29 agosto 2007

I racconti di Versailles – 10 – di Bruna Alasia

LA CANDELA SPENTA
Racconto decimo
Il 19 aprile 1774, alle cinque e mezza del pomeriggio, il grandioso teatro dell’Opera di Parigi mandò in scena la prima di Ifigenia in Aulide di Christoph Willibald Gluck. Nel palco d’onore il conte e la contessa di Provenza, la duchessa di Chartres e di Borbone, Luigi Augusto e Maria Antonietta e accanto a lei la principessa di Lamballe, sua amica del cuore, tanto pia quanto buffa, col naso a patata sotto un’acconciatura a grattacielo.
- Angelo mio – la Delfina in apprensione le prese la mano - speriamo vada tutto bene… qui sono favorevoli all’opera italiana… Gluck si batte contro questa moda, utile solo ai virtuosismi dei cantanti…
- Non c’è motivo di temere… - la tranquillizzò la Lamballe - dicono che si sia convertito a Gluck persino Jean Jacques Rousseau…
- Mmmh, di filosofi e enciclopedisti non mi sono mai fidata…
- Questa volta dovete farlo per sconfiggere Piccinni e la du Barry…
- Silenzio! Comincia… tra cinque ore e mezzo sapremo – le zittì il Delfino, riferendosi alla durata dello spettacolo.
Ma non ci fu bisogno di attendere. Sin dall’ouverture gli accenti tragici di Agamennone, padre e sovrano disperato, che implora Diana di risparmiargli il sacrificio della figlia, sull’emozione di una melodia innovativa, toccarono il pubblico che cominciò ad applaudire seguito da Maria Antonietta le cui esclamazioni si udirono:
- Wunderbar! Das ist prima…*
E fortificati dal sigillo dell’autorità i battimani aumentarono prolungandosi fino a decretarne il successo.
***
- Non ci può essere competizione tra i compositori italiani e francesi e quel Gluck! – la settimana dopo madame du Barry ne parlava al duca d’Aiguillon in quei giorni ospite al Petit Trianon.
- Sono d’accordo… sarà presto dimenticato…
- Sarei lieto se si cambiasse discorso – Luigi XV s’intromise irritato - queste dispute mi sono venute a noia, sono cose che mi affaticano… stasera andrò a dormire presto.
Il Beneamato, che aveva avuto la fortuna di compiere sessantaquattro anni in un periodo in cui la vita media era di ventotto, sentiva le forze mancargli di ora in ora. Il suo viso, un tempo maestoso, si era afflosciato, la stanchezza lo tormentava. Le stanze semplici del piccolo Trianon, soffuse d’una luce parca, lontane dalla confusione di Versailles lo rilassavano, ma avrebbe desiderato più silenzio, per sempre, soprattutto su argomenti per i quali non era il caso di accalorarsi come quello dell’insegnante di musica di Maria Antonietta. Mentre veniva accompagnato a letto, rifletté che Gluck a sessant’anni aveva affrontato un viaggio da Vienna a Parigi, chiedendosi se l’indomani avrebbe seguito il delfino in una battuta di caccia. “Lo accompagnerò in calesse” si disse, sbrigandosi a congedare il valletto che rimase a vegliarlo dietro la porta.
Il giorno seguente Luigi Augusto e suo nonno partirono dopo colazione in direzione di Marly. Sin dal risveglio il re aveva un fastidioso mal di testa ma, nella convinzione che l’aria fresca e il profumo del bosco gli avrebbero fatto bene, salì sulla carrozzella avvolto nel mantello. “ Da quando non vado laggiù?” si domandò con nostalgia, mentre il calesse si avviava per viottoli tracciati dagli zoccoli delle bestie, coperti di erba fragrante della sua gioventù. Rammentava il primo soggiorno a Marly nel 1724, per sfuggire una epidemia di vaiolo da cui era scampato immune. Pensò che Luigi XIV, quando vi risiedeva, imponeva la chiusura della reggia e lui aveva permesso invece di entrarci e di giocare fiumi di danaro. Ricordi commoventi mentre l’odore della foresta solleticava le narici! Però il cielo adesso girava, cresceva il dolore alle tempie. Di colpo ebbe l’impressione di trovarsi su una nave il cui ondeggiamento nauseava. Un singulto squassò il suo diaframma e un fiotto risalì la gola. Si sporse a vomitare la cacciagione pesante consumata con suo nipote. Accanto a lui il duca di Aiguillon lanciò un grido di allarme ordinando al cocchiere di rientrare. Una frustata e i cavalli galopparono ma la carrozza, pur lanciata, sembrava non arrivare mai. Al petit Trianon il sovrano andò a letto senza cena, ammaccato come dopo un pestaggio, ma ebbe ancora voglia di chiedere a madame du Barry:
- Com’ è andata la caccia?
- Mi hanno detto che il Delfino ha mancato un cervo al ponte di La Villedieu ed è rientrato a Versailles.
- Peccato!
- Non pensate a questo ora… ho mandato a chiamare il dottor Le Monnier…
Che venne il mattino dopo e riscontrando una febbre molto alta prescrisse il riposo assoluto. L’amante, scoprendo che la temperatura non scemava, lo vegliò, inumidendogli a intervalli regolari con un contagocce le labbra riarse.
Luigi XV non riusciva a parlare.
- Ho pau… pau…
- Non capisco…
- Ho paura… sta con me…
Il pomeriggio seguente, alle tre, La Martinière, l’eminente praticone che mai aveva tollerato la favorita accanto a sua maestà, apparve sulla porta come un messo del signore.
- Sire – sentenziò – è a Versailles che dovete farvi curare!
“Non riusciranno a separarci” pensò madame du Barry, mettendogli mantello e bandoliera direttamente sulla biancheria per partire insieme.
***
La camera del re a Versailles apparve immensa. Lei guardò i broccati in oro su fondo rosso come fosse la prima volta. Aiutò l’infermo a distendersi sull’alto giaciglio. Pregò ai bagliori del mortaio d’argento. Il valletto, con intento augurale, aveva sistemato in poltrona la tenuta delle grandi occasioni e la spada: sontuose uniformi senza vita mentre madame du Barry, gli occhi fissi sul re e la mente al cielo, invocava il miracolo.
Il mattino dopo, Le Monnier e la Martinière, insieme ad altri dodici luminari, si consultarono e decisero “febbre umorale catarrosa” decretando un salasso. Il malato spalancò gli occhi. Quella pratica, dolorosa e sfiancante, diffusa nel XVIII secolo allo scopo di purificare l’organismo infetto, si otteneva con l’applicazione diretta sulla pelle di sanguisughe, sorta di lumache prive di guscio, che usando una mascella a ventosa incidevano la cute e ne succhiavano il sangue.
Luigi XV si sottopose a un primo salasso, poi a un secondo. Ma il mal di testa si accaniva, così la febbre.
- Se occorre ne faremo un terzo – disse la Martinière
- E proprio il caso ? – protestò il re con l’ultimo fiato.
Un terzo significava infatti che era in punto di morte e che, più che di una terapia, aveva bisogno di un sacerdote. Poi lo fecero deporre su una branda da campo, ai piedi del letto a baldacchino, perché respirasse di più e sudasse di meno. A notte La Martinière, portandogli da bere, sentì l’agitazione e chiese al valletto di avvicinarsi con la candela: sul viso erano apparse vesciche gonfie di siero e aureolate di rosso. Sobbalzò. Chiamò i colleghi a raccolta. Gli scrutarono la lingua. Si guardarono.
Le figlie di Luigi XV e la favorita seguirono la scena con angoscia.
- Allora? – chiese madame du Barry
Silenzio.
- Parlate! – ordinò madame Adelaide.
Gli archiatri si consultarono, vennero verso di loro e quando furono certi di non essere uditi pronunciarono il verdetto terrificante: vaiolo!
***
“Non posso crederci”, rifletté la favorita mentre inutilmente cercava di addormentarsi, “ non aveva detto di essere immune?” Girandosi su un fianco ricordò che da bambina era stata terrorizzata da una suora guarita da una forma benigna: “E’ tutta spruzzata di caffè!” aveva gridato riferendosi al viso deturpato da cicatrici. Ma ora tutto era accettabile, pur che il re restasse in vita! Aveva sentito raccontare che la forma maligna copriva il corpo di pustole fino a decomporlo e la morte arrivava tra sofferenze atroci. Si rizzò a sedere, andò alla finestra, inspirò l’aria, sudava: si mise a pregare con forza rivolgendosi a Dio con il tu.
Quando il giorno seguente i medici riunirono la famiglia per dare disposizioni non credette alle proprie orecchie:
- Maria Antonietta è stata vaccinata a Vienna? – chiese la Martinière sapendo che la malattia aveva falcidiato gli Asburgo.
- Non so… - rispose madame Adelaide
- I Delfini non devono uscire dai loro appartamenti nella maniera più assoluta… comunque non fatene parola, sua maestà crede si tratti di febbre miliare…
- Che altro possiamo fare? – implorò la du Barry
- Sperare…. – La Martinière guardò il cielo
Madame du Barry, angosciata e riconoscente, non si allontanò e non si chiuse nelle sue stanze, a costo di ammalarsi, attese con le figlie del re e i dignitari più fidati.
Una sera il duca di Aiguillon le sussurrò:
- A Parigi l’Opera ha interrotto l’Ifigenia in Aulide… segno del destino.
Lei lo guardò ma non sorrise, stava perdendo tutti i sogni e niente poteva essere importante.
***
La camera di Luigi XV aveva altissime finestre, con tende che di giorno oscuravano la luce e di notte la curiosità esterna. Vicino a una vetrata, nascosto da un drappo di broccato, fu messo un tavolino con un candelabro sul quale poggiava una candela sempre accesa.
- A che serve? – chiese la favorita al primo valletto
- Madame, appena spirerà la spegneremo e il mondo saprà che il re è morto.
“ Non succederà, alla faccia di quelli che mi vogliono male!” pensò, ma il petto le si strinse scorgendo nel sottostante cortile la contessa di Brionne, madre di mademoiselle di Lorraine, amante del duca di Choiseaul che il re aveva esiliato, felice di veder risorgere la propria fazione, guardare la fiamma in attesa. “Gli choiseaulisti, i devoti vogliono dargli l’estrema unzione con l’augurio che tolga il disturbo…” rifletté.
Quando giorni dopo il sovrano la chiamò per mostrarle le vesciche sulle braccia e sul viso, atterrito e certo che fosse vaiolo:
- Non lo è – lo rassicurò – ne siete immune… E se devoti e choiseaulisti vogliono farvi prendere i sacramenti dategli soddisfazione solo per quietarli… vi raggiungerò di nuovo fra qualche giorno…
Più tardi, pentitosi di averla lasciata partire, Luigi XV la richiamò a se, ma ormai la sua Jeanne era lontana. Madame du Barry obbligata a partire da chi voleva fosse lavato il peccato di lussuria, quando fu sola scoppiò in singhiozzi.
A sera le figlie di Luigi XV ne parlarono sommessamente cenando nei loro appartamenti.
- Dov’era diretta? – chiese Sofia
- A la Ruel, dal duca di Aiguillon – sussurrò Adelaide
- Ha dimostrato devozione, non avrei creduto sfidasse la malattia – ammise Vittoria - Ho contato quindici carrozze… tutti suoi amici o ne hanno approfittano per darsela a gambe?
Le tre mesdames rimasero accanto al padre, rassegnate anche al contagio, finché il suo volto si fece nero e terrificante, finché un puzzo tremendo di carne in decomposizione invase la camera e ne annunciò la fine. Appena arrivò La Roche Aymon, grande elemosiniere di Francia, tutti pensarono all’ora del trapasso: l’agitazione serpeggiò tra servitori, ministri, principi di sangue e cortigiani. Si guardò alla candela come a una fumata di San Pietro. Il confessore di sua maestà ascoltò i peccati e stabilì che il re doveva fare pubblica ammenda prima di ricevere la comunione, potere più grande di quello del sovrano, atteso per una vita intera. Così, il mattino seguente, il cardinale ebbe il suo grandioso quarto d’ora: salì, tra le guardie schierate lungo la sontuosa scala, sotto il baldacchino che reggeva il ciborio, accompagnando il Santo Sacramento nella stanza reale, seguito dalle mesdames di Francia e dai principi non ereditari. Il Delfino, i suoi due fratelli, Maria Antonietta e le loro mogli, non poterono oltrepassare la porta e rimasero ad attendere in fondo alla gradinata con un cero in mano.
All’esterno la voce cardinalizia arrivò prima indistinta e sommessa ma, dopo avere dato al sovrano la comunione, La Roche Aymon si avvicinò al vestibolo e pronunciò ieratico e altisonante: Signori il re mi incarica di dirvi che chiede perdono a Dio per averlo offeso e per lo scandalo procurato al suo popolo…
***

Un cielo pulito si stendeva sulla reggia in attesa. L’agonia durava da quasi due settimane: stillicidio doloroso che ormai, anche i più affezionati, desideravano finisse. I cortigiani si stavano abituando all’idea che Luigi Augusto salisse al trono, non lo consideravano all’altezza del re Sole però erano intenzionati a ingraziarsene il favore e a sfruttarne malleabilità e debolezze. Versailles e Parigi avevano risposto con indifferenza alla malattia del Beneamato: le campane delle chiese piansero a lungo ma nessuno entrò a pregare. In quella calma apparente e surreale, madame Campan, lettrice e prima cameriere della Delfina, il 10 maggio 1774 attraversava la Corte dei marmi per raggiungere il suocero nell’anticamera del re, ricevere notizie e dare disposizioni sulla partenza per Choisy.
Luigi Augusto e Maria Antonietta, zie, fratelli e sorelle del Delfino con mogli e governanti, avevano infatti deciso, prima possibile, di fuggire a otto chilometri dalla capitale per scampare qualsiasi pericolo di contagio. Tre e un quarto alle lancette dorate dell’orologio incastonato tra Ercole e Marte. “Il fresco di Choisy ci salverà” , pensava la lettrice alla quale pareva di sentire il tanfo orribile di Luigi XV. Dicevano fosse in coma, quanto sarebbe andato avanti? Che responsabilità per i Delfini! “Che Dio li protegga, sono troppo giovani per governare!” sospirò affrettando il passo. Salendo le scale ritrasse la mano dalla balaustra: si favoleggiava di cinquanta morti tra coloro che avevano percorso la Galleria degli specchi ed era terrorizzata. Entrata nell’occhio di bue, tra la siepe silenziosa dei presenti, sentì una leggera nausea e cercò suo suocero. La folla era tale che il salone, vasto e abitualmente luminoso grazie alle altissime specchiere e all’oro degli stucchi, appariva soffocante. I cortigiani aspettando tessevano trame, facevano pronostici, cercavano di guadagnarsi meriti sfidando la malattia.
- Avete visto il signor Campan? – chiese a un valletto
- Era qui poco fa…
Voleva tornare quanto prima, se solo lo avesse trovato! In quel momento sulla soglia dell’anticamera apparve il gran ciambellano, il duca di Bouillon che, battuto un colpo per richiamare l’attenzione, annunciò con voce solenne:
- Signori, il re è morto! Viva il re!
La candela era spenta.
Risposero all’unisono:
- Viva il re!
Madam Campan ebbe un tuffo al cuore. Grandioso! Pensò solo a correre in direzione dei Delfini, insieme a un fiume di gente che schizzò fuori dall’Occhio di bue come champagne da una bottiglia. Veloci, si urtarono, lanciando esclamazioni, diffondendo la notizia aumentarono via via, sollevando con i tacchi per corridoi e gallerie un fracasso che parve rombo di tuono o di cannone.
Luigi e Maria Antonetta, seduti nella loro sala, balzarono in piedi:
- Che succede ?!
Non ebbero tempo di realizzare, la folla fece irruzione.
- Il re è morto! Viva il re!
Per prima avanzò madame de Noailles, si inchinò profondamente:
- I miei omaggi al re e alla regina.
- Maestà… - la imitarono un duca e una duchessa.
Dignitari porsero le congratulazioni, rullarono i tamburi, ufficiali levarono la spada, squillarono le trombe e centinaia di labbra inneggiarono.
Luigi e Maria Antonietta attendevano da giorni quel momento: non li colse impreparati ma la confusione li frastornò. Guardarono i presenti, si guardarono, giunsero le mani mettendosi in ginocchio. Il Delfino sentì apaticamente la faticosa responsabilità. Potrò fare come voglio? Si chiese Maria Antonietta. Ora muovevano le labbra senza farsi udire.
- Che dicono? – una contessa si rivolse a madame Campan
- Pregano Dio che li protegga perché sono troppo giovani…
- Ah… - assentì la contessa.
Quella frase rimbalzò di bocca in bocca con molte variazioni.
In realtà nessuno aveva capito cosa stessero dicendo e nel grande subbuglio ognuno immaginava ciò che voleva, ma di sicuro si avvertiva ovunque che un’epoca era finita. Per le strade di Versailles e di Parigi il popolo si era già riversato ad acclamare il nuovo sovrano e la sua graziosa consorte. Faceva festa, bevendo, cantando e ballando, come se insieme al vecchio re si fosse estinta la miseria, come se stesse per sorgere finalmente l’alba grandiosa di un mondo nuovo.

*Meraviglioso! Di prima qualità!

Libero circuito culturale, da e per l'Insubria. Scrivici a insubriacritica@alice.it

27 agosto 2007

L'anima ed il corpo

Sì trapassammo per sozza mistura
de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,
toccando un poco la vita futura;

per ch'io dissi: «Maestro, esti tormenti
crescerann'ei dopo la gran sentenza,
o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
più senta il bene, e così la doglienza.
(Inf VI - 100,108)

Libero circuito culturale, da e per l'Insubria, scrivici a insubriacritica@alice.it

23 agosto 2007

Durand De la Penne e i "maiali" dimenticati

II guerra mondiale
I sei uomini d’oro dell’impresa di Alessandria

di Augusto da San Buono
Luigi Durand De la Penne è stato sicuramente uno dei più grandi eroi della Marina Militare durante la seconda guerra mondiale, ma anche un po’ malato di protagonismo, se andiamo a vedere tutti gli incarichi postbellici che ha ricoperto: Presidente della Lega Navale, Presidente della Federazione Nuoto, Presidente degli agenti marittimi, Presidente dei Gruppi Marinai d’Italia della Liguria, deputato nelle file della Democrazia Cristiana, poi dei liberali. Era anche un bell’uomo, brillante, compito, uno sportivo di razza, abile nuotatore, velista di primordine, era uno insomma che suscitava una corrente di empatia immediata, e questo ha favorito il suo percorso di uomo pubblico, si può dire fin dall’inizio, quando, al termine della prigionia in India, nel marzo 1945, presso la base navale di Taranto – alla presenza di Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno, gli fu appuntata sul petto la medaglia d’oro conferitagli per l’impresa di Alessandria proprio dal comandante della Nave che aveva fatto esplodere, l’ammiraglio inglese sir Charles Morgan, lo stesso che aveva fatto rinchiudere nella stiva Durand de La Penne, nella speranza che si decidesse a rivelare dove aveva applicata la carica di esplosivo. Perché Morgan volle premiare lui e non altri eroi che si distinsero nella stessa impresa? Per quella carica di straordinaria empatia e fascino che l’uffciale genovese emanava.
L’impresa di Alessandria fu compiuta da tre “maiali” e sei uomini d’equipaggio, due per “maiale”. Tutti e sei medaglie d’oro, tutti e sei eroi quanto Durand De La Penne. Ma gli altri due maiali e i cinque uomini è come se non fossero mai esistiti. Si ricorda e si parla quasi esclusivamente di lui e del suo maiale, quasi mai di Marceglia e Schergat, due istriani che fecero esplodere la corazzata ammiraglia, la Queen Elizabeth, la nave più importante della Flotta inglese, con a bordo il grande ammiraglio Cunnigham, sbalzato dalla sua poltrona. E Cunnigham non si peritò di sapere chi fosse quell’ufficiale che gli aveva messo la carica sotto il sedere, perché il fatto fu successivo, anche se di pochi minuti, a quello di Durand De La Penne.
Nessun cenno si è mai fatto al duo pugliese, Martellotta e Marino, che, durante quella notte, affondarono una petroliera di 7.500 tonnellate e un cacciatorpediniere di scorta, lo Jarvis, di 1700 tonnellate.
E quasi non viene nominato il capo palombaro Emilio Bianchi, che fu strettissimo collaboratore e compagno di De La Penne nella famosa impresa nel porto di Alessandria, “cavalcando” insieme a lui il “maiale” che inflisse gravissimi danni alla corazzata “Valiant”.

I maiali
Che cosa erano in realtà questi “ maiali”? Dei siluri a lenta corsa, o barchini siluranti , che venivano pilotati da due uomini, lunghi sei metri e settanta , e di 53 centimetri di diametro , dotati di motori elettrici ,e di una carica di esplosivo di 300 Kg contenuta nella testata del siluro , che si poteva staccare e applicare direttamente alla carena della nave, cosa che fece De La Penne nella notte del 19 dicembre 1941 , nel porto di Alessandria, mettendo fuori causa la corazzata Valiant, mentre in contemporanea il Capitano Marceglia e il palombaro Schergat facevano la stessa cosa nei confronti della Queen Elizabeth, e praticamente quelli che erano definiti i “ siluri umani” riuscirono con queste imprese a mettere fuori combattimento tutte e due le corazzate della Marina Britannica, vendicando un po’ il bombardamento inglese nel porto di Taranto.

Gli inventori dei maiali: Teseo Tesei e Elios Toschi.
I “siluri umani” erano stati inventati da due geniali Ufficiali del Genio Navale, Teseo Tesei e Elios Toschi, due accademisti che fin dal 1927 pensavano ad un progetto del genere . Erano partiti dall’idea della “mignatta” di Paolucci a Pola, durante la prima guerra mondiale, ma volevano realizzare un ordigno più sicuro, più agile, capace di raggiungere di nascosto, come un piccolo sommergibile , le unità da colpire. Fu il giovanissimo Tesei che a quel tempo già parlava di siluri umani. Ma usciti dall’Accademia furono costretti ad abbandonare l’idea perché tutti e due impegnatissimi nei loro incarichi, Tesei come Ufficiale e poi Direttore di Macchina dei sommergibili, Toschi , a terra, nell’arsenale di La Spezia. Ma nelle ore libere si incontravano e così, tassello su tassello, completarono il loro progetto, dal quale sarebbe uscito il maiale, un siluro a lenta corsa che avrebbe fatto la fortuna e la gloria dei nostri assaltatori nella seconda guerra mondiale, prima ad Alessandria , poi a Gibilterra.
Ma perché furono chiamati “ maiali”? Il tutto risaliva ad una battuta del suo inventore, Teseo Tesei, che faceva parte del nucleo dei primi assaltatori, unitamente a Birindelli, Durand De La Penne, Bertozzi, Stefanini e il capitano medico Bruno Falcomatà. Tesei , - che si sarebbe immolato a Malta appena cinque mesi prima – aveva detto al suo secondo, durante un esercitazione: “Adesso lega qui quel maiale”, alludendo al siluro biposto sul quale erano giunti davanti a una ostruzione. Se ne riparlò a mensa e l’espressione “maiale” piacque , forse perché il siluro era difficile da condurre e da tenere buono, come un maiale al guinzaglio. Così i SLC ( siluri a lenta corsa)passarono alla storia come maiali.
Emilio Bianchi, eroe di modestia.
Prima di morire , il Capo palombaro Bianchi , anch’egli medaglia d’oro al valor militare quale “ eroico combattente , fedele collaboratore del suo ufficiale , dopo averne condivisi i rischi di un tenace, pericoloso addestramento , lo seguiva nelle più ardite imprese e , animato dalla stessa ardente volontà di successo, partecipava con lui ad una spedizione di mezzi d’assalto subacquei che forzava una delle più potenti e difese basi navali avversarie , con un’azione in cui concezione operativa ed operazione pratica si armonizzavano splendidamente , col freddo coraggio e con l’abnegazione degli uomini” , fu intervistato da Andrea Piccinotti, che lo definì un “grande eroe di modestia” , come pochi altri eroi riuscirono ad esserlo. E a proposito di Teseo Tesei, che lui aveva conosciuto bene , disse. “Non era solo un genio e un eroe vero, che sacrificano la propria vita per amore della Patria. Era anche uno che le cose le sapeva vedere alla lunga. Le dico solo questo: il 10 giugno del 1940 appena finito di ascoltare l'annuncio della guerra alla radio , il capitano Tesei aveva detto: "Ora la marina italiana deve subito eliminare Malta, costi quel che costi". Lui aveva capito subito l’importanza di Malta, mentre i nostri grandi ammiragli non sene preoccuparono affatto! Effettivamente Malta ci costò tantissimo, basti pensare a tutte le navi mercantili che affondarono in rotta per la Libia, carichi di materiali, mentre i nostri poveri soldati in Africa non avevamo nemmeno le munizioni. Ad un certo punto l'isola era proprio estenuata e si sarebbe potuto anche prenderla con pochi rischi, ma non siamo mai arrivati a tanto ... eh , che vuole, la cosa si poteva fare abbastanza comodamente , ma non era mica compito nostro!”.
Il suo attaccamento alla Marina , alla bella età di ottantasette anni – dice Picciotti - era ancora puro, immacolato, intatto. Bianchi aveva l’energia mentale e l’entusiasmo di un ragazzo e parlò un po’ di tutto , del suo comandante Durand De La Penne, dell’addestramento durissimo al quale erano sottoposti tutti i giorni, anche in pieno inverno quando si calavano in acqua verso le nove di sera e scendevano fino a quindici metri di profondità , e vi rimanevano per tutta la notte ad effettuare vari esercizi , e immersioni sui maiali. “ Eravamo come ciechi e quindi dovevamo sapere esattamente cosa fare , dovevamo essere molto affiatati con il compagno, dovevamo compiere gli stessi movimenti, gli stessi gesti, gli stessi spostamenti, una fatica fisica e nervosa davvero improba , estenuante, che solo il nostro entusiasmo , l’amore e lo spirito di corpo, ci faceva superare” Inoltre dovevano superare gli sbarramenti , con l’ausilio di martinetti idraulici o delle cesoie pneumatiche. Infine fissare la carica esplosiva alla nave "nemica" . Ma l'esercitazione non finiva lì, perchè, “per motivi di segretezza, dovevamo ritornare indietro e simulare la nostra fuga dalla base. Insomma per un’esercitazione si correvano gli stessi rischi , se non addirittura maggiori , che avevamo corso per una missione reale tipo “Alessandria”.
“Ma il rischio maggiore , - racconta Bianchi , - non fu quello di Alessandria, bensì quello che abbiamo corso a Gibilterra il 29 ottobre 1940, quando avvenne all'improvviso un'esplosione internamente al nostro maiale (dovuta a miscela esplosiva di gas che si era formata nel compartimento batterie) . Mi esplose proprio sotto il sedere , per fortuna , e così potei bloccare il motore e le eliche provocando l'affondamento del mezzo. Invece De La Penne , visto l’impossibilità di governare il mezzo, aveva subito abbandonato il maiale e quando tornai a galla e gli raccontai la cosa, il mio comandante mi disse: “Belin, che culo, Bianchi!”. E mai espressioni fu più azzeccata. Ci vollero 2 ore e mezza di nuoto di notte in acque fredde e infestate da navi nemiche per raggiungere la costa spagnola dove dei nostri agenti ci riportarono poi in Italia.

L’impresa di Alessandria
L’operazione fu denominata G.A.3 e fu compiuta nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941. Il suo obiettivo era di sferrara un colpo mortale alla Mediterranean Fleet inglese , vendicando nel contempo la grave sconfitta di Taranto. Si trattava di far entrare nella grande base egiziana tre apparecchi d’assalto tipo SLC , ossia i famosi “maiali”, per attaccare le corazzate Queen Elizabeth e Valiant . La composizione degli equipaggi era formata da:
1)TV Luigi Durand de La Penne e Capo palombaro Emilio Bianchi;
2) Capitano AN Vincenzo Martellotta e capo palombaro Vincenzo Marino;
3) Capitano GN Antonio Marceglia e palombaro Spartaco Schergat.

I maiali vennero imbarcati a La Spezia sul sommergibile Scirè, comandato dal Capitano di Corvetta Junio Valerio Borghese, il 3 dicemnbre. Giunsero a Lero il 9 dove presero a bordo gli operatori giunti nell’isola in aereo. Ripartirono il 17 e alle ore 20 del 18 dicembre il sommergibile si fermò un paio di chilometri da Alessandria. Alle ore 21 furono calati in acqua i tre maiali e l’operazione prese il via.Quello di De La Penne navigava al centro, fra quelli di Martellotta e Marceglia, rispettivamente sul fianco destro e sinistro. Dopo circa un’ora , venuti in emersione, gli uomini videro il palazzo reale di RAS-EL TIN. Controllati gli orologi s’accorsero di essere in anticipo sulla tabella di marcia e ne approfittarono per mangiare qualcosa. Poi ripresero, passarono tutti e tre facilmente la prima ostruzione per una fortunata circostanza : tre caccia inglesi stavano entrando e la porta dello sbarramento fu aperta.
De La Penne e Bianchi avvistarono la “loro” corazzata verso le ore 2 di notte. Era protetta da un’ostruzione non prevista che la racchiudeva come dentro un recinto. Si trattava dello sbarramento retale contro i siluri degli aerei. Provarono a sollevare la rete sul fondo per passarci sotto, ma non cedeva. Allora emersero e passarono arditamente in superficie. De La Penne era infreddolito anche perché il suo costume gommato lasciava passare gocce d’acqua . Nella susseguente immersione , a causa delle mani intirizzite , egli non riuscì a manovrare i comandi , e il maiale , dopo aver urtato qualcosa , cadde sul fondale . Ormai erano quasi sotto la corazzata non distavano che trenta metri. “Purtroppo un cavo d’acciaio s’era impigliato nell’elica dell’apparecchio e questo – dirà De La Penne nel suo rapporto - , piantato sui fondi argillosi, non si muoveva più. Bianchi, esaurito il respiratore, era stato colto da uno svenimento e aveva dovuto abbandonare il pilota“ (Bianchi, il “secondo uomo” era soggetto a tali guai navigando “appioppato” e quindi sempre in immersione) De La Penne riuscì comunque a trascinare il maiale sotto la chiglia della nave dopo quaranta minuti di sforzi davvero sovrumani. Non importava fissare la nave perché la carena col forte pescaggio della corazzata era di appena cinque metri più alta del fondale. Il pilota regolò la spoletta, riemerse, si dette a nuotare lungo lo scafo.
De La Penne:“Da bordo mi illuminano con i proiettori e mi tirano una scarica di mitragliatore. Vado allora sottobordo e mi dirigo verso la boa di prua della corazzata e lì trovo Bianchi. Gli dico che tutto è a posto e che le spolette sono in moto. Intanto da bordo di prendono in giro, credono che la nostra missione sia fallita”.
Bianchi: “I marinai inglesi che ci videro per primi ci schernirono pensando che avevamo fallito, ma appena gli alti ufficiali capirono la situazione ci fecero spogliare e fummo portati a terra , a Ras-El-Tin , dove vi erano due ufficiali che parlavano l'italiano meglio di noi e fummo interrogati uno alla volta; gli ufficiali inglesi ci minacciarono più volte di farci fucilare perchè secondo loro non eravamo militari e ci facevano notare una pistola che si trovava sul tavolo, ma noi sapevamo che questo era solo un modo per spaventarci e per farci parlare e non aprimmo bocca.

De La Penne: “Sono le tre e mezzo e veniamo portati a bordo, sul quadrato. Viene un ufficiale e mi dice che non abbiamo avuto fortuna. Sono circa le 4 , il comandante della nave mi chiede dove ho messo la carica. Mi rifiuto di rispondere. …Mi fanno scendere con Bianchi e la scorta. Chiedo dove siamo , mi dicono che siamo sotto le torri di prua , ritengo che la carica sia proprio sotto di noi. Gli uomini di scorta sono pallidi e gentili. Mi danno del rum e mi offrono sigarette”.
Bianchi: “Fummo chiusi in una cala della nave sotto la linea di galleggiamento nella speranza che noi rivelassimo dove si trovava la bomba; sapevamo che di li poco la carica sarebbe scoppiata e aspettammo in ansia l'esplosione”.
De La Penne:“Quando mancano dieci minuti all’esplosione chiedo di parlare con il comandante. Gli dico che fra pochi minuti la nave salterà, che non c’è più niente da fare e che se voleva poteva mettere in salvo l’equipaggio. Il Comandante mi chiede ancora dove ho messo la carica e siccome non risponde mi fa accompagnare di nuovo nella mia cala. Sento gli altoparlanti che danno l’ordine di sgomberare la nave. Rinchiuso al buio nella cala dico a Bianchi che è andata male, che per noi è finita, ma che possiamo essere soddisfatti per la missione compiuta. Bianchi però non risponde e mi accorgo d’improvviso che non c’è più”.

Bianchi: “Io veramente ero là e alle 6,15 , quando, puntualissima, la carica esplose. Fu veramente un gran colpo che scosse tutta la nave e la lasciò al buio, col fumo che inondava tutto il compartimento. Vidi De La Penne che tentava di passare da un oblò, ma poi si accorse che il portello della cala si era aperto, scardinato dall’esplosione”.
De La Penne: "Dopo l’esplosione la nave ebbe una fortissima scossa, il locale è invaso dal fumo. Non ho nessuna ferita. La nave sbanda sulla sinistra, salgo la scaletta e, trovato il portello aperto, vado verso poppa. Sono solo. Vedo un orologio che segna le sei e un quarto. Raggiungo la poppa dove sono molti ufficiali e mi metto a guardare la corazzata “Queen Elizabeth” che è a circa cinquecento metri. Passano pochi secondi e anche questa corazzata salta. Si solleva sull’acqua e dal fumaiolo escono pezzi di ferro, altri oggetti e nafta che arriva in coperta da noi e sporca tutti quanti… Dopo un quarto d’ora ritrovo Bianchi. Ci conducono a terra, nel campo di concentramento di Allessandria, dove troviamo alcuni ufficiali italiani che hanno udito le esplosioni. Alcuni infermieri italiani si congratulano e mi offrono un’ottima pastasciutta.

Bianchi: “Poco dopo vennero a prenderci e ci fecero sbarcare, e io notai con mia grande felicità che la nave stava iniziando a sbandare. Vorrei far notare che le due navi da battaglia non furono affondate ma solo messe fuori combattimento per via del basso fondale che c'è nei porti. Dopo l'attacco siamo stati portati in Palestina per 8 mesi in una zona chiamata Latrum, poi quando ci fu l'avanzata di El-alamein nel timore che i tedeschi arrivassero nel canale di Suez i tre ufficiali prigionieri (De La Penne, Marceglia e Martellotta, furono mandati in India, mentre noi , Marino, Schergat ed io, fummo portati in Sud Africa , nel Transwall”.

Marceglia e Schergat
Erano due istriani, Marceglia e Schergat ed erano arrivati verso le tre sul punto dell’operazione decisiva. La Queen Elizabeth era di fronte a loro e giganteggiava sulle acque. Marceglia non conosceva Alessandria, ma aveva studiato bene le cartine e le fotografie della ricognizione aerea, e gli fu facile trovare la rotta giusta. Ma ora si trovava di fronte uno sbarramento retale parasiluri che lo metteva un po’ a disagio. Temeva che a toccare la rete esplodessero bombe e congegni di allarme. Ma riflettendoci con freddezza pensò che doveva ben esserci un varco di entrata per i motoscafi. Lo individuò, infatti, e ci passò, portandosi sulla destra della nave. Ora si trovava proprio a ridosso del bersaglio. Il maiale si immerse, toccò fondo a tredici metri. Il rumore delle centrale elettrica della corazzata aiutò il pilota a portarsi nel punto voluto, sotto la chiglia della nave. Un aletta di rollio fu trovata in breve e lì fu fissato il morsetto con la cima. Più laborioso fu portare la corda all’altra aletta, ma Schergat vi si adoperò e dopo un paio di manovre incerte vi riuscì. Poi accusò un forte malessere per la lunga respirazione in ossigeno. Così Marceglia terminò il lavoro applicando la carica esplosiva. L’orologio segnava le 3.25, il maiale funzionava ancora benissimo e riportò i due uomini in emersione. Ma il ribollire dell’aria scaricata per la manovra richiamò l’attenzione di qualcuno a bordo. Lo specchio d’acqua fu frugato da un riflettore e fu un miracolo che non li vedessero. Si immersero di nuovo, finchè il fascio di luce non si allontanò. Ritornarono a galla quando ormai i sospetti di bordo erano stornati. Navigarono a ritroso sulla rotta di andata e passarono presso la Valiant, dove c’era un gran movimento. “I nostri compagni – disse Marceglia – hanno dei guai”. E sembravano avercela fatta, ormai. Infatti, affondarono il maiale in acque profonde, e raggiunsero agevolmente la spiaggetta a nuoto, si tolsero le tute di gomma sotto una barca tirata a secco, rimboccarono all’interno le maniche e il colletto della divisa da lavoro e tirarono un lungo respiro di sollievo. Erano le 4.30 del 19 dicembre e presto, forse, sarebbero tornati in Italia, col sommergibile Zaffiro, che si trovava a quindici miglia nord dalla foce del Nilo. Presero la strada asfaltata e furono fermati dalla sentinelle sudanesi ed egiziane, ma superarono l’ostacolo dando ad intendere che erano marinai francesi. Riuscirono ad arrivare alla stazione di Alessandria, prendere il treno e arrivare a La Rosetta, la località più prossima all’appuntamento con lo Zafiro.Ma ebbero problemi di cambiavalute , avevano solo sterline in tasca , che non avevano più corso in Egitto. Inoltre non sapevano a chi rivolgersi, non avevano documenti, erano privi di qualsivoglia appoggio o indirizzo e fu per questo difetto di organizzazione che il giorno dopo, il 20 dicembre 1941, finirono nelle mani della polizia.
Martellotta e Marino
Il terzo equipaggio composto da due pugliesi , il Capitano AN Vincenzo Martellotta, e il 2°Capo Palombaro Mario Marino, superò anch’esso le difficoltà e lavorò con maestria adempiendo la missione dell’affonda- mento della petroliera “Sagoma”. Martellotta, un tarantino tutto fuoco, non sapeva darsi pace per non aver avuto un bersaglio più ambizioso. Girò mezzo porto col suo maiale, alla ricerca di una portaerei che non c’era. Le esplosioni avvennero a ritmo serrato, secondo i piani prestabiliti: alle sei in punto fu squarciata la petroliera (7750 tonnellate) e fu colpito insieme il cacciatorpediniere Jarvis (1690 tonn.), che le era affiancato; alle 6.15 la corazzata Valiant (32.000 tonn.), alle 6.20 la nave ammiraglia Queen Elizabeth (32.000 tonn), la più importante anche per la risonanza della qualifica nave dell’alto comando. Uno squarcio di dodici metri per dodici fu il risultato della perfetta applicazione della carica esplosiva alle alette di rollio. L’ammiraglio Cunnigham fu letteralmente sbalzato a mezzaria dall’esplosione, come tutti gli altri che si trovavano a bordo.
Sir Andrew Cunningahm, Comandante in Capo della Flotta Inglese, Primo Lord del Mare e Capo dello Staff Navale, un dublinese ostinato e coraggioso, ma pieno di humor, passò un brutto momento e temette per la sua vita. Alla fine, riavutosi dalla choc, in quadrato Ufficiali, sorseggiando un bourbon, chiese al comandante della Queen Elizabeth quanti erano gli italiani che avevano causato quello sconquasso, due corazzate fuori uso chissà per quanto tempo, un cacciatorpediniere e una petroliera affondate. Gli dissero che erano in sei, e tutti erano stati catturati. Gli ultimi due erano in treno e tentavano di raggiungere “La Rosetta”.
“Sei soltanto?, chiese pieno di stupore e ammirazione “Yes, sir. Six.”
“Ci è andata bene, allora. Pensate che cosa avrebbero fatto dodici uomini?”. Poi aggiunse: “Un soldato non può non ammirare il sangue freddo di questi italiani: ogni cosa è stata progettata, pensata, eseguita con la massima precisione e determinazione”.

E con ciò il Grande Ammiraglio britannico restituiva tutto l’onore, il coraggio e l’eroismo agli italiani, a quei sei uomini, sei medaglie d’oro, che avevano messo fuori combattimento più di settantamila tonnellate di naviglio nemico. Una cosa inaudita. La flotta inglese del Mediterraneo, con la perdita delle due ultime corazzate efficienti, era in una situazione estremamente critica.
Churcill in persona annunciò molti mesi dopo (il 23 aprile 1942) alla Camera dei Comuni il “ disastro di Alessandria” in termini drammatici e gli inglesi ebbero espressioni di ammirazione per la memorabile impresa. Il Sunday Express dopo l’avvento di pace, scrisse: “Nella notte del 19 dicembre 1941, sei uomini cambiarono il volto di una guerra… In quella notte il potere navale del Mediterraneo Orientale era stato invertito in senso sfavorevole agli alleati. Si dubita che nella storia navale del mondo sei soli uomini siano riusciti a compiere una distruzione così decisiva”.
Ma l’Italia (leggi, i nostri capi), more solito, non seppero approfittarne, forse neanche se ne accorse del mutato scenario, per carenza di una adeguato servizio di informazioni, poiché dalle foto della ricognizione aerea sembrava che il danno fosse del tutto trascurabile. Le navi poggiavano sul fondo e sembravano efficienti. In realtà rimasero ferme per svariati mesi ( 9 mesi la Valiant, più di un anno la Queen Elizabeth).
E dei sei uomini che fecero la leggenda man mano ne rimase solo uno, Durand de La Penne.
Poi, con la sua scomparsa, nessuno.
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19 agosto 2007

Galehaut il siniscalco


Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

(Inf. V - 127,129)
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15 agosto 2007

Italiæ Medievalis Historiæ

ISBN-978-88-7475-132-7]
Pagg. 80 - € 6,00
Armi, amori, eresia e spiritualità si rincorrono tra le pagine di Italiæ Medievalis Historiæ restituendo un’epoca diretta e senza compromessi. I racconti degli autori finalisti del premio letterario Philobiblon, organizzato dall’Associazione Italia Medievale, ci trasportano in un tempo lontano, presentandone il quotidiano mistero con maestria.
Il lettore che si avventurerà tra queste pagine avrà la possibilità di “leggere” il Medioevo nelle sue molteplici forme, dalle descrizioni attente e particolareggiate agli enigmatici personaggi, fino alle sfumature di quotidiana normalità colte all’interno dei più fantasiosi e romantici episodi delle leggende e della storia.
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14 agosto 2007

Ernesto Barba, figlio del sole

di Augusto da San Buono

Mi arriva il libro giusto per l’estate, “Ernesto Barba Figlio del Sole”, curato da Rosario Amodeo, Maurizio Nocera e Franco Pisanello, per le edizioni UM Gallipoli, 2007. Un libro bello che arricchisce la collana dei poeti del mare, anzi ne è un po’ il fiore all’occhiello, un libro che ci fa conoscere un personaggio straordinario: Ernesto Barba, fratello major del più celebre Eugenio, regista di fama mondiale, geniale direttore d’albergo, “il Fellini dell’industria Alberghiera”, lo definì la patinata rivista per uomini “Play Boy” per la sua fantasmagoria creativa, o il “salentino volante”, come lo definì “Capital” . Ma soprattutto era - e rimane - un poeta con l’ali, che siede sul tetto del mondo, che vuole stupire il mondo. Un assetato d’amore, di vita , ma anche pieno di solitudine, disperazione e morte, come capita sempre ai poeti di tutte le latitudini.
“Vivere? Lo facciano per noi i nostri domestici”, dirà Villiers De L’Isle-Adam, che aspirava a rimanere nella “sfera occulta di un genio che non chiede la fanfara”.
Invece, Ernesto , che era altrettanto nobile (la sua famiglia apparteneva all’aristocrazia gallipolina) e, forse, geniale quanto De L’Isle, ha fatto il domestico. Ha voluto vivere, cercando la libertà assoluta, che ovviamente non esiste. E quando se ne è reso presto conto, - aveva appena diciassette anni ed era uscito dal Collegio della Nunziatella, la famosa scuola militare di Napoli - ha raccolto quelle invisibili catene che sono la fatica di vivere, - e che ci portiamo dietro tutti, - e se ne è andato in giro per il mondo, ma non da girovago ungarettiano che cerca il paese innocente, no, piuttosto da uno che fa un passo avanti , che si propone e impara tutto , o quasi , prima degli altri : la scuola di direzione alberghiera a Losanna , le lingue ( ne conosceva almeno sette), il master in marketing a Berkeley, una laurea in lingue orientali alla Sorbona, il seminario di buddismo vajarana nel collegio tantrico di Lhasa , in Tibet, lungo i contrafforti dell’Everest, dove per anni ha diretto l’Holiday Inn, 500 camere e 700 impiegati , difficoltà logistiche pazzesche, “ l’albergo più difficile del mondo”. E’ stato l’unico europeo , dopo il Gesuita Ippolito Desideri,- anno scolastico 1714-16 - ammesso a tali studi. “ Voglio imparare dalle prostitute sacre i segreti della Mano Sinistra. Voglio tentare di diventare un Bodhisattva”.
Ernesto fa tutto con il sorriso e suprema leggerezza , (la classe non è acqua) ed è quasi sempre in anticipo su tutto , anche sulla sua fine, a Livorno, alla chetichella, il 27 aprile 1994, tra i quattro mori , in un albergo qualunque, che non esisterebbe senza di lui . Ma Livorno è pur sempre la città più becera d’Italia , la città degli scherzi , e lui lo sapeva bene , con quel suo sorriso tibetano stampato sulla faccia , con il suo fare da “tomber des femmes”, la sua ironia tutta leccese . Anche Livorno è città nobile che rievoca l’ascetico ironico tragico poeta senza-dio, Giorgio Caproni, con la sua Annina Picchi, sartina in bicicletta, con le vesti svolazzanti e la voce fresca, una primula sculettante che faceva voltare tutta la città al sorgere del nuovo secolo. Livorno è Modgliani, l’elegante malinconico aristocratico Modì , morto di tisi (e di fame), ma con il pernod tra le mani e la sciarpa di seta rossa, uno che inventò – lui, italiota atipico - lo charme “francioso”. Ed Ernesto era un po’ l’uno e l’altro, disperato senza dio ( o con un dio sconosciuto ) e aristocratico dandy, o meglio “finesseur”, che ha portato nei cinque continenti del mondo quel suo modo d’essere italiano doc, tra Marco Polo e Casanova, il viaggiatore-amatore-scopritore ricco di fascino e ambiguità.
Ernesto portava ovunque la sua moglie giapponese, Mikiko, e le altre lucciole asiatiche, giapponesi o tibetane, ma anche altre donne occidentali da mozzafiato , come testimonia il suo amico Maurizio Nocera. Donne che facevano girar la testa sul corso Roma , “walkirie col sesso mieloso”.
E poi aveva dentro di sé – un po’ come l’Eta Beta disneyano - un emporio di pianole cinesi e venditori di mandarini, notti mitteleuropee con fame freddo vampiri e streghe , porti olandesi piene di teste gialle, e ancora altre notti insonni nei bordelli di Instabul e Patrasso.
Ernesto lo potevi vedere lievitare su barre e trapezi come “frate Asino”, San Giuseppe Desa , riscaldarsi in una camera piena di Mozart, o far l’amore in una camera piena di specchi e di farfalle .(“ Una volta , a Londra spesi 5 pounds per avere due casse di farfalle e vedere l’effetto che fa, sdraiato nudo sul clavicembalo , e lei che in ninolina mi suona “Au dic ferne Geliebik”, ed io ogni tanto la bacio in bocca e là…dove vorrei…”).
Non per nulla , Ernesto era un figlio del sole.
Mandava cartoline e libri di poesia fatti con le proprie mani agli amici da tutte le parti del mondo… ma senza mai veramente prendersi sul serio (“perché mi chiami poeta se sono un semplice direttore d’albergo?”).
“Ma era un poeta autentico – scrive Amodeo -, con una vena naturale inesauribile. Un poeta, per intenderci, alla Paul Fort o alla Jacques Prévert e forse se avesse scritto in francese, e in Francia – paese più sensibile ad una poesia da chansonnier - sarebbe stato altrettanto noto di Fort e Prévert.” Ma ad Ernesto non interessava nessun riconoscimento che non venisse dagli amici del cuore. “Poeta rimane, - ribatte Nocera, - con la disperazione dentro e la smania di vento, lo spazio retato e la voglia di fuggire”.
Ernesto amava specchiarsi nelle sue origini di gallipolino pieno di saudade e di talento. I suoi avi hanno fatto la storia di Gallipoli , da Emanuele all’omonimo Ernesto Barba, sono stati dei giganti che hanno lasciato un’eredità pesante e un vuoto di tutto: d’iniziativa, d’intelligenza, di fantasia, di scienza, di personalità , ma Ernesto non ha mai voluto palesarsi, o, peggio, menar vanti. Faceva il turista per caso mentre sprofondava in “un pozzo di gelsomini senza fondo”, perché amava la sua gente, desiderava il contatto umano , spiava da lontanissimo , dall’alto dei 4000 metri del Lahsa il transito del suo amato Scoglio, dove tornava di tanto in tanto con il suo cicerone ad attenderlo ( era lui che lo informava di tutto) , l’amico Maurizio , per una ubriacatura di salentinità…e di mieru…” Francesco Marra ( era il suo pseudonimo)…sempre senza una lira/ sempre innamorato/ colla capo piena di vento/sempre stonato/ Quando morirà seppellitelo / con il libro dei sogni / e la coppola in capo”.
Voleva risentire i sapori del bar Alvino, la pizzica-pizzica e la taranta, voleva ridefinire i confini e gli spazi del suo essere talentino, aveva visitato i suoi fratelli caduti in Asia (“Lo sa che ho trovato tombe di molti marinai gallipolini nei cimiteri di Shangai e di Port Arthur?”), voleva fare ancora tante cose, Ernesto, ma le sue ultime visite salentine sono state quelle ai suoi avi, al cimitero di Gallipoli. Ma non sostava più di una farfalla, un nulla che si fa carne. Poi, sempre , ripartiva dove lo conduceva la sua perenne inquietudine. Lui voleva farsi natura, voleva essere universo-mondo, perché il poeta non appartiene a nessuno, ma solo al proprio mondo interiore.
“Cosa diventerò?/ un albero ad Haiti / un ‘onda del Pacifico / un gabbiano sullo Jonio / una nuvola in Giappone / una brezza alla regata/ un verso in sanscrito?…Ma sempre figlio del sole/ io resto.”

E come tale, Nocera lo vide volare al di là della Montagna Spaccata, volare via da un Salento abbagliante, tanto amato eppure tanto negato, volare lontano, sempre più lontano e sempre più in alto… volare sul tetto del mondo.

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08 agosto 2007

Una grave malattia: l'intolleranza

Nel mio percorso di scrittrice mi sono spesso occupata di malattie mentali.
Un problema che affligge circa il 4% della popolazione del nostro paese.
Un male che per anni si è tentato di rendere invisibile, rinchiudendo i cosiddetti pazzi in strutture quali i manicomi; fino alla legge Basaglia e all’apertura dei vari presidi, che hanno ridato dignità al malato.
Purtroppo, non sempre le persone che si considerano normali dimostrano rispetto nei riguardi di chi, non per propria colpa, ha degli atteggiamenti diversi dai nostri.
In pochi mesi mi sono capitati due casi piuttosto gravi che desidero rendere pubblici perché, solo informando si può smuovere l’attenzione delle persone che, per loro fortuna, non hanno direttamente a che fare con l’insanità mentale; ma alle quali non costa nulla tollerare e rendere più agevole il percorso di chi non è come noi.

APPIANO GENTILE giugno 2007

Frequentavo abitualmente un negozio del mio paese, fino a quando è accaduto un fatto spiacevole: una mattina, recandomi alla cassa, ho assistito al maltrattamento di una signora con disturbi mentali. L’accusavano di non avere saldato un debito. Non avevo motivo per credere che non fosse vero, ma sono intervenuta per impedire loro di proseguire nell’aggressione.
Il proprietario mi ha risposto: “Non posso più guardare con gli stessi occhi una persona che ruba”.
Ho ribattuto che bisogna anche valutare chi sia la persona in questione.
Normalmente hanno un tutore o comunque chi risponde per loro.
E’ comunque impensabile che si urli, si cacci via in maniera brutale, fino a farla piangere, una persona che non ha colpa delle proprie azioni.

VILLAGUARDIA agosto 2007
Parco comunale, durante una festa popolare, mentre si cenava,un signore affetto da disturbi mentali, da quello che ho inteso, ha avuto la terribile colpa di rovesciare un bicchiere di vino a un tizio. Un signore di circa 40 anni, un metro e ottanta abbondante di altezza. Questo individuo, con un altro compare del suo tavolo, ha aggredito verbalmente il povero malcapitato e sono volati anche dei ceffoni che lo hanno colpito sul braccio.
Fortunatamente molte delle persone presenti non si sono limitate ad assistere in silenzio, ma sono intervenute in difesa del pover’uomo.
Il compare che è rimasto seduto al tavolo berciava: “Se non sa stare in mezzo alla gente che se ne resti a casa sua”.
Mentre loro, i “normali”, continuavano la loro dimostrazione di incapacità a un comportamento civile.
Una signora anziana, invalida e con le stampelle, ha avuto il coraggio di avvicinarsi all’aggressore e di urlargli in faccia perché non se la prendesse con qualcuno che sapeva difendersi.
L’aggressore ha trovato come sola alternativa la minaccia e l’offesa anche nei confronti di una donna malferma.

Questi due esempi da me riportati sono fatti di cronaca, di quello che quotidianamente può accadere a persone malate, quando si scontrano con chi si reputa migliore perché improvvisa un piedistallo di normalità su cui salire. Gente che, probabilmente, da tempo ha perso il rispetto dovuto verso il prossimo e che di fronte al diverso, si scrolla di dosso anche gli ultimi scrupoli residui.
Nella provincia di Como abbiamo diverse associazioni di volontariato attive, alle quali rivolgersi per chiarimenti e aiuti, per citarne alcune: l’ASVAP, NEP, LA MONGOLFIERA; i vari CPS (centri psico-sociali), nonché i reparti psichiatrici ospedalieri.
Poi, basta fermarsi un momento a riflettere, a porsi delle semplici domande: se io avessi questi problemi? Se li avesse mio figlio o un mio famigliare? Come vorrei che fossimo trattati?
Ho trovato due splendide frasi navigando sul sito sospsiche.it : “Il folle non è meno musicista di me o di te; soltanto, lo strumento che suona è un po’ scordato”.
Soprattutto ricordate: “Odiate la malattia, amate la persona”.
© Miriam Ballerini

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07 agosto 2007

Cinema – 64 mostra internazionale d’arte cinematografica – di Bruna Alasia

VENEZIA, I FILMS IN CONCORSO
Nomi eccellenti per un compleanno speciale


All’hotel Excelsior di Roma la presentazione della 64 mostra internazionale d’arte cinematografica prende il via con la proiezione di “Venezia 75”, numero delle sue edizioni, suggestivo film di montaggio del giornalista Antonello Sarno, panoramica seducente tra sogno e storia.
Davide Croff, presidente della biennale, introduce sottolineando come oggi il cinema sia “positivamente al centro del dibattito – politico e culturale – del nostro paese. Importanti interventi legislativi sono in discussione e attuazione. Cineasti, intellettuali e giornalisti stanno dando vita sui media a riflessioni e richiami di grande tensione etica sull’intreccio fra cinema, cultura e società”.
Marco Muller, direttore della mostra, sottolinea che ”mai come quest’anno la contemporaneità è la guerra”. E cita il film di Paul Haggis “ In the Valley of Elah” storia un militare di carriera che indaga sulla scomparsa del figlio rientrato dall’Iraq; quello in concorso di Brian de Palma “Redacted” in cui si racconta lo stupro di una quattordicenne, da parte di soldati durante la guerra irachena; quello fuori concorso di Richard Shepard “The hunting party” dove “si vede che i criminali di guerra serbi, di cui si conosce il nascondiglio, non vengono perseguiti più di tanto”.
Le opere esaminate, provenienti da 70 paesi, sono state quasi 4.600: al festival vedremo quelle di 29 nazioni (nel 2005 erano 18, nel 2006 27); l’Italia, con 52 titoli, inclusi quelli delle delle retrospettive, guida la lista. Tre i nostri registi in concorso Franchi, Marra e Porporati.
La 64 mostra parte mercoledì 29 agosto, alle 18, con la passerella inaugurale e il film di apertura “Atonement” di Joe Wright proiettato nella sala grande.
Questa la selezione ufficiale dei candidati al leone d’oro:

- THE DARJEELING LIMITED di Wes Anderson, Usa
- SLEUTH di Kenneth Branagh, Gran Bretagna-Usa
- HEYA FAWDA (LE CHAOS) di Youssef Chahine, Egitto
- REDACTED di Brian De Palma, Usa
- THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES BY THE COWARD ROBERT FORD di
Andrew Dominik, Usa
- NESSUNA QUALITA' AGLI EROI di Paolo Franchi,
Italia-Svizzera-Francia
- MICHAEL CLAYTON di Toni Gilroy, Usa
- NIGHTWATCHING di Peter Greenaway,
Canada-Francia-Germania-Polonia-Paesi Bassi, Gran Bretagna
- EN LA CIUDAD DE SYLVIA di Jose Luis Guerin, Spagna
- IN THE VALLEY OF ELAH di Paoul Haggis, Usa-Marocco
- I'M NOT THERE di Tod Haynes, Usa
- TAIYANG ZHAOCHANG SHENQI (The Sun also rises) di Jiang Wen,
Cina-Hong Kong
- BANGBANG WO AISHEN (Help me eros) di Lee Kang Sheng, Taiwan
- LA GRAINE ET LE MULET di Abdellatif Kechiche, Francia
- SE JIE (Lust, caution) di Ang Lee, Cina-Usa
- ITS FREE WORLD... di Ken Loach, Gran
Bretagna-Italia-Germania-Spagna
- L'ORA DI PUNTA di Vincenzo Marra, Italia
- SUKIJAKI WESTERN DJANGO di Miike Takashi, Giappone
- 12 di Nikita Mikhalkov, Federazione Russa
- IL DOLCE E L'AMARO di Andrea Porporati, Italia
- LES AMOURS D'ASTREE ET CELADON di Eric Rohmer, Francia-Italia-Spagna.
Fuori concorso sfileranno i grandi maestri tra cui Woody Allen, Claude Chabrol, Takeshi Kitano, Manoel de Oliveira.
Due i film a sorpresa: il primo, che il direttore definisce “enorme”, troverà spazio nella sezione mezzanotte e sarà un calibro grandissimo e internazionale. Il secondo, preso in esame il 20 agosto, andrà ad aggiungersi alla selezione ufficiale.
Per il 75 compleanno si prevedono grandi celebrazioni per Carlo Lizzani, al quale è dedicato un omaggio speciale, Bernardo Bertolucci riceverà il leone speciale, il 5 settembre Tim Burton il leone alla carriera.
"Nel corso di questi quattro anni con Marco Muller - ha concluso Davide Croff -ci siamo adoperati per dare risposte forti alle attese elevate intorno alla Mostra. Il nostro festival oggi è più organizzato, più amato, più autorevole sul piano internazionale: ne sono testimonianza le 51 nomination agli Oscar raggiunte dai film di Venezia nelle scorse tre edizioni. E la qualità del programma di quest'anno testimonia meglio di qualsiasi discorso la conferma della posizione raggiunta da Venezia nel mondo del cinema".
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06 agosto 2007

Cosa temere


Temer si dee di sole quelle cose
c'hanno potenza di fare altrui male;
de l'altre no, che' non son paurose.

(Inferno, II 88-90)
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Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica