29 aprile 2020

COMUNICAZIONE DA PARTE DELL'ASSOCIAZIONE CONTEMPORARY Arte&Ambiente

COMUNICAZIONE DA PARTE DELL'ASSOCIAZIONE CONTEMPORARY Arte&Ambiente:

Il 22 aprile “EARTH DAY” la giornata Internazionale della Terra, è stato pubblicato sul web il dominio della nuova Associazione CONTEMPORARY Arte&Ambiente: indirizzo del sito www.contemporaryarteambiente.com

Pensiamo che un SITO, in tempi di chiusura totale  della Cultura (e sicuramente anche in seguito) sia uno spazio creativo potenzialmente infinito e a rischio-salute ZERO! Allora: cliccate sull’indirizzo e si aprirà….

By Fabrizia Buzio & Mario Negri, presenta (oltre alla Mission del gruppo) la PRIMA MOSTRA VIRTUALE  dal titolo
“NATURA!” meraviglie e sfide del nostro Pianeta. Cliccando in alto a destra sulla pagina MOSTRE, si muoveranno le immagini, i titoli e la musica di sottofondo. Gustate il tutto, come se foste realmente presenti assieme a noi!

Poi se volete conoscere più a fondo i protagonisti, cliccate sempre in alto a destra su ARTISTI.
Ognuno ha una sua pagina, spesso anche con sito: cliccando sulla immagine, essa si ingrandirà.
EVENTI: vi parlerà del futuro.

Sono le meraviglie della tecnologia contemporanea, anche se di non facile (vi garantiamo !?!) realizzazione.

ECONOMIA, QUALE FUTURO? di Antonio Laurenzano

                                                 
 ECONOMIA, QUALE FUTURO?          
 di  Antonio Laurenzano                                                                                                                
Incertezza e precarietà sono i connotati della finanza pubblica che si rilevano dal Def, il Documento di economia e finanza approvato dal Consiglio dei ministri, con una forte ipoteca sui conti pubblici dei prossimi dodici anni: un indebitamento aggiuntivo di 411,5 miliardi di euro. La conferma di come il coronavirus e gli interventi mirati a contenerne gli effetti sul sistema economico sono destinati a incidere profondamente sulle dinamiche della spesa. In un tale contesto, reso ancor più drammatico dal FMI con le stime negative di crescita dell’eurozona e in particolare dell’economia italiana con la contrazione del Pil per il 2020 di circa l’8%, il recente Consiglio europeo, accantonata ogni controversa ipotesi legata agli eurobond per il timore della mutualizzazione del debito, ha dato mandato alla Commissione di Ursula von der Leyen di mettere a punto entro il 6 maggio un “Piano per la ripresa”, il Recovery Fund, agganciato al bilancio comunitario 2021-2027, con cui affrontare la crisi economica. Il Fondo, di entità adeguato ai disastrosi effetti del Covid-19, sarà mirato ai settori e alle aree geografiche dell’Europa maggiormente colpite. Uno strumento “urgente e necessario” per proteggere il tessuto socio-economico dei Paesi più deboli, preservando il mercato unico e quindi la tenuta dell’euro. La dotazione del Recovery Fund dovrebbe essere di 1500 miliardi di euro con trasferimenti a fondo perduto ai Paesi membri, secondo gli auspici dei Paesi del Mediterraneo, essenziali per tutelare i mercati nazionali, parità e condizioni, e per assicurare una risposta simmetrica a uno shock simmetrico.
Una road map comune per il rilancio dell’Ue in nome dei suoi principi fondanti: solidarietà, coesione e convergenza. Incerto l’utilizzo del Fondo: saranno davvero sussidi o invece prestiti? Questo il nodo da sciogliere dal cui esito dipendono le sorti del nostro debito pubblico (con relativo spread) che salirà verso i 2.600 miliardi di euro. Il Fondo, finanziato in parte dagli Stati membri e in parte da titoli di debito emessi dalla stessa Commissione, andrà a integrare le altre misure adottate dall’Eurogruppo a sostegno dell’economia europea: una linea di credito senza condizionalità del Mes, il contestato Fondo salva Stati, croce e delizia della politica italiana, il finanziamento della cassa integrazione nei Paesi membri (Sure), il rafforzamento della Bei (Banca europea d’investimenti) per le imprese. Un pacchetto di aiuti di circa 540 miliardi di euro.
Per l’Italia, inoltre, la sospensione da parte della Commissione europea dei vincoli di bilancio del Patto di stabilità e crescita, nonché l’utilizzo dei fondi non spesi del bilancio pluriennale 2014-2021 e destinati alle politiche strutturali. Una lotta contro il tempo per definire lo spartiacque tra speranze di rilancio e collasso economico e, più in generale, per recuperare un rapporto di fiducia con le istituzioni comunitarie. Ogni mese di blocco delle attività produttive del Paese costa circa 160 miliardi di euro in un quadro economico segnato dalla recessione: contrazione degli investimenti del 12,3%, disoccupazione in salita all’11,6%, piccole medio imprese ed esercizi commerciali a rischio, caduta dei consumi. Cifre che, in linea con le previsioni del FMI, ribadiscono la gravità della situazione con l’aumento del deficit al 10,4% e del debito pubblico che si attesterà al 155,7% del Pil, con una più accentuata dipendenza dai mercati finanziari. Una partita da giocare necessariamente in Europa in termini di fiducia e credibilità.
La stabilità macroeconomica resta legata dunque a un piano di maggiore condivisione a livello europeo degli oneri della crisi sanitaria e dei suoi effetti economici. Una sfida epocale, espressione di lungimiranza d’azione e spirito solidaristico, per avviare l’opera di ricostruzione del tessuto economico-sociale. La sfida è trasformare una comunità chiusa in ecosistema integrato proiettato verso un destino comune. Oggi l’Europa è chiamata a scelte coraggiose e innovative. Per l’Italia, in particolare, il rilancio dell’economia dovrà passare attraverso un solido piano di riforme strutturali accompagnato a una responsabile azione di “moralizzazione” della finanza pubblica per programmare al meglio l’utilizzo delle risorse europee, azzerando i pregiudizi dei rigorosi “falchi del Nord” sulla nostra governance. Un’occasione da non perdere.

27 aprile 2020

EFFERATO E CRUDELE - Storia di trenta delitti lombardi di Massimo Picozzi a cura di Miriam Ballerini


EFFERATO E CRUDELE - Storia di trenta delitti lombardi di Massimo Picozzi
© 2012 La Provincia Editoriale
Pag. 190 € 19,99
ASIN: B07C9WHJHW

Un excursus, questo, su trenta delitti andati in scena in Lombardia, in diverse epoche e in diversi contesti.
Uscito nel 2012 come supplemento del quotidiano La Provincia, di Como, oggi è ancora reperibile su diversi siti, come Amazon e vari.
La prefazione, curata dal giornalista Salvo Sottile, è stata scritta al termine della quinta stagione della trasmissione televisiva “Quarto grado”, allora condotta da lui, in collaborazione con il criminologo Massimo Picozzi.
Scrive Sottile: “... c'è sempre il rischio di etichettare come assassino qualcuno che non ci piace, che giudichiamo moralmente censurabile. E la televisione è un mezzo potente quando si tratta di emettere giudizi sommari”.
Ecco perché è sempre auspicabile avvicinarsi alle storie degli altri, anche quando si tratta di omicidi, in punta di piedi e con rispetto. Non conosciamo le dinamiche che si vivono nelle altre famiglie e all'interno di ognuno di noi.
Come ci ricorda lo stesso Picozzi nell'introduzione: “... non dovete credere a chi vi racconta che il mondo è impazzito, che la gente s'ammazza come mai è successo nella storia dell'uomo, che basta un nulla per scatenare una strage. Perché la verità è un'altra, per nulla piacevole da accettare: il delitto è sempre esistito e la malvagità è un comune ingrediente nelle vicende umane”.
Messi a parte di questa verità inconfutabile, ci addentriamo nelle famose trenta storie.
Sono assaggi, poche pagine per ognuna che raccontano brevemente il fatto e come questo è andato a finire.
Quasi tutte le vicende terminano con la cattura del colpevole, anche se, in alcuni casi, purtroppo questo deciderà di togliersi la vita.
In uno dei casi verrà arrestato un innocente e nulla si farà per cambiare la sua condanna.
Picozzi inizia dal 1672, ai tempi delle streghe. Per terminare con l'ultimo caso avvenuto nel 2006 e che riguarda il caso di Olindo Romano e sua moglie Rosa Bazzi, autori della strage di Erba.
Si parla di serial killer, di assassini uomini e assassini donne. Di motivazioni che vanno dalla psicopatia, all'interesse economico. In due casi ci avviciniamo anche a due giovani madri che hanno ucciso i loro bambini.
Tutto ciò è accaduto nella storia, accade e accadrà ancora. La criminologia ha dalla sua la potente arma di studiare i perché dei crimini, aiutando le fasi investigative. Però, è impossibile prevenire e, soprattutto, evitare che i crimini vengano perpetrati.
L'essere umano, dotato di ogni sentimento, porta con sé anche la capacità di fare del male ai propri simili. Se messo in condizione di uccidere, portato a certi eccessi, catapultato in un dato evento; ognuno di noi è in grado di togliere la vita a un'altra persona.
E nessuno può prevedere come, quando e se questo accadrà.
È un piccolo saggio che ci presenta tanti e diversi delitti diversi fra loro; forse, per chi è interessato a questo genere, può sembrare solo il la per andare a cercare le varie storie, conoscendone nella loro completezza. Diciamo una sorta di antipasto scritto che invoglia a continuare a mangiare.

© Miriam Ballerini

fonte: https://oubliettemagazine.com/2020/04/11/efferato-e-crudele-di-massimo-picozzi-storia-di-trenta-delitti-lombardi/?fbclid=IwAR31gU7kmVTcnhgoMviyo0VVXLO8WDXm8gi1H9vrwx1gOTy9DtWhrCQ2Akw

La situazione pandemica nella quale è scivolato il mondo produrrà effetti sulla nostra storia a cura di Angelo Ivan Leone

La situazione pandemica nella quale è scivolato il mondo produrrà effetti sulla nostra storia

Coronavirus pandemia fine mondo. Cosa è cambiato e cosa cambierà nel mondo dopo questa situazione pandemica da covid-19?

Coronavirus pandemia fine mondo. Quali cambiamenti?

Quanto è accaduto e sta accadendo ha cambiato, sta cambiando e cambierà il nostro mondo. Ora che la prima fase di questa pandemia sta finendo, è giusto e doveroso ricordare che non abbiamo vinto la guerra, ma solo una prima battaglia e che finché non avremo il vaccino ci sarà pericolo di nuove ondate pandemiche. Premesso questo andiamo alle considerazioni sul cambiamento.
Per prima cosa questa pandemia ha cambiato il ruolo della Cina nel mondo e la sua aspirazione a volerlo guidare. Tutto il mondo, Usa in testa, non dimenticano quanto è stato taciuto e censurato dal governo totalitario di Pechino. Il problema è che questa colpa pesa prioritariamente sulla Cina, ma anche sui governi di tutti gli altri Paesi del mondo che quei dati li hanno presi per buoni, almeno fino a che il morbo non è arrivato nelle nostre case.
In secondo luogo questa pandemia ha cambiato l’idea che avevamo della sanità, della natura e di noi stessi. Specie i politici devono essere richiamati alle loro responsabilità dopo 30 anni di tagli indiscriminati alla sanità pubblica, unica trincea di salvezza tra noi e l’Ineluttabile.

Coronavirus pandemia fine mondo. La natura da preservare

La natura deve essere vista necessariamente come qualcosa da preservare a qualunque costo, perché la nuova sfida del mondo globale deve essere e sarà senz’altro questa, il rischio è sottoporci a nuove catastrofi e pandemie.
Questa pandemia ha cambiato l’idea che l’uomo occidentale aveva di se stesso perché si credeva invincibile, mentre questo momento storico ha svelato la nostra vulnerabilità e conclamato che noi del mondo non siamo padroni, ma ospiti e come tali ci dobbiamo comportare.
Infine, questa pandemia ha smitizzato alcune realtà come quelle dei Paesi del Nord Europa e del Nord Italia che si proclamavano essere migliori e sempre più forti dei derelitti Sud Europa e Sud Italia. Ecco, la storia di questo morbo ha fatto giustizia anche di tali assurde narrazioni mitiche. Si deve imparare da ogni cosa nella vita. Abbiamo quindi da imparare anche da questo drammatico avvenimento, comprendendo che non è la fine del mondo che continuerebbe tranquillamente anche senza di noi. Ma solo, come avrebbe detto Voltaire: “la fine di un mondo“.

25 aprile 2020

STORIE DI PERSONE CHE HANNO VISSUTO LA GUERRA. Testimonianze raccolte da Martina Grossule



STORIE DI PERSONE CHE HANNO VISSUTO LA GUERRA.

Testimonianze raccolte da Martina Grossule

 

Riporto brevemente la testimonianza di Maria Grazia, nata nel 1945, la quale mi ha raccontato la storia dei suoi genitori durante il periodo della Resistenza. La madre, Tina Aiolfi, è rimasta orfana di entrambi i genitori a dodici anni. Visse la sua adolescenza con la sorella maggiore Apollonia, che era già sposata e alloggiava a Milano. Nell’estate del ’43, tuttavia, i bombardamenti stavano radendo al suolo la città. La famiglia, che grazie al matrimonio di Apollonia trovò un sostentamento economico (il marito era benestante), decise quindi di trasferirsi lungo il lago Maggiore, a Trarego. Lo scenario che trovarono in quella cittadina non era migliore, ma risultava comunque più sicuro. Il lago Maggiore era infatti uno dei punti strategici che l’Italia settentrionale vantava, e le truppe tedesche non tardarono ad arrivare. Tina, ancora minorenne, alloggiava con la sorella e i nipoti fino al momento in cui non conobbe Ercole Grignaschi, il padre di mia nonna. Egli era un partigiano, ma anche un alpino, che partecipò ad una campagna in Russia e fu colpito da un proiettile al ginocchio. Fortunatamente non si lesionò in modo grave, e probabilmente i soccorsi valutarono che fosse meglio non estrarre la pallottola. Questa infatti gli rimase nella gamba per tutta la vita, simbolo della lotta per la libertà. Tina ed Ercole presto si innamorarono. I due pensarono molto in fretta al matrimonio, anche se sussisteva un problema non indifferente: Tina era ancora minorenne e senza genitori. Riuscirono però a trovare un compromesso con il parroco, anche perché egli sapeva bene che Ercole era chiamato a proteggere il territorio e non poteva aspettare. Si celebrarono così le nozze, sfarzose ed eleganti, in quanto finanziate da Apollonia. Il matrimonio ebbe un antefatto curioso: Tina possedeva già un bellissimo vestito da sposa apparente alla famiglia, ma lo aveva lasciato a Milano. In quel periodo risultava impossibile tornare nella città natale a prenderlo, così la sorella commissionò ad una sarta che operava dall’altra parte del lago, un tubino bianco realizzato su misura, che fu pronto in pochissimi giorni. Tina e Apollonia percorsero chilometri in barca sul lago per andare a ritirarlo. Grazie al matrimonio Tina ebbe il permesso di vivere autonomamente con il marito. I figli di Apollonia soffrirono molto l’allontanamento della zia da casa, perché pur essendo ella molto giovane si prendeva cura di loro come una madre. Ercole, partigiano, doveva nascondersi nei boschi durante le avanzate dell’esercito tedesco nei pressi di Trarego. Questi occupavano intere strade con i loro lunghi cortei. Celebre in famiglia è l’episodio in cui Tina mise a punto una strategia per avvisare il marito del via libera. Ella infatti stendeva le lenzuola bianche solamente quando la strada su cui si affacciava la casa era sgombra dai soldati nemici, quello era un segnale per Ercole e i compagni che potevano così tornare a casa in sicurezza. Un altro episodio noto fu l’assalto all’albergo di Meina: quest’ultimo era gestito da una famiglia ebrea, perciò i tedeschi lo occuparono e fecero strage. Incuranti, colpirono tutti gli ospiti dell’hotel, senza nemmeno preoccuparsi della loro provenienza. Gettarono poi i corpi delle vittime nel lago. La famiglia che gestiva l’albergo riuscì però a salvarsi, perché originari della Turchia, Paese neutrale.

Fortunatamente nessuno della nostra famiglia morì in Guerra, e nessuno dei parenti di mia madre soffrì la fame. L’unico episodio spiacevole capitato da quella parte della famiglia riguarda il fratello di Maria, la madre di mio nonno. Egli era il direttore di un’azienda chimica nei pressi di Verbania, dove negli anni successivi lavorarono alcuni dei miei parenti. Nel periodo della Resistenza in quel luogo nascondevano gli ebrei, ma furono scoperti e accusati di tradimento. Il fratello di Maria era già sul patibolo di esecuzione quando una guardia che probabilmente gli doveva qualche favore lo salvò, raccontando ai compagni che l’uomo in questione non era a conoscenza che la fabbrica venisse usata come nascondiglio.

            Al contrario, dalla parte di mio padre la situazione non fu così fortunata. Durante la seconda Guerra Mondiale la famiglia risiedeva in Veneto. La madre di mia nonna, Maria, era una donna molto forte e astuta. Tuttavia aveva nove figli quindi nove bocche da sfamare, e i soldi mancavano. Per fortuna la famiglia aveva un campo da coltivare, quindi molto spesso facevano piatti a base di grano, come la polenta. Una delle cose che più mi ha colpito dei racconti è che Maria spesso dovesse andare a rubare della frutta nei boschi, ma non poteva recarsi in quei luoghi da sola, né da nessun’altra parte senza essere accompagnata. Infatti, se un uomo vedeva una donna girare in solitudine, quasi sicuramente abusava di lei. Maria allora si portava sempre dietro una delle figlie, che se pur bambine erano la sua arma di protezione.

È così surreale pensare che i rumori più forti provenienti dall’esterno che possiamo sentire oggi dalle nostre abitazioni siano le automobili o gli aeroplani, mentre nemmeno cento anni fa era quasi normale convivere con il frastuono delle bombe, sperando che queste non colpissero la propria dimora.




Martina Grossule

Tiziano Scarpa Occhi sulla graticola a cura di Marcello Sgarbi


Tiziano Scarpa

Occhi sulla graticola - (Edizioni Einaudi)

Collana: ET Scrittori
Pagine: 114
ISBN 9788806178734

Anche fra i talenti dell’ultima generazione la lezione di Gadda è ancora viva, se è vero come è vero che l’ingegnere viene citato perfino da un caposcuola come Pennac, caro a tutti gli scrittori più giovani. Tiziano Scarpa l’ha assimilata a dovere, e fra le righe della graticola si vede. Abile nel dipingere situazioni al limite della probabilità, virtuoso e inventivo nella gestione della sintassi, acuto quando legge nelle pieghe dell’anima, è compreso da ogni cosa e nello stesso tempo riesce a esserne al di fuori.
Osserva da lontano la scena, con lo sguardo vivace di chi ha capito tutto ma non ha bisogno di dirtelo: lo capisci da te.

Il distillato devitisiano, speziato e pungente (probabilmente a causa delle origini abruzzesi di Giampaolo), si presenta assai più diluito, acquoso e volatile; una volta esposto all’aria scolorisce fino alla trasparenza vitrea per un’estrema suscettibilità agli sbalzi di temperatura. Per contro, la lacryma Rumegotti non può vantare un bouquet altrettanto battente, si smaga in velati tendaggi olfattivi
di marzapani imburrati e caldarroste fredde. Rastremato come una medusa indispettita in fondo all’ex-vasetto di yogurt, il viscoso pastriccio non cede di un lumen il suo bianco squillante, color cumulonembo pannamontato all’orizzonte,
zucchero sfilacciato nel cielo di luglio, di faccia al sole in un pomeriggio adriatico”.

L’autocompiacimento è la cosa peggiore, ma solo quando sono io a compiacermi. Quando sono gli altri che hanno il coraggio di autocompiacersi in pubblico, io cado in adorazione. E li invidio. Non c’è niente di più interessante dell’autocompiacimento degli altri”.

Gli ‘Estratti’ manopoleschi raccolti qui di seguito te li ho sbobinati e rimontati
col taglia&incolla del Word sei punto zero. Una faticaccia, Alfredo futuro.
Queste chiacchiere vanno dunque immaginate in bocca a Tullio Parmesàn, rasoiate dalle sue labbra sottili a bilama Gillette Blue II: il labbro inferiore tira fuori la sillaba, il labbro superiore la taglia alla radice”.

Nel frattempo molta acqua è passata dentro le tubature: dopo due anni Tullio
le ha mandato una cartolina leggera come un senso di colpa”.

(c) Marcello Sgarbi


19 aprile 2020

David Grossman Che tu sia per me il coltello a cura di Marcello Sgarbi



David Grossman
Che tu sia per me il coltello(Mondadori)

Collana: Oscar contemporanea
Pagine: 336
Formato: Tascabile
ISBN 9788804588191

Fin dal titolo, questo romanzo è un esplicito omaggio a un classico
della letteratura del Novecento: Josef Kafka.
Perché anche qui, come nella fitta e appassionata corrispondenza tra il grande ceco e la connazionale Milena - uno dei tre grandi amori vissuti da Kafka - siamo di fronte a un romanzo epistolare.
La differenza è che, in questo caso, l’amore tra Yair e Myriam, i due protagonisti,
non è solo platonico.
È un lungo racconto denso di romanticismo, passione, erotismo e sesso che si snoda lungo l’arco di sei mesi raggiungendo un epilogo drammatico.
L’intensità dei sentimenti è il leit-motiv della narrazione, ma tra le cose che colpiscono c’è anche la scelta dell’autore: parlare di lettere in un periodo (la prima edizione del libro è del 1998, di lì a poco saremmo stati sommersi dall’ondata delle nuove tecnologie) in cui la fine di una relazione può essere affidata ad un’e-mail.
Scrivere una lettera d’amore è un’altra cosa.
È come andare al cinema o a teatro, come leggere un libro.
Si dedica del tempo a qualcuno, con il piacere di scegliere una certa carta, una certa penna, una certa busta.
E si scrive a mano: un’attitudine a cui ormai tutti noi, primati del 4.0, assuefatti al “pollice opponibile” della digitazione, preferiamo il messaggiare compulsivamente sui nostri cellulari perché “non c’è tempo”.
Una ragione in più per riprendercelo, allora, e dedicarlo alla lettura di questo romanzo: forse scopriremo cose preziose che abbiamo perduto.

Ho tante età diverse quando ti scrivo”.

Allora lasciati andare, concediti senza freni, scrivimi, per esempio, in un’altra lettera – una lettera di una sola frase – qual è la prima cosa, il primo pensiero, la fiamma che balena in te quando leggerai questa lettera (sì, sì! Ora! In questo preciso momento. Scrivila, metti il foglio in una busta e mandamelo, ancor prima della lettera di risposta ‘ufficiale’)”.


Mi fa male la mano da tanto ho scritto. La persiana è chiusa e per un attimo
posso dimenticare se è giorno o notte. Non so cosa proverai leggendo questa lettera. Penserai di aver fatto un gesto di carità. Di essere stata per me come un buco nella terra dentro il quale farmi urlare questo segreto.
Non l’ho raccontato nemmeno a me stesso da allora”.

Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso”.

(c) Marcello Sgarbi


18 aprile 2020

“LA LUCE DUPLICE DEL BENE” di Belardinelli a cura di Vincenzo Capodiferro


LA LUCE DUPLICE DEL BENE”
Una mistica silloge di Umberto Belardinelli dedicata a Santa Faustina, discepola della Misericordia

Come annota Gianfranco Galante, «Il libro è uno scrigno prezioso che protegge il bene. La fede esprime armonia, saggezza, longevità; esprime la sapienza del tempo che passa e che vive; nella fede c’è il domani. Nessuno pensa che la fede possa morire. La fede è. Il peso che esercita sul nostro essere è affascinante. La fede è forza consolidata. La fede è appiglio certo. La fede è l’opera di Umberto Belardinelli». “La luce duplice del bene. Silloge per S. Faustina Kowalska”, è una raccolta poetica di Umberto Belardinelli, edita da Tracce per la meta, Borgoricco 2019. Umberto Belardinelli nasce a Messina nel 1956. A tre mesi dalla nascita subito la sua famiglia si trasferisce a Varese. Fin da piccolo avverte l’innata passione poetica. I motivi ispiratori della poetica di Umberto si riallacciano a Quasimodo ed a Neruda. Umberto ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti a diversi concorsi letterari. Dopo aver attraversato un’inattesa procella esistenziale, ecco che approdando al porto della “quiete dopo la tempesta”, incontra Santa Faustina e ne nasce un amoroso incontro. «Un libro di altissima spiritualità,» - lo definisce Ilaria Celestini - «che nasce come omaggio a Santa Faustina, la Santa della Divina misericordia, e come meditazione accorata e raccolta sulla sua straordinaria esperienza mistica». E Silvia Spaventa Filippi nella introduzione: «Umberto è attratto dalla vita della Santa appena ne conosce la Sua biografia e legge la Sua Testimonianza. Avverte dentro di sé di continuare la sua missione e di evangelizzarla: infatti le sue poesie interpretano ed incarnano il Verbo che poi è quello di Cristo con rievocazione dantesca, regalando al lettore una perfetta coincidenza colorata di una sensibilità più unica che rara». Ascoltiamo in Pictura Iesu:

Fu sera quando il prodigio apparve
nella piccola cella di Plok;
Faustina si sentì rapita dalla pace
e dalla sua benedizione.
Imprimi in un quadro ciò che vedi
e qui sia scritta la speranza
che in Me confida ogni preghiera”.

La poesia di Umberto nasce dal cuore palpitante d’amore. Diviene in un certo senso propagazione del Verbo Sacro. Non dimentichiamo che il “Poieo” greco indica il creare. I poeti proseguono la divina creazione infinita che accompagna il cosmo. Possiamo quasi osare che Umberto, soprattutto in questa silloge, è un “ispirato” da questa Santa, discepola della Misericordia, ma di più è un “ispirato” dalla Misericordia di Dio. Il frangente in cui Umberto scrive questa silloge è drammatico, fino al punto che con commozione abbiamo ascoltato la sua voce forte: - E se non riuscissi a finire questa preghiera a santa Faustina? Un dubbio esistenziale incandescente, che tocca l’animo! Umberto reca con sé le tracce antiche della sua patria primeva, l’Isola Bella del Mediterraneo lago, la Sicilia. Quel suo patetico “verismo” che si esprime nei suoi versi, qui si consola elevandosi goticamente a incessante invocazione all’Altissimo, raggiungendo punte di misticismo inaudito. Il francescano “Altissimu, onnipotente bon Signore” qui viene capovolto: Buono, Onnipotente, Altissimo. Dio è Dio di misericordia, non è solo l’altissimo irraggiungibile, quasi come l’acqua: altissima purissima levissima. Questa è la bellezza profonda di questa silloge. Ed in questo suo anelito leggiamo la stessa espressione di santa Faustina: «Nonostante la mia grande miseria non ho paura di nulla, ma anzi spero di cantare eternamente il mio canto di lode». Questa frase della Kowalska esprime seriamente tutto l’intento di “La luce duplice del bene”. Le due luci, come esprime Umberto, hanno significati diversi:

La luce bianca era l’acqua dell’anima,
la luce rossa era la vita della stessa.

Ma queste due luci si collegano idealmente a quel costato trafitto da Longino, onde uscirono sangue ed acqua ed all’eucarestia: il pane ed vino sono la manna della Misericordia di Dio che scende sempre sul deserto del mondo sempre più lontano da Dio. E torna il verbo di Quasimodo: «Ognuno sta sul cuor della terra/ trafitto da un raggio di sole:/ ed è subito sera». Ecco questa caducità, precarietà esistenziale che Umberto sente sua, si slancia tra le braccia dell’Assoluto che accoglie “il canto di lode”, di cui Suor Faustina. Nessuno può toglierci più il canto, neppure quell’esilio che pur il Quasimodo riprende, rileggendo il salmo: “Alle fronde dei salici”. Le nostre cetre abbiamo appeso ai salici piangenti di questa valle di lacrime. L’esilio è il mondo. Eppure in questa Babilonia troviamo il tempo del canto, canto della speranza e dell’amore. E possiamo superare l’impaccio di quelle fronde solo rivolgendo lo sguardo verso l’alto: - Alzo gli occhi verso i monti. Da dove mi verrà l’aiuto? Recita il salmo. Ed i salmi cosa sono? Poesia d’amore.
In questa silloge, come sottolineava Silvia, c’è una forte impronta dantesca, che Umberto intelligentemente coniuga con una originale rilettura del diario della Santa polacca: le sette pene dell’inferno. Schopenhauer commentando Dante, esclamava: - Da dove ha potuto trarre Dante Alighieri la materia del suo Inferno se non da questo mondo? Ecco: come trovare sollievo dal dolore del mondo? Il mondo è colmo di dolore, è la “valle delle lacrime” del Salve Regina. Di qui il senso della Misericordia: il rifugio dal dolore lo troviamo in quella che Umberto legge come “la Città senza tempo”. Questo tema molto profondo riprende l’eterna città di Agostino che si contrappone alla città del tempo. Dio ci soccorre offrendoci momentaneamente nel tempo e poi senza tempo nell’eternità l’accesso a questa città: questa è la Misericordia di Dio.
La silloge di Umberto si conclude con una preghiera, rivolta all’eterna Madre:

Mi tenderai la mano,
quando dissolverò nella luce del Pianeta
per le parole di Santa Faustina?

Questa bellissima preghiera si conclude con un profondo interrogativo, che in parte è invocatorio, ma in parte ci deve portare ad una riflessione attenta sul senso dell’esistenza umana. Questa “preghiera” mi fa inconsciamente pensare alla madre ungarettiana: … come una volta mi darai la mano… Sarai una statua davanti all’eterno. La grande Madre è Maria, la Mater Misericordiae. E noi siamo, come dice Umberto, “gli apostoli dell’universo”, i “figli della misericordia”. Quel “tendere la mano” è un atto di tenerezza. Papa Francesco oggi parla tanto di “tenerezza”. La tenerezza è legata molto alla misericordia. Il tender la mano di una madre terrena rimanda al tender la mano di una madre eterna. O al tender la mano di quel Padre buono, che attende sempre il figliolo prodigo e spia dalla finestra, ogni giorno, attendendo il suo ritorno. Il canto di chiesa ripeteva: - Torna deh torna figlio! Torna al tuo padre amante. Ahi! Quante volte quante, io sospirai per te. Ahi! Quante volte quante io sospirai per te. Noi attendiamo sempre il ritorno all’Assoluto.

Vincenzo Capodiferro

17 aprile 2020

IN CARCERE NON C’È GIUSTIZIA, MA NON BISOGNA MAI RINUNCIARE A CERCARLA a cura di Carmelo Musumeci

IN CARCERE NON C’È GIUSTIZIA, MA NON BISOGNA MAI RINUNCIARE A CERCARLA

Nel carcere ov’ero rinchiuso allora ero unicamente il numero e la lettera di una piccola cella in un interminabile corridoio, uno dei mille numeri senza vita, una delle mille vite senza vita.

(Oscar Wilde)

Nessuno (quasi) fa nulla! Nessuno (quasi) si sta interessando di quello che sta accadendo nelle nostre “Patrie Galere” dopo le proteste dei prigionieri per la paura del contagio da coronavirus.  Molti pensano che siamo un Paese democratico e certe cose non possano succedere, ma purtroppo tutte le carceri del mondo sono uguali e, nella stragrande maggioranza dei casi, è difficile per chi lavora dentro rimanere umani, sia nei paesi con dittatura che in democrazia. Non voglio incolpare solo le guardie di quello che è accaduto, e sta accadendo, in fondo loro obbediscono ad ordini e politiche che vengono dall’alto e sotto un certo punto di vista anche loro sono vittime del carcere, ma i detenuti un po' di più e le loro famiglie ancora di più. Punire non è sempre utile e giusto, spesso lo si fa solo per cavalcare le paure della gente. Le pene non devono essere una vendetta che lo Stato attua per conto della vittima. Spesso il carcere fa male più dei reati che la società subisce. In questi giorni continuano ad arrivarmi lettere di familiari preoccupati per quello che sta accadendo in carcere dopo le rivolte:

“Signor Carmelo, la sua voce è più forte della mia - sicuro. Sono la moglie di un detenuto che si trova a Secondigliano, ad oggi ci sono 4 detenuti infettati e stanno nascondendo tutto. Questa è la situazione ad oggi.”

“Li stanno facendo morire. Mi aiuti, la prego, lo pubblichi nella sua pagina. Ho mandato una email a “Striscia” e alle “Iene”. Speriamo che qualcosa si smuova.”

“Buongiorno sig. Carmelo, sono la mamma di un ragazzo detenuto a S. Maria Capua Vetere. Dopo essere stati massacrati i nostri figli e buttati come sacchi di immondizia giù alle celle di isolamento, ora le guardie stanno inventando di tutto. Io mi chiedo: non sarebbe più corretto requisire le telecamere del giorno 06 04 2020 è guardare dov'è la verità? La ringrazio.”

“Ste cose ti scoraggiano perché è tutto così irreale, una madre che ha un figlio in carcere si deve preoccupare perché chi li dovrebbe solo sorvegliare sono quelli che te li massacrano. Io sto male, preoccupata, avvilita, sconfortata, non so nemmeno esprimere il senso che provo.”

“Scusa se ti disturbo, vorrei dirti sta cosa: ieri mio figlio ha fatto la videochiamata e poiché era in isolamento mi chiamava dal passeggio: sarà stato 5 metri, ma almeno c’era la luce. Ancora erano visibili i lividi sui suoi occhi. Dopo ricevo una chiamata che mi avvisa che li stavano prendendo uno alla volta per convincerli a ritirare le denunce. Come si può essere così viscidi! Ora immagino, come un film già visto, diranno che i detenuti hanno rotto le telecamere in una rissa (che non c'è stata) e saranno quelle che riprendono lo scempio da loro commesso.”

“Buon pomeriggio signor Carmelo, ieri è stata fatta la visita psicologica e psichiatrica a mio marito, lui non ha più voce per parlare, mi chiedo: quando si decidono a rispondere?”

Carmelo Musumeci

Foto di Valerio Bispuri


Aprile 2020 

16 aprile 2020

Le memorie di Adriano a cura di Angelo Ivan Leone

  • Le memorie di Adriano
      Un libro che narra una storia eterna che parla di un uomo raffigurante una cultura intera: l'imperatore Adriano della dinastia degli Antonini. L'imperatore si siede e ti racconta della grandezza del sole Invictus nel meriggio e delle ombre presenti nello stesso istante in cui risplende il sole. In questa sua descrizione che è storica ed è anche biografica, al contempo, noi troviamo quelle risposte ai perché più grandi che la storia romana ci lascia. Uno tra tutti il perché di risposta alla domanda, forse la domanda delle domande: perché l'impero, la cultura e la civiltà romana durarono così tanto e così estesamente, caso unico nella storia? La risposta è senz'altro da riscontrare nel loro eclettismo e sincretismo culturale, tutto il contrario del provincialismo volgare e miope da tanti addirittura sbandierato oggigiorno.
     Se lo studio è anche contemplazione e possiamo mettere a frutto questo momento io consiglio senz'altro quest'opera. Le memorie di una grandezza: passata, presente e futura. Eterna.
  • (c) Angelo Ivan Leone

15 aprile 2020

Fake news a cura di Miriam Ballerini


FAKE NEWS

Ormai, questa frase che significa letteralmente “notizie false”, dovrebbe essere entrata nel quotidiano di ognuno di noi.
Se ne parla sempre, se ne tratta dei tg, nelle trasmissioni, leggi sono state create per contrastare questo fenomeno sempre più diffuso.
Eppure, ancora oggi, nonostante le informazioni sempre più accessibili a ognuno di noi, ancora moltissime persone credono a ogni panzana che esce sul web.
Basta un tizio qualsiasi che nemmeno si presenti, ma semplicemente che asserisca di essere il signor Pinco Pallo, che tutti condividono il suo pensiero.
Oppure troviamo vignette, nemmeno articoli di giornali, ma semplici vignette con scritta una frase, che viene fatta girare dalle persone in rete dandole credito.
E quali sono gli argomenti che attecchiscono di più? La politica, soprattutto nel momento in cui questa venga denigrata. Oppure, quale scoperta miracolosa dell'acqua calda, ci sveli che questo o quel politico si siano intascati i nostri soldi.
Vanno molto di moda anche le vignette che denigrano l'altro, sia di una razza diversa, di uno stato diverso. Ecco, basta che ci sia la parola diverso, in un qualsiasi modo, che subito viene sponsorizzata a piene mani sui social.
Fosse solo un'usanza di gente comune che aspira al suo quarto d'ora di notorietà, oppure quei casi di persone che, pur di avere ragione, s'inventano le notizie per dare credito alle loro idee astruse; o s'inventino, senza mancare di una qualche ammirevole fantasia, intere pagine dei libri di storia.
Già, fosse … invece, il fenomeno viene maggiormente diffuso quale arma per irretire persone che non vogliono sprecare il loro prezioso tempo a informarsi, dai politici stessi. In questi giorni ne abbiamo visto un largo uso, forse anche troppo generoso.
E dai giornalisti, purtroppo assoldati chi di qua e chi di là, dimenticando in toto il loro mestiere cosa preveda.
Ma come possiamo difenderci da tutto ciò? Innanzitutto, leggendo, informandoci. Non certo attingendo alle notizie sparse sui social, ma intendo libri e giornali veri.
Oppure, vedendo se la notizia in essere sia presente su questi siti, aperti apposta per contrastare il fenomeno: butac.it. Bufale un tanto al chilo.
bufale.net. Classifica le notizie tra vere, false in corso di approfondimento. Perché ci sono anche fatti veri che sembrano falsi, ma non lo sono.giornalettismo.com.
Spero di esservi stata d'aiuto in questo mondo dove tutti hanno da ricavarci a mentire, come sempre, la verità fa male!

© Miriam Ballerini

14 aprile 2020

Isabel Allende Evaluna racconta a cura di Marcello Sgarbi


Isabel Allende
Evaluna racconta – (Edizioni Feltrinelli)

Collana: Universale economica
Pagine: 272
Formato: Tascabile
EAN 9788807812064

Isabel Allende è l’ulteriore conferma della particolare vivacità della tradizione narrativa sudamericana, espressa anche da altri nomi celebri fra cui Gabriel Garcia Marquez, Luis Sepùlveda e Francisco Coloane: uno stile dove la facilità di scrittura diventa quasi affabulazione mescolandosi al ricordo, alla metafora, alla capacità di evocare situazioni improbabili e immagini inedite e si stempera in un racconto caleidoscopico, ricco di toni e sfumature. Basta sfogliare le pagine di questa piccola raccolta per vedere scorrere fra le righe una variopinta galleria di ritratti femminili, uno più interessante dell’altro e tutti di grande originalità.

A undici anni Elena Mejìas era ancora un cucciolo denutrito, con la pelle opaca
dei bambini solitari, la bocca che mostrava qualche vuoto di dentizione tardiva, i capelli color topo e uno scheletro visibile che pareva troppo contundente per la sua taglia e minacciava di sbucar fuori dalle ginocchia e dai gomiti. Nulla nel suo aspetto tradiva i suoi sogni torridi o annunciava la creatura appassionata che in realtà era.
Passava inavvertita tra i mobili ordinari e le tende stinte della pensione di sua madre. Era solo una gatta malinconica che giocava tra i gerani polverosi e le grandi felci del patio o transitava tra il focolare della cucina e i tavoli della sala da pranzo con i piatti della cena”.

Era Hortensia, che brillava con una fosforescenza da madreperla sotto le lanterne implacabili dei pompieri, quasi cieca, con i denti guasti e le gambe tanto deboli che quasi non poteva reggersi in piedi”.

Per tanti anni ballarono insieme il Capitano e la Bimba Eloisa, che raggiunsero
la perfezione. Ciascuno sapeva intuire il movimento susseguente dell’altro, indovinare l’istante esatto della prossima giravolta, interpretare la più impercettibile pressione della mano o deviazione di un piede. Non avevano perso il passo una sola volta in quarant’anni, si muovevano con la precisione di una coppia abituata a far l’amore e a dormire abbracciati stretti, perciò risultava così difficile immaginare che non si erano mai scambiati nemmeno una parola”.

Marcia Lieberman sentì lo sguardo dell’uomo incollato alla sua pelle,
come una carezza indecente”.

(c) Marcello Sgarbi

07 aprile 2020

Lettere dal carcere a cura di Carmelo Musumeci


HO DECISO DI DIFFONDERE ALCUNI SCRITTI CHE MI STANNO ARRIVANDO DA PARENTI DI DETENUTI E UNO DIRETTAMENTE DAL CARCERE.

IO CREDO CHE LA GALERA, COSÌ COM’È, SIA UN’ISTITUZIONE TOTALE E CRIMINOGENA, PERCHÉ OLTRE A FARTI PERDERE LA LIBERTÀ, LA GESTIONE DELLA TUA VITA E SPESSO ANCHE DEI TUOI PENSIERI, TI SPOGLIA DELLA TUA DIGNITÀ E IN QUESTO MOMENTO ANCHE DELLA SALUTE:

- Buonasera signor Musumeci, sono una ragazza di 38 anni che vive a Roma, ho il mio papà (mi è rimasto solo lui in quanto la mia mamma è morta 4 anni fa per un cancro) recluso nella casa circondariale di Rebibbia dal 21 ottobre 2019,nel centro clinico secondo piano G14,  ancora in attesa di giudizio e gravemente malato, è cardiopatico e portatore di defibrillatore la cui autonomia è al di sotto del 30%, dovrebbe fare controllo e successivo cambio batteria, ma per via delle restrizioni mi è stato detto dal medico della sezione che è stato deciso di nn far uscire i detenuti per visite, è diabetico e soffre di neuropatia, cammina solo ed esclusivamente con l'aiuto di stampelle, per piccoli tratti e sedia a rotelle, ha la BCO, bronchite cronica ostruttiva, anche qui visita rimandata, iperteso, ha seri  problemi cognitivi, tutto documentato, ma il giudice nn gli ha ancora accettato i domiciliari, aveva fissato per il 18 marzo una visita con il medico legale, ma vista la situazione e le restrizioni il medico non è potuto entrare nel carcere, abbiamo fatto di nuovo istanza, la risposta è stata che ha chiesto la relazione interna sullo stato  di salute di mio padre, ( credeva forse che siamo falsari di cartelle cliniche?) La struttura ha provveduto nell'immediato ad inviare la documentazione, ma ad oggi, 2 aprile ancora nn si ha risposta....  non chiedo che non paghi per i suoi errori, chiedo solo che, viste le sue condizioni possa tornare a casa, chiedo solo che venga curato come si deve, non posso e non voglio perdere mio padre per colpa del sistema sbagliato che abbiamo, anche i detenuti sono persone, devono avere anche loro la possibilità di vivere!!!   Sono carne da macello.

Grazie per dare voce a queste persone dimenticate dallo stato!!!

-  Buona sera, con la presente le scrivo x esporre il mio problema come quello di tanti altri, mio marito e mio figlio sono detenuti nel carcere di Opera (Milano). Gli mancano 2 anni e 3 mesi, ci hanno tolto i colloqui e gli hanno dato una chiamata in più di quella settimanale di 10 minuti, capisce la nostra ansia, se una persona li dentro si ammala è un delirio. Come dice lei il personale giustamente entra quindi cosa cambia da noi parenti, che la settimana scorsa ci facevano entrare con la mascherina e un parente x detenuto. Abbiamo bisogno di aiuto e di dare voce a questi detenuti che sono persone, hanno sbagliato è vero però non sono animali in gabbia, giustamente dipende dai reati però potrebbero dare un condono un’amnistia x queste persone, mi rivolgo a lei x dare voce a loro e che purtroppo di loro pochissima gente ne parla. Grazie

- Salve, vi giro un appello/comunicato che mi è arrivato dai detenuti reclusi e isolati nella palazzina dei semiliberi (dove stavo io fino a due settimane fa). Stanno vivendo una situazione molto difficile spiegata nel loro scritto. Mi chiedono di farlo girare e pubblicare il più possibile fino ad arrivare a mezzi di informazione e addetti ai lavori.

Luca Abbà, semilibero NO TAV in licenza pro tempore

APPELLO E RICHIESTA DI AIUTO

Questo è il disperato appello e richiesta di aiuto che gli ospiti della palazzina dei semiliberi, oggi occupata da soggetti in articolo 21 per lavoro esterno, lanciano a tutti gli amministratori e tutori della salute e della vita altrui.

Viviamo in un ambiente di circa 100 metri quadrati suddiviso in più camere per un totale di 45 persone, 2 servizi igienici per tutti e al pian terreno di questa struttura ci sono anche delle mamme con dei bambini innocenti che continuano ad essere rinchiusi.

Alle nostre, critiche e disperate, condizioni assistono anche gli operatori della polizia penitenziaria, vittime anch’essi del totale menefreghismo istituzionale onnipresente e oggi ancor più irritante. Siamo da giorni isolati a causa dell’accertamento della contaminazione da virus di un soggetto tra noi. Non veniamo visti da nessuno e nessuno ne parla per voler nascondere la realtà di un lazzaretto che lascerà alle spalle morti preannunciate, e forse volute, nella più totale indifferenza.

Pandemia, terza guerra mondiale, #state a casa, #ce la faremo: giuste considerazioni del momento che attraversiamo, ma fatte solo esclusivamente per tirare acqua al proprio mulino.

Allo stato attuale nella nostra palazzina permangono i semiliberi che si son visti rigettare richiesta di licenza premio come previsto e disposto dal Dpcm (scritto con l’apparente obbiettivo di sfollare le carceri). A testimonianza di una non volontà di assicurare, in un momento di così altamente critico e rischioso, la tutela della salute e della vita.

Non privilegiano coscienza, sentimenti umanitari e ragionevolezza, termine quest’ultimo spesso adoperato in sede di formulazione delle sentenze di condanna quando si presentano non poche incertezze e lati oscuri.  Poltrona, autorità e potere è ciò che sovrasta ogni cosa compresa la vita. Eppure Cesare Beccaria già nel lontano 1700 lottava contro la pena di morte e contro la tortura che a secoli di distanza trova diversa applicazione nelle condizioni psicofisiche che viviamo: massacranti ed insopportabili.

Pure l’OMS, l’ISS e la stessa Presidenza del Consiglio dei Ministri consigliano, obbligano, sanzionano, per effetto di direttive salvavita paradossalmente escluse e nascoste all’interno delle carceri, bombe ad orologeria che coinvolgono figli, mogli, madri, fratelli angosciati dal cattivo e sempre più incerto futuro che ci aspetta. Ma dove sono finiti i diritti umani riconosciuti e sanciti nelle costituzioni di società e paesi che ancora oggi hanno il coraggio di autodichiararsi civili, industrializzati, sviluppati e anche democratici? Il razionale è fortemente discriminante!

Oggi purtroppo si registra il primo detenuto morto per COVID 19, o forse il primo che hanno avuto il coraggio di rendere pubblico dopo tanti silenziosi casi. La situazione può precipitare in tutto il paese se dal carcere vengono a svilupparsi i cosiddetti contagi di ritorno.

E allora perché non prevenire questa ecatombe attraverso provvedimenti  pro tempore? Almeno fino al perdurare dell’emergenza sanitaria, magari attraverso l’ampliamento dell’applicazione dell’articolo 124 del decreto legge 18/2020 nei confronti di coloro che abbiano già dato prova di buona condotta, nei confronti di chi gode di permesso premio, con obbligo di permanere presso il proprio domicilio o altro luogo di assistenza.

Il nemico attuale è invisibile, imprevedibile e silenzioso per tutti ma letale per qualcuno. Chi, potendo farlo, non interviene oggi, sarà suo complice in responsabilità soggettive e oggettive di esiti criminali contro la salute e contro la vita.

Aiuto è ciò che chiediamo, aiuto è ciò che ci dovete. Già è troppo tardi...fate presto!



Domenica 5 aprile



I DETENUTI RECLUSI E ISOLATI NELLA PALAZZINA DEI SEMILIBERI DEL CARCERE DI TORINO

 

Carmelo Musumeci


Aprile 2020

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica