31 luglio 2019

UNA LETTERA DEL 1941 a cura di Marco Salvario

UNA LETTERA DEL 1941 a cura di Marco Salvario

A volte la morte di persone care ci costringe a mettere ordine tra le testimonianze del loro passato; ricordi nascosti in scatole polverose, in astucci segnati dal tempo, in buste logore, in plichi legati da spago o da cordini colorati. Dal passato di mia madre, purtroppo recentemente mancata, affiora una montagna di antiche testimonianze. Ricordi di gioie e di dolori, di momenti condivisi con persone ormai quasi tutte scomparse.
Tra le tante testimonianze fa capolino una breve lettera di settantotto anni fa, scritta dalla sua maestra. La data è 27-VII-41. L’Italia è in guerra e il clima che si respira, malgrado siano molte le avvisaglie della catastrofe verso cui il paese sta scivolando, sembra ancora sereno. Da poco, dopo la conquista dei Balcani, Hitler ha scatenato l’attacco sul fronte russo e Mussolini l’ha appoggiato con l’invio di decine di migliaia di soldati male equipaggiati. Un mese dopo inizierà il tesseramento del pane.
La lettera è scritta su un cartoncino sagomato rozzamente e ingiallito dal tempo con una calligrafia che fa pensare a un pennino intriso d’inchiostro, le righe prodigiosamente diritte e allineate a sinistra mentre a destra la passione dello scrivere spinge le parole ad appiattirsi per sfruttare anche l’ultimo millimetro di spazio disponibile.
Mi sono commosso leggendo la descrizione che l’insegnante fa di mia madre, “… la tua figuretta esile, dai grandi occhi attenti e pieni d’intelligenza.” Un’immagine dolcissima, anche se non gradita agli ideali di quel periodo dove la donna doveva essere prosperosa, atletica, solida fattrice di una numerosa prole littoria. La fragilità di mia madre e la sua intelligenza erano viste come difetti.
Il fascismo controlla ogni momento della vita degli italiani e lo dimostra con la censura che butta l’occhio persino sulla lettera di una maestra in vacanza a una sua studentessa tredicenne. Un timbro rotondo. Verificato. Sapendo di quest’occhio pericoloso, si scrive con reticenza e cautela. Della guerra si accenna di sfuggita, e potrebbe persino essere pericolosa la frase, “Sono lieta di pensarti in un luogo sereno e pieno di pace.” Questo è velato disfattismo! Pace e serenità non sono certo tra gli ideali del ventennio, anche se il duce ha affermato che “l’Italia desidera la pace, ma non teme la guerra”. Non dimentichiamo che l’Italia inizia la belligeranza contro Francia e Inghilterra il 10 giugno del 1940 e solo due giorni dopo deve registrare il primo bombardamento aereo su una Torino assolutamente impreparata, che causava diciassette morti e gravi distruzioni.
Ritorno sul timbro, su quella violazione della privacy nella corrispondenza privata effettuata in modo invasivo e indiscreto e segnalata con arroganza e prepotenza. Probabilmente non è un caso che il timbro cada proprio dove è scritta la parola “guerra”. Fosse successo oggi, penserei all’utilizzo di un software di riconoscimento che appena individua una parola tra quelle critiche, si attiva, invece si trattava di solerti piccoli funzionari allenati allo stesso compito.
Da quel timbro della censura, emblema dei diritti di riservatezza violati senza pudore, io sono offeso ancora oggi. Posso capire in parte la censura delle lettere inviata da e per il fronte, ma la morsa feroce imposta sulla posta interna, è un’ingerenza insultante e costosa. Una testimonianza semplice ma inequivocabile di come fosse schiacciata ogni forma di libertà in quel tragico periodo.

30 luglio 2019

SOVRAFFOLLAMENTO IN CARCERE: FORMIGONI UNO IN MENO a cura di Carmelo Musumeci

SOVRAFFOLLAMENTO IN CARCERE: FORMIGONI UNO IN MENO
Più carcere più reati: alcuni politici, per aver consenso elettorale, vorrebbero non solo imprigionare i nostri corpi, ma anche i nostri cuori e, se fosse sulla terra, imprigionerebbero pure il cielo. (Dal mio diario dal carcere)
Alcuni giorni fa i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano hanno concesso gli arresti domiciliari a Roberto Formigoni, l'ex presidente della Regione Lombardia, condannato per corruzione a 5 anni e 10 mesi di carcere. A me la notizia ha fatto piacere, perché così i miei ex compagni avranno un po' di spazio in più nelle loro celle/bare.
In carcere c’è il detto che la galera non si augura neppure al peggior nemico e sinceramente se fossi un giudice, oltre a Formigoni, tenterei di far uscire anche tanti altri dannati, che magari sono stati condannati non per aver ottenuto illecitamente lussi e privilegi, ma per disagio sociale, emarginazione o altro.
Quando leggo o ascolto “Giustizia: pene più severe per ladri e rapinatori, emendamento in riforma processo penale”; “Giustizia: allarme-sicurezza, il Governo raddoppia le pene per i furti negli appartamenti”; “Da due a sei anni per chi svaligia gli appartamenti, da quattro a dieci per gli assalti armati. Tra gli obiettivi c’è il blocco dei benefici a chi viene condannato” mi scappa da ridere, per non piangere, pensando a come sono sciocchi alcuni politici se pensano che aumentando le pena diminuiscano i reati. Poveri illusi. Vorrebbero chiudere i criminali buttando via le chiavi, ma possibile che non si rendano conto che prima o poi molti di loro usciranno? E poi alcuni di questi, quando saranno fuori, si vendicheranno di essere diventati, in carcere, durante la detenzione, più cattivi di quando sono entrati, perché la maggioranza delle persone non sono malvagie, almeno quando entrano in carcere, ma lo diventano dopo, perché la galera non fa altro che affermare il criminale in carriera. Possibile che questi politici non sappiano che le nostre Patrie Galere sono fabbriche di odio sociale e che è difficile migliorare le persone con la sofferenza e l’odio? Probabilmente lo sanno, ma a loro interessa solo cavalcare le paure della gente per vincere le elezioni. Sono fortemente convinto che le pene lunghe, solo detentive, creino "tossicodipendenza" carceraria. E, in tutti i casi, la pena di per sé non può migliorare chi la subisce, ma lo può fare l’ambiente in cui la pena si sconta.
Pochi lo sanno, ma la pena detentiva da scontare in carcere è un’invenzione moderna, di circa 300 anni fa. La schiavitù, la pena di morte, la vendetta, la tortura fanno parte della cultura di ogni società, sia antica che moderna, invece l’usanza di punire tenendo chiusa una persona in una cella per anni e anni, e a volte per tutta la vita, è un fatto relativamente nuovo. Non più: (…) il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà. (Beccaria, Dei delitti e delle pene)
A mio parere, il carcere com'è attualmente in Italia non serve: è solo una vendetta e le sofferenze patite in prigione non migliorano le persone. Sono convinto che il carcere meno peggio è quello che si chiude, e il migliore è quello che non verrà mai costruito.
Lo so, molti penseranno che scrivo queste cose perché sono stato in carcere più di un quarto di secolo, ma sinceramente credo che si possa essere criminali pur non infrangendo nessuna legge, come alcuni politici che usano le paure della gente e lo spettro del carcere per cercare consensi elettorali. Penso che non serva a nulla aumentare le pene, perché chi va a rubare (o commette qualsiasi reato) non ci va con il codice in mano. E non pensa quasi mai a quanti anni di carcere prenderà, pensa solo a non farsi prendere, un po’ come fanno alcuni politici quando si fanno corrompere. Credo invece che per far diminuire i reati dovrebbero abbassare le pene e che il carcere, oltre ad essere più umano, dovrebbe fare “bene” alla persona ed essere l’estremo rimedio, come è accaduto per Roberto Formigoni.

Carmelo Musumeci
Luglio 2019

29 luglio 2019

OPINIONI? NO, GRAZIE a cura di Miriam Ballerini

OPINIONI? NO, GRAZIE
Da quando, nel 2002, è uscito il mio primo romanzo, sono stata spesso interpellata da riviste cartacee e online, come opinionista.
Quando si scrive per lavoro, lo studio è una costante quotidiana, perciò, prima di esprimere un qualsiasi parere, ci si informa. Perché le parole sono armi e vanno usate sempre con responsabilità.
In dicassette anni di carriera, per mia fortuna, ho ricevuto poche contestazioni riguardo gli argomenti da me trattati.
Ho sempre ritenuto sacrosanto il diritto alla propria opinione. Io per prima, quando leggo un pezzo, lo elaboro, lo confronto col mio sentire; posso essere o meno d'accordo.
In questi ultimi anni, dopo il boom dei social, a tutti è consentito fare l'opinionista, senza alcuna onestà intellettuale su quanto si afferma.
Umberto Eco disse: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l'invasione degli imbecilli".
Allora pensai che fosse un atteggiamento un poco snob, solo ora mi rendo conto che, invece, il suo fu un commento lungimirante.
Tutti parlano di tutto: c'è un omicidio? Tutti sanno quanto avvocati e giudici.
Un fatto politico? Tutti Presidenti del Consiglio.
Si parla di medicina? Tutti dottori.
Si leggono un sacco di castronerie che appartengono al sentire comune. Spesso si devono fare i conti con persone estremamente ignoranti, che danno informazioni errate, scatenando risposte ancora più aberranti.
Dell'odio dilagante ho già avuto modo di parlarne in vari articoli. Le persone hanno gettato la maschera; si sentono autorizzate a fare tutto il male che vogliono.
I peggiori, poi, sono quelli che non si espongono. Dante li chiamava gli ignavi. Non si schierano, non difendono le loro idee, non aiutano, permettendo agli altri di continuare con le loro gesta errate.
Io sono qui, dietro la mia penna e aspetto: un segnale, una piccola luce. Qualcosa che mi conforti, che mi convinca che l'umanità non sia alla deriva come pare essere.
Basterebbe che ognuno di noi si educhi a postare solo critiche che siano costruttive. Se le parole che si esprimono servono solo a fomentare odio e non costruiscono nulla di buona, non servono, non ci appartengono.
In questi giorni sto leggendo molte poesie, perché sono stata scelta come giurata a un concorso letterario. Ebbene, la scintilla di cui sono alla disperata ricerca l'ho colta nei testi dei giovani. Le loro parole si sollevano dai fogli, sperando di essere ascoltate da questa società che a loro non piace, come non piace a me.
Non vogliono vivere fra chi odia, chi non tollera, chi augura la morte. Chi costruisce distanze e innalza muri. Nessuna persona che si riconosca tale può desiderare di vivere in un mondo avaro.
Mi auguro che questi ragazzi, crescendo, trovino chi li incoraggi sulla via della cultura, del sapere. Che ci sia chi faccia in modo di farli vivere in una società che abbia imparato dal passato e non permetta mai più a segnali ben noti di ripresentarsi.
Purtroppo per noi, non è stato così.

© Miriam Ballerini

SHINING – UNA SPLENDIDA FESTA DI MORTE di Stephen King a cura di Miriam Ballerini

SHINING – UNA SPLENDIDA FESTA DI MORTE di Stephen King
© 1986 Arnoldo Mondadori Pag. 429

Non so quante volte abbia riletto questo romanzo. Mentre, il film che ne è stato tratto, diretto da Stanley Kubrick, l'ho visto una sola volta.
Ormai il libro, vista la sua datazione, lo si trova solo usato, oppure in qualche ristampa diversa da quella che possiedo io.
La prima cosa che ho pensato, riaddentrandomi nelle pagine di questo memorabile horror, è che la faccia di Jack Nicholson è la sola che si adatti al protagonista del romanzo: Jack Torrance.
Quando il personaggio raggiunge l'apice della follia, solo il volto stravolto dell'attore vi si adatta come una maschera perfetta.
Gli elementi che compongono il romanzo sono come gli ingredienti di una buona pietanza: pochi, ma essenziali.
C'è una famiglia: padre, madre, figlio. Con alle spalle attimi di tensione. Jack era un alcolista. Alcune scene, se non ricordo male, King le ha estrapolate dal proprio vissuto: anche lui aveva il vizio del bere o, come asserisce il piccolo Danny Torrance, faceva la “brutta cosa”.
Abbiamo un hotel pieno di vita vissuta. Le sue mura hanno assistito a diversi casi di cronaca e ha avuto il suo bel numero di morti. I fantasmi vagano per le sue stanze e i suoi saloni.
Jack accetta il lavoro come custode invernale, quando l'Overlook hotel rimane chiuso e isolato dalla neve che cade copiosa sulle montagne del Colorado.
Danny ha un dono: l'aura. Vede cose che devono ancora accadere, sa leggere nella mente delle persone. Sa delle cose.
Halloran, il cuoco dell'Overlook, ha lo stesso dono, ma non ha la stessa scintillanza (shining), del bambino. Teme che riuscirà a captare tutto ciò che si muove nell'hotel. Prima di andarsene, visto che la sua stagione lavorativa è conclusa, gli raccomanda di chiamarlo, qualora si trovasse nei guai. Di mandargli un messaggio con la mente, lui lo sentirà anche se lontano.
La neve comincia a cadere, isolando la famigliola fra le mura dell'albergo che, ora, appare davvero come un grosso mostro. Nella stagione passata c'era un altro custode con la sua famiglia: li uccise tutti, prima di togliersi la vita a sua volta …
Ecco che, la splendida festa di morte, non tarda a mettersi in moto anche questa volta.
Un capolavoro del suo genere. Come sempre King scava nell'animo umano, mettendone a nudo vizi e virtù, senza alcun pudore.
Ciò che ogni personaggio sente è ciò che potrebbe avvertire ognuno di noi, da qualsiasi parte ci si schieri …

© Miriam Ballerini

24 luglio 2019

Serata di audiovisivi a Cerano d'Intelvi (CO)

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MANUALE DI BON TON di Fabiola Marchet

Un libro fresco di stampa: MANUALE DI BON TON di Fabiola Marchet pubblicato da Sandit Libri.

Un prontuario di stile e savoir-faire, divertente e ironico, dedicato a un pubblico prettamente ma non esclusivamente femminile, per imparare a gestire diverse situazioni con nonchalance e distinguersi sempre per classe ed eleganza.
Il libro, arricchito di citazioni sul bon ton e curiosità su usi e costumi a partire dall’antichità, non detta solo rigidi consigli sulla disposizione delle posate e dei bicchieri, ma affronta il tema declinato in diversi contesti. L’autrice fornisce, infatti, suggerimenti di stile contemporaneo per fare bella figura in molte occasioni della vita quotidiana, ad esempio in una spa, al museo o dal parrucchiere. Ma anche spunti per organizzare con stile una grigliata, un gruppo di lettura o un knit cafè, mangiare il sushi o un cupcake farcito di crema senza attirare troppo l’attenzione, usare con sobrietà i gioielli, il profumo e i social network, scegliere i fiori più adatti per ogni circostanza, rendere più piacevole e chic qualsiasi momento, dal matrimonio al tè/caffè con le amiche.
«Sono certa che i lettori, e soprattutto le lettrici, ameranno questo libro», spiega Marina Perzy, che ne firma l’introduzione. «Ricco di spunti per vivere la vita con stile e buongusto, può dare utili insegnamenti a tutti. Comportarsi al meglio, infatti, aumenta le nostre possibilità di successo in ogni contesto pubblico e privato.»

Auguri Paolo Franzato! 50 anni all’insegna della cultura, del teatro e della pedagogia


Auguri Paolo Franzato!
50 anni all’insegna della cultura, del teatro e della pedagogia

    Martedì 23 luglio 2019 compie cinquant’anni Paolo Franzato, eccellente uomo di cultura varesino che col suo intenso lavoro ha rivoluzionato il tessuto teatrale del territorio, ottenendo importanti riconoscimenti in campo nazionale ed europeo.
Regista, pedagogo, psicodrammatista, attore, scenografo, coreografo, direttore artistico e culturale, formatore, professore abilitato e specializzato. Ricercatore, sperimentatore, studioso, innovatore, pioniere. E’ difficile contenere nei limiti di un articolo anche solo l’elenco dei numerosi lavori che ha realizzato, ma è anche arduo immaginarli vissuti in una sola unica vita. Proviamo a farne una breve sintesi.
Paolo ha realizzato oltre 290 diversi spettacoli (produzioni, non repliche!) nei suoi diversi ruoli (regista e/o interprete, a volte anche autore). Ha studiato e lavorato con i maggiori artisti e maestri in assoluto dellarte scenica contemporanea mondiale, quali Eugenio Barba, Pina Bausch, Maurice Béjart, Carolyn Carlson, Jerzy Grotowski, Lindsay Kemp, Johann Kresnik, Yves Lebreton, Susanne Linke, Marcel Marceau, Kazuo Ohno, Wim Vandekeybus, Julia Varley, Sasha Waltz, Maureen Fleming e Chris Odo, Akira Kasai, Kayo Mikami, Yoshito Ohno, Judith Malina e Hanon Reznikov del Living Theatre.
Ha fondato e dirige la prima scuola teatrale varesina e la più longeva (l’Accademia Teatro Franzato). Ha creato e dirige il più longevo Festival teatrale varesino (“Teatro & Territorio”). Hanno scritto su di lui 5 tesi di laurea. Ha lavorato per 4 Università (dall’Italia alla Norvegia), nelle vesti di docente, tutor, correlatore e membro in commissioni di laurea. Ha creato la prima Festa Mondiale del Teatro a Varese, ed è l’unico sul territorio ad averla festeggiata ogni anno. E’ riuscito a ideare, organizzare, realizzare e promuovere eventi culturali con il maggior numero di artisti teatrali varesini e col maggior numero di scuole teatrali varesine, a testimonianza che a Paolo della competizione, delle rivalità e delle invidie non gli è mai importato nulla. A Varese, fin dagli anni ‘80, è stato il pioniere:
  • del teatro contemporaneo, culturale, antropologico, di ricerca e sperimentazione;
  • della Pedagogia Teatrale secondo le lezioni dei Padri Fondatori del XX secolo in tutti i contesti educativi e formativi e per tutte le età (scuole teatrali, scuole di ogni ordine e grado, laboratori, stage, workshop, eccetera);
  • dellutilizzo dellattività teatrale quale strumento sociopedagogico e psicopedagogico, di prevenzione, inclusione e recupero;
  • del teatro (sia come evento sia come laboratorio) nelle carceri di Varese e di Busto Arsizio;
  • nel coinvolgere, attivare e valorizzare le periferie (persone, enti, strutture) e tantissimi spazi non-teatrali;
  • nel proporre audaci testi di autori quali Fassbinder, Carmelo Bene, Garcia Lorca, Valentin, Wilde, Artaud, Beck, Brecht, Brook, Campanile, Craig, Piscator;
  • nel promuovere varie opere inedite ed originali sia di drammaturgia sia di musica contemporanea.
Tra i massimi esponenti della regia teatrale di opere pasoliniane, ha avuto lonore e il privilegio di realizzare uno spettacolo (tra i tanti diretti con testi di Pier Paolo Pasolini) su una drammaturgia inedita mai pubblicata, a testimonianza della stima degli eredi nei confronti di Paolo. Inoltre le sue regie pasoliniane sono state inserite nellimportante libro di Stefano Casi I teatri di Pasolini (con introduzione di Luca Ronconi, edizioni Ubulibri) accanto alle messinscene di Vittorio Gassman, Mario Missiroli, Elio De Capitani, Federico Tiezzi, Luigi Squarzina. Ha collaborato con centinaia di musicisti di ogni genere ed ha realizzato il primo spettacolo teatrale nella storia dedicato a Mia Martini.
E Direttore Artistico di 4 contesti teatrali, ha conseguito 8 titoli accademici, in 35 anni di teatro ha realizzato vari spettacoli sia con molti artisti internazionali sia con produzioni europee, in 30 anni di insegnamento ha trasmesso la sua arte a decine di migliaia di allievi.
I nostri migliori auguri Paolo e cento di queste vite!
   

P.S.: Paolo non è figlio d’arte, non è nato ricco, non ha mai ricevuto favoritismi da partiti politici o movimenti vari e non appartiene a nessuna casta.


Marco Rodio
Ufficio Stampa
TEATRO FRANZATO


23 luglio 2019

Flat tax, mina vagante del governo gialloverde di Antonio Laurenzano

Flat tax, mina vagante del governo gialloverde
di Antonio Laurenzano
Conti pubblici promossi a Bruxelles. E’stato “allontanato” il rischio della procedura d’infrazione per debito eccessivo con pesanti conseguenze per le nostre finanze: congelamento dei fondi strutturali (finanziamenti europei di 73 mld di euro), fine dei prestiti della Bce (“quantitative easing”), maxi sanzione (3,6 mld di euro). Si lavora ora alla manovra d’autunno per la Legge di bilancio 2020, partendo da un fabbisogno di 35-40 mld di euro, di cui 23,1 per sterilizzare l’aumento dell’Iva. Il dibattito politico si concentra sulla riforma dell’Irpef con una ipotesi di flat tax, tassa piatta al 15%, modulando l’intervento nell’ambito di un piano triennale. Una flat tax applicata inizialmente per i single monoreddito fino a 30mila euro e per i nuclei familiari con redditi fino a 55mila euro, estensibili a 65mila euro per le famiglie con due o più redditi. Si tratta di una vasta platea di contribuenti attualmente tassati con un’aliquota media del 24,9% e quella marginale del 38%. Negli ultimi giorni ha preso quota una versione ridotta della flat tax applicata al “reddito incrementale”, cioè alla eccedenza di reddito rispetto all’anno precedente, senza alcuna limite di imponibile. Il lavoro è ancora lungo. “Sono allo studio disegni alternativi o riduzione delle aliquote in vario modo”, secondo fonti ministeriali. Il rebus continua.
Sul piano politico la posta in palio è alta. La flat tax è uno dei provvedimenti bandiera del Governo gialloverde. Uno di quelli su cui, la Lega in particolare, si gioca la sua credibilità. In deroga al principio costituzionale di progressività del sistema tributario, il progetto del Carroccio, illustrato da Salvini nel recente incontro al Viminale con le parti sociali, prevede un’Irpef con aliquota unica, indipendente dal livello del reddito. Una riduzione del prelievo fiscale quale misura per scoraggiare l’evasione e favorire un maggior gettito tributario. I vantaggi della tassa piatta non si limiterebbero a una minore pressione tributaria, ma riguarderebbero una più complessa semplificazione del sistema, grazie anche alla revisione delle tax expenditures, il taglio di bonus e detrazioni fiscali (ristrutturazioni, spese mediche, scolastiche, interessi prima casa, familiari a carico) che saranno compensate con una deduzione forfettaria di 3000 euro rapportata al “quoziente familiare”, cioè al numero dei componenti della famiglia. Armonizzare la flat tax con l’attuale regime delle tax expenditures sarà essenziale se si vuole garantire al contribuente un reale risparmio d’imposta e rispettare il criterio della progressività dell’imposizione fiscale.
Ma l’ostacolo alla riduzione dell’Irpef è costituito dal suo impatto sui conti pubblici, un costo stimato fra i 12 e i 13 mld di euro. Un test politico-economico fortemente divisivo all’interno della maggioranza. Secondo il Ministro dell’Economia Tria “la strada da percorrere per la flat tax è più tasse sui consumi”, aumentare cioè l’Iva, in linea con le raccomandazioni dell’Ue e dell’Ocse, ma non con quelle ufficiali del Governo. “Credo l’imposizione fiscale vada riequilibrata, ha dichiarato Tria, riducendo la fiscalità diretta con un incremento di quella indiretta.” Un preciso indirizzo di politica economica. Un teorema però tutto da verificare in termini di crescita economica e di maggiori entrate, se si considera l’incidenza dell’aumento dell’Iva sui consumi e sulla produzione.
Una strada in salita quella della flat tax sulla quale è intervenuta la Cgil che ha evidenziato le criticità del disegno di riforma con riferimento alla sua equità sociale: “nessuna semplificazione, ma l’introduzione di un ulteriore sistema impositivo che penalizza i meno abbienti”. Di copertura di bilancio ha invece parlato la Corte dei Conti: “l’operazione flat tax deve essere realizzata attraverso ponderate ed equilibrate strategie di lungo respiro per evitare gravi rischi per i conti pubblici con un debito il cui costo finanziario finirà per colpire le generazioni future”. Via libera a una riforma dell’Irpef nel rispetto del quadro di compatibilità di finanza pubblica. Temeraria ogni altra soluzione. Ne riparliamo in autunno con la nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (DEF).

20 luglio 2019

Palermo 19/07/1992: la caduta degli uomini di Angelo Ivan Leone


Palermo 19/07/1992: la caduta degli uomini
 di Angelo Ivan Leone 


Dopo le ultime dichiarazioni desecretate che recano la testimoninanza del giudice Paolo Borsellino, si può amaramente concludere il titolo di quel film che recitava “La mafia uccide solo d’estate” con la più nera e tetra delle conclusioni “e lo stato protegge solo fino a mezzogiorno”. Ecco in questo titolo che, letto tutto insieme, sembra uno di quei film poliziotteschi degli anni ’70 “La mafia uccide solo d’estate e lo stato protegge solo fino a mezzoggiorno”, c’è tutta la tragedia di vivere in Italia.
Cosa accadde con quelle due stragi: quella di Capaci e quella di via D’Amelio non ci è ancora dato sapere. Esse furono davvero due stragi costituenti, come le guerre volte a creare un nuovo ordine politico-istuzionale in Italia? E se lo furono, come può essere credibile uno stato che tratta con la mafia dalla strage di Portella delle Ginestre 1/05/1947: primo maggio di sangue! e sacrifica i suoi migliori uomini, per creare un ordine che si regge sul sangue dei martiri? Infine la domanda più angosciante e dura da formulare che è, però, doverosa da fare a noi stessi sulla tomba del giudice Borsellino. Per chi è morto e per cosa è morto Paolo Borsellino, alla luce di uno stato sempre così contiguo alla criminalità organizzata da sembrare o esserne addirittura il complice?
A questa domanda, abbiamo una risposta certa: egli è morto per noi, per essere d’esempio a chi, come chi scrive, lo guardava da bambino e pensava, mentre vedeva morire Falcone e Borsellino con i loro uomini di scorta, la mia vita la dedicherò a voi che mi siete stati d’esempio. Ecco, è morto per dare l’esempio di come si vive e di come si lotta contro la mafia. Ed è morto senza paura, non come un eore, ma come un uomo perché: “chi non ha paura di morire muore una volta sola”.

17 luglio 2019

Il cuoco di Salò a cura di angelo ivan leone


Il cuoco di Salò a cura di angelo ivan leone

Un cuoco a Salò dove si consumò il dramma di una intera generazione.

C’era la guerra civile: italiani contro altri italiani. Famiglie lacerate, divise. Gli stranieri che calpestavano, stupravano e uccidevano i figli e le figlie d’Italia. C’erano le marocchinate, le rappresaglie dei tedeschi, le squadre nere di Pavolini, i titini che uccidevano gli italiani, non in quanto fascisti, ma in quanto italiani, i comunisti di Porzus, in questa strage fatta da partigiani contro altri partigiani solo perchè non comunisti, perse la vita lo zio del cantante.
C’era il re che scappava da Roma a Pescara e da Pescara a Brinidisi con una fuga che non si saprà mai se concordata o meno con i tedeschi, c’era Mussolini, spettro di se stesso, chiuso a Salò che disse:
“Io sono soltanto un podestà come gli altri”
tanto era cosciente di non contare più nulla, per poi morire trucidato e appeso a Piazzale Loreto in quella scena di “macelleria messicana” assieme alla sua amante che venne ammazzata e che quando disse “non ho le mutandine” si sentì rispondere dal fucilatore “colonello Valerio”
“Tanto puoi farne a meno, tu che ne hai fatto a meno per tutta la vita”.
E in tutto questo delirio di sangue c’era anche lui, e milioni come lui: il cuoco di Salò.

INTERNATIONAL ART FESTIVAL ART SAVE THE PLANET 2019 - IMAGINE new world a cura di Marco Salvario

INTERNATIONAL ART FESTIVAL
ART SAVE THE PLANET 2019 - IMAGINE new world
a cura di Marco Salvario

Museo MIIT – C.so Cairoli 4, Torino
28 giugno – 13 luglio 2019

 ART SAVE THE PLANET 2019 - IMAGINE new world è una mostra coraggiosa, frutto di una selezione attenta di opere e di artisti, come il MIIT (Museo Internazionale Italia Arte) è ha abituato a proporre ai visitatori nella sua area espositiva di corso Cairoli.
L’argomento scelto è desolatamente di moda: il destino del nostro pianeta che noi stiamo avvelenando e uccidendo. Può l’arte contemporanea salvare la Terra o, almeno, dare un suo efficace contributo a tale battaglia? Un invito quindi a mettersi in gioco con stimoli e provocazioni, una sfida da giocarsi non soltanto sui contenuti, ma anche sui materiali usati, spesso recuperati o riciclabili; opere che possono spaziare dalla denuncia alla proposta di stili, dal grido di dolore al sogno, alla ricerca di soluzioni immediate per scongiurare un futuro catastrofico che è sempre più incombente e inarrestabile. Un futuro che ormai è presente.
Questi i temi purtroppo non hanno trovato a mio giudizio una risposta efficace e completamente convincente, ugualmente la mostra ha lanciato la sua denuncia e offerto opere valide e d’impatto.
Da segnalare una stanza riservata alle opere di grandi artisti moderni come Guttuso, Messina, Modigliani, De Chirico e Dufy. Di particolare interesse la litografia su carta del 1960 “Donna velata” del maestro Renato Guttuso.



Qualche citazione di artisti e opere:
Giuseppe Oliva.
Pittore siciliano quasi settantenne, con una pennellata corposa sa cogliere i riflessi e il movimento di un mare profondo e vivo. Un gioco di tinte e di luci incantevole e tridimensionale, una meraviglia magica che in questo caldo luglio torinese ha un richiamo quasi magnetico.


Beatrice Coppi.
Modenese di nascita e romana di adozione, è un'artista completa, in grado di cimentarsi con eccezionale abilità tecnica nella pittura, nell’affresco e nella scultura lavorando ogni materiale. Le due sculture in bronzo presentate alla mostra, “Migranti” e “Violenza sulle donne”, hanno al tempo stesso linguaggio moderno e fascino classico, trasportando con drammatica crudezza e senza retorica, immagini dolorose e attuali i cui resoconti ogni giorno riempiono quotidiani e telegiornali, in un’atmosfera disperata da tragedia omerica.



Ultime citazioni veloci per “Running Sardines” di Barbara Pecorari, “How much?” di Lucia Tomasi, “Genesi” di Fonachi e per le strutture in ferro di recupero di Carlo Bellomonte.


Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...