30 marzo 2020

Coronavirus: perché non andrà tutto bene di Elena D’Alessandri


Coronavirus: perché non andrà tutto bene
di Elena D’Alessandri

      Il Covid-19 non è soltanto un virus che attacca i polmoni, talvolta senza lasciare scampo alle proprie vittime, che ha finora rastrellato famiglie, spazzando via quella generazione di anziani che rappresenta la memoria storica di questo Paese.
  Il Coronavirus, che tutti avevamo voluto inizialmente sottovalutare, ma che nel giro di pochi giorni si è diffuso a macchia d’olio, presto proclamato pandemia, è un virus che ha intaccato le nostre vite e i nostri consolidati modelli organizzativi.
Ad oggi, con migliaia di contagiati e un bollettino di guerra che ogni giorno ci propone la conta delle vittime, si sta delineando un quadro chiaro che evidenzia una crisi sanitaria, sociale ed economica cui è necessario fornire risposte.
La crescente restrizione delle nostre libertà – che si sostanzia in una quarantena forzata, un provvedimento estremo, tuttavia necessario ad evitare l’ulteriore diffondersi del contagio – ha determinato una spaccatura forte e una significativa disomogeneità nell’opinione pubblica.
Lo scenario generale genera sicuramente sgomento. Le generazioni più giovani finora avevano vissuto guerre, carestie, epidemie soltanto attraverso le pagine dei libri di storia. E invece d’improvviso siamo stati noi stessi catapultati in una ‘guerra’ con un nemico invisibile e letale cui non eravamo preparati. E oggi, come in un film di fantascienza, i sopravvissuti vagano bardati di mascherine e guanti in strade deserte nell’assordante silenzio di metropoli un tempo caotiche.
 L’emergenza dovrebbe unire, e invece solidarietà, sostegno, vicinanza non sembrano brillare in questo difficile momento, in queste giornate tutte uguali, fatte di un tempo sospeso, non più scandito da orari e impegni.
Le reazioni alla paura sono tante e diverse. Anche perché questo nuovo nemico ci ha costretto all’isolamento e alla solitudine, negandoci finanche un abbraccio capace di infondere coraggio. 
Il mio pensiero va a tutti coloro che vivono da soli, magari non più giovanissimi e con maggiori difficoltà a rimpiazzare un incontro umano con un rapporto virtuale. Ma non solo a loro… alle vittime di violenza domestica, ai malati psichiatrici, ai bambini…
Nelle regioni meno colpite dal virus, l’unica forma di solidarietà sembrava sostanziarsi in un 'flash mob' dal balcone, cantando insieme l'Inno di Mameli piuttosto che 'Azzurro' – iniziativa presto naufragata – mentre sui social tornano, carichi, gli odiatori da tastiera, animati da nuove forme di violenza verbale e di odio, alimentati anche da una classe politica inadeguata – italiana ma non soltanto – di matrice sovranista e populista. 
Esiste tuttavia un’altra Italia, quella che combatte in prima linea, fatta di medici, infermieri e operatori sanitari, vessati da turni massacranti e sovente neppure adeguatamente protetti. In quei reparti ospedalieri, ormai strapieni, in quelle corsie, in quelle terapie intensive dove ormai sfugge il conto delle vittime, c’è quell’Italia che sta combattendo per la vita, mettendo a repentaglio la propria stessa sopravvivenza.


E’ così che dai migranti il focus si è spostato ai ‘nuovi nemici’, dapprima i cinesi, portatori del virus, quindi runner e padroni di cani, quasi che, anche in un momento tanto difficile, permanga per molti il bisogno di avere un nemico da combattere. Proprio per esorcizzare la paura, molti hanno un irrazionale bisogno di dividere buoni e cattivi, bene e male, per identificare un’area sicura in cui rifugiarsi.
Un’Italia in cui quelle vittime non rappresentano soltanto numeri. Erano padri, madri, nonni, fratelli, sorelle… Affetti strappati ai propri cari, cui il virus negato un conforto, costretti a morire in solitudine. Persone cui il virus oggi nega anche un ultimo saluto, costringendo l’esercito a portare via i feretri verso crematori ormai incapaci di gestire flussi tanto consistenti.
E infine c’è una ‘terza Italia’, costretta a casa, senza lavoro né salario. Sono coloro che per lo Stato non esistono, fanno parte del ‘sommerso’ – molto più per mancanza di alternative che per scelta – ma che di fronte al lockdown generalizzato non hanno garanzie né prospettive. Mossi da precarietà, fame, e incertezza, alcuni di loro si sono uniti sui social in gruppi che inneggiano alla rivolta, culminata a Palermo in un assalto ad uno dei più grandi supermercati della città. 


L’emergenza Coronavirus ci ha messo di fronte ai nostri limiti, alle nostre fragilità, alla nostra solitudine, ma ha anche allargato la forchetta della disparità sociale, prestando il fianco a nuove forme di odio.
 è diventato uno slogan da balcone, forse una speranza di cui si ha un disperato bisogno. Questo slogan tuttavia pecca di una eccessiva retorica buonista. Non sta andando tutto bene. E non perché il coronavirus non passerà o spazzerà via l’umanità intera. Ma, più semplicemente, perché i decessi aumentano di giorno in giorno, perché intere categorie saranno incapaci di rialzarsi quando la tempesta si sarà placata, perché alla fine di tutto ci sarà una nuova classe di poveri, perché lo stesso progetto europeo - che sta mostrando le proprie fragilità - potrebbe venir spazzato via. Non andrà tutto bene, perché il prezzo da pagare, umano, sociale ed economico sarà altissimo. Perché, anche quando il peggio sarà passato, non sarà possibile tornare alla vita di prima.
Sarà indispensabile ripensare il modello organizzativo e lavorativo. Sarà indispensabile ripensare anche il nostro rapporto con la natura e lo sfruttamento indiscriminato finora perpetrato. Si tratterà di una ricostruzione, difficile, cui nessuno potrà sottrarsi.

29 marzo 2020

Katherine Mansfield – Diari – a cura di Marcello Sgarbi


Katherine Mansfield Diari – (Editore Robin)

Collana: La biblioteca
Pagine: 259
Formato: Brossura
EAN 9788873718321

Il repertorio della diaristica è quanto mai vario e originale. Nietzsche ha riempitodi pensieri ed esperienze una dozzina di diari nel corso della vita, William Burroughs ne aveva uno in cui le pagine erano divise in tre colonne: quello che vedeva,quello che pensava e quello che leggeva. Il diario di Katherine Mansfield,uscito postumo, è lo sguardo acuto sulla propria vita di un’anima estremamente sensibile, come lo sono soprattutto quelle provate da un dolore sottile e implacabile. E siccome è noto che comunque non si scrive solo per sé, molte delle riflessioni che contiene diventano dei suggerimenti anche per noi.

Meglio essere imprudenti oggetti mobili che prudenti arredi inamovibili”.

Le fibre della sua anima sono sfilacciate”.

Nella vita, qualunque cosa venga realmente accettata, subisce poi un mutamento.
Così la sofferenza deve diventare amore. Questo è il mistero”.

Quando ella rincasò, il nuovo anno era già lì, pallido, misterioso, gentile
e tanto timido. Se ne stava rannicchiato nelle pieghe delle tende, nelle ombre delle scale; la aspettava sul pianerottolo. Ella si svestì rapidamente, facendo il minor rumore possibile, e in fretta si attorcigliò i capelli.
Ma mentre tirava giù il lenzuolo, ebbe l’impressione che anche un’altra mano
- quella del nuovo anno – facesse la stessa cosa; e quando fu a letto, quella mano gentile la aiutò a coprirsi”.

Ma è meraviglioso come ci si abitua presto alle grazie della sorte”.

L’entusiasmo folle o la serietà troppo grave non vanno bene. L’uno e l’altra passano. Si deve conservare sempre il senso dell’umorismo”.

L’uomo nella camera attigua alla mia ha il mio stesso male. Quando mi sveglio,
di notte, lo sento voltarsi. E poi tossisce. E io tossisco. Dopo un momento di silenzio, io torno a tossire. E lui tossisce ancora. E si continua a lungo. Mi par proprio che somigliamo a due galli che si chiamino a vicenda in un falso chiarore di alba,  da due lontane e nascoste fattorie”.

(c) Marcello Sgarbi



24 marzo 2020

Finirà a cura di Miriam Ballerini



FINIRA'

Il corona virus finirà, come tutte le pestilenze che nei secoli hanno afflitto l'umanità.
Muterà, cambierà forma, si attenuerà; rimarrà presente nella lista delle malattie che ci perseguiteranno, speriamo in maniera più blanda come prevista dagli epidemiologi.
Ma finirà.
Riflettendo su quanto sto leggendo in questi giorni, sulle varie reazioni e modi di comportarsi mi sento di aggiungere quanto segue:

finirà, di certo non grazie ai polemici – ai disfattisti – ai seminatori di odio – agli sciacalli che si approfittano anche di questa tragedia per far passare il loro falso messaggio – a chi si è approfittato per mettersi in mostra e vendere qualcosa di suo, facendo finta di essere un buon samaritano – alle commesse che hanno spalmato in rete tutti i difetti dei loro clienti e tutte le cose che hanno comperato, senza conoscerne la ragione – a chi esce fregandosene di se stesso e degli altri - a chi ha offeso invece di spiegare – a quelli che invocano il fascismo e poi non sanno nemmeno rispettare le regole date in caso d'emergenza - a quelli “ci fanno lavorare” - a coloro “e adesso chiudono e l'economia crollerà”, magari gli stessi che si lamentavano quando le ditte lavoravano - a chi “Io avrei fatto così” - a quelli che basta puntare il dito.

Finirà e, finirà grazie ai medici – agli infermieri - a tutti i sanitari che hanno lavorato senza sosta, senza lamentarsi, spesso ammalandosi a sua volta – alle commesse che hanno saputo donare un sorriso anche in questo frangente – a quelli che non hanno giudicato, ma nel possibile sostenuto e aiutato – a chi ha lavorato perché il materiale da loro prodotto è utile alla Nazione – a chi ha rispettato le regole – a chi non si è lamentato delle regole.
Ecco, tutto quanto finirà, ma la memoria su chi c'è e chi non c'è stato, quella rimarrà.

© Miriam Ballerini

Il ruolo del docente nella didattica in tutte le sue forme di Sabrina Errigo



Il ruolo del docente nella didattica in tutte le sue forme

di Sabrina Errigo
La forma è solo una tra le modalità con cui si può presentare un oggetto, ma il contenuto ne dà la vera consistenza. La forma si chiarisce nella sua diretta contrapposizione a quello di materia o di contenutocome fnon s’accorda Molte fïate a l’intenzion de l’artePerch’a risponder la materia è sorda (Dante); Così piena e compita Avrò l’opra che vuol da me natura (Giusti) Sospira e suda a l’opera VulcanoPer rinfrescar l’aspre saette a Giove (Petrarca); Allor che all’opre femminili intenta Sedevi (Leopardi) venuta l’ora della cena e costoroavendo lasciata opera e giù nella corte discesi ... (Boccaccio); Allora sorge il fabbroe la sonante Officina riapree all’opre torna L’altro dì non perfette (Parini); s’affrettae s’adopra Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba(Leopardi). Così, come in qualsiasi opera d'arte, struttura e forma confluiscono in un unico canale da cui scaturisce la Vera OPERA, frutto della creazione e dell'ingegno umano.

DETENUTI ISOLATI COME LEBBROSI NEI LAZZARETTI a cura di Carmelo Musumeci

DETENUTI ISOLATI COME LEBBROSI NEI LAZZARETTI

 Ieri sera, dopo avere letto le parole del Presidente della Repubblica, “Dignità a rischio nelle carceri” e dopo avere visto alla televisione la trasmissione delle Iene "Coronavirus: contagiati e botte nel carcere di Voghera?”, ho iniziato a ricordare. Non bisogna aver paura a ricordare . Ricordare è doloroso ma ti può aiutare a capire:

Le guardie arrivarono a decine. Mi presero di peso e mi trascinarono nelle celle di punizione. Mi scaraventarono nella cella liscia.Volarono pugni e calci e ingiurie. Mi denudarono. Mi perquisirono. Le guardie ribollivano di rabbia. Iniziarono a insultarmi: “Figlio di puttana. Prendi questo e quest’altro”. Poi si stancarono e se ne andarono. Mi sdraiai per terra, nella cella liscia non c’era neppure la branda. Mi coprii con una vecchia coperta buttata in un angolo, l’unica cosa che c’era in quella cella. Rimasi una mezzoretta con gli occhi fissi al soffitto. Sentivo dolore dappertutto. Mi faceva male la testa e avevo delle fitte ai fianchi, la parte del corpo che aveva preso più calci. Gli occhi mi si chiudevano dalla stanchezza, dalla rabbia e dal dolore. Non riuscivo a mettere ordine nei miei pensieri. Alla fine mi addormentai. Mi svegliarono i raggi del sole del mattino, che filtravano dalle sbarre della finestra. Avevo tutti i muscoli che mi facevano male, dappertutto. Mi sentivo frustrato. Avevo anche una spalla intorpidita e un braccio irrigidito. Richiusi gli occhi di nuovo, come per difendermi da quello che vedevo. Di giorno la cella liscia era ancora più brutta. Se conoscevo bene il carcere, e lo conoscevo bene, forse durante la giornata mi avrebbero impacchettato e trasferito in un carcere di punizione. Dopo le proteste, i detenuti non li tengono mai nello stesso carcere. Rimasi un po’ a fissare le pareti della cella, poi decisi di provare ad alzarmi. Raddrizzai le spalle e la schiena e mi alzai da terra. Barcollai. Fui sul punto di cadere. Mi sostenni appoggiando una mano sul muro. Proprio sul punto della parete dove mi ero appoggiato, vidi che c'era scritta una frase. Feci fatica a leggerla. Sembrava scritta con il sangue: “ La mia anima cerca il cielo, il sole, il mare, mentre muoio per vivere”. Scrollai la testa, come per dimenticare quello che avevo letto. Ero triste già di mio e non volevo diventarlo ancor di più. Mi facevano ancora male tutte le costole dalle botte che aveva preso quella notte. Respiravo ancora con fatica. Pensai che altre botte mi aspettavano nel carcere dove mi avrebbero mandato. Quella notte c’erano andati "leggeri", per paura che qualche giudice mi vedesse, se fosse venuto a interrogarmi per la protesta collettiva che io e i miei compagni avevamo fatto. Infatti, in faccia i bastardi non mi avevano toccato. Invece nel carcere dove mi avrebbero mandato le guardie non si sarebbero fermate al corpo, mi avrebbero spaccato anche la faccia. Come quella volta a Nuoro, che mi avevano fatto saltare due denti. Mi sedetti di nuovo per terra, con le gambe allungate e la schiena contro la parete, aspettando il mio destino.



Carmelo Musumeci


Marzo 2020 

Le crudeli novelle di H.C. Andersen Marco Salvario


Le crudeli novelle di H.C. Andersen
Marco Salvario

Le ricordate tutti, le belle favole che ci raccontavano da bambini: la bella principessa, il principe azzurro, un bacio e vissero a lungo felici e contenti. Quanta dolcezza, amore e serenità! Erano così, vero?
No, proprio no! Ci veniva sbattuto sul muso ancora innocente un mondo di ingiustizie, di cattiverie, di orrori, di streghe, orchi, matrigne, sorellastre, lupi, dove il lieto fine era abbastanza raro e sempre amaro. Gli scrittori dell’infanzia molto spesso si sono dimostrati sadici e frustrati, che riversano le loro crudeli fantasie sui più piccoli, che dormivano zitti e buoni soltanto perché le paure nate dai racconti li inchiodavano terrorizzati nel loro lettino.

Che grande personaggio è stato Hans Christian Andersen, penso sia universalmente noto.
Danese, nato nel 1805, nelle foto che lo ritraggono mi ha sempre impressionato per la fronte stempiata e l’imponenza del naso. Scrittore e poeta incredibilmente fecondo, ci ha lasciato sei romanzi, molte raccolte di poesie e lettere, una cinquantina di opere teatrali, scritti satirici, diari di viaggio, biografie e autobiografie; uno di quegli autori che ha scritto molto di più di quanto troppi lettori leggano nella loro vita.
La sua infanzia trascorre in un quartiere povero della città di Odense, con un padre ciabattino e una madre analfabeta, di quindici anni più anziana del marito. La donna resterà comunque vedova, si risposerà e scivolerà nell’alcolismo. Chissà, questa può essere anche la tragica chiave di lettura di molte fiabe di Andersen.

È piena estate. Verde e vasta è la campagna battuta dal sole, qua e là gialla di frumento maturo. Sui prati appena falciati volano basse le rondini a catturare col becco le cavallette.
Nell’aria l’afa è appena temprata nell’ombra dei boschi.
Nel cielo, alte alte, trillano le allodole.”
Come vi sembra questo incipit? L’avete riconosciuto?
Poche righe più avanti avremmo incontrato un’anatra che cova. Tutte le uova si aprono tranne quella più grossa da dove nascerà, dopo una lunga attesa, un esserino grosso e sgradevole, il brutto anatroccolo. Questa è una delle poche novelle dove il nostro autore ci concede un lieto fine, ma attraverso quante amare tribolazioni! Mamma anatra difende il suo ultimo nato anche se con disillusione e pietà, mentre per tutta la fattoria, il diverso diventa oggetto di scherno e perfidie.
Sarebbe stata una fortuna se il tuo uovo non si fosse aperto.”
Spero che il gatto ti mangerà, tanto sei brutto.”
Lo beccano le anatre, lo beccano i polli e anche il tacchino, che quanto a bruttezza ha pochi rivali.
Il poveretto fugge per la disperazione e due anatre selvatiche gli propongono di venire con loro per spaventare con la sua mostruosità le altre anatre, ma saranno uccise dai cacciatori. Il pulcino prova a rifugiarsi da una vecchina, ma viene presto cacciato perché non sa fare le uova, non sa fare le fusa e non sa dare la caccia i topi. Ancora in fuga da solo e con il gelo dell’inverno sempre più brutale, fino a quando stremato è raccolto da un contadino che lo porta alla moglie. Sarà la salvezza? No, i tre figli della coppia vogliono usarlo come un giocattolo e il poveretto terrorizzato finisce subito cacciato da casa.
Insomma, un bambino cui i genitori leggono una storia simile, a questo punto sta piangendo e soffrendo, oppure è un piccolo De Sade e gode a sentire trionfare il male.
Come anticipato, Andersen si rende conto di avere esagerato e ci regala una conclusione felice.
Il povero anatroccolo vede tre bianchissimi cigni, li raggiunge rassegnato a farsi uccidere a beccate, invece scopre di essere diventato cigno anche lui e si monta subito la testa.
Valeva la pena di soffrire quello che ho sofferto quando tutti mi ritenevano un brutto anatroccolo!”
La morale è dubbia, non vi pare?

L’essere diverso dagli altri, emarginato, messo da parte, è una caratteristica ricorrente dei personaggi dell’Autore che con dolore ricorda momenti della sua infanzia.
Pensiamo a “Il soldatino di stagno”, il poveretto ha una gamba sola e quindi non può essere schierato con gli altri ventiquattro commilitoni; loro si esercitano e lui resta da solo a far la guardia al castello, silenziosamente innamorandosi della ballerina di cartone che piroetta su una gamba sola e che ingenuamente il soldatino crede uguale a sé.
A questo punto cominciano le peripezie del nostro involontario eroe, che da un davanzale cade nella strada fangosa e dopo mille sofferenze sarà mangiato da un pesce e tornerà proprio nella stessa casa, dove ci sono gli altri soldatini e la ballerina. Lieto fine? No, non ce lo meritiamo! Il soldatino viene scaraventato nella stufa e fonde vivo. Non so quanto per lui e per noi sia consolante che un soffio di vento faccia volare nella stufa anche la ballerina di cartone, bruciandola insieme. Mal comune mezzo gaudio?
Meno male che i bambini sono molto solidi, perché è una scena di una crudezza devastante.

Altre favole tristi?
La margherita e l’allodola” muoiono entrambe nella gabbia dove sono prigioniere, perché nessuno si ricorda di dare loro da bere.
L’abete” dopo essere strappato al suo bosco e avere gioito dell’effimera gioia degli addobbi con cui è trasformato in un bellissimo albero di Natale, sarà prima dimenticato in solaio, quindi bruciato in cucina “con crepiti e con soffi, che parevano lamenti”.
Tuttavia la tristezza più profonda me la regala quel poetico e tragico capolavoro che è “La piccola fiammiferaia”. Perse le scarpe, cammina nella neve “con i piedi arrossati e, qua e là, fatti bluastri dal gran freddo”; non vuole tornare a casa, dove la aspetta un padre alcolizzato, pronto a picchiarla e ad abusare di lei. La fanciulletta in quel rifiuto ha già accettato la propria morte senza rimpianti. Le luci dei fiammiferi sono i passi allucinati di una creatura ormai in delirio, forse alcolizzata, forse tossica di qualche droga povera; chissà, ci si può sballare respirando la testa degli zolfanelli? Le immagini si succedono in un crescendo di desiderio e meraviglia per subito svanire un attimo prima che la fiammiferaia possa assaporarne la gioia, fino all’ultimo fantasma, quando la nonna morta viene a portarla via con sé.
La mattina dopo, ed è l’inizio di un nuovo anno, il cadaverino abbandonato genera al massimo un veloce commento di compassione e nulla più.
E vissero a lungo felici e contenti?

Dove la morte non domina il finale, la morale è comunque amara.
Chi non ricorda “I vestiti dell’Imperatore”, dove la credulità degli uomini è superata solo dalla loro ipocrisia e piaggeria? Un crescendo di magistrale arte che si spezza nel momento in cui, alla parata trionfale dell’imperatore che crede di essere vestito di un abito così raffinato da avere la proprietà di essere invisibile agli stupidi e agli inetti e che quindi nessuno osa ammettere di non vedere, un bambino alza il suo grido innocente e senza vergogna: “Il Re è nudo!” Eppure, anche davanti all’evidenza l’Imperatore mantiene il suo cipiglio fiero e non ammette di essere stato ingannato.

Morale della favola, queste novelle sono belle perché parlano a noi con la voce di quello stesso fanciullo. Il Re è nudo. Perché ai bambini non regaliamo invece la gioia, la fiducia nel mondo?
Lo so, il mondo è un brutto posto ed è abituato da una razza stupida, la natura è matrigna come una strega cattiva, noi siamo soli e spesso ci sentiamo diversi dagli altri, però, almeno ai più piccoli, prima di andare a dormire, non possiamo donare un momento di serenità?

23 marzo 2020

L'ITALIA IN GUERRA DI ANGELO IVAN LEONE

L'ITALIA IN GUERRA DI ANGELO IVAN LEONE



In questa che è "la nostra ora più buia" come il premier Conte ha già definito settimane fa questo nostro momento storico, citando l'immortale Churchill, dobbiamo fare tutti poche ma essenziali cose.
Dobbiamo seguire le leggi fino in fondo anche e soprattutto se queste ci comportano delle rinunce che ci appaiono importanti, perché queste rinunce non sono e non saranno mai niente, se messe a confronto della vita nostra e dei nostri cari cui il virus nostro nemico attenta.
Dobbiamo ragionare come se fossimo in guerra perché questa è, a tutti gli effetti, una vera e propria guerra. Pertanto nessuna polemica, nessun commento di critica alle decisioni prese in sede governativa. Ci dobbiamo militarizzare non solo a livello legislativo, ma a livello mentale. Questo non vuol dire pensare che tutto quanto quello sia stato fatto in sede regionale o nazionale, sia stato fatto bene e, soprattutto, nei tempi giusti. Ci sarà tempo di discutere su questo, ma non ora, né nei prossimi giorni. Perché adesso siamo in guerra e in guerra la polemica ha un nome solo: tradimento.
Combattiamo uniti, pertanto. Uniti e distanti, ne sono certo, vinceremo. E chi leggerà di noi, come ci ricorda proprio Churchill, potrà dire che riuscimmo a trasformare la nostra ora più buia nella più grande delle vittorie.

22 marzo 2020

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO Editori in Piombino dal 1999

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO
Editori in Piombino dal 1999


 
Il Foglio Letterario numero 15 - Marzo 2020 è scaricabile on line in PDF e su ISSU
 
http://www.ilfoglioletterario.it/download/numero-15-marzo-2020/

Abbiamo dato vita ad un nuovo, ricchissimo numero. Il Foglio Letterario, nella sua piccola realtà editoriale, è forte proprio perché sa di poter contare su solidi affezionati lettori, curiosi non dell' ultima ora, ma affamati di storie, cultura, di piccoli sguardi su un mondo troppo vasto. Vi chiediamo quindi di aiutare a diffondere quanto più possibile anche questo numero: ci piacerebbe poter dire che questi giorni così duri saranno un po' alleviati dal piacere che si può provare sfogliando una rivista come la nostra; aiutateci a farlo, lasciateci questa presunzione da provincia, che quello siamo.
 
Il link dove poter trovare il nostro numero è qui: fatelo vostro e regalatelo quanto più potete: www.ilfoglioletterario.it
 
DEDICATO A FRANCO MICHELETTI, scrittore piombinese.
 
VALDICORNIA NEWS parla di noi e del FOGLIO TV, nuova idea per presentare libri in tempi di quarantena:
 

EDITORIALE

Car* Tutt*,
abbonati e non (quota di sottoscrizione minima 1.000 euro + torta della nonna, ribadiamo), vorremmo tanto aprire dissennandoci con le nostre consuete facezie, ma per un istante facciamo i seri.
Al momento dell’ uscita della rivista non sappiamo se saremo tutti diventati zombie o avremo recuperato un po’ di lucidità, ma allo stato attuale delle cose pare che questa storiaccia del Covid ci abbia tutti quanti annebbiati: gente che sguscia da zone rosse come certi politici dai trans di Viale Umbria, feroci casalinghe di Voghera armate di Amuchina e manganello, profughi del nord che cercano riparo al sud, una roba che il contrappasso dantesco è in confronto una gigantesca pippa mentale.
Lungi da me il pontificare o dare indicazioni: non ne ho né le competenze né la volontà. Però il mondo umano sembra sempre più piegarsi verso posizioni di nevrastenia collettiva, cui si arriva solo grazie ad un’ unica causa:.L’ IGNORANZA, QUELLA SELVAGGIA.
Per batterla non ci stanno altri vaccini se non uno Stato che stanzia fondi adeguati per cultura, istruzione, formazione. Una scuola chiusa non è più solo dove infilo i bimbi, ma un’ istituzione che si scopre ferma a 50 anni fa, grazie a tagli, Gelmini ed altre simili bestialità. E magari sarà anche il caso di pensare un po’ di più alla sanità, che se non è al collasso è solo perché nelle corsie ci stanno persone che lo Stato ce l’hanno davvero a cuore, e non sulle magliette come tanti politicanti più impegnati a ingollar piadine e zucchine di mare che a pensare alla res pubblica.
Visto che comunque a quanto pare dovremmo stare isolati ancora un po’, cerchiamo di cogliere l’ occasione per rileggere libri rimasti sul comodino e, perché no, andiamo oltre i soliti marchi, cerchiamo di farci incuriosire da chi, come noi, porta avanti una proposta differente, offrendo un po’ di sana bibliodiversità.
Tanto per dire – e i più sagaci di voi se ne saranno già accorti – abbiamo cambiato veste grafica. Tutto merito della nostra più che professionista Meri Pei, che per l’ occasione ci regala un abito extra lusso da gala: speriamo di indossarlo al meglio, come fanno tante altre rivistine tanto più patinate e borghesi di noi (ma noi veniamo dall’ acciaio, dal cemento e dalla provincia. Manco ci proviamo a fare i fighi). Insomma, per chi non lo ricordasse: noi si viene da qui
In questo numero abbiamo un sacco di fiorellini da regalarvi. Con la primavera che nonostante tutto ci sboccia nei nasi, abbiamo pensato di caratterizzare la nostra quindicesima uscita con pezzi incentrati per la maggior parte sul tema floreale. Ecco quindi che la nostra mitica Patrizia Raveggi ci omaggia con un giardino di fiori talmente variopinto e profumato da farci venire il capogiro: il suo è un vero e proprio excursus nella storia della cultura in cui il fiore fa capolino tramite rimandi e intrecci che solo lei poteva saper cogliere con tanta grazia (e difatti nessuno stelo è stato torto, il giardino è intatto come fosse stato attraversato solo dal vento).
Non di meno fanno i nostri illustratori che, capeggiati dall’ inossidabile pirata Filippo Ferrucci ci regalano – è il caso di dirlo – anche stavolta fior fiori di tavole.
Grande spazio per la poesia in questo numero. Per quanto ne mastichi poco – e Gordiano lo sa bene – abbiamo avuto il piacere in questi ultimi tempi di ricevere lavori originali e interessanti, che ben si sposano con la nostra ricerca in campo di voci nuove, sperimentali e non allineate. È il caso di Francesco Tripaldi con LietoColle ed Henry Ariemma per Transeuropa. Il fatto che progetti simili vengano portate avanti da realtà medio-piccole ma storiche come LietoColle e Transeuropa ci riempie di orgoglio; ospitarle sulle nostre pagine è un vanto che speriamo di poter avere ancora nei prossimi numeri.
Sempre in tema di poesia non possiamo esimerci dal pubblicare l’ intervento di Gordiano Lupi su Poesia di Crocetti. La rivista di poesia più importante di Italia ha ospitato un suo intervento su Felix Luis Viera, di cui trovate l’ intero Y me ha dolido los cuchillos in free boox nel nostro sito, proprio QUI. Anche in questo caso possiamo gonfiare il petto con orgoglio, a maggior ragione dopo l’ uscita del primo volume de l’ Obra poetica di Nicolas Guillén per il Foglio Letterario. 500 pagine a soli 15 euro: suicidio commerciale, o forse solo poesia. Quella vera, però.
Potrei continuare all’ infinito, rivelandovi le innumerevoli varietà di fiori che potrete trovare all’ interno del nostro parco, dai racconti ai singoli approfondimenti su scrittura e lettura. Lascio però che siate voi ad esplorarlo a vostro piacimento, non rovinandovi nessuna sorpresa: avvicinatevi pure alle nostre rose, non hanno spine. E quelle che ce le hanno pungono solo gli ignoranti. Voi, che siete arrivati fino a questo punto, non lo siete affatto.
Concludo ricordando solo una persona che Gordiano ha voluto celebrare nel secondo editoriale di questo numero: Franco Micheletti, autore e amico del Foglio Letterario, è venuto a mancare dopo una battaglia con un brutto male. A lui e ai suoi cari è dedicato il presente numero della rivista.
Libertà è partecipazione!
Buona lettura,
Vincenzo Trama

Recensione Guido Conti - Il coccodrillo sull’ altare – a cura di Marcello Sgarbi



Guido Conti - Il coccodrillo sull’ altare 

(Edizioni Guanda)

Collana: Le Fenici tascabili
Pagine: 202
EAN 9788882466183



Questa prova è la conferma di un grande talento già rivelatosi diversi anni fa in una delle edizioni di Papergang, raccolta curata da Pier Vittorio Tondelli e dedicata a scrittori emergenti diventati autentiche promesse fra cui, per esempio, Silvia Ballestra.
Dalle cronache padane di Conti escono personaggi felliniani, ritratti naif alla Ligabue, storie che riportano al cinema neorealista di Rossellini e Zavattini, e in tempi più recenti a quello di Mazzacurati. Ma in queste pagine c’è soprattutto l’amore sconfinato per la propria terra, anche perché l’autore l’ha coltivata in tutti i sensi: come contadino prima, e oggi come vivace animatore del panorama culturale parmense.

Elisa non pregava. Aveva un grumo acido nell’ anima  come il cuore di una pesca sfatta”.

Pietro strinse forte il manubrio nel pugno e non diceva nulla, con lo sguardo che si posava sui sassi e sui rami degli alberi, e tutto gli sembrava così doloroso, senza perché. Il suo sguardo si attaccava all’ erba del fosso, a quella macilenta per il freddo e la pioggia che cresceva lungo la strada dell’argine, con una forza che assomigliava tanto alla disperazione”.

Il bosco muggiva come un toro ferito, un lamento ossessivo e continuo”.

La giornata era calda e afosa, immobile l’aria. La pianura crepitava seccandosi. Le cicale, sfiancate dal caldo, stridevano immerse nella luce accecante. Un ragazzo, magro e nero, mezzo nudo, con un cappello di paglia in testa, voltava l’erba nel prato tra l’argine e il pioppeto. Sulla pelle la luce era polvere di vetro, e lo stridio delle cicale un lamento ossessivo”.

Lei sentì il sole con forza sulla pelle non ancora violata dalla luce, come una mano calda. La ragazza sospirò profondo, chiuse gli occhi e si sfiorò i capezzoli duri come mandorle nere”.

(c) Marcello Sgarbi



20 marzo 2020

LA RAREFAZIONE DELLE LIBERTÀ

Ecco un parere giuridico dell’Avvocato Daniel Monni “ai tempi del coronavirus in carcere”, penalista del Foro di La Spezia. I detenuti o i loro familiari potrebbero valutare seriamente se procedere penalmente per il reato di maltrattamenti nei casi nei quali fosse ravvisabile. È possibile chiedere informazioni anche all’Associazione Liberarsi, indirizzo mail associazioneliberarsi@gmail.com oppure a me, Carmelo Musumeci, al seguente indirizzo zannablumusumeci@libero.it

LA RAREFAZIONE DELLE LIBERTÀ

La dimensione “sacrale” del carcere – e, più profondamente, l’archetipo criminologico che lo teorizza come necessariamente diviso e separato dal consortium di riferimento – suscita, potremmo dire a fortiori, dubbi e sensazioni di disagio nei periodi etichettati come “emergenziali”.

La pena carceraria, nata dalle ceneri di una carità costrittiva ed anteposta – in epoca illuministica - allo “splendore dei supplizi” pare, infatti, ri(con)dursi – ad oggi - ad un silenzioso (ma non per questo meno doloroso) supplizio.

Se attenta Dottrina aveva, circa una decina di anni fa, acutamente notato che “ se il disconoscimento della dignità umana, la limitazione e l’oppressione ingiustificate dalla libertà fisica e morale, il sacrificio ingiustificato delle necessità ed esigenze fisiche e spirituali della persona, sono i caratteri dell’offesa sottesa alla fattispecie di maltrattamenti, appare difficile sostenere l’irriducibilità delle situazioni di sovraffollamento carcerario al paradigma offensivo delineato dall’art. 572 c.p.1 ” che potremmo dire, nelle more del periodo storico attuale, di un’istituzione totale, e in primis di una formazione sociale, che non sembra tutelare (o, quantomeno, non pare farlo abbastanza) il diritto alla salute dei suoi cittadini posto che - come direbbe, forse, Monsieur De La Palice – i detenuti non possono, quasi tautologicamente, provvedere “in proprio” alla tutela dei propri diritti?

Non sembra, dunque, del tutto paradossale ed azzardato non escludere aprioristicamente l’integrazione del delitto di cui all’art. 572 c.p. da parte delle istituzioni carcerarie che non garantiscano le misure idonee a tutelare il diritto alla salute dei detenuti: argomentazione, questa, che sembra valore a fortiori – con espressione ampiamente (ab)usata - “ai tempi del coronavirus”, temperie nella quale la scienza medica suggerisce a più riprese le cautele ed i presidi da adottare per il contenimento dell’epidemia. L’ablazione della tutela dei diritti dei detenuti, purtuttavia, non sembra vestirsi del manto novellistico: Brissot de Warville, nel lontano(?) 1871 definiva il carcere una “ cloaque d’infection2 ” e, cionnonostate, assuefarsi alla rarefazione dei diritti non sembra essere “cosa grata”. La rarefazione dei diritti, infatti, pare tendere favorevolmente all’evanescenza e può, quasi paradossalmente, far ascendere sé stessa alla ieraticità ed alla solennità proprie della metafisica.

18.03.2020

Avv. Daniel Monni  



1 GARGANI A., Sovraffollamento carcerario e violazione dei diritti umani: un circolo virtuoso per la legalità dell’esecuzione penale, in Cassazione Penale, III, 2011, p.1263.


2 BRISSOT DE WARVILLE J.P., Théorie des lois criminelles, Paris, I, 1871, p.171. 

La parola a cura di Miriam Ballerini




LA PAROLA


Vivo di parole, mi nutro di esse e, nella mia esistenza, hanno sempre fanno parte di me.
Laddove la parola non ha modo di esprimersi, è più facile cadere in risposte violente, perché non si sa sufficientemente esprimersi e difendersi.
Fino a questo brutto momento che ci vede tutti coinvolti, ho lavorato con le parole, dal momento che scrivo romanzi. Mi sono dilettata con le parole, perché leggo moltissimo.
Sono le mie armi, quando accade qualcosa di spiacevole, quando noto delle ingiustizie, le parole sono tutto quanto ho in mio possesso per portare gli avvenimenti ad esempio, così che possano, questa è la mia speranza, essere d'aiuto per altri.
Ogni giorno leggo sui social tante parole che feriscono, che vengono stiracchiate e adattate affinché possano fare più male possibile al prossimo.
Anche se solo scritte, si nota in loro tutta la violenza e la cattiveria con la quale vengono pensate e si aggirano nelle menti di chi le produce.
Riescono a fare male, nonostante siano scritte esattamente allo stesso modo in cui vengono vergate le parole buone, quelle che aiutano e che confortano.
Le persone scelgono, da sempre scelgono su quale strada avviarsi, spesso è più facile criticare, fare del male, sputare veleno. Perché fare l'opposto, comporta uno sforzo che, nella cattiveria, non bisogna fare.
La violenza fa da sempre parte di noi, la bontà va coltivata e alimentata. E allora, perché fare tutta questa fatica?
Dal momento che l'epidemia ha colpito il nostro Paese, la mia quotidianità non è cambiata poi molto, come prima, anche ora lavoro con le parole e lo faccio sempre da casa.
E non è cambiato nemmeno il loro ruolo: da sempre mi sono amiche, mi aiutano, mi sostengono, mi danno quella spinta che serve ad andare avanti.
Questa mattina ho partecipato anche io all'evento che ha visto coinvolte tutte le radio d'Italia: alle 11,00 sono stati mandati in onda il nostro inno e tre canzoni che il popolo sente particolarmente. Sono state solo parole? Eppure sono state capaci di unirci, da nord a sud, per quei cinque minuti hanno saputo raccogliere tutte le nostre diversità e farci sentire un tutt'uno. Uniti contro l'epidemia, forti della speranza che possiamo farcela.

© Miriam Ballerini


19 marzo 2020

IL CORONAVIRUS SVUOTERÀ LE CARCERI a cura di Carmelo Musumeci


IL CORONAVIRUS SVUOTERÀ LE CARCERI

Io mi sento cattivo perché spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.  (Dal libro "Angelo SenzaDio" C. Musumeci)

Penso che l’attuale Ministro della Giustizia rimarrà nella storia perché sarà ricordato come colui che senza proporre nessun provvedimento di amnistia o indulto riuscirà a svuotare le carceri, e a riempire i cimiteri. Spero ovviamente di sbagliarmi.

Leggo: “Coronavirus, contagi a San Vittore, Pavia e Voghera. Il garante denuncia possibili maltrattamenti a Opera.” Credo, purtroppo, che siamo solo all’inizio. Il governo per l’emergenza coronavirus ha preso vari provvedimenti per tutte le fasce sociali, ma nulla per i detenuti e per gli operatori penitenziari e, come se non bastasse, alcune persone delle istituzioni si sono anche arrabbiate per le rivolte spontanee di migliaia di detenuti, che si sono sentiti in trappola come dei topi. Penso che per tornaconto e consenso politico questo governo abbia deciso di abbandonare al proprio destino sia i detenuti che le guardie carcerarie. Da quello che leggo in questi giorni, le uniche persone che stanno tentando di prendere provvedimenti sono i magistrati di sorveglianza, ma hanno le mani legate dalle leggi emergenziali. La cosa che non riesco a capire è perché le guardie non si ribellino, perché se scoppia una pandemia nelle carceri subiranno la stessa sorte dei detenuti.  Se “fuori” devi stare ad un metro di distanza, “dentro” non è possibile, per questo le carceri devono essere subito svuotate, presto e il più possibile, come hanno fatto in Iran. Quello che sta avvenendo in questo periodo nelle carceri non è lontanamente paragonabile al passato della storia penitenziaria italiana. Ci sono detenuti che da moltissimi anni vivono con la proibizione di toccare un familiare, vedere oltre le sbarre il cielo, la luna e le stelle. Ci sono detenuti murati vivi che vengono puniti nello stesso tempo con tre regimi diversi, applicati in successione o contemporanea: l’isolamento diurno, lo stato di tortura del 41 bis e il regime di sorveglianza particolare del 14 bis. Ci sono detenuti che sono entrati a diciotto, diciannove, venti anni, sono invecchiati in prigione e probabilmente molti di loro moriranno in carcere di vecchiaia. Nelle nostre “Patrie Galere”, avvallato dalla scusa che ciò faccia parte della lotta alla criminalità organizzata, i detenuti vengono ormai annientati con una sofferenza sterminata e incommensurabile, vengono torturati nell’animo, negli affetti e nella dignità. Adesso però è ancora peggio perché i detenuti hanno un problema in più: la paura del coronavirus. Se ricominceranno le rivolte sappiate che è perche se fuori hanno paura, dentro ne hanno di più.

Ecco cosa mi ha scritto un detenuto del carcere di Voghera:

Carmelo, come è possibile che nessuno faccia niente per noi… sì, è vero, abbiamo fatto dei reati e siamo carne da macello, ma non ci sono mascherine neppure per le guardie: c’è qualcosa che non va. Che cazzo di paese cosiddetto "democratico". Complimenti buonisti di cuore, e poi saremmo noi i cattivi, eh!”

 

Carmelo Musumeci

Marzo 2020


“I progetti vivono, non tramontano” Sinfonia per San Salvi Variazioni per musica e parole – “Litania per Piombino” Roberto Mosi con Nicoletta Manetti e Gordiano Lupi



I progetti vivono, non tramontano”

Sinfonia per San Salvi
Variazioni per musica e parole – “Litania per Piombino”
Roberto Mosi con Nicoletta Manetti e Gordiano Lupi

Momenti difficili, surreali quelli che stiamo vivendo in questo periodo nel quale il virus infierisce, siamo presi dall’angoscia, il nostro pensiero sempre vicino alle persone colpite dall’epidemia e ai cittadini impegnati, per il loro lavoro, a combattere i morsi di questo flagello. In questo spazio sospeso di tempo fra uno ieri che sembra lontanissimo e un domani difficile da immaginare, un versante particolare, piccolo in sé ma degno di attenzione, è quello dei progetti e delle manifestazioni culturali, nelle loro diverse declinazioni espressive, già programmate che sono state bloccate e rinviate a un tempo, sembra, lontano, indefinito.
Fra questi possiamo porre la presentazione programmata a breve di un libro appena uscito, fresco di stampa come si dice, di un genere composito – poesia, racconto, fotografia, musica e altro - che ha visto il concorso di più autori. Si tratta della pubblicazione “SINFONIA PER SAN SALVI. Variazioni per parole e musica. “Litania su Piombino”, scritta da Roberto Mosi, poeta e fotografo, con il concorso della scrittrice Nicoletta Manetti e dell’editore e scrittore Gordiano Lupi, che in questa circostanza, per l’amore della sua terra, indossa la veste del poeta. È pubblicata da Il Foglio, una valorosa casa editrice di Piombino, città periferica, situata in una posizione meravigliosa sul mare.
  Il libro è dedicato a Carmelo Pellicanò, ultimo direttore dell’ospedale psichiatrico di Firenze, ed è illustrato da una serie di fotografie in bianco e nero che ritraggono alcuni edifici della vecchia struttura ospedaliera fiorentina. Al centro dell’opera la storia e le memorie di un non-luogo particolare, il parco di San Salvi. Ci si avvicina al mondo della follia, alle memorie di questo luogo segnato dalla storia, al tentativo di riannodare fili di speranza, non con la sola parola, ma con una pluralità di strumenti espressivi, sostenuti dal ritmo, dal suono, da notazioni timbriche. La poesia, le parole dei racconti, la scansione delle immagini fotografiche, il canto, l’arte coreutica giocano con le forme del mondo della musica. È abbandonata la consueta fisionomia del libro, orientata in una sola direzione, per seguire il movimento delle composizioni musicali in andamenti plurali, ascendenti e discendenti.
I quattro tempi della Sinfonia per San Salvi sono dedicati a quattro visioni della “Terra” – Desolata, Follia, Liberata, Riconquistata – e alternano ricostruzioni di vicende individuali e di comunità umane. Seguire questi percorsi può dare come un senso di libertà nel passaggio da uno strumento espressivo all’altro; nel passaggio del testimone fra un autore e l’altro, come avviene nella presente esperienza compositiva, con l’intervento di Nicoletta Manetti, padrona di una capacità nel racconto che incanta e con quello di Gordiano Lupi che propone, da poeta questa volta, la commovente Litania su Piombino, testimonianza di un amore appassionato per la sua straordinaria città di mare.
Libertà poi di aprire nel testo della Sinfonia per San Salvi, sempre nuovi orizzonti (“Terra Desolata, 1° tempo), in luoghi diversi, dal paesaggio cupo della Londra dopo la prima guerra mondiale, tratteggiato da T. S. Eliot, all’atmosfera frenetica di Firenze, invasa dai piccoli commerci e dal turismo di massa, alla desolazione degli altoforni spenti di Piombino.
Per passare poi (”Terra Follia”, 2° tempo) nel precipizio della disperazione, nella memoria di quello che è stata la cura “istituzionale” della follia, nell’ex-manicomio di San Salvi, alla periferia di Firenze.
In questo muoversi alla ricerca di altri orizzonti, vi è il tentativo di guardare al nostro mondo con uno sguardo diverso (“Terra Liberata”, 3° tempo), in consonanza con la ricerca di un futuro migliore.
Vi è infine (“Terra Riconquistata”, 4° tempo) l’aprirsi del paesaggio marino, la ricerca con la mente e con il corpo, dell’aria del mare, simbolo di speranza nella Sinfonia, di riconquista di un diverso destino. Il movimento “Finale” va in scena, appunto, in un luogo sul mare, fra i più belli che è dato conoscere, piazza Bovio, a Piombino, uno spazio proteso sulle onde, che suscita nostalgia di lontananze, desiderio d’infinto. Su questo palcoscenico si congiungono le trame della narrazione, in un incontro di temi, linguaggi, forme espressive musicali, coreografiche, poetiche, quasi a voler rompere in maniera definitiva i confini della parola scritta.

In questi giorni di confino obbligato nelle nostre case, il lavoro per la presentazione della “Sinfonia per San Salvi”, prevedibilmente, al momento, in una biblioteca fiorentina o in un caffè letterario o in un museo, va avanti, con “incontri” telefonici, via Skype, email, ecc. Roberto e Nicoletta hanno provato più volte la lettura di parti essenziali dei quattro Tempi della Sinfonia: è pronto un primo canovaccio, con un tempo lettura cronometrato di circa 55 minuti …
È decisa la scelta delle immagini fotografiche che saranno proiettate, per un verso dedicate all’edificio delle “Agitate” dell’Ospedale Psichiatrico, per l’altro, a piazza Bovio aperta sul mare, a Piombino, dove nell’intreccio dei fili della speranza, si compie l’ultimo tempo della Sinfonia. Per questo è già pronto un video trailer – in progress- dell’opera e delle sue immagini fotografiche (vedi: https://www.youtube.com/watch?v=auVpkFhoSzw) come è accessibile il video sulla composizione poetica “Litania per Piombino” di Gordiano Lupi (vedi: https://www.youtube.com/watch?v=TKX777M9Wf4) .
Per il nostro lavoro è poi di rilievo la parte musicale, per i quattro Tempi: i primi orientamenti sono per citazioni da: “Carmina Burana”, “Gimnopodie” n°1 di Erik Satie, “Ti regalerò una rosa” di Simone Cristicchi, l’aria “Cielo e mare” dalla “Gioconda” di Amilcare Ponchielli. Un passaggio da sottolineare, infine, per la parte finale della “Sinfonia”, ambientata in piazza Bovio, sarà la partecipazione di un baritono che canterà l’aria “Pescatore affonda l’esca”, dalla Gioconda, e quella di una danzatrice che interpreterà una scena da “Musica Follia di Antonio Vivaldi.
Il sogno, speriamo a portata di mano è quello di mandare presto in scena a Firenze la presentazione della “Sinfonia a San Salvi”, nella veste ricca di forme e di lingue, ora illustrata; il sogno più lontano, forse impossibile, è quello di dar vita alla “Sinfonia”, nel contesto meraviglioso di piazza Bovio, a Piombino, nel paesaggio “infinito” di terra e di mare.



Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...