22 maggio 2017

Recensione de "Il nonno" di Marco Passeri a cura di Vincenzo Capodiferro

IL NONNO
Romanzo squisitamente autobiografico e introspettivo di Marco Passeri

Marco Passeri è nato a Milano nel 1964. Ha pubblicato con l’editore Bietti, oltre a “Il contratto di affitto” (2011), “I quindici” (2013). “Il nonno” esce sempre con l’editore Bietti di Milano nel 2016. Questo romanzo autobiografico ed introspettivo rivela «l’alchimia dell’incontro tra due generazioni, in un silenzioso passaggio di testimonio che ripete, di volta in volta, il prodigio di una crescita». Come scrive Umberto Lucarelli nella prefazione: «I genitori portano “l’io narrante” dal nonno all’età di sei anni e lo lasciano lì in una domenica sera di fine agosto o di inizio settembre. Il nonno si occupa del bambino, gli compra la cartella e lo accompagna a scuola in prima elementare. È un tipo stravagante il nonno, legge il Corriere della Sera, si veste bene, è loquace con le cameriere …. Il nonno è padre e madre a un tempo, fratello e amico …. Ogni autore deve qualcosa ad un altro autore, uno scritto a un altro scritto. Il nonno di Marco Passeri deve qualcosa al nonno di Thomas Bernhard». Il ragazzo sta dal nonno dall’età di sei anni fino alla fine della leva militare. È un periodo lungo ed intenso. Ma ciò che si intravede trasparendo in questo romanzo auto-bio-grafico è l’affascinante e misteriosa cornice degli anni Settanta, come sottolinea sempre il Lucarelli: «Dopo la pubblicazione de Il contratto d’affitto e I quindici l’autore torna a parlarci degli anni settanta, che qui sono più una cornice, sono sullo sfondo». La “settantanità” costituisce un groviglio di anni forieri di grande abbaglio ed arroventato fulgore … anni di inaudita libertà esistenziale … anni di lotte e di passioni mai vinte … anni in cui i giovani erano protagonisti, vivevano di politica, di ideali. Era una generazione di sanguigni, non una di flemmatici come i giovani d’oggi. È difficile dimenticare quegli anni. Umberto Lucarelli lo sa benissimo, perché nelle sue opere si riflette lo stesso senso. Il giovane Marco viene affidato al nonno dai suoi genitori non si sa perché e per tutto quel tempo! Marco non lo chiama mai per nome. Compare sempre questa figura del “nonno”, quasi come un archetipo junghiano. Lo descrive come un uomo «indaffaratissimo»: «telefonava in continuazione. Ogni tanto usciva e chiamava la vicina di casa a farmi compagnia. Non ricordo il suo volto né la sua voce». Attenzione a quel “non ricordo”: è un tema ricorrente in tutto “Il nonno”. Il linguaggio è veramente singolare, infantile, ripetitivo, impersona la figura del ragazzo. Abbiamo degli esempi: «Credo fosse il Venerdì Santo, il venerdì che precede la Pasqua, dell’anno in cui frequentavo la quarta elementare, poteva essere Venerdì Santo, il venerdì che precede la Pasqua, dell’anno in cui frequentavo la quarta elementare, etc.». «Credo avessimo appena iniziato a giocare, avevamo appena iniziato a giocare, non aveva ancora segnato nessuno, non si era verificato ancora nessun episodio significativo». Il racconto si staglia in un contesto psicologico fondato su residui mnestici ed aggregati percettivi. Proprio in questo lavorio di anamnesi narrativa emergono i ricordi storici, come ad esempio il rapimento Moro: «Forse ci aveva detto che un’organizzazione armata aveva rapito uno statista del partito che governava il paese da trent’anni …». E poi spesso si ripete l’espressione: «credo di ricordare». Con questo linguaggio introspettivo, analitico, il giovane Marco si confronta in un decennio e più con la figura emblematica del nonno anonimo. Il nonno rappresenta la voce della coscienza superegotica. Nel processo edipico questa forte coscienza morale è data dalle figure genitoriali. Nel romanzo del Passeri, invece, prevale questa unica figura centrale. È inutile segnalare, tra l’altro, la grande attualità che si mette in gioco. Oggi più che mai i nonni presiedono alla crescita dei nipoti. Oggi che le famiglie sono sfasciate, forse più che mai le figure dei nonni costituiscono i fondamenti della personalità più che quelle dei genitori. Se Freud risorgesse oggi si metterebbe mani ai capelli! Anche perché se spesso tra generazioni si consuma conflittualità, tra generazioni di generazioni, invece, è facile segnarsi quell’”alchimia” di cui dicevamo. Il nonno segue la crescita di Marco, anche nei momenti più difficili, come quando il giovane viene espulso dalla scuola, allorché lo porta a mangiare fuori ed esprime un «commento favorevole a riguardo». Ciò avviene perché anche il nonno è un ribelle come lui: è un “sessantottino” nato. La cosa commovente è che questa figura emblematica dell’austero vate ricompare alla fine del racconto, quando il giovane “reduce” dall’esperienza militare cerca il nonno: «Dov’è il nonno, credo di averle chiesto, dov’è, credo di averle ripetuto, dov’è, dovevo averle chiesto ancora e ancora,» rivolgendosi all’infermiera, «dov’è, dov’è, dov’è …». E poi … i nonni muoiono e l’effetto traumatico è strabiliante: «Non ricordo, ma credo di essere rimasto in quella posizione, con la fronte appoggiata alla scrivania del nonno, al buio, per giorni e giorni. Credo di ricordare che il nonno non fosse tornato più, mai più». Il trauma della perdita è anche alla base della rimozione. Come in Svevo – facendo riferimento in particolare a “La coscienza di Zeno” – “Il nonno” raffigura un racconto psicologico. La trama dominante è restituita dall’esplorazione dell’inconscio. Tutto il discorso si decompone in un dialogo ellittico del “bambino” – il “fanciullino” pascoliano ed anche nietzschiano – ed il nonno. Il ricordo si perde lontano in un paesaggio quasi leopardiano “vago ed indefinito” che si perde nella prospettiva maestosa del tempo degli anni settanta, la “settantanità”, dal 1968 circa al 1977, un decennio di Rivoluzione vera. Da allora non si respira più quest’aria. Eppure siamo figli del Sessantotto, pur senza volerlo. Milano vide in questo particolare frangente un periodo intenso, forte. Il giovane Marco riflette questa aria che si respirava. La coscienza individuale emerge nella relazione con l’avo e questa si intreccia nel contesto superconscio dei mitici anni Settanta. La rimembranza della fanciullezza tende la mano tesa a quella della vecchiaia: le due età che si collimano. La prima e la terza età sono molto simili: si vive l’emarginazione dall’”adulterità” dell’età adulta adultera. C’è una forte denuncia del mondo degli adulti. C’è il dramma dell’abbandono che trova la sua presa nell’abbraccio del nonno. È un romanzo certamente che fa riflettere molto. La narrativa del Passeri è fortemente simbolica, psicostorica, ontogenetica e filogenetica.


Vincenzo Capodiferro

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