MARIUCCIA SECOL, PROTAGONISTA DELL’ARTE FEMMINISTA DEGLI ANNI SETTANTA a cura di Vincenzo Capodiferro


 
MARIUCCIA SECOL, PROTAGONISTA DELL’ARTE FEMMINISTA DEGLI ANNI SETTANTA

«Mariuccia Secol è stata protagonista, durante gli anni ’70 e 80, dell’arte femminista, fondando a Varese, nel 1974, insieme a Milli Gandini, il Gruppo Immagine, incentrandone la poetica sul cosiddetto “Artivismo”, ossia l’utilizzo dell’arte come “arma” di denuncia sociale per i diritti delle donne. Per tale motivo venne invitata da Carlo Ripa di Meana a partecipare, assieme alle componenti del Gruppo, alla Biennale di Venezia del 1978.

Il Gruppo, attivo fino al 1985, scelse di esprimersi attraverso una creatività collettiva ed insegnava che “l’artista ha una responsabilità verso la società. Non basta saper disegnare bene; bisogna avere qualcosa di urgente da dire al mondo.”L’idea era che la liberazione della donna e il cambiamento sociale potessero avvenire solo attraverso la condivisione e il lavoro di gruppo. Ma ancor prima di cercare nella forza dell’espressione collettiva lo strumento per apportare un radicale cambiamento nella società nei confronti del mondo femminile, Mariuccia Secol era già stata attiva in un settore sociale altrettanto attuale e importante quale quello della cura psichiatrica. Nel 1965, infatti, l’artista aprì un atelier di pittura e scrittura nell’Ospedale Psichiatrico di Varese, in quello che ancora era chiamato “manicomio”. Questa iniziativa venne attivata in linea con le sperimentazioni che Franco Basaglia stava conducendo a Gorizia, nello stesso periodo, mirate a restituire ai pazienti una voce e un’identità attraverso l’espressione creativa. L’esperimento varesino cui prese parte la Secol nacque grazie anche all’amicizia con Basaglia dell’allora direttore dell’Ospedale psichiatrico di Varese, dott. Edoardo Balduzzi» (A. Bertoni). Possiamo inquadrare tutta l’esperienza estetica della Secol in un quadretto di arte sociale: l’artista non è il contemplatore disincantato di forme estetiche assolute e pure che riporta poi in una chiave di lettura del reale. L’arte è una forma di praxismo, di vita attiva. L’artista diviene l’esteta rivoluzionario, cambiatore degli ordini sociali e politici. In anni forieri, come quelli Settanta, in cui si respirava aria di rivoluzione olistica, globale, la voce della Secol è altisonante. Nei suoi collage di cuciti, nei suoi fili appesi s’intravede il dramma di un popolo che è femmina, che esige rispetto, riconoscimento. Oggi si parla di teocrazie, di veli imposti. 


Erano quei veli che la Secol denunziava, i veli dell’oppressione, del maschilismo, della fallocrazia, della razza eroica dei superuominidi maschi alfa, guidatori dei greggi umani. L’arte è esplosione, è lotta, è passione sociale. L’arte è veicolo di sospingimento delle masse alla ribellione verso forme assolute, totali-crazie che si ripropongono in forme sempre novelle. L’arte è sempre ribellione del cuore contro le dittature della ragione.

V. Capodiferro

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