo Bianco. La sua mente è distorta nel profondo. Il suo mondo è un incubo allucinato privo di qualsiasi redenzione. La sua realtà è un luogo infernale popolato di nemici mostruosi. La sua ossessione è l'incapacità di sopportare la vista del dolore umano. Così comincia a uccidere, a freddo. Aldo Bianco elimina tutti coloro che vede soffrire. Un disperato, pietoso "dottor morte"? No, un efferato, psicotico, serial killer. Fatalmente destinato a uccidere e uccidere e uccidere....
In tutte le edicole.

*BRUNO PAMPALONI, genovese, 46 anni vive e lavora a Milano. Studioso di cinema e tecniche cinematografiche, in passato si è impegnato nella stesura di testi tematici, lavorando anche in televisione in qualità di autore e regista.

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21 ottobre 2007

L'ingresso negato


Questa lor tracotanza non è nova;
ché già l'usaro a men segreta porta,
la qual sanza serrame ancor si trova.

(Inf. VIII; 124-126)


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20 ottobre 2007

L'Arte di Isa Tulino

di Augusto da San Buono

Insieme a "lei" percorrevo le strade della città vecchia di Lecce, dov'erano un tempo le affumicate e ingombre botteghe dei cartapestai, che avevano mani magiche e facevano levare nuvole di fumo al cui diradarsi appariva una madonna barocca contadina che esprimeva lo squasso mistico e il genio antico dei barbieri di via Grandi, che tra un salasso e una barba, con abili dita plasmavano tozzi di creta informi e davano vita ai pupi del presepio. Sul finire dell'Ottocento, queste botteghe divennero dei veri e propri cenacoli d'arte, in cui convenivano poeti, scultori, pittori e musicisti da tutta la vasta provincia. In queste vie contorte si sente ancora l'odore e il respiro di quelle mitiche "putee" degli artigiani leccesi, che ritroviamo spesso raffigurate nei quadri del primo Suppressa, e costituivano il cuore pulsante di una economia povera, ma non priva di fascino. Allora la bottega bastava alla formazione degli allievi, ma i tempi cambiano, ed ecco che già nel 1915 avviene il passaggio tra la bottega e la scuola, grazie soprattutto alla tenace volontà dell'avvocato Giuseppe Pellegrino , già Sindaco di Lecce, primo storico Presidente della Regia Scuola D'Arte applicata all'Industria, che poi porterà il suo nome. E in seguito,- ma siamo già nel 1961, -ecco il Liceo Artistico e l'Accademia delle Belle Arti, con le quali Lecce consolida la propria identità di città dell'arte, degli studi, della cultura.

Da quest'ultime due scuole - dieci anni di studio complessivo - è appena uscita, fresca di laurea, "lei", la mia accompagnatrice, Isabella Fedele, in arte Isa Tulino, gallipolina purosangue, con uno zaino senza più libri, ma pieno zeppo di idee, progetti, alambicchi, speranze, desideri. I suoi strumenti ? Un brogliaccio, una matita, una penna a biro, una macchina fotografica (in prestito), e tanta voglia di girare il mondo, di abbracciare il mondo, di stupire il mondo di se stessa, delle proprie idee, del proprio entusiasmo, del proprio coraggio un po' incosciente. Vuole andare nei posti che contano per l'arte: Roma, Firenze, Milano, Venezia, Parigi, Berlino, Londra, soprattutto New York, oggi vero e proprio ombelico del mondo, punto di aggregazione, traino di questa nuova società multietnica, che dall'effetto Warhol in poi è diventata la Mecca dell'arte, la capitale della produzione culturale mondiale. Dai tempi dei graffiti di Basquiat, Haring e Schnabel, ( fine anni settanta) ormai tutto passa da lì, creando un enorme comparto economico. Gallerie d'arte, studi di registrazione, locali notturni e musei hanno dato lavoro in quest'ultimo anno a quasi centomila persone. E noi, in Italia, abbiamo almeno altrettanti artisti, pittori, scultori musicisti, o presunti tali, che a malapena riescono a sbarcare il lunario.

A questo popolo ormai globalizzato, si vuole aggiungere Isa Tulino, in jeans sdruciti e T-short, - simbolo della nouvel vague salentina (ma ormai i regionalismi tendono a scomparire. I giovani di tutto il mondo si somigliano, sembrano tutti uguali, vestono allo stesso modo, mangiano e bevono i medesimi prodotti, si appassionano agli stessi avvenimenti, concerti, film, mostre, che li plasmano e li fanno pensare allo stesso modo), che è una ragazza piena di vitalità, che tutto vuole vedere, toccare con mano, assaporare, conquistare, immergersi nelle luci, colori, atmosfere, carpire i segreti, respirare gli ansiti e gli odori della metropoli, catturare volti, registrarli e trasfigurarli in flash irrelati di memoria, da cogliere al volo, nei fast food, nelle metropolitane di Brooklyn, o Manhattan, come ha già fatto centinaia di volte tra la folla leccese, o nel porto di Gallipoli, con la sua arte.

Che arte? Un arte ridicola, improbabile, incomprensibile, enigmatica, avara, che non concede nulla al pubblico, né in termini di pura cromìa, né nelle volute del disegno, che è frammentato, seghettato, miniaturizzato, e tuttavia lo attrae, lo sconcerta, lo disorienta, in qualche modo lo affascina, perché è la stessa arte piena di curiosità, irrequietezza e anfatti dei suoi antichi sconosciuti maestri salentini, che si rifà in qualche modo, - consciamente o no-, all' inquieto segno grafico di Nullo D'Amato, ai paesaggi lirici di Luigi Gabrieli, all'espressionismo di Geremia Re, all'ansia di rinnovamento di Michele Massari, alle intelaiature architettoniche e geometriche di Lino Paolo Suppressa, al lirismo evocativo di Nino Della Notte, all'astrattismo di Aldo Calò, al futurismo di Mino Delle Site e di molti altri artisti facenti parte di quel rinnovamento dell'arte e della cultura leccese che hanno fatto la storia più recente del Salento (la prima metà del Novecento), un momento magico e irripetibile, un periodo splendido, di grande fermento culturale e umano in cui Lecce, da sempre adagiata nel suo torpore ironico e scettico, uscì finalmente allo scoperto, fuori dal proprio guscio e dal proprio isolamento storico e geografico, proponendosi non a caso come la nuova Firenze del Sud.

Com'è la Tulino? E' semplice e complessa, come la maggior parte delle creature umane. Se la guardi negli occhi vedi una distesa azzurra, un mare profondo; e i suoi capelli saraceni sono un 'onda fitta e nera che coprono la vasta fronte in cui s'addensano nugoli di pensieri romantici e folli; fermo e deciso l'ovale del viso, vagamente orientale, che ti parla di una bellezza antica e ribelle, una volontà strenua, una ostinatezza primitiva che non teme scontri muri o croci, e neppure le disillusioni che inevitabilmente costelleranno il suo difficile cammino d'artista ricca di sogni e di energia creativa , piena di memorie messapiche e bizantine . Isa ha dentro di sé l'arabesco elaborato e contorto delle antiche città islamiche dai vicoli ciechi, le ramificazioni quieta e l'isolamento delle corti della sua città bella, e poi la magica commistione dei sapori e dei profumi che recano le donne salentine, e che fanno ressa in loro. E' un "mustazzolo" di mandorle e cioccolato, ma anche uno spinoso fico d'india (devi vincere le spine per trovare l'estrema dolcezza), un ruvido leccio e un asfodelo, un mitico ulivo, un arancia selvatica.

E' piena di frammenti di vita e paesaggi e sogni e incubi dell'infanzia, con una bisaccia a tracolla zeppa di proposte per le sue performance, o un'esposizione sperimentale. Ormai i giovani artisti rifiutano ogni regola imposta dalla tradizione, vogliono la completa libertà, a partire dalla tecnica, e utilizzano tutti i materiali possibili, naturali o artificiali, umili o nobili che siano, sangue e merda compresi. Non esistono più le divisioni tradizionali tra le discipline artistiche, abbondano esempi di installazioni multimediali, in cui convivono pittura, scultura, grafica, musica, fotografia, video, scenografia, teatro e danza. E Isa pratica tutte queste cose, come attestano i suoi interventi in cui si esibisce come performer in "Vasi e Travasi" (2005) nel work shop di Massimo Barzagli, e in "Voglio morire giovane" (2006), il suo primo video.

Che arte è la sua?

Lei dice che dipinge volti, storie di volti enigmatici, ermetici, talora ridicoli, talaltra mostruosi, ma io vedo in quei suoi disegni minuti e strani i Cavalieri della Giostra, Don Chisciotte e Sancio Panza, carlinghe d'areo, figure biomorfe, totem, crani di animali issati su pali, insetti indefinibili, vagamente kafkiani, un bestiario medievale miniaturizzato che si rifà in qualche modo all'asino arpista di Fra Pantaleone, o figure da fumetto d'avanguardia non prive di una certa autoironia, e sento un rumore di vetri infranti, linee rette secche e ferrigne come lance puntate contro se stessa, ("Asta malattia che non mi fa vivere in pace con me stessa"), figure angolose, simmetriche, o asimmetriche in lotta fra loro simboli di una guerra che è dentro di noi e non finisce mai di seminare morti, lutti, stragi, ma anche simboli erotici.

La Tulino vuole rendere visibile l'emozione, il sogno,il pensiero, il processo mentale, vuole stupire turbare sconcertare confondere scuotere le coscienze del comune sentire della gente, e i suoi riferimenti ideologici più palesi si rifanno al grande Francis Bacon, che interpretò al massimo le esigenze comuni alle istanze artistiche e culturali di un certo periodo che vedeva sulla scena mondiale i Picasso, i surrealisti, i Bunuel e gli Ejseinstein. Bacon era un pittore del dolore, faceva trasudare i suoi quadri di tormento, di dramma, decomposizione. Le sue opere suscitarono sorpresa, repulsione, attrazione e ribrezzo. I suoi personaggi mostruosi intensamente viventi lasciano vedere i propri denti, pezzetti di scheletro, stalattiti, stalagmiti rocciose che spuntano davanti alla caverna dellabocca. Bacon mette a nudo l'orrore che si nasconde dietro i paludamenti più sontuosi. La sua è una pittura-teatro in cui l'uomo si trova a dover soffrire la solitudine, diviene oggetto, prigioniero lacerato e insoddisfatto. Anche per la Tulino l'impianto teatrale è basilare (non a caso ha calcato le scene fin da bambina), con al centro, come abbiamo più volte accennato, la trasfigurazione del volto umano, tutta una serie di " volti - come scrive lei stessa - che scivolano sul paesaggio del pensiero e impercettibili affiorano sul passato e dedicano al futuro un imperatore scortese; volti che respirano l'aria della marezza ossidata; volti di saggezza che non si esprime, che si fanno breccia del destino artefice di se stessi; volti esuberanti nel mistero di parole seducenti; volti aggroppati come selle di cavallo; volti essenza della mia anima, ovarii che vedo quando faccio feconda me stessa, quelli che guardo staccandomi dalla realtà, quelli che passano per un secondo, quelli che muoiono in uno sguardo di passaggio".

L'arte -diceva Aligi Sassu - è un compromesso onirico con l'enigma del vivere, io voglio dare alla concreta realtà la figura di un sogno, ma quelli di Isa sembrano incubi, un po' alla Bacon, alla Kafka, alla Munch, tanto per intenderci, anche se realizzati in un palcoscenico non scevro da ironia e giocosità. C'è in lei il senso della libertà, il coraggio di osare, il tentativo di trovare soggetti che le rodono dentro e che sente fortemente di voler rappresentare per non cadere nella decorazione. E c'è anche una grande fragilità, una grande solitudine, una lunga malinconia che non riesce a colmare e un fiume di lacrime. "La più grande arte- affermava Bacon - ti riporta sempre alla vulnerabilità della situazione umana. E aggiungeva: per fare il pittore è necessario conoscere, anche se in forma rudimentale, la storia dell'arte dall'età preistorica ai giorni nostri e libri di animali selvaggi, perché quelle immagini mi stimolano, mi suggeriscono un modo per usare il corpo umano". E questo mi ha fatto pensare, mi ha ricordatolo lo stralcio della sua tesi di laurea sulla "trasfigurazione dei volti" che mi fece avere via e-mail. Le dissi che non capivo l'accostamento tra Cristo e Aristofane, due tipi contrapposti. Allora lei mi rispose (con un sorrisino ironico , j suppose), che non tutti erano geni come me. Thank , Isa... E poi si prese il meritato centodieci e lode , alla faccia mia.

Ora che osservo ancora una volta i suoi disegni, soprattutto le sue incisioni astratte, capisco che la sua intuizione va forse ancora più indietro della storia dell'uomo, va nel cosmo, rimonta alle origini, a quel tanto, o molto, di inconscio che contiene la vicenda artistica, e l'atto stesso del creare; capisco che quelle incisioni sono forse una mappa cromosomica, e che ognuno degli individui della sua grafica e della sua pittura contiene in sé, nella propria intelligenza di sé, il corso lungo degli atti e delle esperienze e delle generazioni. Rivado ai graffiti di Porto Badisco, a Bosch, Schiele e Bacon, ad un sacro possibile dell'arte profana, ma anche al neoespressionismo primitivo di Basquiat, alla terra d'ombra di Afro, alla nona ora di Cattelan, o alla testa di fuoco del dottor Nicola De Maria, ai concetti spaziali di Lucio Fontana, alle lacrime dolci di Mathieu, ai fotogrammi di Cindy Sherman, tutta arte provocatoria, che sconcerta il pubblico, che non serve a nulla, come diceva Wilde, ma contiene quel senso della vitalità e quella sapienza oscura della cognizione d'esistere, dell'esistere "facendo arte", intuizioni irrazionali, mistero non svelato, estrema diatriba tra materia ed essenza, tra corpo e spirito.

"Qualsiasi cosa in arte sembra crudele , perché la realtà è crudele", mi
sussurra all'orecchio Bacon.

E' vero, rifletto. Ed è a questo punto, cara Isa, che mi viene il sospetto (legittima suspicione?) che il "genio" fra noi due non sia certamente io.
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17 ottobre 2007

Canti celtici

CANTI CELTICI di Renzo Montagnoli
© Edizioni Il Foglio 2007 Pag. 76 € 10,00
ISBN 978 – 88 – 7606 – 162 – 2


Il libro di Montagnoli è una raccolta di canti delicati che anche là dove gridano per farsi sentire, sono acquietati da quel senso nostalgico che li pervade.
Montagnoli ci vuole comunicare il senso dei valori che si è via via smarrito nella nostra odierna società; ci interroga, chiedendoci cosa lasceremo ai “posteri già nati senza memoria”.
I suoi scritti sono liriche anticheggianti che meglio si addicono al popolo celtico che ha popolato anche la pianura padana, dove l’autore risiede, rifacendosi a esso e ai suoi valori: la famiglia, la comunità e la spiritualità. Sentimenti di cui Montagnoli avverte l’assenza o l’estinzione.
Per far questo si fa attento osservatore della natura, l’unica essenza ancora vera che ci è rimasta, ma anche lei vittima della mano dell’uomo.
Affida alla natura e ai suoi fenomeni la sua voce.

IL MORMORIO DEL VENTO
E' il vento che porta le voci,
sommessi mormorii,
quasi salti di ruscelli,
una nenia lontana
che invoca un ricordo,
che non placa la sete di gole
serrate dalla polvere del tempo.
Erano genti che cavalcavano
quest’umida terra,
una brughiera coperta d’erica.
Erano uomini vissuti prima di noi,
il seme di queste piante
che troppo presto dimenticano le radici
e vogliono correre verso il nulla.
Non uomini,
oggi,
ma spettri.

E ripercorre ricordi di un vissuto dove c’era meno, ma nel quale l’uomo aveva modo di trovare ancora lo scopo del suo vivere.

LA FAMIGLIA
Nella magia del tramonto,
lasciati i lavori del giorno,
il ritorno alla casa,
al riposo di un desco,
a chiacchierare con mogli e figli.
Fra le ombre del fuoco
che lento si spegne nel camino
l’ascolto della voce del nonno
che racconta storie e leggende
di un tempo che fu.
…………………………………..

Le liriche sono gradevoli e si lasciano leggere e assaporare, lasciando di sé interrogativi e proponimenti ai quali una persona sensibile non può restare indifferente.
Alcuni termini li troviamo più frequentemente di altri in vari testi; non li definirei ripetizioni, ma sottolineature del pensiero dell’autore.
Condivido i sentimenti che hanno mosso Montagnoli a scrivere questi versi, ed è anche grazie a poeti e scrittori che nel loro piccolo tentano di mostrarci le ferite della nostra società che si può fare breccia nella coscienza degli uomini.
© Miriam Ballerini

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15 ottobre 2007

Salvemini: meridionali con le palle

di Augusto da San Buono

Cinquant'anni fa, il 6 settembre 1957, a Sorrento, moriva il molfettese Gaetano Salvemini, uno dei più grandi uomini che abbia avuto l'Italia; uno di quegli storici di genio che fanno, o rifanno la storia, uno di quegli indagatori della politica che anticipano gli eventi, che profetizzano le sciagure, per cui nessuno, o quasi è disposto ad ascoltare; un meridionale vero, un pugliese tutto sangue e passione, ma anche uno dei più lucidi, concreti, razionali studiosi che prendono di petto la realtà storica e l'affrontano, uno dei più strenui e determinati, coraggiosi uomini che abbiamo avuto nella prima metà del ventensimo secolo.

Gaetano aveva preso le prime lezioni di "mezzogiorno" a Firenze, appena diciassettenne, quando era riuscito ad avere una borsa di studio che lo aveva sottratto - lui primo maschio di nove fratelli e sorelle -a quello che nel Sud era allora il destino inevitabile dei ragazzi non stupidi delle famiglie povere : farsi prete. E i fatti dimostreranno come fosse il cammino che meno si adattava a quest'uomo cui il destino, la vocazione, il temperamento lo portavano a lottare in tutt'altri campi: battaglie sociali, storiche e politiche, dove dimostrò presto la sua tempra con il voler guardare dentro il calderone della questione meridionale, e dentro il corpo sociale e politico di quella cosa buffa chiamata Italia , scoperchiarne tutti i coperti che avevano fatto i diavoli della politica (del nord, ma anche del sud) e sentirne i mefitici odori che ne venivano fuori.

E su questa strada lo guidò il napoletano Pasquale Villari, il meglio che c'era sulla piazza, gli insegnò a sviluppare quel coraggio e quella concretezza naturale nell'agire civile e intellettuale, che aveva dentro di sé e sarebbe diventata, poi, la sua cifra, uno dei tratti caratteristici di tutta la sua opera. Infatti a soli vent'anni Gaetano parte in quarta e pubblica "Un comune dell'Italia meridionale: Molfetta", scritto esemplare per la stringente analisi critica delle stratificazioni sociali della cittadina pugliese, dei suoi intrecci politici, dei suoi radicamenti economici, che lo pone subito sulla scia della generazione dei Fortunato e dei Franchetti, e del suo stesso maestro, Villari, che avevano parlato della questione meridionale come di una questione nazionale, questione che avrebbe coinvolto l'Italia e il suo modo di essere diventata Stato unitario, e cioè uno Stato che diede un solenne calcio in culo a quei "gobbi" dei meridionali che ne ostacolavano la crescita. E siccome Salvemini non aveva solo talento ( il sud ne ha avuto tanti di talenti sprecati), ma era un meridionale con le palle, con il Dna del lottatore, come i pescatori molfettesi, o i contadini di Altamura, un uomo sorretto da una forte idealità, ma anche da una personalità straripante e un carattere di ferro che non gli faceva temere niente nessuno, lo disse chiaramente a Giovanni Giolitti, che per giustificare il suo cinismo politico e la sua insensibilità per i gravi problemi civili ed economici del meridione aveva concepito una metafora, rimessa in circolazione nel nostro tempo da Giulio Andreotti: «Trovai un gobbo, e non potevo vestirlo altrimenti che da gobbo», Salvemini gli disse, nel suo famoso pamphlet, che lui era "Il ministro della malavita" sia per il malcostume che aveva instaurato il suo governo, sia per il disprezzo con cui aveva trattato la questione meridionale perseguendo una politica senza scrupoli, che contribuiva a peggiorare il Sud, con danno per l'intero Paese. "E' vero, un uomo di governo non può raddrizzare tutti gli uomini moralmente "gobbi" che trova nel suo Paese. Ma almeno deve operare in modo da non aumentarne il numero, come ha fatto Giolitti, il ministro della malavita. Lui i gobbi dell'Italia settentrionale li trovò e li lasciò come erano, mentre quelli dell'Italia meridionale li trovò cattivi e li lasciò peggiori.

Salvemini, inoltre vedeva, con angoscia, che i primi a voler male alla propria terra e alla propria gente erano gli stessi meridionali, che avevano eletto molti "gobbi" parlamentari di pessima qualità, coi metodi (corruzione e servilismo) già denunciati da Salvemini, denuncie che gli fecero aumentare il numero di nemici politici e non. Ma tutta la sua vita, fin dalla nascita (8 novembre 1873) era stata durissima, come poteva esserlo (ed è ancora oggi per molti aspetti) a quel tempo la vita in una regione diseredata come la Puglia, dove, come diceva Tommaso Fiore, bisogna farsi formiche per poter sopravvivere, e dove un cafone si trova assai meglio all'inferno che a dover cavar sangue da quelle terre avare, irte, rocciose. E in quelle terre Gaetano aveva visto lavorare il padre , e molti dei suoi fratelli, e forse ci sarebbe andato a finire lui stesso se alcuni altri grandi meridionali, come Pasquale Villari , Felice Tocco, Girolamo Vitelli, e Augusto Del Vecchio, che insegnavano all'Università di Firenze, allora piccola Parigi della cultura italiana, non lo avessero scoperto per quel che era, un cavallo di razza purissimo che superava tutti gli ostacoli con facilità: a 23 anni laureato in lettere, a 25 insegnante di latino in una scuola media di Palermo, a soli 28 docente nelle Università e titolare della cattedra di Storia moderna, a Messina, dove ebbe la prima grande tragedia della sua vita. Sorpreso dal terremoto del 1908 , perse la moglie, i cinque figli, e una sorella. E il dolore incancellabile di queste perdite ne faranno un monolite di volontà e di determinazione, una pietra aguzza e tagliente per combattere a fianco degli umili e dei diseredati, con le armi della dialettica, dello studio, della denuncia di tutte le offese e le ingiustizie, per il trionfo della libertà e della giustizia. Per lui la propria morte non avrà alcun significato se non santificata dal martirio, dall'aver combattuto per i suoi pescatori e cafoni , per le donne e i bambini della sua terra, analfabeti denutriti, senza alcun diritto umano, sfruttati da uno Stato cinico e ingiusto, come lo erano stati, per secoli, dagli stessi "baroni" del sud.

Successivamente , Salvemini insegna all'Università di Pisa e infine a quella di Firenze e nel 1919 viene eletto deputato nel partito socialista, da cui presto prenderà, però, le distanze. Già in uno articolo del 1920 condannerà sia il socialismo rivoluzionario del tempo, sia il socialismo di Stato o burocratico, "che tende ad asservire il movimento proletario al dispotismo di una classe sociale parassitaria - la burocrazia infinitamente peggiore della borghesia".

Egli vi aveva aderito nel 1897 per cercando di condurre su posizioni meridionalistiche il movimento socialista e trovare una soluzione ai problemi del Mezzogiorno, insistendo sulla necessità di un collegamento tra operai del nord e contadini del sud, sulla necessità dell'abolizione del protezionismo e delle tariffe doganali di Stato (che proteggono l'industria privilegiata e danneggiano i consumatori), e della formazione di una piccola proprietà contadina che liquidasse il latifondo, ma quel socialismo riformista che aveva elevato la dignità del lavoro, dato coscienza umana e politica a individui , "che erano abbrutiti nel loro isolamento diffidente e servile", ora non esisteva più.

Un altro grande storico e politico meridionalista , che sarà suo allievo, il casertano Ernesto Rossi, di cui quest'anno si celebrano i cent'anni dalla nascita, dirà: "Se non avessi incontrato sulla mia strada al momento giusto Salvemini, che mi ripulì il cervello da tutti i sottoprodotti della passione suscitata dalla bestialità dei socialisti e dalla menzogna della propaganda governativa, sarei facilmente sdrucciolato anch'io nei Fasci da combattimento".

In una lettera indirizzata ad Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini scriveva così: "Se avessi potuto fabbricarmi un figlio su misura, me lo sarei fabbricato pari pari come te, ma anche quel figlio - aggiungeva con ironia- sarebbe andato a male come te e come me". Chi dice Rossi, insomma dice Salvemini, i due erano un tut'uno, erano uomini del sud di talento, ma anche con le palle.

La chiarezza e la logica che informa gli scritti di Rossi è la stessa di Salvemini: stringente, incalzante, che nulla concede alla magniloquenza della retorica e che mai si impantana in guazzabugli incomprensibili. Così come da Salvemini derivò la stessa passione per la giustizia, e identico fu l'istinto di libertà. Non il Progresso, la Rivoluzione o il Popolo lo interessava, ma lo studio dei problemi concreti specie se questi problemi gli rivelavano l'esistenza di soprusi a danno degli umili. Degli umili in carne ed ossa, con tanto di nome e di cognome. E' allora che Ernesto Rossi dava il meglio di sé, con le sue denunzie che inchiodavano i responsabili alle loro colpe. Il tutto senza indulgere al melodramma e tenendosi discosto dalle pose accigliate e un po' ferali dei predicatori di quaresima. L'intrepida moralità, la causticità sibilante, l'astuzia affilata , tutto viene posto al servizio della certezza di dover difendere comunque e ad ogni costo le ragioni della libertà e della giustizia.

I due, Salvemini e Rossi, si scrissero un'infinità di lettere, oltre seicento, tra il 24 marzo 1944, al il 18 luglio 1957, poco prima della morte del maestro. Lettere fluide, scorrevoli ed avvincenti. Un carteggio che è uno spaccato della storia italiana i cui testimoni sono protagonisti d' eccezione. Un diario a due voci in cui l'affetto, le speranze, le amare delusioni, le ansie personali si mescolano alla vita collettiva di una Italia repubblicana in costante ma difficile costruzione.

In una delle ultime lettere Salvemini scrive :"Se gl'italiani riescono a convincersi di non vivere ad Haiti, e gradualmente recuperano la stima di se stessi, il nostro Paese può riprendere con vigore il cammino sulla via dell'incivilimento, che oggi ha in larga misura abbandonato. Ciò è vitale per tutti, ma soprattutto per le nuove generazioni".

E il suo allievo Ernesto Rossi, che morirà a Roma dieci anni dopo di lui, aveva scritto poco prima di morire parole che vibrano di un'accensione poetica: "Se ci domandiamo a cosa approdano tutti i nostri sforzi e tutte le nostre angosce non sappiamo trovare altre risposte fuori di quelle che dava Leopardi: si gira su noi stessi come trottole, finché il moto si rallenta, le passioni si spengono e il meccanismo si rompe"... Io non ho mai avuto paura della morte. Mi è sempre sembrata una funzione naturale, inspiegabile, com'è inspiegabile tutto quello che vediamo in questo porco mondo. Crepare un po' prima o un po' dopo non ha grande importanza: si tratta di anticipi di infinitesimi, in confronto all'eternità, che non riusciamo neppure ad immaginare. Ma ho sempre avuto timore della "cattiva morte" , ovvero di chi non ha saputo vivere della tranquillità della propria coscienza. E ciò mi sembra di poter dire di averlo scongiurato".

Con l'avvento del fascismo Salvemini si schiera da subito contro Mussolini e contro gli aventiniani, e stringe un profondo sodalizio ideale e politico con i fratelli Carlo e Nello Rosselli e naturalmente con Ernesto Rossi, che vedono in lui il comune specchiato grande maestro. Nel 1925, Salvemini e i due Rosselli fondano a Firenze "Non mollare", il primo giornale antifascista clandestino. Subito dopo, Salvemini, unitamente a Rossi, viene arrestato a Roma dalla polizia fascista, processato e messo in galera. Ma pochi mesi dopo usufruisce di un'amnistia e si rifugia clandestinamente in Francia.

Poi si trasferisce in Gran Bretagna, dove è protagonista di una dura polemica con George Bernard Shaw, ammiratore di Mussolini. Nel 1934 si trasferisce negli Stati Uniti, dove insegna storia della civiltà italiana all'Università di Harvard, e prenderà anche la cittadinanza statunitense. E qui, più di settant'anni fa, prima del geniale Orson Welles , l'autore di Quarto Potere, in una delle conferenze tenute a a Philadelphia il 6 aprile 1935, rigorosamente in inglese, sul tema: "Che cos'è la libertà?", Salvemini dirà che anche le istituzioni democratiche possono fallire perché hanno dei punti deboli. In origine esse si basavano sull'assunto che gli elettori avrebbero scelto i rappresentati migliori fra di loro e che questi una volta che fossero stati eletti avrebbero fatto leggi e controllato l'operato dell'esecutivo nell'interesse della comunità, invece "l'esperienza ha dimostrato che gli elettori raramente scelgono i migliori. Anzi, di fatto, essi scelgono normalmente i mediocri, a volte scelgono perfino i peggiori individui della comunità ".

Poi pone in evidenza il fatto che: "il compito del potere legislativo è diventato sempre più difficile con il mutare delle condizioni economiche e sociali. Nella prima metà del diciannovesimo secolo, un membro dell'assemblea legislativa era in grado di sottoporre a un esame coscienzioso i disegni di legge che era chiamato a ratificare. Oggi dove potreste mai trovare un uomo in possesso delle conoscenze tecniche necessarie per una valutazione intelligente di tutte le misure su cui un deputato o un senatore è chiamato a votare? Neanche un uomo dotato di un bagaglio tecnico superiore alla media avrebbe il tempo sufficiente per padroneggiare l'enorme massa di questioni che richiedono il suo esame."

Il terzo punto debole della democrazia odierna è la stampa quotidiana, "che è diventata una grande impresa capitalistica che richiede milioni di dollari per essere realizzata. Chiunque abbia i milioni necessari è quindi nella condizione di inondare ogni giorno il paese di tonnellate di carta stampata, anche se il suo genio consiste unicamente nello scoprire a quale genere di delitti o a quale tipo di gambe femminili sia più sensibile la parte meno istruita della popolazione. I giornali sono proprietà di aziende capitalistiche o servono a promuovere ambizioni personali che troppo spesso non hanno nulla a che fare con il benessere della comunità. L'editore di uno di questi giornali può avvelenare la mente di un'intera nazione con articoli menzogneri o sopprimendo le notizie.

E' un despota che non deve rispondere a nessuno per il modo in cui esercita la sua autorità; ha la libertà senza la responsabilità. La stampa è ora una dittatura unica nel suo genere . Piantata in mezzo delle libere istituzioni, le turba insidiosamente e le corrompe. La divisione dei poteri su cui in origine il governo libero si basava è scomparsa , e il quarto stato, la grande stampa quotidiana avendo sopraffatto tutti gli altri poteri - l'esecutivo, il legislativo, il giudiziario - regna sovrana al loro posto. L'onnipotenza della stampa è forse la malattia più pericolosa che affligga le libere istituzioni. Se la stampa quotidiana non fosse così corrotta e stupida (probabilmente più stupida che corrotta) perfino il sistema della caccia al voto non funzionerebbe così male ; e i deputati orientati da una stampa intelligente e onesta riuscirebbero a fare una figura migliore."
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13 ottobre 2007

Ricordo di Giuseppe Di Vittorio

di Antonio V. Gelormini

Siamo a Cerignola, la vigilia di Natale del 1920, e a casa di Giuseppe Di Vittorio arriva un cesto-dono offerto dal conte Giuseppe Pavoncelli, proprietario terriero e signorotto del paese, nonché spesso controparte delle locali battaglie sociali del sindacalista pugliese. E per questo, da lui chiamato “il Principale”. La missiva motiva il rifiuto sofferto di quel dono, in un’epoca di povertà assoluta per la sua famiglia. Finora inedita, è stata ritrovata durante un sopralluogo dagli sceneggiatori che stanno preparando un film sul leader sindacale, morto cinquant’anni fa. E sarà custodita a Cerignola (Foggia) da “Casa Di Vittorio”, il progetto-contenitore diretto da Giovanni Rinaldi.

La lettera parla da sé. Trasuda etica, dignità e reciproco rispetto tra “signori” d’altri tempi. Si direbbe lontana anni luce dalla realtà raccontata recentemente da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. E rivela il raffinato senso politico-diplomatico di Giuseppe Di Vittorio, che con la richiesta finale della “stessa persona”, per il ritiro del dono, in un ideale scorrere al contrario dell’immagine, cerca di cancellare ogni traccia del fatto e di considerarlo come mai accaduto.

Egregio Sig. Preziuso, In mia assenza, la mia signora ha ricevuto quel po' di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato.Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché - in gran parte - è fatta di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente - come il nostro - ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.Io, Lei ed il Principale, siamo convinti della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l'intima coscienza della propria onestà. E' necessaria - e Lei lo intende - anche l'onestà esteriore.Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi ripugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d'una cortesia - sia pure nobilissima come quella in parola - si ricamerebbe chi sa che cosa. Sì che, io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento.Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere superbia, ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s'intuisce.Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati.Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia Signora.


Dev.mo Giuseppe Di Vittorio
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09 ottobre 2007

"La dittatura del relativismo" di Roberto de Mattei

Roberto de Mattei
Edizioni Solfanelli, Chieti 2007
[ISBN-978-88-89756-26-3]
Pagg. 128 - € 9,00

Il grande dibattito del nostro tempo, secondo Roberto de Mattei, non è di natura politica od economica, ma culturale, morale e, in ultima analisi, religiosa. Si tratta del conflitto tra due visioni del mondo: quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo, e quella di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e dei gruppi diventa l’unica legge della società e si costituisce quella che Benedetto XVI ha definito la “dittatura del relativismo”. La denuncia della minaccia relativista è il filo conduttore di queste pagine, che raccolgono scritti e interventi dell’autore svolti tra il 2005 e il 2007. L’opposizione alla dittatura del relativismo, che oggi si esprime attraverso il terrorismo psicologico e la repressione giudiziaria, passa attraverso la riscoperta di quella legge naturale e divina che ha costituito il fondamento della Civiltà cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero. Il pensiero cui questo libro si ispira è quello della Philosophia perennis, integrata dal Magistero tradizionale della Chiesa, ma anche dall’insegnamento dei grandi autori contro-rivoluzionari cattolici dell’Ottocento e del Novecento, di cui l’autore è, in Italia, erede e continuatore.
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Roberto de Mattei (Roma, 1948) è Professore di Storia Moderna all’Università di Cassino e insegna Storia del Cristianesimo e della Chiesa presso l’Università Europea di Roma, dove è coordinatore del corso di laurea in Scienze storiche. Giornalista e scrittore, difende i principi e le istituzioni della Civiltà cristiana su numerose pubblicazioni come “Radici Cristiane”, “Lepanto”, “Corrispondenza romana”, “Famiglia Domani Flash” e “Nova Historica”. Tra i suoi ultimi libri: Pio IX (Casale Monferrato 2000); La sovranità necessaria (Roma 2001); Guerra santa. Guerra giusta (Casale Monferrato 2002); La Biblioteca delle Amicizie (Napoli 2005); De Europa. Tra radici cristiane e sogni postmoderni (Firenze 2006); Finis Vitae, a sua cura (Roma 2006).
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08 ottobre 2007

Franzato ricorda Marceau

di Paolo Franzato

La luna questa notte mi appare più luminosa... forse è Bip che l'accende col suo sorriso e il suo biancore. Ci sono lacrime e dolori che vanno vissuti con intimità e solitudine, e a volte si è gelosi del proprio personale vissuto. Ma quando riguarda incontri con persone che hanno fatto la storia, in questo caso dello spettacolo, riaffiora un compito etico di ricordarli con la giusta dignità. Non essendomi affacciato alle cronache per le perdite di Grotowski, Laura Betti e Arnaldo Picchi, sento ora di doverlo fare per un altro mio Grande Maestro, Marcel Marceau.
Come tutti i grandi Maestri, Marcel lo ritengo un vero e proprio Genitore Culturale che rivive in continuazione lungo il percorso e l'abbraccio è rivolto ai tanti figli/allievi che come me sono sparsi in giro per il mondo. Perché Marcel non è stato solo uno dei più grandi Mimi del pianeta, assoluto Maestro dell'arte pantomimica e del mimodramma, ma è da annoverare tra i Grandi Padri Fondatori del Teatro del Novecento. Non solo: per tutta la sua vita si è dedicato con passione alla trasmissione della sua pedagogia, che a sua volta aveva avuto origine da Etienne Decroux, capostipite di una schiera di rilevanti artisti, da Marceau a Barrault, da Lecoq fino a Lebreton, che dalla Francia sono stati esempio per tutto il mondo. L'emozione di averlo avuto come Maestro nel 1992, fino a quel momento studiato tecnicamente come stile e modello nei vari corsi e sui libri, si è unita alla scoperta di una metodologia fondata sull'Iconografia teatrale. In lui e nei suoi insegnamenti la storia e le opere d'arte figurative universali divenivano gli archetipi per l'arte a sua volta universale del linguaggio corporeo. E lui stesso è divenuto una Icona dell'arte corporea. Ma come accade spesso ai Geni è stato troppo banalmente citato e considerato da teatranti sprovveduti che si riempiono la bocca di maledetti luoghi comuni (come capita anche per Stanislavkij) trascurando le conoscenze scientifiche del teatro (complice una informazione troppo spesso disattenta e incompetente), o addirittura divenuto bersaglio di sarcastiche gag da comici non degni di questa definizione, imprigionando Marcel in sterili cliché che niente hanno a che fare con lo stile e le tecniche da lui impartite. Maestro tanto esigente e severo nella tecnica (quindi generoso) quanto affabile, disponibile e sorridente oltre la lezione. Grazie "de tout coeur" per il tuo insegnamento di grandezza e umiltà. Sei ora nell'Olimpo degli artisti-pedagoghi che hanno riscritto l'arte teatrale nel secolo scorso e nella cui ombra noi allievi ne proseguiamo il cammino. Un'ombra sulla quale grava il peso di una forte eredità culturale ricevuta che abbiamo il compito di veicolare, nella quale con fierezza ci differenziamo dalla luce accecante dell'idiozia dilagante.
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04 ottobre 2007

Cinema – servizio di Bruna Alasia

Villerupt, il festival ha trent’anni:
dal 26 ottobre all’11 novembre l’edizione 2007


Anni ’70: età d’oro e/o anni di piombo.

Un romanzo di Honoré de Balzac ha per titolo “La donna di trent’anni” a indicare che tale età segna una tipologia esatta di persona e di vita. Il trentesimo compleanno del festival di Villerupt è altrettanto importante e singolare: pochi sono arrivati a un simile traguardo di maturità e serietà , tanto più rimarchevole per la cronistoria di una manifestazione che oggi, con uno zoccolo duro di quarantatremila spettatori, si pone come la più frequentata vetrina del nostro cinema in Francia.
Villerupt è un paesino della Lorena alla frontiera con il Belgio e il Lussemburgo, non distante da Varennes dove i francesi posero fine alla famosa fuga di Luigi XVI deviando il corso degli avvenimenti europei. Nel 1879 Villerupt ha assistito all’avvento della siderurgia, le cui installazioni richiesero l’ importazione di minatori, soprattutto da Italia e Polonia, trasformando il villaggio in una popolosa “città del ferro” sino alla metà del ventesimo secolo, quando il declino della siderurgia cambiò il quadro economico. Durante quel periodo di crisi e trasformazione, negli anni ’50 e ’60, nella cittadina di nostri emigrati il primo divertimento era assistere ai film della terra e della lingua d’origine. Nel 1976 un gruppo di cinefili della “Casa della gioventù e della cultura” pensò di organizzare un “Festival del film italiano di Villerupt”. Dal 9 al 4 novembre in tre sale furono proiettati 18 film, il più applaudito “Pane e cioccolata” con Nino Manfredi nei panni dell’emigrato italiano rifiutato dalla Svizzera.
Da quel momento, un centinaio di persone, d’origine italiana e non, di formazione ed estrazione diversa, presero a lavorare in maniera volontaria e spontanea a questa manifestazione autenticamente popolare. Tra loro molte mamme che, preparando la pasta fatta in casa, hanno dato origine a un “mito”. L’immagine etnica e folkloristica del festival è ritenuta dagli organizzatori uno stereotipo caro alla stampa, ma non è sbagliato affermare che la festa di Roma per distinguersi riproduce, con grandi mezzi, un clima analogo. La sfida cui mirano oggi il direttore artistico di Villerupt Oreste Sacchelli e il direttore organizzativo Antoine Compagnone è l’aspetto culturale della vetrina, per diffondere una conoscenza sempre più vasta del nostro cinema in Francia, privilegiando i nuovi autori ai quali è dedicata la competizione di otto opere prime. A tal fine, gli organizzatori, conservando convivialità e tradizione tipica dell’ex villaggio franco-italiano, hanno allacciato validi legami con partners Lussemburghesi, interessati allo scambio con la nostra cultura.
Debuttando nel 1976 il festival di Villerupt ha attraversato un periodo storico non privo di vicissitudini, delle quali la cinematografia è stata specchio di notevole riuscita estetica. Ma quegli anni sono anche segnati dalla liberalizzazione delle frequenze di radio e televisioni, colpo fatale per il cinema non solo italiano. A tutt’oggi gli intellettuali indagano sull’epoca e la discussione è lungi dal concludersi. La retrospettiva della trentesima edizione del festival di Villerupt, “Anni 70: età d’oro e/o anni di piombo”, interrogandosi sulle proprie origini, esplora quel contesto e partecipa al dibattito.
Una parte della sezione è dedicata ai film del decennio – le commedie di Scola, Risi, Comencini, Monicelli, i thriller politici di Rosi, Damiani, Bellocchio, i film sociali di Petri e dei Taviani, il sorgere del nuovo con Moretti e Nichetti - un’altra alla rivisitazione del periodo nei film girati successivamente: come quelli di Marco Tullio Giordana, Guido Chiesa, Marco Bellocchio, Michele Soavi. I francesi a Villerupt vedranno opere miliari come Amarcord, La grande abbuffata, Profumo di donna, Novecento, Padre padrone, Mimì Metallurgico, Marcia Trionfale…

I titoli della retrospettiva
L’albero degli Zoccoli di Ermanno Olmi, 1971
Mimì metallurgico di Lina Wertmüller, 1971
Il caso Mattei di Francesco Rosi, 1972
Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, 1972
Amarcord di Federico Fellini, 1973
La grande abbuffata di Marco Ferreri, 1973
Profumo di donna di Dino Risi, 1974
Amici miei di Mario Monicelli, 1975
Novecento di Bermardo Bertolucci, 1976
Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, 1976
Marcia Trionfale di Marco Bellocchio, 1976
Padre padrone di Paolo e Vittorio Taviani, 1977
Caro papà di Dino Risi, 1979
Tre fratelli di Francesco Rosi, 1981
Le mani forti di Marco Bernini, 1997
Buongiorno notte di Marco Bellocchio, 2003


La locandina creata da Gipi
Quest’anno la locandina di Villerupt merita un’attenzione speciale. E’ stata creata da Gipi, illustratore di Repubblica e prima ancora di Cuore, vincitore con i suoi disegni del “Premio Micheluzzi” e del “Gran Premio Romics” nel 2004. Nel 2000 Gipi ha anche iniziato a scrivere e girare corti e lungometraggi che gli sono valsi il premio “ Lo straniero” e il Premio “Ciampi”.

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02 ottobre 2007

Recensione: "Delitti" di Vittorino Andreoli

DELITTI di Vittorino Andreoli
© 2001 RCS Libri S.p.A. Milano Pag. 326


Vittorino Andreoli è uno dei più autorevoli psichiatri italiani. Molti i testi da lui pubblicati e innumerevoli le perizie psichiatriche che ha condotto su richiesta dei tribunali.
Ci sono crimini che apparentemente sembrano inspiegabili, a volte così efferati da parere disumani.
Eppure, anche chi commette delitti atroci è pur sempre un essere umano, il quale porta dentro di sé delle motivazioni profonde.
Dice lo psichiatra: “Ho molti dubbi, ma sono certo che tutti gli omicidi siano uomini, anche se deformati rispetto a come vorremmo fosse l’uomo sapiens sapiens”.
In questo libro Andreoli ha raccolto dieci casi di crimini violenti che hanno riempito le pagine di cronaca di questi anni. Tutti ricordiamo Pietro Maso, il giovane che uccise i suoi genitori per denaro. O Luigi Chiatti, il mostro di Foligno.
E' così facile barricarsi dietro etichettature e allontanare da sé il male, affibbiando titoli quale mostro a chi sentiamo distante da noi.
Personalmente trovo più intelligente e producente un atteggiamento che ci porti a comprendere il perché accadano queste cose. Cosa porti una persona a compiere determinate azioni. Quanta parte di follia ci sia e quanta capacità di intendere e di volere.
Andreoli non ci permette di chiudere gli occhi davanti a questi fatti che, sicuramente, scuotono e spaventano; ma mostra con semplicità e perizia cosa è accaduto a questi giovani.
Un modo anche di mettere in guardia la società, che ha intrapreso una via di non ritorno.
Parlando di Erika e Omar, il caso di Novi Ligure, dice: “Questo scenario non ha nulla di morboso, semmai una tristezza che porta a riflettere sul ruolo della famiglia e della scuola di oggi e sui possibili errori che queste istituzioni e l’intera società possono aver commesso”.
Ecco quindi che ogni capitolo è dedicato più che al caso, alla persona. “Nella prima parte si parla del fatto, si offre la cronaca di ciò che è accaduto. La seconda parte è dedicata all’assassino, a un uomo che ha ucciso. Ne descrive la personalità, le caratteristiche: l’anatomia di un omicida. La terza parte combina, dinamicamente, l’evento – l’omicidio – alla personalità dell’omicida”.
E' questo un libro da leggere non con la morbosa curiosità di ripercorrere le tappe di un assassinio, ma con la sana voglia di capire e di comprendere come è potuto accadere che una persona a un certo punto della sua vita, si sia trovata in condizione di dover agire in questa maniera.
Concludo con una frase del dottore che non posso fare altro che rimarcare, dal momento che ripropone il mio stesso sentire: “Mi indigno quando sento ancora chiedere a furor di popolo la pena di morte oppure l’ergastolo. Ecco il frutto di anni e anni di puro spettacolo senza alcun approfondimento, che permette di scatenare emozioni altrettanto sfrenate quanto il gesto omicida”.
© Miriam Ballerini
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Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica