18 febbraio 2007

Shakespeare: la Tempesta

Quando Mirandaandò a Napoli
di A. di Biase


Quando, tra la fine del 1610 e il novembre del 1611 Shakespeare scrisse La Tempesta, il grande commediografo recitava soprattutto nel teatro dei Blackfriars, facendo già da tempo parte della compagnia reale dei King’s Men. Forse proprio per questo motivo, essendo stata rappresentata la commedia in occasione dei festeggiamenti per le nozze della figlia di Giacomo I, nel febbraio del 1613, più di un commentatore nel corso degli ultimi quattro secoli – come ricorda il saggio introduttivo di Anna Luisa Zazo per il testo di Mondadori – si è permesso di sospettare che l’episodio del matrimonio tra Miranda e Ferdinando non facesse parte del testo originale, ma che fosse invece addirittura stato aggiunto apposta, in occasione dell’evento mondano, e non scritto dallo stesso autore. Questa tesi, se pure al cospetto di un testo difficile ed apparentemente sconnesso come quello de "La tempesta" le interpretazioni non possono che essere molteplici, tenderebbe a mettere su un piano marginale, rispetto all’opera, la vicenda dell’unione fra i due giovani, vicenda che invece ad una più attenta lettura appare centrale.
Altra questione poi, sempre a riguardo della struttura dell’opera, ma inerente alla messa in scena proposta da Tato Russo per il teatro stabile di Napoli – data nei giorni passati all’Apollonio di Varese – è quella della soppressione degli “avvenimenti a mare”. Russo – lo spiega nel libretto distribuito a teatro – è convinto che evitare di mettere in scena il “prologo” favorisca l’interiorizzazione del dramma, perché consente di percepirlo nella sua dimensione reale, cioè quella interiore, emotiva e metafisica. La tempesta, come noto, inizia con una vera e propria scena di burrasca in mare, con una nave in disperata balia delle onde, scena resa celebre più che altro dalla figura del Nostromo: la “faccia da forca” che a Gonzalo dava una buona impressione perché "uno così non può morire in mare". «Se non è nato per salire sulla forca» – scrive Shakespeare per la traduzione di Salvatore Quasimodo – «il nostro caso è disperato».
L’impressione, dunque, è che Russo abbia voluto scomporre il dramma, mettendo in evidenza le due parti del viaggio, per focalizzarsi poi sulla seconda. La tempesta di Russo è dunque il “dopo” la tempesta, come se tra i due momenti la cesura fosse netta.
Per il resto la trama, nonostante le apparenze, è semplicissima – scrive il Ferrando a proposito delle fonti della commedia: «Chi non ha udito, da fanciullo, raccontare almeno una storia in cui entrava un mago con un’unica figlia della quale si innamorava un principe avventuroso, che viene fatto prigioniero dal padre della fanciulla e costretto a umili fatiche, finché l’amore trionfa di ogni ostacolo e tutto finisce nel miglior modo possibile? Questa fiaba, che sotto forme diverse ritroviamo presso ogni popolo e che si perde nella notte dei tempi, è quella che costituisce la trama principale del dramma shakespeariano». E’ curioso a questo proposito ricordare come proprio le fonti letterarie de La tempesta siano considerate incerte. Qualcuno si è sforzato di trovare delle corrispondenze nella letteratura italiana, ma le conclusioni per lo più concordano nell’assegnare il primato all’opera stessa del grande drammaturgo inglese.
Prospero non sarebbe nient’altro che un Amleto 'risolto', ennesima riproposizione, ma al culmine della maturità personale e artistica, dell’uomo delle tenebre che cerca di espiare la propria colpa; e che vede altri uomini dotati, in una qualche maniera sufficientemente armati, iniziare il medesimo percorso.
La colpa di Prospero - ricorda la Zazo – è la colpa di Ognuno, la colpa di Adamo: aver voluto assaggiare del frutto dell’albero della conoscenza. L’isola non sarebbe dunque un’Utopia alla More, ma piuttosto un Eden, una novella Avalon dove l’uomo primitivo, il 'green man', la bestia, l’antico sciamano è stato spodestato dal Mago saggio, dall’uomo nel quale la ragione e il perdono trionfano sulla stoltezza e sull’odio.
«What is the time o’th’day? (Che ore sono?)» chiede due volte Prospero ad Ariel come se il tempo fosse una finzione, una sorta di magia a comando. Ed anche qui è interessante notare che la vicenda è pomeridiana, ambientata nella piena luce del giorno, in quella che per Shakespeare è la realtà, l’unica realtà ultima. Nella più acuta delle sue citazioni la Zazo ricorda le parole del Duca a Claudio nel III atto di “Misura per Misura”, espressione queste ultime di un modo molto singolare – ed in fondo tipicamente shakespeariano – di intendere la vita: «Non hai gioventù, né vecchiaia, ma una sorta di sonno pomeridiano nel quale sogni di entrambe». Singolare, non è vero?
Ed è qui che si innesta, dunque, la vicenda di Ferdinando, il principe che sposa Miranda, facendo fare alla figlia di Prospero un viaggio simbolico verso sud. Non sarebbe – si potrebbe supporre – un matrimonio qualsiasi, ma un modo per trasmettere al futuro re quella qualità che, principessa di tutto il dramma, porterà Ferdinando sulle stesse orme di Prospero. Se Dio vuole.
 

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