31 ottobre 2020

Edgar Allan Poe Come scrivere un articolo alla Blackwood – in I racconti a cura di Marcello Sgarbi


 Edgar Allan Poe

Come scrivere un articolo alla Blackwood – in I racconti (Edizioni Einaudi)

Pagine: 688

ISBN 9788858412220

L’importanza di Poe, non solo per la narrativa dell’Ottocento ma anche per quella

del secolo successivo, è indiscussa.

Antesignano della detective story e precursore di Sherlock Holmes con la figura dell’investigatore parigino Auguste Dupin, protagonista della trilogia La lettera trafugata, Gli omicidi della Rue Morgue e Il mistero di Marie Roget, con la sua opera ha influenzato in modo trasversale generazioni di scrittori.

È quindi un’autentica rivelazione scoprire la sua vena fortemente satirica e scanzonata in un racconto tra i meno noti ma tra i più interessanti, tanto da poter essere paragonato a un pamphlet dei giorni nostri: Come scrivere un articolo alla Blackwood, contenuto nella raccolta I racconti con la traduzione di Giorgio Manganelli e l’introduzione di Julio Cortàzar.

Le frecciate ironiche e sarcastiche di Poe qui sono dirette ai circoli letterari e filantropici del tempo, seguaci delle “belle lettere”, espressione della borghesia a cui lo scrittore americano si ribellerà per tutta la vita.

L’autore indirizza le sue provocazioni al mondo editoriale, per sottolineare quanto le esperienze e le sensazioni dei personaggi vadano davvero vissute per essere poi trasformate in racconto.

È quello che si coglie in classici della suspense quali Il pozzo e il pendolo, ambientato nel periodo dell’Inquisizione per fare percepire al lettore il labile confine tra finzione e realtà, così come in racconti minori: Una situazione imbarazzante e L’uomo finito, due esempi di narrazione grottesca così attuali che potrebbero essere stati scritti dal Tim Burton di La sposa cadavere.

Il primo dei due, oltretutto, rappresenta la summa di quanto suggerito proprio nel satirico Come scrivere un articolo alla Blackwood.


© Marcello Sgarbi


I CONTI PUBBLICI AL TEMPO DEL COVID di Antonio Laurenzano

 


I CONTI PUBBLICI AL TEMPO DEL COVID

di Antonio Laurenzano

Conti pubblici sotto assedio. Con il decreto legge Ristori il Governo ha stanziato altri 5,4 miliardi di euro per indennizzi, bonus una tantum e contributi a fondo perduto per i settori più colpiti dall’ultimo DPCM del 25 ottobre. Una vasta platea di beneficiari: 462 mila imprese fra ristoranti, bar, pizzerie, partite iva, gestori di palestre, piscine e sale giochi, discoteche, lavoratori stagionali e dello spettacolo, ecc. Nuove misure deliberate a sostegno di attività commerciali e di servizio in forte sofferenza per le restrizioni da Covid. Una pandemia i cui effetti sanitari impattano sempre più su quelli economici con inevitabili riflessi sulla finanza pubblica.

La situazione è critica non solo per ciò che riguarda l’impennata di contagi e di ricoveri ma anche per la tenuta dei conti pubblici la cui credibilità rischia di andare in deficit in una generale cornice di incertezza e crescente preoccupazione. Quest’anno il debito pubblico (160% del Pil) supererà di 194 miliardi il livello di fine 2019. A fine agosto, secondo le ultime rilevazioni della Banca d’Italia, aveva sfiorato i 2.579 miliardi di euro, nuovo massimo storico. Non proprio l’ideale per un Paese che per il suo elevato livello di debito pubblico resta sempre un sorvegliato speciale in Europa e sui mercati: chi negozia titoli pubblici italiani, in presenza di conti pubblici fuori controllo, corre il rischio di gravi perdite.

Sui conti pesano i provvedimenti di emergenza varati finora dal Governo per arginare la crisi da coronavirus. Per il 2020 l’economia registrerà una brusca frenata, un balzo indietro di 23 anni: il Pil potrebbe arrivare fino a -11%, con un calo degli occupati previsto di oltre 410 mila unità. Per il prossimo anno, un quadro economico-finanziario condizionato da previsioni legate all’andamento della seconda ondata della pandemia che rendono labile la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) posta a base del disegno di Legge di Bilancio 2021 approvato di recente dal Governo. Tante cifre stanziate di qua e di là, ma non sempre collegate a obiettivi chiari, a strumenti adeguati, a politiche organizzative. Qualsiasi esercizio di previsione macroeconomica per gli equilibri di finanza pubblica ha un elevato rischio di produrre cifre scritte sul ghiaccio. Insicuro è anche l’effetto espansivo o di contrasto alla recessione di quanto speso finora. Si naviga a vista.

In questo contesto di elevata precarietà dovuta agli effetti economici e sociali della pandemia la lettura della Legge di bilancio 2021 risulta non facile. Una manovra finanziaria di 40 miliardi di euro, di cui più della metà (22 miliardi) coperti con maggior deficit, dopo che nel 2020 l’indebitamento è cresciuto già di 100 miliardi. Una manovra tutta in chiave anti-Covid e di espansione per fronteggiare la drammatica emergenza che da mesi ormai stringe nella morsa non solo l’Italia, ma tutta Europa. Ecco perché sono saltati tutti i parametri dei vincoli di bilancio: agli Stati, in deroga al Patto di stabilità, viene concesso di mettere in campo nuove risorse e misure per aiutare i propri cittadini, contrastare le disuguaglianze sociali, sostenere le imprese e l’occupazione e più in generale il tessuto socio-economico. La Legge di Bilancio 2021 contiene “importanti provvedimenti che rappresentano la prosecuzione delle misure intraprese sinora per proteggere la salute dei cittadini, il sistema produttivo e garantire la stabilità economica del Paese”, ha dichiarato il Ministro dell’Economia Gualtieri. Obiettivo ambizioso in presenza di un deficit di bilancio mai visto prima in tempo di pace. Nel 2009 il deficit dello Stato superò il 5 per cento del Pil. Nel 1995, scampato il collasso della finanza pubblica grazie ai governi Amato, Ciampi e Dini, il deficit raggiunse comunque il 7,5 per cento del Pil. I numeri di oggi vanno ben oltre i numeri di metà degli Anni Novanta. Il Governo fa comunque affidamento su un rimbalzo dell’economia superiore alle attese tale da contenere il deficit nel prossimo anno al 7% del Pil e il debito al 157 % del Pil.

Voltare pagina per vincere una sfida epocale. Secondo il recente rapporto di Confindustria “l’Italia è al bivio tra ripresa e declino”. Servono riforme strutturali, servono investimenti pubblici, serve soprattutto una notevole capacità organizzativa e di spesa e una forte unità d’intenti. Un “Patto per l’Italia”, secondo il Presidente di Confindustria Bonomi, per scongiurare, in un clima di ritrovata fiducia per l’economia e per la società, pericolose disgregazioni socio-economiche. E un primo segnale d’inversione potrebbe essere il piano dettagliato e completo che il Governo dovrà mettere a punto per chiarire come intende impiegare i 209 miliardi di euro del Recovery Fund varato a Bruxelles. Un’occasione storica per superare antiche distorsioni e rimettere in moto il Paese e dare finalmente una risposta concreta al problema di fondo: l’accumulo del debito sovrano e la sua sostenibilità prospettica. Guardare dunque con lucidità e senza retorica la realtà del Paese, accantonare populismi e strategie elettoralistiche, fare emergere nell’azione di governo l’autentico senso dello Stato per costruire un futuro di grande respiro. Dopo quello degli Anni Sessanta, il miracolo economico del Terzo Millennio.

26 ottobre 2020

DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano a cura di Miriam Ballerini

 


DORMI STANOTTE SUL MIO CUORE di Enrico Galiano
ricordati di fare ciò che ti fa sentire vivo -

© 2020 Garzanti

ISBN 978-88-11-60720-5 Pag. 353 € 17,90

Questo romanzo è stata una piacevole sorpresa. Solitamente non amo molto leggere autori italiani, di Galiano mi ha colpita la sua originalità: una bella trama e parecchie frasi originali che si fanno strada in chi legge.                                                                                                        Scritto in prima persona dalla ragazzina Mia, una adolescente affetta da Afefobia che lei chiama, quasi con affetto, fefo. Questa fobia consiste nella paura di avere contatti fisici con le altre persone.                                                                                                                                                Mia scrive in un diario la sua storia, ha quasi trent'anni, ma la sua vita pare essersi fermata a quando ne aveva dodici e, i suoi genitori, portarono a casa un ragazzino albanese in affido. Dicono si chiami Mario, ma lei lo chiama Fede, non come diminutivo di Federico, ma proprio come fede. Non parla, ha circa tredici anni, ha vissuto la guerra.                                                         I due dormono nella stessa camera e lei, con ostinazione, cerca di farlo parlare; di insegnargli parole in italiano, servendosi di un dizionario italiano – albanese.                                                 Mia ci riesce: Fede inizia a parlare, ma solo con lei. Non vuole che i suoi genitori lo sappiano. Fra i due si instaura un rapporto davvero speciale, lui la difende: le notti di temporale entra nel suo letto, abbracciandola, le dà il primo bacio.                                                                                 Il padre di Mia va nell'orfanotrofio all'estero che aveva ospitato Fede e scopre una terribile verità: il ragazzino aveva violentato una giovane.                                                                                 Lo caccia di casa, lo allontana da Mia che, all'oscuro di tutto, rimane coi suoi giovani anni: tante domande, una lacuna indescrivibile da colmare. Questo vuoto viene riempito dalla fefo, la sua malattia.                                                                                                                                             La più grande confidente di Mia è la sua maestra elementare: una donna forte, tipica toscanaccia che non si risparmia tante espressioni colorite del suo dialetto. Quando Mia ha qualche problema va da lei, che la ascolta: estrae un quadernetto pieno di strane nozioni e sceglie quella che faccia al suo caso, che cada a puntino per regalarle un consiglio utile.            L'unica cosa che posso dire che mi ha scocciato un poco era proprio, il ripetersi, in tutto il libro, della solita formula: Margherita, la maestra, legge dal quadernetto.                                    Mia chiede: Embè?                                                                                                                       Margherita risponde: embè iccheccosa?

Ho apprezzato, invece, il fatto che un uomo sia riuscito così bene a calarsi, non solo nei panni degli adolescenti, ma di una adolescente femmina. Che abbia una sensibilità particolare, unita a una fantasia non comune, per tracciare e costruire frasi intense, come ad esempio: “Da qualche parte una volta ho letto che per capire chi sei devi prima perderti, e io stavo cercando di fare proprio quello...”

... è adesso che mi sto accorgendo quanto diversi sono per davvero, i secondi e gli attimi, adesso che lo vedo che le nostre vite sono due o tre attimi buttati lì in mezzo a un mare di secondi …”

Ho ritrovato la ricerca di quando scrive del passato, anche se è un passato recente, narrando di eventi accaduti in quell'anno. Ed è importante che si ubichi l'attimo, per renderlo più credibile.                                                                                                                                                Questo romanzo è come una matassa: tanti fili che si avvolgono su se stessi. Si comincia a leggere e li si segue, cercando di capire a cosa condurranno: ma loro si arrotondano su se stessi, formando un unico cerchio.                                                                                                         Mia, adulta, narra della Mia adolescente; racconta la storia sua e di Fede. Quei tanti insoluti, quasi punti di domanda, sparsi fra i capitoli.                                                                                        Poi ci sono quelle risposte, gettate a caso qua e là, ma che in realtà conducono all'insieme: al non detto, al non saputo, al non capito.

Infine il cerchio si chiude.

© Miriam Ballerini

Fonte: https://oubliettemagazine.com/2020/10/04/dormi-stanotte-sul-mio-cuore-di-enrico-galiano-ricordati-di-fare-cio-che-ti-fa-sentire-vivo/


Giovanni Guareschi – Mondo Piccolo a cura di Marcello Sgarbi

 


Giovanni Guareschi –
Mondo Piccolo

(Edizioni Rizzoli)

Collana: Narrativa

Pagine: 384

Formato: Tascabile

ISBN: 9788817995160


Credo che fra gli autori annoverabili nei grandi classici della letteratura italiana, ancora oggi alcuni di loro siano a torto sottovalutati. È il caso di Giovanni Guareschi, Giovannino. Un vero eclettico, perché non solo ha creato due personaggi leggendari destinati a una popolarità e a un successo straordinari, ma è stato anche disegnatore satirico, inventore di programmi radiofonici, autore di fumetti, illustratore, direttore di giornale, sceneggiatore, editorialista e notista politico di primo piano.                                                         Un esempio di creatività a tutto tondo e di quello che oggi si definirebbe low profile. Per la sua modestia e semplicità, due doti che traspaiono anche in un romanzo “a quadri” come questo, dove le vicende di don Camillo e Peppone vengono raccontate con uno stile affabulatorio: quello degli arzdor (dal dialetto: reggitore), i patriarchi delle vecchie famiglie di campagna, che alla sera riunivano i propri cari intorno al fuoco di un camino.                                     Si parla di quando non esisteva ancora la tv. Un’epoca in cui nei casolari della bassa emiliana nascevano storie come quelle raccolte in questo libro, tra le quali vi consiglio in particolare L’uovo e la gallina, Il comizio, Vecchio testardo, Giulietta e Romeo, La festa, Il pittore, Cinque più cinque, Autunno, Paura, La paura continua, Giallo e rosa.

Piccoli affreschi di vita quotidiana ricchi di riflessioni, narrati con fine umorismo, un pizzico di ironia e grande umanità.


© Marcello Sgarbi

FARFALLE di Roberto Bertazzoni

 


FARFALLE di Roberto Bertazzoni

Qui in carcere c'è una lenta, ma inesorabile maturazione delle cose, dei propri pensieri e desideri, inconscia e inevitabile. Senza rendersene conto, la persona elabora emozioni, disagi e altrettante soluzioni per sopportarli e dare un senso al tempo che, a volte, sembra quasi essersi fermato. Come se si fosse su un'astronave in orbita nello spazio, intorno alla terra, essa diventa allegoricamente il “nostro” mondo, la nostra “casa”. Una dimensione abituale in cui si vive nell'attesa della discesa e del ritorno alla vita, cosiddetta “normale”.                                              Per questo motivo vedo intorno a me gente che occupa il tempo in modi molto diversi. C'è chi legge: chi dorme, chi gioca a carte, chi studia, chi costruisce cose incredibile col pochissimo materiale che ha a disposizione.                                                                                                                 Ad esempio, le case realizzate con gli stuzzicadenti, composte da centinaia di pezzi pazientemente incollati, poi rifiniti e colorati con quello che si può. C'è poi chi si dedica a modelli di barche a vela costruite con cartone, stuzzicadenti, legnetti di recupero e piccoli pezzi di tela per fare le vele. Sono oggetti bellissimi ed è incredibile come riescano a farli così bene.                                                                                                                                                                Per quanto mi riguarda scrivo, leggo e disegno. Soggetti diversi, nel tempo. Vado molto sul cromatismo delle mie emozioni e per me, che proprio non sono un riproduttore, ma un creativo, il colore è vita. Espressione del sé e di ogni emozione che ci pervade.                             In questo periodo ho iniziato a disegnare e dipingere farfalle. Di ogni tipo, con le ali colorate, farfalle che escono, senza fermarsi, dalla mia mente e volano sul foglio bianco, come potessero ritrovare i fiori su cui posarsi. Non so perché le faccio e non mi pongo nemmeno il problema. È così, mi piace e basta. Pressoché ogni giorno, dopo il lavoro e le varie attività, eccomi coi pennelli e i colori dinnanzi alle mie farfalle. È diventato un appuntamento che mi da pace e un po' di gioia. Qualcuno è incuriosito e mi domanda: perché?

Non so rispondere, perché mi piace, dico.

Ma le fai per qualcuno? Chiedono altri.

Non so, forse sì, non so dire. Sinceramente non lo so.

Adesso è il momento delle farfalle, tutto qui.

E quei colori sono per me indispensabili, come la vita. Non so quando finiranno, forse mai, mi piacciono troppo! E poi, a ben pensarci: ma chi li ha disegnati in natura quegli splendidi e armoniosi mosaici di colori; perfettamente simmetrici, puliti? Cromaticamente equilibrati e stampati sulle loro bellissime ali? Chiediamocelo.                                                                             Ora torno al lavoro, un lepidottero di attende. Presto, si poserà su di un fiore.

23 ottobre 2020

Sul lettino con i social: la pratica psicoanalitica nell’era digitale

 


Sul lettino con i social: la pratica psicoanalitica nell’era digitale

La diffusione di dispositivi e piattaforme elettroniche impatta anche sul rapporto del paziente con il mondo della psicoanalisi. Non solo trasformando la scelta del professionista e il suo approccio. Ma anche disseminando il “setting” di nuovi segnali significativi. Vediamo perché.
A cura di Roberto Pozzetti

Per leggere l'articolo ecco il link:
https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/sul-lettino-con-i-social-la-pratica-psicoanalitica-nellera-digitale/

MARMO ROSA Fiorella Pittau a cura di Maria Marchese




MARMO ROSA
Fiorella Pittau

(colori acrilici e polvere di ematite su tela)

Dallo spicilegio artistico “Raffaello 500” , dimorato entro le scelte mura di Villa Cusani Tittoni Traversi, a Desio, quest’oggi rendo omaggio all’opera “MARMO ROSA” , dell’artista grossetana Fiorella Pittau.

La mia lirica “MARMO” (da “Le scarpe rosse-Tra tumultuoso mare e placide acque, Libeccio editore) , ove custodisco, addentro il verso poetico, la vicenda di una creatura violata dall'asprezza del dramma, che muta, per sopravvivere a quest’ultimo, in un involto marmoreo, diviene l’incipit del contesto realizzato dall’autrice.

Ispirata dalla poesia, ella realizza un dilucolo sensibile, volto a donare nuovo respiro alla perlacea sensibilità, divenuta una donna.

“Non abbiate paura del dolore, o finirà o vi finirà” (Seneca)

Tra le trame di questo istante artistico, la pittrice di Scansano armonizza due esistenze, le nostre; ivi aduna, anche, una vicenda passata, il presente e un precipuo futuro.

Altresì vi esprime il connubio tra due elaborati formalmente dissimili, che allignano, invero, la loro continuità nel cambiamento.

Decisi, graffianti e apparentemente casuali colpi di setola esprimono, sulla tela, le frequenze cromatiche acriliche, testimoniando l’immediatezza intuitiva e interpretativa, dal punto di vista formale, dell’artefice dell’opera.

La liason tra il passo lirico e la veste non figurativa viene suggellata dall’utilizzo della polvere di ematite, che l’artista ha raccolto nel corso degli anni.

Con lenezza esecutoria, Fiorella Pittau esprime, dapprima, un sostrato, ove celebra le nozze tra la condizione intellettiva, quella passionale e altresì quella evolutiva (esse trovano contezza, rispettivamente, nei toni del giallo, del rosso e dell’azzurro) .

Cela, allora, questo delubro essenziale, ammantandolo in un glauco e misterioso luco, sospeso tra l’incertezza e la mutevolezza, promanate dal grigio e la spontaneità primieva, sprigionata dal colore verde scuro.

Come profetiche soglie, ivi si affacciano le ineffabili sfere dell’io primigenio.

In questo contemplativo pittorico esistenziale/nemorale, l’artista sarda dilava le sinuosità femminee nella pregevolezza del marmo rosa portoghese: in esso dirime l’evento tragico e eleva, come una daga in grado di divellere le asperità terrene, la contezza di sé.

Quattro feconde considerazioni equilibrano l’opera, per raggiungere, allora, la rosea compattezza: esse sono odorose di sensuali pregnanze e fioriere di facondia cognitiva.

Sia nella condizione superna, che in quella terragna, Fiorella Pittau imprime il simbolo dell’infinito, quale effige di un iter che, ad imis, si mostra proficiente verso la continuità evolutiva personale.


“L’arte è rinascita e profezia. Dopo la morta c’è rinascita” . (Mimmo Rotella)

Questa citazione diviene una confacente sinossi, per la spontanea e significativa dissertazione artistica di Fiorella Pittau; essa fonde, in sé, l’alchimia del rifiorire a vita nuova.


Maria Marchese


 

22 ottobre 2020

Cremona: città d'arte e di musica a cura di Gian Carlo Storti


Cremona: città d'arte e di musica

Percorso 1 La città romana e altomedievale

Il centro storico di Cremona mantiene in pianta l’antico impianto urbano romano delineato dall’incrocio a perpendicolo dei due principali assi viari, il cardo (gli attuali corso Campi, via Verdi e via Monteverdi), ed il decumano (corso Cavour, via Cavvallotti e via Jacini). Quasi allo sbocco in piazza del Comune, è stato riportato alla luce, in via Solferino, un tratto di basolato di uno dei cardi minori. Tracce della città romana, in particolare dei preziosi pavimenti musivi che decoravano alcune domus di un quartiere residenziale dell’epoca, collocato tra le attuali vie Cadolini, Anguissola, Plasio ed il lato est di piazza Roma, sono, invece, visibili nei locali della Banca del Monte di via Guarneri del Gesù e nelle cantine della scuola elementare "Capra Plasio". Il resto della città romana è in parte ancora coperto dalla città attuale, ma importanti reperti epigrafici, musivi e statuari sono visitabili sia nella sezione archeologica del Museo Civico, in corso di ristrutturazione, sia, su richiesta, nel laboratorio di restauro allestito nella ex basilica di San Lorenzo in via Gerolamo da Cremona, eretta nel X sec. sul sito di un’antica necropoli, in stretta prossimità dell’antico tracciato della via Postumia. A breve distanza, sempre su via Gerolamo da Cremona, prospetta il fianco della più antica chiesa cittadina, San Michele Vetere, di probabile fondazione longobarda (sec. VII-VIII), ma ampiamente rimaneggiata nel XII secolo.


Gian Carlo Storti (estratto da:  APPUNTI BREVI SU CREMONA n° 1)

Incontro on line con La tenda di Gionata

 


Venerdì 23 Ottobre 2020 alle ore 20.45, Il Guado di Milano organizza in collaborazione con La Tenda di Gionata ed AGEDO un incontro on line su “Cosa sta succedendo alle persone LGBT+ in Polonia? Per capire insieme e per ascoltare alcune testimonianze“.

L'incontro è gratuito e avrà luogo on line sulla piattaforma Meet. Per partecipare basta semplicemente cliccare, da cellulare o computer, su un link che potete richiedere a tendadigionata@gmail.com . Vi aspettiamo, tutti sono benvenuti.

 

Alle 22.30, allo stesso link, chi vorrà potrà recitare la Litugia delle Ore con i cristiani LGBT e i loro genitori

WAB – Women Art Bra Movicentro BRA a cura di Marco Salvario

 

WAB – Women Art Bra

Movicentro BRA

3 ottobre – 25 ottobre 2020

a cura di Marco Salvario




Bellissima struttura moderna e luminosa il Movicentro di Bra, purtroppo non ne è ancora chiaro quale ne sarà il futuro, dopo che la destinazione per cui era stato realizzato, un elegante nodo di scambio tra l’adiacente stazione ferroviaria e il terminal dei bus che si fermano sul piazzale antistante, è stata abbandonata. Sarebbe triste vederlo diventare un centro commerciale, nell’attesa è stato utilizzato per accogliere la 3ᵃ Biennale della Creatività al Femminile.

Purtroppo ho scelto per la visita una delle più belle giornate di ottobre e il sole, attraversando le pareti di vetro, ha reso problematico apprezzare alcune opere o perché batteva direttamente sulle tele o perché accecava gli occhi dei visitatori: un problema da tenere presente per il futuro e che potrebbe essere risolto con tendaggi o pannelli.

Una veloce considerazione sul problema se abbia senso una manifestazione “al femminile”, ad esempio una mostra “al maschile” sarebbe stata considerata discriminatoria e probabilmente contestata violentemente. Il mio pensiero è che non si è trattato di uno spazio protetto riservato a una categoria fragile, quanto l’occasione di respirare l’atmosfera di una sensibilità e creatività diversa, che in un altro tipo di mostra si sarebbe persa e confusa. Con questo spero di non avere già detto troppo …

Segue una mia veloce presentazione delle artiste che mi hanno più convinto, selezionate compatibilmente con le fotografie che ho scattato.



Mariangela Redolfini

Nata in provincia di Mantova, laureata in architettura al Politecnico di Torino, è da sempre appassionata di disegno e pittura. Le sue opere sono un gioco di forme che ricreano le nostre città, ma rese nuove e vive dal colore che dona lucentezza e vivacità alle superfici. Quartieri senza smog, dove il cielo può diventare una nuvola di palloncini colorati, un mondo di forme squadrate, dove l’uomo non compare.



Silvia Perrone

Questa abile pittrice torinese realizza le sue opere scegliendo di catturare i dettagli che enfatizzano la sensualità e la vitalità dei corpi femminili. Giochi sapienti di luci, di ombre e di riflessi in una ricerca curata e sapiente, che sa estrapolare dal grande insolubile mistero della natura delle donne, tracce che fanno intuire una parziale ma preziosa soluzione.



Giusy Uljanic

Tante tonalità di grigio nei quadri di questa artista, torinese anch’essa, illuminati da lampi di rosso. Sia in Donna sulle scale che In partenza, l’allontanarsi del soggetto diventa il simbolo di una condizione di fuga della creatura femminile, così difficile da fermare e raggiungere. Donne che si incontrano ma solo per un attimo perché la loro natura le spinge a proseguire, ad andare oltre, verso la casa, la famiglia o il lavoro. Donne eleganti, composte, apparentemente libere eppure sole e prigioniere di una rete sottile di doveri.



Cemile Tarim

Tre opere molto diverse, tutte convincenti, ma che sembrano indicare ancora un’incertezza dell’artista sulla strada giusta da seguire e su come presentarsi al pubblico. Porta all’Africa selvaggia l’elefante di Tempo di libertà, mentre l’immagine successiva ci mostra il volto di una bellezza probabilmente araba dal sorriso enigmatico, che si scaglia su uno sfondo giallo quasi d’oro. Classico e raffinato il nudo di schiena dell’ultima opera. Tre creazioni la cui diversità è sottolineata dalla scelta diversissima delle cornici.



Marilena Morano

Grande dolcezza e poesia nelle opere di questa artista cuneese che si è dedicata tardi alla pittura, ma non così tardi da non poterci stupire e incantare. In quest’anno di sofferenza, dove la frenesia rumorosa e devastatrice del progresso si è dovuta arrestare davanti alla minaccia della pandemia, queste immagini di natura e di fiori dai colori puliti e freschi ci concedono attimi di profonda serenità e di pace con noi stessi.



Le Lune di Jarò

Due artiste, Jamila Echmichi e Roberta Giacobbi, hanno unito le loro diverse culture, esperienze e conoscenze nelle loro opere. In questo periodo incontro molto spesso la scelta di rifiutare la classica forma rettangolare delle opere per quella circolare. Scudi, tondi, medaglie, cerchi e, in questo caso, Lune; più che nel campo della pittura siamo in quello della scultura. Sono simboli da vivere in un contesto meditativo, magico, rituale, abbandonandosi alla contemplazione e alla riflessione.




Ricordiamo ancora:

Ebe De Mitri per quel braccio che emerge dal mare tra i salvagente arancioni per chiedere aiuto. Immagine forse abusata in questo periodo, ma di sicura efficacia.

Luisella Bozzi Torta che riesce a rendere l’armonia del suono del violino con la sua opera. Raffinate ugualmente le opere floreali raffigurate nelle sue altre tele.

Carla Ghisolfi di Monforte: i suoi acquarelli Omaggio a Degas sono degni del grande impressionista parigino, anche se le ballerine sono molto più bambine. Purtroppo la sistemazione rendeva difficile ammirarle nei troppi riflessi e giochi di luci della zona di esposizione.




Daniela Bruno. Ricca, quasi sovraccarica di simbolismi, La creazione è un’opera d’ispirazione naif, dove l’apparentemente semplicità è in realtà prova di grande abilità e accurata ricerca preparatoria. Il risultato è davvero convincente.

Ammetto di non conoscere nulla di Rosy Francone, però il ritratto in acrilico su tela Sorpresa ed emozione è un lavoro riuscito, pieno di naturalezza ed espressività.

Se vi chiedete se sette fichi possano ispirare un piccolo classico capolavoro, non dovete fare altro che osservare l’opera Fichi di Irina Moldovan. Il quadro è piccolo, ma la mano della pittrice non delude.


Citazioni finali per Podagrosi Antonia, Prucca Silvana, Giacometti Elisa, De Lucia Lumeno Carol, Mureddu Gabriella e Carrodano Rita.

19 ottobre 2020

Roberto Vecchioni – Il mercante di luce – a cura di Marcello Sgarbi

 


Roberto Vecchioni –
Il mercante di luce (Edizioni Einaudi)


Collana: I coralli

Pagine: 124

ISBN 9788806223885


La mia passione per la musica mi ha fatto scoprire

molto presto il Vecchioni cantautore.

Non mi erano invece assolutamente note le sue qualità di scrittore, nonostante la sua bibliografia sia ormai nutrita. In questo romanzo introspettivo emergono comunque temi che possiamo ritrovare anche nelle sue canzoni:

l’infanzia e la vecchiaia (il senex-puer nel personaggio del figlio, affetto da progerìa) o il senso del tempo, presenti in brani come Mi manchiL’uomo che si gioca il cielo a dadi (dedicata al padre), NinniCanzone per Sergio (dedicata al fratello, notaio a Lipari), Figlio figlio figlio (dedicata alla figlia omosessuale avuta dalla prima moglie).

Ma più ancora sono insistiti i ragionamenti sul caso (per i greci) o sul destino (per i cristiani).

E di “grecità” è denso il romanzo, a partire dagli espliciti rimandi alla tragedia ellenica attraverso i nomi di alcuni dei principali personaggi.

Una lettura sorprendente, con squarci illuminanti sulla natura umana.

C’era stato, per Quondam e Miranda, sua moglie, il momento dello strazio e quello della pur lieve, sbiadita speranza; poi, come sempre capita, il cuore si abitua ad ogni cosa, perché non esiste la felicità assoluta e se ne possiamo avere un quarto, una metà soltanto, quella metà, quel quarto sono tutto”.

Io, io Edipo, io Antigone, io Aiace decido della mia vita anche contro la memoria. Possiamo? Siamo solo ombre o forte vento?”

Doveva lasciargli un dono, il più grande possibile, oltre la felicità o l’infelicità, l’amore e il disamore, il destino o Dio, la casualità inspiegabile di nascere e morire, oltre, oltre tutto questo che è un frullar d’ali in una melodia alta, più alta, immensa, che ci portiamo dentro al di là dei margini del tempo dato. E il dono è l’orgoglio di essere uomini e di vivere in questa rivelazione; perché non importa quanto si vive, ma con quanta luce dentro, senza rimpiangere e senza piangere”.

Perché gli uccelli cantano quando passa la tempesta, e gli uomini non sanno nemmeno esser felici del sole che gli resta”.

(citazione di anonimo del III secolo a.C.)

(c) Marcello Sgarbi




IMMANE IMPRESA DI ANGELO IVAN LEONE


IMMANE IMPRESA DI ANGELO IVAN LEONE


 Di fronte e dinanzi alle teorie del complotto, naturalmente dello stato profondo, che oggi si chiama Deep state e ieri si chiamava Spectre non c'è molto da rispondere, dire o scrivere. Questo perché davanti al plotone dei negazionisti, riduzionisti e altra gente simile le armi della logica servono a poco. Hanno già una loro verità, per di più dogmatica, ergo frutto di una fede. E tra ragione e fede lo scontro è aperto dalla notte dei tempi. Proprio per non piombare in quella famosa notte in cui Hegel disse: tutte le vacche sono nere, io mi limito ad usare una storiella.

La storia è abbastanza nota: allorquando riprese il potere un fanatico si avvicinò al generale De Gaulle, urlando "A morte gli imbecilli, signor generale!"

De Gaulle rispose serafico "Signore, il suo è un programma troppo vasto".

14 ottobre 2020

“ITALIA IN ARTE E ITALIAN AND EMIRATES PAVILLIONS” a cura di Marco Salvario

 

ITALIA IN ARTE E ITALIAN AND EMIRATES PAVILLIONS”

Museo MIIT – C.so Cairoli 4, Torino

17 settembre – 23 ottobre 2020

a cura di Marco Salvario




La mostra itinerante “Italia in Arte” partita dagli Emirati Arabi Uniti, si è fermata a Torino una settimana prima di proseguire per Fonte dei Marmi e Roma. Presenta artisti di molti paesi diversi: Italia, Siria, Perù, Canada, Guatemala, El Salvador, Iran, Olanda, Libano, Ucraina, Spagna, Albania, Francia, Haiti, Argentina, Messico, Romania e ovviamente Emirati Arabi Uniti. Nella tappa a Torino presso il museo Miit, Museo Internazionale Italia Arte, alle opere del nucleo base si sono affiancate quelle di alcuni maestri del Miit, rendendo le stanze e le pareti dense, in certi casi sovraccariche, di messaggi e suggestioni. Stili, ispirazioni, culture e personalità diverse parlano al visitatore in un coro cacofonico, che magicamente riesce a fondersi in un’unica armonia.

Questo articolo si soffermerà solo su alcuni lavori dei maestri del Miit.



Il settantenne artista siciliano Giuseppe Oliva riesce nelle sue opere a ricreare con amore e passione i riflessi e i colori cangianti del mare. I due oli su tela presentati, come suggerisce uno dei due titoli, sono l’emozione di un ricordo, una poesia descritta col pennello, perché spesso dove le parole non riescono ad arrivare, può giungere la pittura.

Dai quadrati di Oliva, passiamo ai cerchi di Roberta Gulotta, scudi luminosi di un metro di diametro in cui galleggiano oggetti del presente e del passato in una danza di immagini quasi trasparenti, oblò aperti su un mondo fantastico e perduto: anche qui ricordi, ricerca e rimpianto, nell’angoscia del tempo che non si ferma e che trascina via tutto con sé.



Ammirare le opere di Andrea Zanchi è come immergersi in un mare di simboli nascosti e immagini accennate, che suggeriscono complesse verità e svaniscono nello stesso attimo in cui si crede di averle raggiunte. Artista torinese, nato come me nel 1961, offre tracce lievi di una realtà inseguita e mutata a un livello metafisico. In “Architettura prospettica – Strutture verticali”, le linee parlano di una via stretta, di case che sono quasi ruderi, di un’arcata asimmetrica, lasciando immaginare a chi l’ammira molto di più di quanto è realmente sulla tela; ancora più nascosti e intriganti i messaggi di “Visione della legge mistica” e di altre opere, dove è l’intuizione a guidare l’interpretazione tra i possibili livelli d’introspezione.



Si torna al cerchio con Silvia della Rocca, credo sarebbe più corretto definirlo tondo, forma che ricorda un pianeta di magma incandescente come in “Red Moon” oppure in fase di condensazione come in “Gold Moon”, mentre il mondo evocato diventa freddo e lontano, perso ai limiti del sistema solare, in “Cosmos”. I colori densi riflettono le luci e le ombre degli ambienti come specchi che oltre l’opera catturano il visitatore stesso.



Segnalazioni colpevolmente veloce che spero di potere ampliare in futuro per “Luce” di Antonio Saporito, “Cavallo”, scultura in ferro di Carlo Bellomonte, “L’Emiro” di Fabiana Macaluso e “Mari del Sud” di Attilio Azimonti.


IL SALE E GLI ALBERI – La linea curva della deistituzionalizzazione - di Ernesto Venturini a cura di Miriam Ballerini

  IL SALE E GLI ALBERI – La linea curva della deistituzionalizzazione - di Ernesto Venturini Io ne ho viste di cose che voi umani non pot...