27 novembre 2018

BUONA FORTUNA, ITALIA! di Antonio Laurenzano

BUONA  FORTUNA,  ITALIA!
      di  Antonio  Laurenzano

A un passo dal cielo? No, finanza pubblica a un passo dal precipizio dopo la bocciatura europea della manovra di bilancio per “debito eccessivo”. Volatilità dei mercati, spread al rialzo, investitori esteri in fuga, aste dei Btp deserte, risparmi a rischio. Un quadro finanziario reso ancor più pesante dalle previsioni economiche dell’Ocse: sviluppo in frenata, deficit in crescita. E l’ultimo rapporto di Bankitalia sulla stabilità finanziaria dell’Italia conferma le criticità di una legge di bilancio che, scontando anche gli errori del passato, lascia poco spazio a una reale politica espansiva.
Allarme rosso! L’incertezza sull’orientamento delle scelte economiche con interventi di spesa non sostenibili, dettati da impulsi demagogici, ha determinato forti variazioni di rendimento dei titoli pubblici. “Un rialzo pronunciato e persistente dei rendimenti -avverte Bankitalia - aumenta il rischio di un crescente indebitamento”, con un pericoloso effetto domino. Solo nell’ultimo semestre ha provocato un’espansione della spesa per interessi (superiore a quella per l’istruzione!) di quasi 1,5 miliardi di euro che nel 2019 costerebbe oltre 5 miliardi e circa 9 nel 2020, a tassi correnti. Si vanificherebbero così gli auspicati effetti della manovra illustrati dal premier Conte al Presidente della Commissione Ue Juncker nel corso della “cena dell’amicizia” di sabato, a Bruxelles, per evitare la procedura d’infrazione e l’arrivo a Roma della troika.
Una resa dei conti lenta ma inevitabile. Non premia la sprezzante offensiva contro quella Unione europea che ci ha garantito sessant’anni di pace e benessere, solo perché ci ricorda l’enorme debito e i rischi di default della nostra economia. Una puerile sfida alle regole comunitarie sottoscritte e condivise dall’Italia e che l’incompetenza e l’arroganza di qualche ministro vuole ora cancellare con  burleschi attacchi alle istituzioni di Bruxelles! Nessun complotto in Europa: Paesi con debito più basso come la Francia si sono potuti permettere deficit più elevati rispetto al nostro, riducendo progressivamente l’indebitamento netto. L’Italia resta così sempre più isolata in Europa, disconosciuta anche da quei Paesi, Austria e Ungheria, ritenuti alleati nella ipotetica “Internazionale sovranista”.
Voltare pagina, e presto! La drammatica vicenda finanziaria della Grecia di Tsipras è storia recente. Uscire dall’ inquietante stato confusionale, caratterizzato dalle speranze di crescita del premier Conte e dai timori di recessione del ministro dell’economia Tria, prima che si chiuda l’ombrello protettivo della Bce con il “quantitative easing”. Strada in salita per un governo convinto di capitalizzare a livello elettorale uno scontro con l’Ue ma che deve fare i conti con i mercati, i veri arbitri del futuro economico dell’Italia. Lo spread alto peggiora il rapporto debito/pil con rovinose ricadute sull’economia reale, complementare di quella finanziaria: rende più oneroso il credito al settore privato, peggiora le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni che detengono oltre il 45% del debito pubblico. E con i rialzi dello spread famiglie più povere con ricchezze erose per circa 145 miliardi di euro.
Per Bankitalia sono ottimistiche le previsioni di crescita: l’accelerazione del Pil “presuppone moltiplicatori di bilancio piuttosto elevati” (investimenti) che non sono certo il “reddito di cittadinanza” e “quota 100 per le pensioni”, le due proposte bandiera del governo gialloverde. L’effettivo impatto sul Pil e quindi sul debito “dipenderà dalle misure specifiche e dalla fiducia degli investitori”. Un appello alla buona politica per scongiurare una crisi di liquidità sul debito. Non servono “capitani coraggiosi” e “avvocati del popolo”: serve un’assunzione di responsabilità per le future generazioni. E’ in gioco la credibilità del “governo del cambiamento”, ma soprattutto l’affidabilità del Paese. Scendere in fretta dal Titanic. Buona fortuna, Italia!
  

26 novembre 2018

L’ITALIA ETERNA a cura di Angelo Ivan Leone


L’ITALIA ETERNA 

Una delle cose più belle della storia è che ti permette di poter individuare quelle che si possono chiamare e definire, senza ombra di dubbio, le “costanti storiche”, ossia quelle caratteristiche, siano esse eminentemente storiche o di altra natura, che tendono a ripetersi nel percorso inarrestabile della vicenda umana.
 In Italia tutto questo si può ravvisare e individuare, a mio modestissimo parere, in alcuni punti salienti che tendono a verificarsi e ad auto avverarsi con ciclica frequenza e regolarità.
1) La perdita della memoria. Essa è una questione fondamentale in Italia perché viviamo in un Paese che ciclicamente commette gli stessi errori, proprio perché dotato di scarsa o nulla memoria storica. “Io vivo in un Paese che confonde” cantava Ivan Graziani, nella sua stupenda Cleo. Ogni tanto, infatti, l'Italia si dimentica, dove l'ha portata il "Cesare di Carnevale" come la cattivissima stampa francese definì, una volta, Mussolini. Per questo l'Italia cade preda d’innamoramenti, fugaci o meno, sempre di altri Cesari che somigliano sempre meno al Cesare primigenio e allo stesso Mussolini.
 2) Il credere ai miti. Come nel caso del mito della vittoria mutilata, l’Italia è sempre pronta a credere ai miti, alle favole e alle menzogne del duce di turno. Un tempo era quella vittoria che era stata la più completa tra tutte le vittorie ad essere diventata mutilata, oggi è l’Europa che ci ha salvato dallo scannarci per sempre tra noi europei e ci ha impedito di diventare: un mafiostan balcanico, un califatto maghrebino o una dittatura pura e semplice latinoamericana, ad essere diventata causa e male di ogni nostra nazionale stortura.
3) Il diventare amici sempre dei nostri peggiori nemici. Ciò avvenne nel ventennio nero, in cui diventammo amici, alla fine, dei nostri peggiori nemici tedeschi, vanificando tutta la portata storica della vittoria nella Grande Guerra. Così diventammo dapprima uno Stato subalterno ideologicamente e politicamente e, una volta dichiarata la guerra, una vera e propria provincia del Reich tedesco. Anche oggi diventiamo amici del gruppo di Visegrad, ossia di quei Paesi dell’Est o del satrapo Putin che non ci appartiene e che non ha niente in comune con noi in termini di storia, politica, geografia, mentalità e umanità, o meglio, mancanza di umanità. Al posto di rimanere ancorati, con tutte le nostre forze all’Occidente, cui demmo i natali, vogliamo buttarci in questo buco nero dell’Est che non si sa proprio dove ci può portare, o meglio lo si sa, fin troppo bene: alla guerra. 
 Nessun trasalimento di fronte a questa parola e nessuna esagerazione. Perché distruggendo le alleanze, le collaborazioni, lo spirito di comunanza e di reciproca fratellanza tra le nazioni europee è proprio questo quello che nella storia è sempre accaduto: la guerra. Se questa triste eventualità accadesse, ricordiamoci chi, come e perché ci ha condotti a tale catastrofe. E pensare che si sarebbe potuto semplicemente studiare di più. E già mi sento le frasi dei milanesi il prossimo 26 Aprile (Sempre dopo il 25, naturalmente): maledetto Salvini, bastava che comprassi un libro di storia!  
 Angelo Ivan Leone

22 novembre 2018

New Art Works by Will Barras and Andrea Ravo Mattoni Galo Art Gallery – Via Saluzzo 11/g, Torino a cura di Marco Salvario


New Art Works by Will Barras and Andrea Ravo Mattoni
Galo Art Gallery – Via Saluzzo 11/g, Torino

Marco Salvario

La Galo Art Gallery apre i suoi spazi dal 2 novembre al 22 dicembre 2018 alle opere di due interessanti e diversissimi artisti della street art, l’inglese Will Barras e il varesino Andrea Ravo Mattoni.

Will Barras

Nato a Birmingham nel 1973, Barras è un artista popolare e ammirato in Inghilterra e non solo grazie ai molti interessanti progetti che ha portato avanti come illustratore e regista di animazione. Nei suoi quadri, realizzati con le tecniche tipiche della street art, riesce a regalare al pubblico la sensazione pulsante del movimento nello svanire e confondersi delle linee e delle forme. Sembra quasi che le opere a ogni sguardo evolvano e si ricreino, mentre i colori appaiano e scompaiano in un gioco di attrazioni e fughe. La figura umana non ha più dimensione e non è prigioniera del tempo e dell’attimo, ma è colta libera, nell’essenza del suo continuo e inarrestabile divenire.
Immagini modernissime che pure non rinnegano il passato e che, nelle tonalità e nei tratti, mi hanno riportato indietro di quasi quattro millenni, alle pitture dei vasi cretesi e micenei.






Andrea Ravo Mattoni

Discendente di una importante famiglia di illustratori e grafici, questo artista comincia a dipingere, dipingere e non imbrattare, già a quattordici anni con le bombolette.
Uno dei suoi principali obiettivi del suo lavoro è il recuperare la forza espressiva del classicismo portandolo nell’arte contemporanea. Se viene da sorridere a pensare un Caravaggio, un Velázquez o un Vermeer ridisegnati con spruzzi di bombolette spray, i risultati ottenuti da “Ravo” fanno ricredere persino i più scettici. A volte il quadro originale è ripreso nella sua interezza, a volte nelle mostre, per ragioni di spazio, in qualche prezioso particolare.
Ecco quindi, scegliendo a caso un esempio famoso, la Ragazza col Turbante di Johannes Vermeer, più nota come Ragazza con l’orecchino di perla. La rivisitazione nulla toglie alla luminosità e all’impatto visivo dell’originale, neppure è scalfita la sensazione di movimento o sono persi raffinati dettagli come il riflesso di luce sul grande orecchino.







FISCO, ARRIVA LA STANGATA (ma non la semplificazione)di Antonio Laurenzano

                 
 FISCO, ARRIVA LA STANGATA (ma  non la semplificazione)di  Antonio Laurenzano

Per imprese e famiglie stangata in arrivo, il fisco batte cassa. Nuovo appuntamento in novembre con scadenze e adempimenti generati da un ordinamento tributario complesso, espressione di una legislazione elefantiaca, a volte schizofrenica. Una giungla fiscale! Entro la fine del mese, tra acconti di imposte (Irpef, Ires, Irap) e versamenti dell’Iva, delle ritenute Irpef e delle addizionali regionali e comunali, i contribuenti  saranno chiamati a “bonificare” al fisco oltre 57 miliardi di euro.
In Italia il gettito tributario (imposte, tasse e tributi) assicura alle casse dell’ Erario circa 500 miliardi di euro l’anno, concentrati prevalentemente nelle scadenze di giugno-luglio e novembre-dicembre. Per le scadenze fiscali di novembre, la maglia nera per l’imposta più onerosa a carico di imprese e lavoratori autonomi è l’Iva (15 miliardi di euro), il cui aumento è stato “sterilizzato” ancora per un anno con la manovra di bilancio 2019. Al secondo posto l’acconto Ires che peserà sui bilanci delle società di capitali per 14 miliardi. L’acconto Irpef alle aziende costerà 7,4 miliardi, l’Irap 6,5 miliardi. Cifre da capogiro in un ciclo economico incerto con previsioni di crescita non incoraggianti e mercati aggressivi.
Ma le imprese, con scarsa liquidità a disposizione e con il perdurare della crisi del credito, devono fare i conti anche con i ritardi dei pagamenti da parte della PA: un buco di circa 60 miliardi di euro, interessi compresi. Da tempo si richiede  di poter compensare i crediti erariali con le imposte dovute al fisco. Un dialogo fra sordi, a dispetto del  deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia dell’Ue da parte della Commissione europea a causa del sistematico mancato rispetto delle disposizioni comunitarie.
Sempre più difficile il rapporto fra fisco e contribuente nonostante annunci e promesse di semplificazione e di riduzione della pressione fiscale (41,8%). Un rapporto poco trasparente destinato a complicarsi ulteriormente con l’arrivo a gennaio della fatturazione elettronica (addio alla carta) e del cosiddetto “esterometro” mensile, un vero rompicapo soprattutto per le piccole aziende che intrattengono scambi commerciali con l’estero. A luglio il debutto dello “scontrino digitale” per commercianti al minuto e  assimilati con l’obbligo della trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate dei corrispettivi del giorno. E la chiamano semplificazione!
Da anni si opera con una frantumazione della legislazione tributaria e un proliferare della normativa che è causa non solo di uno scadimento qualitativo della legislazione ma anche della potenziale ignoranza della legge, con grave pregiudizio della certezza del diritto, divenuta una chimera! Il contrasto all’evasione fiscale, che in Italia ha raggiunto livelli patologici con ricadute sull’economia del Paese, va condotto con una normativa chiara, estremamente semplice, e non soltanto con onerosi adempimenti a carico del contribuente. Più complicato è un sistema fiscale, più facile sarà nascondere reddito nelle sue pieghe oscure, anche in termini di elusione. Realpolitik o … libro dei sogni?

21 novembre 2018

IL MITO DELLA VITTORIA MUTILATA DI ANGELO IVAN LEONE

IL MITO DELLA VITTORIA MUTILATA DI ANGELO IVAN LEONE

Sono passati 100 anni ma certi miti sono duri a morire. L’Italia ottenne, dopo la fine della Grande Guerra, più di tutti i Paesi vincitori perché il suo nemico storico, ossia l’Austria, con il suo impero plurinazionale, era morta e seppellita e al suo posto erano nati una miriade di staterelli che non erano nemmeno lontanamente paragonabili alla minaccia di quello che fu l’impero Austroungarico.
Il mito della vittoria mutilata si sviluppò in base al Patto di Londra che Tacito certamente avrebbe definito “pactum scelus” in cui all’Italia venivano promessi nell’ordine:
1)Il Trentino
2)L’Alto Adige o sud tirolo
3)Il Friuli
4)La Venezia Giulia
5)L’Istria
6)La Dalmazia. Di queste sei regioni l’Italia ottenne le prime 5 (dell’Istria non ebbe solo e soltanto Fiume) e non poté annettere al regno la sola Dalmazia.
Basterebbe questo a far dire che la “vittoria mutilata” fu solo e soltanto un mito, ma non basta e allora bisogna ricordare che l’Italia combatté contro il nemico minore rispetto a quello contro cui combatterono Francia e Inghilterra, che entrò in guerra un anno dopo che la guerra iniziò e che pagò un tributo di sangue infinitamente minore di quello che pagarono gli altri belligeranti, soprattutto la Francia. Ergo, concludendo, se dopo che tu hai combattuto da buona ultima contro un nemico minore e hai avuto la dissoluzione del tuo nemico storico ottenendo 5 regioni sulle 6 che ti sono state promesse e l’intera area dove prima c’era il tuo nemico storico è alla mercé delle tue mire imperialistiche (basterebbe ricordare il protettorato che l’Italia esercitò di fatto sull’Albania da dopo la fine della prima guerra mondiale fino alla sua completa annessione nel 1938) a prezzo di un tributo di sangue minimo rispetto agli altri belligeranti e ti permetti di parlare di “vittoria mutilata” come a suo tempo fece Gabriele D'Annunzio ignori la realtà.
Ma l’Italia e gli italiani non videro e pensarono a tutto questo perché disabituati da secoli a considerarsi degni, non di un impero, ma di essere una nazione, preferirono farsi ubriacare dalle frasi del mitomane succitato e poi vanificare la vittoria totale ottenuta nella Grande Guerra con il disastro della Seconda Guerra mondiale dove gli italiani erano alleati della Germania guidata da un austriaco! La storia da, la storia toglie, ma, soprattutto, non perdona mai una cosa: la mancanza di conoscenza.

19 novembre 2018

GALANTE CI REGALA: “EMOZIONI ‘N BILICO” a cura di Vincenzo Capodiferro


GALANTE CI REGALA: “EMOZIONI ‘N BILICO”
Versi di alta umanità in una “silloge (quasi) amorosa”

Gianfranco Galante, il cartolaio illuminato, poeta ed editore, ci regala questa volta “Emozioni ‘n bilico. Tra il sentire ed una lacrima, il confine e l’anima. In silloge (quasi) amorosa”, stampato in proprio, novembre 2018. Gianfranco Galante nasce a Varese nel 1964. Vive per un breve periodo in Sicilia, quella Sicilia che lascerà nel suo animo un profondo segno (e non dimentichiamo che la Sicilia è un triangolo e i triangoli anno le punte. Fanno male!), per poi tornare a Varese nel 1982. Già dall’adolescenza ha la passione dello scrivere: «Scrive di getto, riportando sensazioni del vissuto di ieri, ma anche scrivendo emozioni avvertite nel “sentire” del presente». Questa passione l’ha mantenuta nel tempo, nei lunghi anni del matrimonio e della carriera in cartoleria, che è diventata così un centro letterario e poetico. Il Prof. Giuseppe Gerbino, che Gianfranco sentitamente ringrazia per la sua disponibilità a presentarlo, scrive nell’introduzione a questa ultima opera: «Possiamo contenere la rabbia, possiamo contenere un’emozione ma non l’amore, non si può, sarebbe come cercare di contenere una bomba atomica con una scatola di cartone». E si legge ancora nella Praefatio: «La persona che si accinge a leggere questa piccola silloge (quasi) amorosa, spero lo faccia nella piena coscienza di sapere che la nostra vita attraversa e viene scossa da stagioni che ne segnano il ritmo vitale, cardiaco e l’andare umorale. Stagioni non di carattere strettamente temporale e legate all’annualità, ma più profondamente di carattere intimo. Esiste l’alternarsi di moltissime stagioni, più comunemente intese come periodi di vita …». Il prof. Gerbino, «Docente presso l’Istituto “U. Mursia” di Carini (PA) … Poeta, scrittore, vincitore in molti concorsi e rassegne letterarie …», giustamente ha colto il senso profondo di questa raccolta. L’amore è una forza universale che palpita in ogni cuore e raggiunge gli infimi confini della terra. E come abbiamo letto nella Praefatio, l’amore, ed il suo paredro, l’odio (perché come diceva Sceler, non si può odiare senza aver prima amato), ti genera tutta un’interiore meteorologia: mille e mille stagioni che si succedono in noi, tempesta e assalto, “Sturm und Drang”. Gianfranco ci regala versi classici, conosciamo già la sua poetica, che è la rappresentante dell’antico “vatismo italico”. È piacevole leggere i suoi versi, perché sono semplici, rispettano i criteri metrici, racchiudono un contenuto esistenziale notevole … e poi «Da buon siciliano Gianfranco ha dedicato una sezione anche alla poesia in lingua siciliana, la sua lingua madre. Queste ultime sono di più ampio spettro, dedicato ai suoi ricordi, alle sue origini e alla sua gente, ma in definitiva anche il ricordo affettuoso di un passato ormai lontano è una delle espressioni dell’amore». Ed è vero. L’amore per la propria terra è un altro traino che tira dietro appresso l’arte e la poesia. E la Trinacria è terra di passioni sconvolgenti. L’amore è Eros, fuoco tempestoso, L’amore è filia, amicizia, legame eterno. L’amore è affetto che tutto lega generazioni e generazioni, fratelli, madri, padri e figli e figlie. Tutto l’amore trasforma in una grande famiglia, non in un sentimentalistico “Grande Fratello”. Queste sono mistificazioni. Leggiamo ad esempio in Amor segreto: «Non pensi più al mondo/ non pensi più a niente./ Il cuore comanda/ e il cervello non sente». Freud direbbe: comanda Es, non Io! L’amore è una forza originaria, un impulso innato che è irrefrenabile ed irreversibile e tutto trascina con sé. Noi diremmo che l’amore in fin dei conti è quella forza che sta alla base dell’arte, della poesia nella fattispecie ed anche della scienza. Perché no? Se Einstein non avesse amato la fisica non avrebbe giammai formulato la Relatività. Leggiamo in “Emozioni ‘n bilico”: «Scorse la vita e il tempo crescendo./ Or già datato torno e m’accendo,/ uomo oramai, non già giovinetto;/ a’ luoghi d’infanzia piede rimetto». I luoghi dell’infanzia sono un substrato di questa forza d’amore, che si esprime nel ricordo. Ed il ricordo - badate bene - è legato a cuore (cor, cordis). Ricordare è riportare al cuore. È diverso il ricordo dalla reminiscenza. richiamare alla mente. Noi ricordiamo ciò che abbiamo amato, prima abbiamo amato, poi ricordiamo e perciò riconosciamo. Giustamente Platone diceva che la conoscenza è riconoscenza, reminiscenza. Leggiamo, a conclusione, anche qualche verso in vernacolo, molto bello: «Dissi ‘un’anticu omo, santu e profeta;/ “L’omo, chi picca perdono ci duni, picca ama”!/ E avìa ragioni assai./ Amami ogno ghiornu …/ e amuri avrai!». Chi poco perdona, poco ama. Un evangelico monito ci attrae a queste effusioni recondite dell’anima. La poesia di Gianfranco Galante è una poesia “d’altri tempi” forse, ma proprio per questo ci ridesta nostalgia delle cose perdute, della nostra tradizione dei poeti vati. C’è bisogno di un respiro d’arie antiche, in questi tempi di trionfo della tecnica, laddove anche la poesia e le arti tutte si sono diluite e perse negli astrattismi, nei prosaicismi, nei virtuosismi scientisti e tecnologisti. Chi legge Gianfranco assapora gusti antichi e la semplice poesia come pura espressione di un sentimento. Questa era l’arte secondo benedetto Croce, senza tanti infingimenti. Ma proprio perché si è persa questa “cucina” antica (sapere deriva da “assaporare”), abbiamo perso anche il gusto delle cose belle.

Vincenzo Capodiferro

Tempi cupi a cura di Angelo Ivan Leone

                                                          “TEMPI CUPI”

In tempi minori, a Principi minori, ministri minori” disse Imbriani tuonando il suo j’accuse con tutto l’orgoglio figlio della smisurata onestà della sua estrema sinistra (che era una cosa un tantinello diversa dalla sinistra attuale) guardando il banco del governo dove sedeva il “ministro della malavita” (Salvemini dixit) Giovanni Giolitti. Erano i tempi degli scandali dovuti a tutto un mondo di corruzione, solito eufemismo, scoperto sull’affaire della banca romana. Ci sono sempre delle banche di mezzo nei malaffari italiani.
Era il 1892, sembra storia di ieri. Per concludere sulle denunce fatte da Imbriani, che sarebbe da studiare da cima a fondo con il suo immenso impegno e la sua morale adamantina, durante quegli anni c’è da ricordare il suo difendere uno “stato equo ed ordinato, gestore degli interessi pubblici” contro l’emergere di uno stato “dominio di una classe di banchieri, industriali, latifondisti e affaristi”. Era la fine degli anni 80 dell’800 e sembra storia di oggi. E magari, in tanti, a leggere queste parole e queste denunce penseranno, non sembra… lo è.
Tratto da:Onda Lucana® by Angelo Ivan Leone-Docente di storia e filosofia presso Miur

13 novembre 2018

"L'infinita storia delle piccole cose" di Giuseppe Bianco

Editoria, a novembre l'uscita del prossimo libro dell'autore caivanese Giuseppe Bianco
Il testo s'intitola: "L'infinita storia delle piccole cose"
di Armando Brianese.



L'autore
Lo scrittore caivanese ha conseguito molti riconoscimenti letterari per i racconti premiati
in vari concorsi nazionali. È già stato direttore editoriale di una casa editrice. Lungo il suo
percorso letterario, ha pubblicato tre libri: "Lungo la strada del tempo" (Edizioni Spartaco, 2001),
"Chiedilo all'amore" (Albus Edizioni, 2007) e "Figli di uno schizzo" (Homo Scrivens, 2017), che segna
il ritorno dopo una lunga distrazione.

Il libro

A seguito di un lavoro lungo e meticoloso, l'autore ha posto in essere la sua ultima opera: "Linfinita storia delle piccole cose" (L'Erudita, 2018), la cui uscita è prevista per metà novembre. Il titolo è nato da un'attenta osservazione della realtà e dall'amara consapevolezza che "l'essere" è rimasto indietro. Al di là del colore, della razza, della religione, le persone vengono manipolate nel corpo e nei pensieri da un sistema che ammette solo le ragioni del profitto e del potere. Le persone purtroppo vengono trattate come cose, non come uomini, donne o bambini, ma cose. Il nucleo fondante del testo è il viaggio, che affrontano undici personaggi, tra la realtà, il sogno ed il fantastico alla ricerca di un mondo più gratificante e giusto. In quasi tutti i racconti il pessimismo sembra prendere il sopravvento. Un paesaggio privo di luce, là dove quella luce rappresenta la speranza, senza la quale non vi sarebbe che disperazione.
I personaggi lottano in ogni modo contro la rassegnazione al fine di ottenere un riconoscimento delle proprie qualità umane. "Dobbiamo batterci contro nemici invisibili: l'ipocrisia, l'invidia, la meschinità" è una delle frasi più significative presenti nel libro. Nemici invisibili, ai quali i protagonisti del racconto prendono le misure e che tentano in ogni modo di sopraffare, non ultimo l'alienazione, che è il male supremo per gli esseri umani. Quest'ultima è la degradazione massima dell'uomo, dove perdono ogni valore la mente e lo spirito, portando così a tacere una delle doti più propriamente caratterizzanti l'essere umano, ovvero la creatività. Uno degli spunti erto a paradigma di riflessione è l'analisi del tempo, del suo inestimabile valore. Nel racconto "Il valzer delle ore perdute" si legge: "C'è sempre tempo fin quando ti accorgi di non averne più". Non è una visione eraclitea del tempo, ma un desiderio di dare ad ogni attimo della vita un significato e un valore.
I personaggi si calano all'interno di undici racconti, i quali seguono un'unica direttrice, quella di approfondire il rapporto tra l'uomo ed i suoi sogni, le sue speranze e le sue paure. Sono racconti a volte crudamente calati nella qualità e che, in alcuni casi, vengono proiettati in una dimensione onirico fantastica, ma sempre pregni di un'umanità che costituisce il fulcro del racconto e un'occasione per la catarsi dalla banalità del nostro tempo. Un testo che in molto lettori attendono, ansiosi di conoscere l'ultimo lavoro della vena letteraria dell'autore napoletano.

12 novembre 2018

PARATISSIMA 14 – Feeling different Marco Salvario


PARATISSIMA 14 – Feeling different
Marco Salvario

Quattordicesimo anno di Paratissima a Torino e la manifestazione ha confermato come locazione la caserma La Marmora, sede sicuramente spaziosa e intrigante, purtroppo non sempre adattata alla destinazione artistica. Di questo limite sono testimonianza il primo e secondo piano, inaccessibili ai portatori di handicap e faticosi da raggiungere anche per i visitatori meno giovani. Tali spazi, ma sicuramente sono io troppo sospettoso e mal pensante, sono stati assegnati a quegli artisti non spalleggiati da galleristi e sponsor influenti, proprio quegli artisti che qualche anno fa erano la vera anima e la vita della manifestazione. Peccato, Paratissima sempre più è un competitore (commerciale) di Artissima e non un’alternativa artistica.

Asciugate le lacrime per l’innocenza perduta in nome del vile denaro, non si può che apprezzare un’organizzazione sempre più efficiente e collaudata.
La manifestazione si è svolta da mercoledì 31 ottobre a domenica 4 novembre 2018.
La selezione sugli artisti ne ha ridotto drasticamente il numero, dai più di 500 della scorsa edizione a circa 360, e non sono pochi coloro che, pur avendo partecipato a edizioni del passato, mi hanno detto di non essere più interessati a utilizzare la vetrina di Paratissima per presentare le proprie opere. Sono aspetti che dovrebbero essere esaminati con attenzione e la mia analisi è che se una volta gli artisti cercavano Paratissima per farsi conoscere, ora si trovano a parlare con un’organizzazione che non è interessata tanto a far scoprire e pubblicizzare talenti quanto a fare girare soldi e vendere opere.
Per questo, lo ripeto, visitando la manifestazione mi è rimasta dentro l’immagine di un mondo che ha perso la sua ironia selvaggia e disordinata per diventare un serio e rigido mercato d’arte; proprio quel sistema contro di cui Paratissima era donchisciottescamente nata. Non voglio infierire, questo è il destino delle manifestazioni che sopravvivono alla loro infanzia e, proprio per questo, forse non dovrebbe essere permesso loro di sopravvivere più di dieci anni.
Il successo di pubblico è stato notevole, 45 mila visitatori, dieci in meno della una volta rivale e ora sorellastra Artissima. Nonostante l’apertura anche al mattino, si tratta però di mille visitatori in meno rispetto all’ultima edizione, però l’offerta artistica a Torino è stata ricchissima e forse troppo concentrata tutta nella stessa settimana.

Prima di iniziare la mia personale analisi dell’evento, lasciatemi puntualizzare:
  1. Le segnalazioni e i giudizi che leggerete in quest’articolo sono pareri personali e riguardano opere di artisti che mi hanno colpito favorevolmente. Se uno degli espositori si trova citato, è perché la sua opera mi è piaciuta. Se non si parla di lui, o non mi ha interessato, o il caso ha voluto che le sue opere mi sfuggissero.
  2. Mi sono soffermato esclusivamente su opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, mentre non ho considerato multimedialità, moda, design, musica ecc.
  3. L’elenco che segue non è una classifica ed è nato dalla sistemazione casuale delle fotografie che ho scattato.

Parallela alla manifestazione principale si è svolta Paratissima “Art in the city”, con locazioni sparse per Torino. Gli artisti coinvolti in tale manifestazione non sono trattati in questo articolo.



Roberta Capello

Non so se le opere del progetto “Rispecchiami” posso essere considerate ritratti fotografici. Lo sono sotto un certo aspetto, con volti che emergono in uno squarcio di luce da un nero profondo, però sono volti doppi, perché a ogni faccia se ne sovrappone una seconda; a volte si tratta di persone molto simili, a volte invece è profondo il solco dell’età. Fratelli, allora, o genitore e figlio, o semplicemente amici.
Il confronto tra i lineamenti, tra gli sguardi, diventa per l’occhio del visitatore una sfida istintiva.
Chissà, forse è vero che si finisce ad assomigliare a chi si ama, ma il messaggio e la ricerca dell’opera di Roberta Capello, sono più profondi, vanno in una direzione che può richiamare la fisiognomica di Beccaria, rivisitata però con una sensibilità profonda e palpitante, rivolta a rinserrare legami che non sono esteriori ma profondi e “chimici”.
Rileggendomi, scopro di avere già segnalato questa artista come pittrice nella precedente edizione di Paratissima: esploratrice di tecniche e metodi espressivi molto diversi, con queste opere dimostra di possedere anche nella fotografia un linguaggio espressivo estremamente efficace.



Ugo Ricciardi

Quanto è importante in una fotografia artistica il modo e la tecnica con cui è stata realizzata? Personalmente ho sempre pensato che il risultato sia molto più importante del mezzo utilizzato per raggiungerlo, così, davanti a un frettoloso esame dei “Notturni” di Ugo Ricciardi, ho pensato con una certa indolenza: “Bello, però oggi con i programmi di grafica si riesce a fare di tutto.” Errore mio! L’artista realizza le opere nel buio più profondo della notte, utilizzando o l’opera di un assistente, in certe immagini s’intuisce la sua presenza, che sposti le luci, o addirittura un drone che percorra geometrie chiuse. Chapeau!
Alla fine, quello che la foto comunica è il fascino della notte, nella bellezza deserta di antichi monumenti e panorami, di una natura ritornata padrona dello spazio e del tempo; e del silenzio, il magico silenzio che le nostre città disprezzano e violentano di giorno e di notte. In tale contesto, la luce sembra rivelare l’anima del passato o del presente, fermata per l’eternità nel movimento circolare.
A Ugo Ricciardi, come a molti altri autori, le scuse per non essere riuscito con le mie fotografie a sfuggire ai terribili riflessi che sporcano la bellezza delle sue opere.



Jacopo Di Cera

I fogli stropicciati su cui sono impressi i lavori di Jacopo Di Cera mostrano un mondo spezzato e sgretolato, la terra martire di Amatrice, devastata dal terremoto del 2016.
Simboli come il pacchetto di sigarette con l’immagine del Che Guevara e la scritta “Il fumo uccide”, ferri di cemento non troppo armato, un termosifone assurdamente emergente tra le rovine.
Certo, le fotografie richiamavano la devastazione di quei tragici giorni, però così spiegazzate, quasi anticipando l’appallottolamento pieno di frustrazione e fastidio che precede il lancio nel cestino della carta come irrecuperabile spazzatura; mi chiedo se le immagini non vogliano essere denuncia di una volontà di dimenticare, di una ricostruzione che non interessa più ai potenti e neppure alla gente che in quei posti non vive. Una seconda tragedia di cui non bisogna cercare le origini nella ferocia devastante della natura o nell’incuria del passato, ma in noi stessi, preoccupati di rimuovere quello che ci disturba e per il quale riteniamo di avere fatto già abbastanza, anche se non abbiamo fatto quasi nulla.
Troppi disastri, troppi sciagure. Parliamo d’altro!



Simona Muzzeddu

Simona Muzzeddu, visual artist. La sua opera “Borderline psychotic activity” è di rara efficacia sia come video sia come sequenza di fotografie. Un sinistro parallelo tra l’ambientazione degradata, abbandonata, vecchia, e la condizione dell’uomo, prigioniero di una camicia di forza, ma soprattutto di se stesso; scatenato in un’agitazione insensata e inarrestabile, la bocca che si apre in un grido che non possiamo sentire. Un grido di libertà negata.
Il disagio è nell’interpretazione che riusciamo a dare, perché quello che vediamo non è la pazzia di un uomo chiuso in un manicomio, ma il nostro essere prigionieri nei nostri limiti, nella fragilità irraggiungibile dei nostri pensieri. Vogliamo raggiungere quel che non possiamo diventare mentre non siamo in grado che di perdere noi stessi nella nostra disperazione.
Sicuramente l’opera di questa edizione che mi ha emozionato di più.
Il video può essere visualizzato a questo indirizzo:



Cinzia Naticchioni Rojas

Ormai si stampa su tutto, su ogni possibile superficie e, sulla vetrina di un negozio di estetica, un cartello invitava le clienti a portare una fotografia da farsi stampare sulle unghie. Però non avevo ancora visto stampare su foglie secche immagini di monumenti oppure di vita comune. “Gelatina ai sali d’argento su foglia”.
L’originalità del materiale crea uno strano distacco dalla realtà, che regredisce a livello d’intuizione, di sogno, si perde e al tempo stesso si arricchisce nelle nervature, si confonde nei riflessi della luce.
Cinzia Naticchioni Rojas, architetto e fotografa italo-messicana nonché novella Morgana, regala alle foglie la magia, nel momento in cui cadono dagli alberi, di registrare sulla propria superficie l’ultima immagine catturata.



Marco Poma

Le incisioni di Marco Poma sono il risultato di un geniale equilibrio tra una rigida e prospettica geometria – cerchi, cubi, quadrati e piramidi – e un reticolato fitto che ricorda i capillari di un tessuto animale oppure filamenti vegetali. Questo in un gioco di chiaroscuri di sicura efficacia.
Temi spaziali abilmente proposti ora in due e ora in tre dimensioni.
Il progetto artistico del giovane artista è stato premiato come il migliore della selezione Independent Curated Spaces in questa edizione di Paratissima.



Salvatore Cocca

Finalmente un pittore vero e bravo! Nulla contro i precedenti artisti, ma quando vedo un maestro del bel classico dipingere, il mio cuore è felice.
Ecco quindi i begli oli su tela o su legno di Salvatore Cocca. Porte aperte su interni di case un po’ fuori dal tempo, deserte, trascurate ma profondamente dignitose; finestre da cui entra una luce intensa che accentua i contrasti, senza riuscire a cancellare quel freddo antico che è impregnato nei muri spessi. A me ritornano in mente la casa dei miei nonni e quella di due vecchie zie che vivevano in campagna, ma è l’atmosfera dei (bei) tempi andati, dove la casa aveva un alone sacro e ogni oggetto aveva il suo valore, a dominare.
Quella serena bellezza, semplice, antica e pura, che vorremmo ritrovare dentro di noi, nei nostri pensieri avvelenati da una fretta inquieta che ci fa correre sempre per non arrivare da nessuna parte.



Paolo Di Rosa

L’artista giusto per chi da un’opera d’arte vuole essere ispirato per poi lasciare viaggiare a briglie sciolte la propria fantasia; visioni metafisiche che hanno però radici salde nella natura umana. Sia il soggetto uomo o donna, bambino o anziano, lo sguardo si focalizza curioso su qualcosa che non è nella realtà comune e che apre la porta a un mondo diverso, affascinante e astratto.
Sempre in equilibrio tra ironia e profondo messaggio, Paolo Di Rosa riesce col suo stile di favolosa naturalezza a creare atmosfere irreali e al tempo stesso parallele alla vita ordinaria.
L’innocenza del bambino che gioca con una barchetta muovendola in un mare che lui solo vede, la donna dai capelli argentati che osservando con una lente una linea bianca scopre ingrandito il monoscopio televisivo, il saltimbanco che legge un giornale seduto su un improbabile filo: immagini che divertono e che creano a cascata pensieri, riflessioni, ricordi.
Raramente ci si trova davanti a lavori che permettono alla fantasia dello spettatore di volare altrettanto libera e creativa.



Paola Geranio

Pittura densa e carnale quella proposta da questa artista. Il volto femminile, soprattutto la bocca e le labbra, è indagato con morbosa attenzione. Labbra carnose su cui aderisce una sigaretta, stuzzicate dalle dita di una mano, punite dalla palla di un bavaglio, nascoste dalla bolla di una gomma da masticare, aperte in un bacio vorace, schiuse in una torbida e maliziosa attesa.
Le ragazze ritratte, giovani donne in divenire, spesso ci guardano torbide, con sguardi smarriti eppure avidi di esperienze; adolescenti che vogliono e implorano attenzione, padrone del proprio destino e sottomesse al tempo stesso.
Il mistero delle donne e della loro maturazione, l'inquietudine che le agita e i turbamenti che provocano negli uomini.



Emanuele Biagioni

L’artista fa rivivere il fascino delle moderne città utilizzando tecniche impressioniste con ottimi risultati.
I ricordi dei suoi numerosi viaggi diventano materia per rappresentazioni di grande effetto con le ombre dei pedoni nel sole del mattino, oppure con i fanali delle auto e i lampioni nella notte, o i riflessi sull’asfalto bagnato dalla pioggia.
La capacità di Emanuele Biagioni nel dominare le immagini ha del magico. Grande la scelta degli spazi dove non disturbano i grandi intervalli concessi all’asfalto nudo. Da un lato lo spettatore si perde nel gioco confuso di luci e contorni sfumati, dall’altro pochi dettagli colgono la sua attenzione e gli fanno cogliere dettagli di grande precisione. Questo è proprio il segreto della vista umana, che sa ricostruire da pochi elementi in confuso movimento una rappresentazione della realtà in cui ci muoviamo e diventa il segreto prezioso dell’opera di questo artista.



Claudio Cionini

Le opere di Claudio Cionini hanno molto in comune con quelle di Emanuele Biagioni appena commentate. Città, pioggia, riflessi di luci. Diversa è però l’interpretazione. La città di Cionini è un ambiente dove l’uomo non compare ma è assorbito, inscatolato, nelle case e nelle automobili. La città è il soggetto nel suo essere assoluto, come ambiente, come realtà unica, come spazio che riempie se stesso. Una città che è infinita, non ha confine e non ha alternative. Se la città è opera dell’uomo, allora l’uomo ha cancellato ogni possibile alternativa, ogni diversa evoluzione nel proprio domani.



Emmanuela Zavattaro

Diventata pittrice per riempire i tempi della convalescenza e ritrovare certezze dopo un brutto incidente, l’artista ha saputo creare un parallelo tra la propria vita e la propria opera ricreando se stessa nell’arte e riutilizzando materiali poco nobili come i cartoni di un imballo per realizzare le proprie opere.
Il risultato, asimmetrico e composito, attira l’occhio e i visi disegnati, volti di una giovane donna dai grandi occhi, timidi e sofferenti, sono di una fierezza non vinta. Autoritratti?
Con le sue creazioni tra la pittura e il collage, Emmanuela Zavattaro è riuscita a trovare un modo perfetto per comunicare con il pubblico ed esprimere il proprio io.



Giuliana Cobalchini

Sacchi pieni, sacchi vuoti, sacchi a metà. Nella semplicità, quasi nella banalità del soggetto rappresentato, si cela invece tutta l’allegoria della vita. Giorni pieni, vuoti, giorni a metà; momenti in cui riteniamo di avere tutto e altri in cui non abbiamo nulla cui aggrapparci.
Nessuna enfasi, semplice contemplazione di momenti, di ritmi e di forme. Già, perché la sequenza dei sacchi potrebbe anche suggerire, il ritmo di una musica di sole sei note. Re-fa-mi Fa-re-do. Provate a canticchiarlo…



Alfonso Marco, Antonio Crisa’, Nicola Iacovone

Non sono sicuro che sia corretto segnalare questo lavoro come opera artistica, ma chi ha dovuto cimentarsi più volte con le proiezioni ortogonali, scomponendo gli oggetti secondo le tre possibili viste, non ha potuto non soffermarsi con un sorriso a metà sul progetto “Ritratti Assonometrici”. Una catalogazione di persone riprese frontalmente, di profilo e dall’alto. Lo scopo dichiarato è quello di evidenziare e interpretare le differenze. Alla fine, anche qua, torniamo alla fisiognomica e al Beccaria!


L'Europa che non c'è a cura di Antonio Laurenzano

Forte appello lanciato da Massimo Cacciari al recente Forum organizzato a Milano dal Pd: “Ripensare radicalmente l’Unione, non possiamo difendere l’indifendibile”. Un appello a pochi mesi dalle elezioni europee di maggio, “quelle politicamente più importanti mai fatte”, per recuperare consenso attorno all’Unione e dare vita a una nuova governance europea capace di assorbire il diffuso antieuropeismo e allontanare i fantasmi di una sua disgregazione.

E’ profonda la sfiducia dei cittadini europei nelle istituzioni e nella tecnocrazia di Bruxelles. Una delusione per l’Unione giudicata lontana dai reali bisogni della gente. Questa Europa provoca sentimenti di ostilità, viene vissuta come l’Europa dei poteri finanziari, un’Europa che genera inquietudini, crea insicurezze, crisi di identità nazionali. Nel rifiuto di questa Europa sono confluite irrazionalmente rigurgiti di anacronistici nazionalismi, paure xenofobe, voglia di protezionismo economico. Il malessere è nello smarrimento del ceto medio, della vecchia classe operaia e dei giovani arrivati sul mercato del lavoro dopo il crack del 2008, terrorizzati dalla crescente precarietà occupazionale.

In questo spazio di disagio sociale, alimentato da una crisi di rappresentanza, si inseguono le sirene del populismo e l’illusione del sovranismo da parte di movimenti e partiti che di fatto azzerano  quella solidarietà che in Europa aveva accomunato tutte le forze politiche alla fine della seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno europeo. Un fenomeno che pone seri interrogativi sul futuro delle democrazie europee e che fa vacillare il patrimonio di valori comuni costruiti in oltre settant’anni di pace. Il nazionalismo, padre di tutte le guerre, torna ad alzare la testa in maniera preoccupante, proponendo un presente che ha perso la memoria del passato! In un’Europa segnata dalla recessione economica e dall’austerità, populismo e nazionalismo rischiano di prendere il sopravvento veicolando l’opinione pubblica verso pericolose forme politiche di anti-sistema. Un salto nel buio in un’Europa intergovernativa priva di un governo e di una politica comune. Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto in vita le tante diversità dell’Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto federativo (Costituzione) in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante.

Per superare le insidie della globalizzazione, trovare cioè la via del futuro, non basta l’unità delle monete, dei mercati, delle banche centrali. L’Europa deve riaffermare la propria millenaria identità culturale e  sviluppare in modo organico politiche economiche espansive per ridurre le differenze sociali. E’ tempo di “svecchiare”  le istituzioni  di Bruxelles recuperando democrazia e credibilità al rapporto con i cittadini : cancellare il diritto di veto, abolire le rendite di posizione, promuovere l’unione fiscale. Il mondo ci propone sfide che si vincono solo con un’ Europa unita, ben consapevoli che il corso della storia è più forte della ignavia degli uomini e della demagogia elettoralistica. La via da seguire è “condividere il futuro nell’Unione europea”, secondo il monito del Presidente Mattarella, a cento anni dalla fine della Grande guerra.

I TEMI DI TEX a cura di Angelo Ivan Leone


I TEMI DI TEX

  I temi che ritornano più di frequente nella narrazione di Tex sono, oltre a quelli che vedono il nostro e i suoi pards impegnati in una lotta senza quartiere del bene contro il male, di cui Mefisto è solo uno dei campioni, molto spesso incentrati sulla lotta contro un ricco signore che spadroneggia in lungo e in largo nella più remota cittadina del West . In questo, vediamo molta somiglianza con la vicenda manzoniana di don Rodrigo e dei suoi bravi, anche se in Tex non c’è nessuna disposizione provvidenziale volta a sconfiggere i cattivi, bensì, molto più semplicemente e prosaicamente, il suono delle colt o, meglio ancora, dei winchester.
 Negli oltre 600 numeri di Tex, un altro grande tema spesso presente nella narrazione è quello che vede combattere il nostro ranger affinché venga riconosciuta parità di diritti e dignità agli indiani, spesso vittime di soprusi razziali e angherie gratuite, di fronte ai quali l’animo del lettore, si spera, si ribelli naturalmente. Tuttavia, Tex non difende soltanto gli indiani, ma spesso ne placa e ne doma la sete di vendetta e, quando gli indiani stessi non esitano a mettersi contro la legge per motivi ingiustificabili, Tex non ha dubbi sul punirli, anche severamente se occorre.
Il ranger, paladino dell’ordine, si trova, a volte, addirittura costretto, nel gioco della narrazione del fumetto, a rivestire i panni di un capo indiano ribelle nei confronti dell’ordine costituito, cioè a combattere una vera e propria guerra indiana a capo dei suoi Navajos contro le ingiustizie dei bianchi, come si può ben vedere nei memorabili episodi che hanno dato vita al primo libro su Tex, dal titolo “Sangue Navajo”. Nella fattispecie, in nemico di Tex è l’odiatissimo colonnello Helbert, che poi sarà l’unico a subire un trattamento duro in questa ben strana guerra dove non morirà nessuno né tra gli indiani, né tra i soldati, perché Tex è sempre contrario allo spargimento inutile di sangue, soprattutto se si tratta di sangue di innocenti. Infine, però, i responsabili dell’eccidio primigenio dei Navajos saranno assicurati al lungo viaggio con l’Ineluttabile grazie alla caccia serrata che Tex e i suoi pards daranno loro dopo aver riscattato, attraverso la guerra, la rispettabilità e l’onorabilità della propria gente, cioè dei Navajos.
Un altro filone narrativo è quello che vede Tex alla risoluzione di complicate e difficoltose trame politiche, avvolte nel buio di un fitto mistero, specie quando il suo personaggio incontra politici veri e propri, come ad esempio diventerà, dopo la sua evoluzione, Montales oppure quelli che Tex chiama alla lettera “maledetti politicanti di Washington”.Inoltre, Tex non è esente dalla discesa negli inferi della magia vera e propria, quando incontra uno dei suoi amici storici come il “brujo” (stregone) Morisco, un affascinante personaggio egiziano che, dopo varie e alterne peripezie, si trova al fin accanto al nostro e ai suoi pards.
  Questo essere così dichiaratamente pronto a difendere gli interessi degli indiani procurerà a Tex la qualifica dispregiativa di “rinnegato” da parte dei suoi nemici, termine di fronte al quale il ranger, in questo caso più Aquila della Notte che mai, non esiterà a far volare i suoi immancabili destri, uppercut e micidiali sinistri, di fronte ai quali Carson esclamerà “Iniziano le danze!”, “Accidenti, che sventola!” oppure “Che volo!”. E se mai al malcapitato si sceglierà di dare la soluzione estrema, ovverosia la morte, l’immancabile Carson commenterà con un classico “Giustizia divina!”, al quale farà da contraltare, in chiusa, il decisivo e biblico “Amen!” di Tex.
La vicenda del libro “Sangue Navajo”, che raccoglie alcuni dei più memorabili episodi di Tex, fa da premessa e corollario al discorso circa le edizioni e riedizioni che sono state create nel corso dei decenni per il nostro eroe, a dimostrazione, ancora una volta, dell’enorme successo di pubblico che ha sempre premiato il personaggio di Aquila della notte.


(c) Angelo Ivan Leone

05 novembre 2018

I COCCI DEL MIO ALFABETO Una raccolta poetica “neoclassicista” di Filomena Lombardo a cura di Vincenzo Capodiferro


I COCCI DEL MIO ALFABETO
Una raccolta poetica “neoclassicista” di Filomena Lombardo

I cocci del mio alfabeto. Parole tra letteratura, arte e mito” è una raccolta poetica di Filomena Lombardo, edita da Emia, Riano luglio 2018. Filomena Lombardo è nata nel 1971 a Brackenheim, si è trasferita da bambina a Varese e si è laureata in lettere moderne. Insegna al Liceo artistico “A. Frattini” di Varese. Appassionata di Storia antica, arte e Lettere antiche, nonché di Archeologia, in cui ha conseguito il diploma di laurea, ha pubblicato per Emia anche un’altra opera bellissima: “Il tiranno politico. Gelone, tra Oriente e Occidente”. «”I Cocci del mio alfabeto” ha a che fare con il peso delle parole. Con il loro carico. Con il loro dovere. Con la loro responsabilità. Con la loro sostanza, anzitutto. Che è carne e spirito. Che è corpo ed anima. Delicata e cagionevole. Deperibile e gracile. In questo prezioso “guscio editoriale” (la parola coccio deriva dal greco “ostrakon” che significa proprio conchiglia» (Dall’Introduzione di Italo Arcuri). Quest’opera poetica, infatti, ha a che fare proprio con l’archeologia. Filomena in questo ultimo lavoro, in cui si è cimentata, ci ha voluto offrire un vero e proprio dizionario poetico, una micro-enciclopedia, la quale riassume in termini “neoclassicisti” tutto il patrimonio della grecità, frammisto alla sua esperienza di cultrice, ma anche di passionale. Si tratta di un mirabile esperimento di “poiesis”, nel senso più autentico del termine. I componimenti sono posti in ordine alfabetico. Già la parola coccio deve farci riflettere. L’”ostrakòn” è l’ostrica, che veniva usata per colorare i vestiti, da cui i Fenici purpurei, ma che veniva usata anche per decretare l’esilio o la morte di qualcuno. È il doppio senso della parola, rivelante, ma nello stesso tempo ostracizzante. Ricordiamo gli “Ossi di seppia” di Montale. Perché il problema è: non sempre è facile parlare, esprimere; la verità porta con sé la persecuzione, è un complesso di Cassandra. «Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe …». Filomena dedica l’opera «… alle genti del nostro sud, imbevuta di grecità e classicismo …». Ed è vero. Basta prendere i dialetti. Ogni paese ce n’ha uno! Ma non solo! Ogni parola reca il segno, la traccia delle antiche lingue (greco, latino, arabo) e poi di quelle dei dominatori (spagnolo, francese …). Basterebbe rileggere la monumentale opera di Monsignor Mennonna, “I dialetti gallitalici della Lucania”, per rendersene conto. Lo stile di Filomena riflette il classicismo che si denota nel lessico, ma soprattutto “I Cocci” ci danno l’idea di un’attività archeologica. Come nell’archeologia classica, che Filomena pratica, si scava per trovare frammenti reconditi di storia, così si fa in questo esperimento poetico bellissimo. È un’attività psic-archeologica che cerca di ritrovare gli archetipi junghiani presenti nell’inconscio del nostro io collettivo. Non a caso Freud paragonava l’attività dell’analista a quella dell’archeologo. Ma seguiamo alcuni passaggi: «Amore è lettera: epistola erotica in versi,/ motivo dell’amore infelice di Penelope e Ulisse/ in Itaca per sempre,/ Fedra e Ippolito ne Le metamorfosi ovidiane/ Didone e Enea nel divino Poema di Virgilio,/ Medea e Giasone in Eschilo/ ed Elena e Paride in Omero,/ rievocazione di momenti/ dolci ed indimenticabili dell’amore/ tra l’imperatore Adriano e il camillo Alcinoo». Ecco come il tema dell’amore risulta modulato sulle reminiscenze classicistiche! L’esperimento neoclassico vien ribaltato, con le cornici adatte, nel mondo attuale del post-modernismo e quindi anche post-classicismo. Seguiamo nel tema dell’Arte l’eternità del modello elladico per tutte le generazioni: «Arte sta all’Ellade come l’uomo alla sua terra,/ di cui ne assapora l’aria viva/ e con ingegnose competizioni/ dona vita alle più geniali e artistiche creazioni». La grecità è l’anima del mondo occidentale. Seguiamo, ad esempio, Cultura: «Cultura è quella siciliana, indicibilmente bella/ e pittoresca, di cui Goethe/ ne fu sorprendentemente innamorato,/ quando giunto nell’Isola,/ durante il celebre viaggio/ non omette di inneggiare,/ che l’Italia senza Sicilia non lascia alcuna immagine nello spirito». Anche qui si sottolinea la centralità della Sicilia nel Mediterraneo, crocevia di culture, tomba e ristoro delle genti, mare nostrum e mare ostile. È la Sicilia di quel “Gelone tra Oriente e Occidente” di Filomena. Infine sottolineiamo quella specie di Inno a “Zeus”, che è bellissimo: «Zeus Dio più grande del pantheon ellenico,/ Zeus troneggia sull’Olimpo … ». A nostro avviso è la composizione centrale di tutto questo dizionario poetico della cultura classica. Infine concludiamo con “Metafragando”, ove si legge, tra l’altro: «Il Sud ha imposto questa immagine/ capace di evocare un mondo perduto …». Oggi la Questione Meridionale sposta il suo asse a tutto il continente africano ed a parte dell’Asia: è molto più complessa ed articolata della vecchia, seppure sempre attuale, questione. Si sposta in pratica al Mediterraneo, a quella Sicilia che funge da tramite sempre tra Oriente te ed Occidente, ma soprattutto tra Settentrione e Mezzogiorno. «Non saremmo partiti senza il dramma dell’Olocausto!». Il nuovo Olocausto si consuma tra il Sahara ed il Mediterraneo. Concludiamo con le stesse parole di Italo: «Il mito che deriva dalla lettura de I Cocci, infine, si rivela in una serie di segni grafici, quasi in una calligrafia moderna, dove il carattere e lo stile sono solo il pretesto per dar forma a una visione d’insieme. Individuata come Itaca, perciò cercata con ansia e, per fortuna, mai raggiunta. L’utopia, altrimenti, si ridurrebbe a concretezza». Oggi non a caso si parla di Retrotopia (Z. Bauman), cioè utopia che guarda al passato ed ove può trovare, come sempre, terreno fertile se non nella beneamata Ellade, patria di ogni classicismo? L’ultima opera di Filomena Lombardo sarà presentata il 29 novembre presso la Biblioteca Civica di Varese alle ore 18.00.

Vincenzo Capodiferro

Palmiro Togliatti visto dal professor Angelo Ivan Leone

    Palmiro Togliatti visto dal professor Angelo Ivan Leone Il compagno integerrimo Ercole Ercoli, ovvero  il Migliore dei migliori,  al sec...