29 novembre 2016

FINE TURNO di Stephen King recensito da Miriam Ballerini


FINE TURNO                       di Stephen King


© Sperling & Kupfer 2016
ISBN 978-88-200-6101-2    € 19,90  Pag. 478

Fine turno è il terzo libro che vede come protagonista il detective in pensione Bill Hodges.
La trilogia è iniziata con Mr Mercedes e proseguita con Chi perde paga.
Ritroviamo i personaggi che ci hanno accompagnato nei romanzi precedenti: il serial killer Brady Hartsfield, ricoverato in stato vegetativo dopo che la collaboratrice di Hodges, Holly Gibney l’ha colpito alla testa, impedendogli di compiere una strage.
Dei tre romanzi questo è il più sovrannaturale, perché, incredibilmente, Brady, nonostante le sue condizioni, riesce a uccidere.
E come ci riesce? Attraverso dei giochi elettronici da lui modificati, induce in una sorta di trance le sue vittime, spingendole al suicidio.
Ha sviluppato la capacità di impossessarsi dei corpi del suo medico curante e dell’inserviente, così da usarli come automi quando deve uscire dalla sua camera.
Hodges lo sospetta, ma non riesce a comprendere come possa accadere tutto ciò.
Inoltre, la fretta preme sulle sue indagini, perché scopre di avere un tumore che lo porterà alla morte.
Il suo ex collega, vicino alla pensione, al fine turno appunto, lo interpella per quest’ultimo caso.
Così, ritroviamo lui e i vari personaggi già conosciuti nei libri precedenti, impegnati in questa lotta senza quartiere contro un nemico subdolo e invisibile.
Quando Hodges morirà, sulla sua lapide, verrà scritto: fine turno.
Come sempre, in un romanzo scritto con perizia e fantasia, da una mano che, nonostante gli anni trascorsi in questa operazione, non è affatto consumata, ma rimane sempre abile e capace; King inserisce qualcosa di vero. Nell’ultima lettera scritta in fondo alla sua opera, ci mette a conoscenza del fatto che, nonostante Fine turno sia un’opera di fantasia, l’alto tasso di suicidi di cui narra, è una realtà in America e nei tanti paesi dove i suoi libri vengono letti.
Il numero per la prevenzione dei suicidi citato è davvero quello da utilizzare negli Stati Uniti: 1-800-273-8255. Mentre per l’Italia è: 199-284-284.
Mi piace molto l’ultima frase con la quale chiude: “Se vi saltano in testa idee del cacchio, per usare un termine caro a Holly Gibney, non esitate e contattarlo. Perché qualsiasi situazione può migliorare, se gliene darete l’occasione”.

© Miriam Ballerini

28 novembre 2016

L’ARTISTA GIOVANNI IACOVINO Un pennello sconosciuto, che ha dipinto pregevoli opere nel primo Novecento

L’ARTISTA GIOVANNI IACOVINO
Un pennello sconosciuto, che ha dipinto pregevoli opere nel primo Novecento

Giovanni Iacovino nasce a Castelsaraceno, un minuscolo e sperduto paesello immerso nel selvoso e montuoso entroterra lucano, nel 1891. Come tanti giovani a quell’epoca insegue il mito dell’emigrazione e nel 1905 con il padre Giuseppe e con i fratelli Antonio e Vincenzo salpa per un lunghissimo viaggio che li porta a Buenos Aires. L’Argentina era diventata la Nuova Italia! Quante speranze si erano là assiepate! Quanti italiani c’erano là! Anche oggi lo spostamento dei popoli, come sempre, porta un sogno foriero, a volte smentito, a volte realizzato. La vita è un grande cammino, un pellegrinaggio continuo verso una Terra Promessa. In Argentina Giovanni scopre le sue doti artistiche ed inizia gli studi di perfezionamento delle tecniche pittoriche e figurative. Rientra in Italia nel 1910. Si ferma in un primo momento a Napoli, la capitale culturale delle Due Sicilie. Qui frequenta regolarmente la Regia Accademia delle Belle Arti. Le sue capacità non passano inosservate: infatti nel 1913 vince la medaglia d’oro per uno studio di nudo ed anche il primo premio, consistente in una borsa di studio, che gli permette un viaggio d’istruzione attraverso le principali città d’Italia. Nel 1915 consegue finalmente il Diploma di Licenza del Corso Comune del Regio Istituto delle Belle Arti, ed il Diploma di Laurea del Corso Superiore di Pittura. Così, insieme ai suoi fratelli, che erano anche loro tornati dall’America, apre uno studio di pittura e di fotografia, dedicandosi soprattutto al ritratto. Sono gli anni in cui la fotografia diventa una forma di arte. Nel 1927 l’Associazione Internazionale di Roma gli assegna il premio per la pittura. Nel 1931 inizia la sua carriera accademica ad Ortisei, dove insegna disegno ornato, pittura e studio del nudo fino al 1938. Dall’autunno del 1938 al giugno del 1942 insegna disegno ornato nella Regia Scuola d’Arte Professionale Carnica di Tolmezzo. In questi anni tiene diverse mostre, anche a livello nazionale, a Roma, Trento, Napoli, Firenze, Bolzano, Potenza e Fiuggi. Si trasferisce definitivamente a Firenze nel 1946, alternando la sua attività artistica di pittore con quella di restauratore. Tra i restauri eseguiti si ricordano quelli nel Palazzo Vecchio, riguardanti il Cortile della Dogana, il Salone dei 500, la Sala di Leone X, il Cortile di Michelozzo, ed altri distribuiti nell’eterna città, dal Tabernacolo di Via Pisana alla Loggia dell’Arcagna, dalla Loggia degli Uffizzi a Santa Maria Novella. Muore a Firenze, la città medicea, il 13 dicembre del 1963. Molte sue opere sono sparse in varie collezioni d’arte. La Scuola Media Ciro Fontana, il Preside Prospero Cascini e la scrittrice Teresa Armenti avevano curato una bella mostra e un catalogo delle sue opere più importanti. Alcune sue opere bellissime le avevo scorte nella villa di Donna Pia Calcagno a Lauria, prima di morire. Morivo dalla commozione davanti a quelle splendide raffigurazioni! Il nipote Angelo Iacovino è un pittore come lui e vive ad Arezzo e Castelsaraceno. Il nostro auspicio è che questo notevole artista sia valorizzato nel migliore dei modi dalla sua terra.

Vincenzo Capodiferro

24 novembre 2016

YELICE, PREMIATA SUL “RISPETTO” di Vincenzo Capodiferro

YELICE, PREMIATA SUL “RISPETTO”
Una giovane donna promettente e dinamica, la quale ci offre una sfida culturale molto intensa

Yelice Feliz Torres, la giovane donna della Repubblica Dominicana, che vive in Italia da tanti anni ed ha pubblicato ultimamente il libro “Forse c’è bisogno dei sogni”, con Fara Editore di Rimini, non finisce di stupirci. Infatti ultimamente ha vinto il primo premio, proclamato dalla giuria popolare, il 21 novembre a Modena, in occasione della Giornata Mondiale della Filosofia 2016, promossa dall’Unesco e dalla Fondazione degli Amici di R. Ron Hubbard, sul tema “L’anatomia del rispetto”. Il tema del rispetto oggi è un tema molto sentito. La parola rispetto deriva da “respicio” che significa letteralmente voltarsi a guardare, cioè guardare con attenzione. Dobbiamo superare il gran male dell’indifferenza che ci avvolge, come già aveva notato la grande anima di Santa Teresa di Calcutta. Il senso del rispetto potrebbe essere veramente raffigurato con la parabola del buon samaritano: fu l’unico a voltarsi a guardare i bisogni del fratello. La maggior parte degli uomini sono come quel sacerdote e quel levita, che passarono oltre. Noi non vediamo le necessità del prossimo, abbiamo gli occhi accecati dal nostro egoismo. Come scrive la Nostra: «Elementi del rispetto sono l’umiltà, l’amore e la prodigalità. L’umiltà è il presupposto, perché per rispettare gli altri bisogna guardarli dal basso, non dall’alto, come segno di inferiorità. L’amore è il fiore, che sorge da forti radici. Uno che rispetta senza amare è vuoto, come anche uno che ama senza rispetto è soltanto invadente. L’amore del prossimo è il completamento del rispetto. Pensiamo per un momento al grande amore che Dio ha avuto per noi e al rispetto che ci ha riservato, concedendoci la totale libertà, anche di rinnegarlo. Il libero arbitrio ci permette di scegliere tra bene e male, anche fino agli eccessi. Il frutto del rispetto è la prodigalità, la quale genera la generosità, la benevolenza, sia per se stessi, ma anche per gli altri». Il rispetto è il fondamento di ogni società. L’educazione al rispetto deve partire dalle famiglie, così che possa incidere con più energia anche nella convivenza sociale. Dobbiamo imparare a rispettare noi stessi, perché solo chi sa rispettare se stesso può rispettare anche l’altro. Solo chi ama se stesso, può imparare anche ad amare l’altro. Yelice nasce a Santo Domingo nel 1979. Vive un’infanzia felice nella sua terra natale. Nonostante il forte dolore arrecatole dalla perdita del papà in età molto giovane, ella ha continuato con determinazione nella ricerca del senso più profondo della vita. Ha compiuto un percorso universitario a Santo Domingo in studi di economia. Dopo è venuta in Italia, seguendo la sua famiglia. Vive da tanto a Varese, una città bella, verde e spettacolare. All’inizio ha sofferto molto, perché le consuetudini di vedere strani volti stranieri suscitavano delle reazioni poco socievoli e quasi di diffidenza. Però nell’arco degli anni le cose sono cambiate moltissimo. Questa città ha saputo ben accogliere il lato positivo e solare delle persone che provengono da altri lidi. Si è consolidata così una convivenza sociale e civile molto bella. Questa è stata l’esperienza più profonda del “rispetto” che è stata vissuta da questa giovane donna a Varese.
Vincenzo Capodiferro

20 novembre 2016

Paratissima 12 - Marco Salvario

Paratissima 12 - Marco Salvario


Puntale, a dodici mesi di distanza da Paratissima 11, ecco Paratissima 12. Un periodo di lavoro intenso e denso di proposte, nel quale questo evento d'arte contemporanea ha continuato la sua crescita e la ricerca di nuove sfide non solo in Italia (Cagliari), ma soprattutto all’estero, sbarcando a Skopie e a Lisbona. Chi vuole avere una vaga idea di che universo d’interessi Paratissima è diventata, dia un’occhiata all’elenco dei partner e degli sponsor: tanti, per non dire troppi.
Non si deve fare più riferimento a una spavalda armata Brancaleone, ma a un’oliata macchina da guerra che non ha più spazio tra le sue file per artisti troppo sconosciuti. Chi espone ha Paratissima non viene più per farsi conoscere, ormai tutti i presenti hanno qualche mostra importante alle spalle e qualcuno ne ha centinaia, ma per trovare un mercato; chi espone ha fatto un suo investimento di energie e capitale, si è preparato e sa il fatto suo. Qui si lavora seriamente e non si gioca al piccolo creativo.
Questa mia partenza non vuole essere una critica troppo negativa, ma parlando con gli artisti e facendo il confronto con le passate edizioni, ho trovato una capacità di presentarsi e di valorizzarsi eccellente, a volte parecchio superiore alle reali doti artistiche.

Paratissima 12 si è svolta a Torino, dal 2 al 6 novembre 2016, favorita dal bel tempo. Terzo anno nel Palazzo di Torino Esposizioni al Valentino, a dimostrazione di una sempre più ridotta propensione ad affrontare il rischio di nuove sistemazioni logistiche. Secondo anno con ingresso a pagamento: non che ci si possa lamentare per i tre euro richiesti, che sono sicuramente ben spesi per quanto è offerto, però non era questo lo spirito delle prime edizioni. Si cresce e si diventa più attenti alla gestione della cassa: d’altronde sono tempi in cui i soldi non crescono più sugli alberi.
Paratissima “to the star”: questo il titolo. Un titolo buono e banale come molti altri.

Edizione tranquilla, composta, senza volgarità, senza esibizionismi.
Mi sono chiesto e me lo chiedo ancora, se i giovani creativi aggressivi e contro corrente sono stati scremati prima o se non esistono più.
Questa realtà la si vive tutti i giorni: i giovani sono delusi senza essere arrabbiati, sono sconfitti senza essere ribelli, affondano i propri pensieri bevendo birre, i più morigerati, e affondando senza neanche provare a emergere. A volte galleggiano.
Poveracci, quanto si piangono addosso.
Se le persone che sgomitano per imporsi hanno spesso più di mezzo secolo di vita, un applauso a loro, alla vecchia guardia che non si arrende.

Il numero di artisti presenti a Paratissima è salito a seicento, davvero un esercito agguerrito, mentre i visitatori si sono assestati come lo scorso anno poco sotto i cinquantamila, numerosi già dai primi giorni di apertura.

Prima di iniziare la mia personale analisi dell’evento, lasciatemi puntualizzare:
1)     Le segnalazioni e i giudizi che leggerete in quest’articolo sono pareri personali e riguardano opere di artisti che mi hanno colpito favorevolmente. Se uno degli espositori si trova citato, è perché la sua opera mi è piaciuta. Se non si parla di lui, o non mi ha interessato, o il caso ha voluto che le sue opere mi sfuggissero.
2)     Mi sono soffermato esclusivamente su opere di pittura, scultura, grafica e fotografia, mentre non ho considerato multimedialità, moda, design, musica ecc.
3)     L’elenco che segue non è una classifica: è nato dalla sistemazione casuale delle fotografie che ho scattato.

Parallela alla manifestazione principale si è svolta Paratissima 360, con locazioni sparse per la città. Ho cercato speranzoso di curiosare su tale realtà, che sembrava volere ricreare lo spirito delle prime edizioni, ma la mia ricerca è stata faticosa e priva di soddisfazione. Peccato!

Diamo fiato alle trombe e iniziamo.



Fausto Cubello

Bravo ritrattista questo pittore, ma il meglio di sé lo offre con la reinterpretazione moderna di temi religiosi come “Deposizione” e “San Sebastiano”, oli su lino di grandi dimensioni, che si riallacciano con rispetto al passato, ricreando anche la patina offuscata dal fumo dei ceri e delle candele, che i devoti accendono davanti alle immagini.
Non ha volto il San Sebastiano, la parte superiore del suo tronco è sconvolta in forme plastiche e illogiche, come se il dolore di quell’unica freccia penetrata nel fianco avesse violato ogni ragione e snaturato ogni regola. Oppure, come se la fede strappasse l’anima verso l’alto, liberandola in una nuova dimensione, abbandonando il corpo straziato nel martirio.
Un’opera a tema che non sfigura nel confronto né con le opere moderne né con i classici del passato.



Cristina Maravacchio

Non conoscevo quest’artista e poco su di lei ho trovato nelle mie ricerche in internet e nei miei appunti. Perché si nasconde? Mi auguro di conoscere presto di più sulla sua attività, perché credo che abbiamo da esaminare un personaggio che può affascinarci e stupirci.
A Paratissima l’artista presentava tre ottimi oli su tela, carichi di giovane e calda sensualità. Figure pure, intime, di privato abbandono, dove il silenzio è interrotto solo da un affrettato respiro a fior di labbra.
Grande padronanza di tecnica e capacità eccezionale nel cogliere e provocare sentimenti, emozioni, turbamenti.



Daniela Capaccioli

La ridotta illustrazione che ho inserito non può riprodurre che in minima parte la bellezza impalpabile dell’installazione “Famiglia”, realizzata in rete metallica e in scala quasi reale: il personaggio più alto è circa un metro e mezzo di statura.
L’effetto disorienta, le distanze si confondono, l’occhio automaticamente completa l’immagine. Resta la sensazione di un mondo delicato, popolato di fantasmi o di essenze vitali che si stanno perdendo. Forse siamo davvero così, forse lo diventeremo a breve. Squisito, e purtroppo invisibile nella fotografia, il gattino nell’angolo in basso che è personaggio come gli altri, ma, al tempo stesso, sembra essere spettatore attonito e spaventato. Fragilità nella fragilità.
Lo sfondo grigio e grezzo offerto dalla locazione, rende l’opera ancora più evanescente e trasparente.
Un ottimo lavoro di un’artista che, forte anche delle proprie esperienze come scenografa teatrale, da questo improbabile modo di cercare e plasmare le forme sta ottenendo risultati convincenti ed emozionanti.
Complimenti all’autrice per essere sia tra i vincitori del Premio Paratissima sia del Premio Mauto.



Michi Dago

Michele D’Agostino, poco più che trentenne, torinese, spazia con eclettica disinvoltura dai fumetti alle illustrazioni, dai rebus alla pittura.
Le opere che ha presentato a Paratissima, realizzate con pastelli a olio e collage, sono squarci non solo su ambienti e interni, ma soprattutto sulla nostra interiorità. La capacità di concentrare lo sguardo sia su scorci ed elementi isolati, sia sull’ambiente nella sua complessità permettendo di cogliere riuniti gli elementi prima isolati, identificati con le coordinate della posizione, non è l’elaborazione puramente scolastica di un tema, quanto una sfida coraggiosa che dà vita autonoma e importanza a quanto prima era solo una componente ininfluente del contesto.



Silvia Perrone

Sui lavori di quest’autrice ci siamo già piacevolmente soffermati nell’edizione di Paratissima del 2014. Da allora qualcosa è profondamento cambiato nel suo modo di affrontare i soggetti, che sono e restano volti di giovani donne. Adesso il contrasto cromatico è meno violento, in certe opere è assente, mentre c’è molta più cura nell’inseguire i dettagli: i capelli riprodotti a ciocca a ciocca, le gocce d’acqua sulla pelle, i riflessi di luce e le ombre, i motivi sulla maschera di carnevale.
Due anni fa mi ero chiesto se si ammiravano donne prede o cacciatrici: la risposta che ricevo quest’anno è che si tratta di cacciatrici che usano le armi della seduzione con tranquilla e matura malizia, sapendo di rischiare qualcosa, eppure sentendosi padrone del gioco.



Patrizia Piga

La fotografia digitale e i programmi di editing grafico hanno cambiato quest’arte in modo così profondo da rendere ormai tutti potenziali autori di mondi fantastici con apparente poca fatica. Quasi tutti: io già tribolo vergognosamente a fornire le illustrazioni che accompagnano questa presentazione in forma decente.
Patrizia Piga unisce alle abilità tecniche, capacità artistiche e creative, poesia e ironia.
La realizzazione “Coffee fall” è una fonte magica di pensieri. La ragazza che fa il bagno nella tazzina in cui il caffè è versato, la montagna metallica di caffettiere napoletane di cui una sola s’inclina a versare la cascata cremosa, i chicchi di caffè su cui è posata la tazza, il panorama sfumato che sembra richiamare lontane piantagioni.
Tanto di cappello, che altro dire?



Angela Betta Casale

Una breve galleria di donne che sembrano uscite dalle opere di Ariosto e del Tasso o dal ciclo di Re Artù.
L’artista, come scrive lei stessa, ama giocare con stucchi e tessuti, lacche e pigmenti, e riesce a portarci in un mondo perduto o mai esistito, un mondo solo femminile di dame, regine, maghe, cortigiane e incantatrici. Volti incorniciati ma non celati da pizzi, veli, gioielli. Volti sereni ma mai veramente felici. Volti che interrogano e aspettano risposte.
Gli uomini? Assenti! Sono cavalieri e paladini impegnati a conquistare fama e gloria prima di osare offrire il proprio cuore all’amata, quando e se torneranno, oppure sono poeti che cercano le strofe più seducenti da cantare per lodare la bellezza di una nobildonna.



Renata Seccatore

Uno dei temi ricorrenti in questa edizione di Paratissima, probabilmente il più ricorrente: donne che dipingono donne. Perché, se vogliamo discutere del sesso degli angeli, anche l’angelo che l’artista ha esposto, acrilico su tela, è una fanciulla.
Donne che delle donne non cercano la bellezza del corpo, ma il segreto delle passioni, dei desideri, le paure nascoste. Forza e fragilità. Volti, quindi occhi e sguardi. Espressioni rubate.
La scelta dei colori, a volte arrischiata ma a mio giudizio sempre vincente, la capacità di creare per ogni volto un’espressività che apra lo sguardo fino al cuore del personaggio, danno a ogni quadro una vita propria.
In “Farfalle”, sorpresa ed emozione si mischiano quasi in una metamorfosi. La ragazza è farfalla anch’essa e condivide con le farfalle colori e fragilità, leggerezza e magia.



Elio Pastore

Donne che dipingono donne e uomini che dipingono… sempre donne. Cambia lo sguardo dell’autore, fatalmente e giustamente, uguale il soggetto. Diversa la ricerca.
Nelle due opere presentate, la modella ritratta è consapevole di essere osservata e restituisce uno sguardo sorpreso e di sfida. Donne sicure, appena turbate e infastidite dall’essersi fatte sorprendere svestite. Non fuggono e non si celano. Donne coscienti del fascino che esercitano, della propria gioventù e della propria bellezza. Donne padrone di se stesse e, al tempo stesso, donne che vogliono amare. Forse le donne, osservate dagli uomini, sembrano più sicure e forti di quanto appaiono e si sentono loro stesse.
Molto bello, oltre al quadro in sé, il titolo di una delle opere: “Reverie”. Tradotto in italiano perde tutto il fascino e la poesia: “Sogno ad occhi aperti”? No, proprio non va.



Erika Zolli (Eribluff)

Certo, leggerezza. Il corpo è senza peso, però è una leggerezza che non è acquisizione di libertà. La sfera, forse solo una perfetta bolla di sapone, diventa prigione, senza sbarre, ma invalicabile. Fragile prigione di un corpo ancora più fragile. L’energia manca: stanchezza e assenza di volontà.
Oltre la sfera, i quadri di una mostra, una scala e altre immagini. Oltre la bolla, forse, ci sono altre prigioni più crudeli e la sfera può essere protezione, guscio, placenta vitale.
Chiudersi in se stessi, rifiutare il mondo esterno perché fa paura, perché non ci si sente all’altezza. Rifiuto o, piuttosto, muta richiesta di aiuto.
Con un certo imbarazzo, ma per fortuna elaborando l’immagine l’effetto è stato molto attenuato, ho notato che anche la mia sagoma riflessa era entrata nell’opera e non ci stava neanche male!



Mauro Cherubini #Elforneso

Nei suoi quadri, l’artista riesce a catturare le luci del giorno e il buio della notte, il vento che soffia tra i rami, lo scorrere delle stagioni. La pittura diventa un inno alla natura, potente e libera, creatrice e dominante, mentre l’uomo è assente o è un piccolo e sgradevole intruso.
La forza espressiva di queste opere è celata nel colore violento e nella pulizia intrecciata del tratto, quasi a rilevare che l’uomo è solo, abbandonato a se stesso, mentre nella natura tutto si lega, si unisce, si amalgama, diventando un’anima e un respiro unici e universali.



Maurizio Giarnetti

Aggressività e fantasia scatenata in “Tellus Mater”. Un corpo tatuato, dove i simboli impressi sulla pelle diventano gioiosamente e rabbiosamente vivi. La natura che si ribella?
Ogni disegno, sia quelli che restano solo statici tatuaggi e ancora più quelli che si animano, può essere esaminato come opera autonoma e significativa, e quanti spunti abbiamo, allora? Decine! Guerre, proteste, denunce e repressioni, ma non solo: uomini e alieni, bestiario medioevale e carri armati, fantasmi e fumetti si esibiscono su questo particolare teatro senza che l’autore perda il filo e che la rappresentazione finale scivoli nel disordine.
Opera densa, piacevole e intelligente, che si può contemplare a lungo senza mai esaurirne il significato.



Enrico Guastadisegni

Cosa c’è di più bello del tratto della matita sulla carta? Nero su bianco, semplicità e poesia.
Lo ammetto, in questo caso sono di parte e seguo il mio gusto personale per una tecnica che sarà anche la tecnica base iniziale e più elementare, ma è al tempo stesso la strada verso la perfezione nell’arte del disegnare.
Il nostro artista adotta uno pseudonimo simpatico, a fare il “guasta disegni” hanno purtroppo provveduto, come in molti altri casi, il riflesso dell’illuminazione spesso infelice e troppo diretta della manifestazione: problema non facile e fastidioso, già notato nelle passate edizioni. Problematica di cui gli artisti sono vittime senza colpa.
Tornando alle opere qui presentate, l’espressività dei soggetti e l’abilità realizzativa s’incontrano con ottimi risultati. Nel ritratto “Woderall”, gustatevi la trama curata del cappello, i capelli nel passaggio dallo sfondo chiaro a quello scuro del vestito. In “Imaginary girl”, cercate di non farvi ipnotizzare da quegli occhi infiniti.



Yulia A.Korneva

No, non solo macchie e, in fondo, non importa verificare se per dipingere siano usati veramente succhi di frutta, salsa di soia, vino, caffè o altro. Quello che conta è il risultato e quest’artista, pittrice e ritrattista anche su commissione, moscovita ma residente a Torino, sa realizzare dei gradevoli gioielli intensi ed efficaci anche con questa tecnica di “diversamente acquarello”.
In “Essenza di soia” la figura dipinta sembra nascere realmente dal caso e prendere forma descrittiva per magia. E quando più un’opera sembra semplice, naturale, tanto più è frutto di studio, calcolo ed esperienza.



Simone Benedetto

Ultimo, non per caso, ma perché quest’artista m’intimidisce con la sua bravura. Era presente anche in questa edizione, ormai un must di Paratissima, e le sue opere da sole varrebbero il prezzo del biglietto.
Ripeto il giudizio che su di lui ho scritto la passata edizione di Paratissima: Bravo, sempre bravo, sempre più bravo.
Ogni anno, a ogni manifestazione, riesce a rinnovarsi e a stupire con la sua capacità di plasmare la materia e dare voce al proprio impegno.


Citazioni veloci:

Fabrizio Rossin – Ottimo il dittico Times Square e, pure se le opere presentate sono un po’ disarmoniche, la voglia espressiva è forte come in pochi altri artisti.

Matteo Bosi – Mezzo secolo di vita, occhio attento, esperto costruttore d’immagini. La serie “Litanie” proposta all’interno della partnership tra Paratissima e “Frattura Scomposta – Contemporary Art Magazine”, rivista in formato elettronico che seleziona e presenta artisti emergenti considerati di qualità, è una piccola ma valida finestra delle capacità di questo fotografo.

Leon Ignacio Rado – Come si può definire il rotondo olio su tela “Bubble revolution”? Semplicemente come uno sberleffo magistrale e intelligente, sul quale si dovrebbe fermarsi a confrontarsi. Mi copro il capo di cenere per averlo citato con pochissime righe.

Renato Civitico – Cittadine dense di case abbarbicate alle colline, le chiese che si erigono tra le case, formicai umani o forse ex formicai, ora deserti, perché la figura dell’uomo è scomparsa. Immagini che, in questi giorni, fanno pensare alle devastazioni del terremoto e, in parte, profeticamente sembrano prevederle.

Paolo Gelo – Non solo ferro! Un sessantenne che sa donare con la sua opera “Alfonso”, freschezza, originalità e grande perizia. Questa Paratissima apre il palcoscenico sempre più raramente a ragazzi che cercano di sbagliare da soli e sempre più a maestri poco noti al grande pubblico ma pieni d’idee e di stimoli. Speriamo che vengano apprezzati e seguiti come meritano!

Ignazio Fresu – L’installazione “Ultima Cena” è un lavoro elegante e curatissimo nei dettagli. Il pranzo deve essere ancora consumato, eppure i tovaglioli sono stropicciati e abbandonati, uno persino sullo sgabello di plastica. Un’Ultima Cena senza gli invitati.

Anelo 1997 – La struttura realizzata, ordinata eppure involuta, rappresenta i gomitoli di strade tanto cari a Ungaretti, ma sono gomitoli spigolosi e sgradevoli, sbarre di una prigione. Eppure hanno un loro fascino. Due livelli, di cui il superiore sospeso sopra l’inferiore, impossibilitati a comunicare.


Giuliano Cataldo Giancotti – Il labirinto e i suoi infiniti significati. Un ingresso e nessuna uscita, al centro uno specchio nel quale l’uomo trova se stesso, la propria immagine. Allegoria del ritrovarsi soli con la propria vuota esteriorità o quello specchio sa riflettere anche la nostra anima?

"Antigone, 25 anni di storia italiana visti da dietro le sbarre"


"Antigone, 25 anni di storia italiana visti da dietro le sbarre" di Susanna Marietti e Valerio Chiola.  (Round Robin Editore)


Tre racconti per tre momenti della recente storia d'Italia visti da un osservatorio speciale, un modo per far conoscere la realtà delle carceri nel nostro Paese.
 
Il contesto in cui i tre episodi del graphic novel prendono vita sono storicamente documentati e la loro ambientazione è assolutamente fedele alla realtà storica, così come è il lavoro di Antigone. Ma i protagonisti scelti per incarnare questi momenti sono immaginari, anche se verosimili perchè ispirati ad esperienze reali.
Fa eccezione la storia di Carmelo Musumeci  (www.carmelomusumeci.com)
ma si vedono anche personaggi realmente esistiti che hanno lottato a fianco di Antigone, come Nadia Bizzotto, volontaria dell'associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, insieme a Mauro Palma, Papi Bronzini, Stefano Rodotà, Franco Russo, Massimo Cacciari, Luigi Saraceni, Tommaso di Francesco, Luigi Ferrajoli e Rossana Rossanda

15 novembre 2016

LE SCULTURE DI GIUSEPPE BANDA IN ESPOSIZIONE A CASSANO MAGNAGO


LE SCULTURE DI GIUSEPPE BANDA IN ESPOSIZIONE A CASSANO MAGNAGO  

              
 Inaugurata a Cassano Magnago, nelle sale della Fondazione FGS di Via 5 Aprile, la mostra “Gli anni della maturità e della libera ispirazione” dello scultore samaratese Giuseppe Banda (1914-1994), promossa dall’associazione GB ars, presente dal 2014 sul territorio per  valorizzare e proteggere il patrimonio artistico e culturale. Numerose le opere in bronzo in esposizione, quelle legate al secondo periodo del percorso artistico dello scultore, allievo all’Istituto d’Arte di  Monza di Marini, Semeghini e  De Grada, nelle quali rivive la sua spiritualità, la sua eleganza stilistica espressione di una creatività che ”diventa poesia pura, poesia della femminilità, della giovinezza, della leggiadria e del movimento con un linguaggio artistico di alta qualità e stile.” (Silvio Zanella)
Particolarmente significativa la presentazione della mostra fatta dall’architetto Vittorio Introini, una testimonianza di profonda amicizia sul filo della memoria e di grande ammirazione verso un “autentico maestro e poeta razionale i cui sentimenti e significati artistici sono espressi da un realismo senza enfasi e retorica.” Nelle parole di Introini il ricordo di un “Uomo modesto e gentile nei modi, tipico degli artisti, consapevole del proprio valore che traspariva dall’autorevolezza delle argomentazioni, dalla serenità del dialogo, dalla capacità di sintesi e di descrivere sorridendo”.
Nelle sculture di Giuseppe Banda, nella loro essenzialità ed elegante plasticità,  resta indelebile l’impronta di una intuizione estetica originale e di una appassionata ricerca di forme per l’affermazione di una libertà creativa e di una indipendenza artistica. Forme libere, di grande efficacia espressiva e  di immediata lettura che trasmettono suggestive emozioni, sintesi armoniosa della sensibilità dell’artista e del suo amore per la vita e per le sue bellezze. “Figure umane che, nell’analisi critica di Marina Neri, hanno in sé un’armonia quasi sovraumana che traspare dalla sinuosità e dalla flessuosità di corpi che nella loro indefinibile grazia sembrano muoversi o danzare al ritmo travolgente della vita”. 
Una mostra, quella allestita alla Fondazione FGS di Cassano Magnago,  che per l’alto valore artistico delle opere in esposizione merita di essere visitata dal grande pubblico, un invito ad avvicinare l’arte alle nuove generazioni sollecitato dal padrone di casa, Stefano Franchin, nel segno di un’auspicabile continuità di valori culturali. La mostra, che ha il patrocinio della Regione Lombardia, resterà aperta fino a domenica 11 dicembre con i seguenti orari: il venerdi dalle ore 17 alle 19,30, la domenica dalle 16 alle 19,30. Negli altri giorni su prenotazione, per visite personalizzate. Nell’ambito dell’evento espositivo è stato programmato un ciclo di quattro conferenze di approfondimento del tema legato alla mostra, il giovedi sera, con inizio alle ore 21, con l’intervento di qualificati relatori. Un’occasione da non perdere. (Antonio Laurenzano)    

08 novembre 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE Il pensiero del giurista Sabino Cassese di Antonio Laurenzano

       
REFERENDUM  COSTITUZIONALE Il pensiero del giurista Sabino Cassese     
di Antonio  Laurenzano

Conto alla rovescia per il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Entra nel vivo il dibattito sulla controversa riforma della Costituzione. Giornali e televisione impegnati da giorni a dare voce agli  esponenti del “sì” e del “no” per conoscerne le rispettive ragioni. Nelle piazze sono in azione i comitati referendari per catturare, con manifestazioni a volte folcloristiche e improvvisate, il voto degli indecisi. In discussione la riforma costituzionale, un tema di grande rilevanza per il futuro dell’Italia che dovrebbe tenere lontano ogni pregiudizio politico, ogni polemica partitica, ogni riserva sull’azione del governo. Ma così non è, con il rischio di trasformare il voto popolare in un sondaggio di opinione sull’attuale governance del Paese e sul suo premier. Un redde rationem preelettorale alimentato da un ostruzionismo populista, da misere schermaglie personali e dallo spirito di rivalsa dei dinosauri della politica nostrana che non vogliono arrendersi al nuovo che avanza in una realtà socio-economica, ma anche storica,  che non è più quella dei Padri costituenti.
Particolarmente significativa sul tema l’intervista rilasciata da Sabino Cassese, giurista e accademico, giudice emerito della Corte costituzionale. Una voce fuori dal coro per l’originalità del pensiero e l’obiettività delle tesi. Perentoria l’affermazione di apertura: “Giuste le modifiche alla Carta, nessun rischio autoritario!”.  Perché riformare la Costituzione? “L’esigenza di riforma è stata avvertita circa quarant’anni fa. Sono stati fatti molti tentativi, tutti abortiti. La ragione sta nel mutamento del contesto istituzionale generale. Nel 1947, quando la Costituzione fu approvata, non esisteva l’Unione europea e non si era neppure avviata la globalizzazione. Oggi governi e parlamenti nazionali debbono rispettare standard sovranazionali.  Il mondo è cambiato.”
Nodo centrale del dibattito è il superamento del bicameralismo. “Le migliori menti tra i costituenti, dichiara Cassese, erano favorevoli al monocameralismo o a un bicameralismo differenziato. L’esperienza concreta ha mostrato che le due camere hanno operato come un doppione, con maggioranze simili. La funzione di riequilibrio, di bilanciamento, di condizionamento che si vorrebbe svolta dalla doppia rappresentanza è molto meglio svolta oggi dal Parlamento europeo e dai consigli regionali. La semplificazione del procedimento legislativo ordinario consentirà anche di evitare l’abuso della decretazione d’urgenza e di rimettere su basi più corrette il rapporto tra governo e Parlamento”. 
E’ anche una questione di contenimento dei costi delle istituzioni? “Quello della riduzione dei costi diretti non è l’argomento principale a favore della riforma costituzionale. Lo è piuttosto la riduzione dei costi indiretti , quelli che paghiamo per la lentezza del procedimento legislativo con due camere-doppione”.
Sull’accentramento di molte materie sottratte alle Regioni, nodo centrale del dibatto in corso, questa l’opinione del giurista Cassese. “Il punto di partenza non è solo la riforma del Titolo quinto della seconda parte della Costituzione, fatta nel 2001, bensì anche la giurisprudenza quindicennale della Consulta su tale riforma. Ora, la Corte, dinanzi alle violazioni costituzionali delle Regioni, ha dovuto fortemente contenere l’espansione regionale in aree di interesse nazionale e ridefinire i confini relativi alle materie sulle quali legislazione regionale e legislazione nazionale concorrono. La riforma del 2001 operò una scelta, quella di eliminare le materie di legislazione concorrente: lo Stato adotta le norme generali e comuni, le Regioni quelle differenziate e locali. L’esperienza ha poi mostrato che alcune materie erano state trasferite alle Regioni senza considerare il loro carattere nazionale, con conseguenti conflitti istituzionali. La riforma 2016 ridefinisce la linea di confine tra centro e periferia anche sulla base dell’esperienza degli ultimi quindi anni.”
E l’allarme democratico lanciato da alcuni costituzionalisti e da alcune forze politiche? “La riforma costituzionale riguarda due punti del sistema costituzionale: Senato e Regioni. Non tocca il sistema parlamentare, che rimane immutato.  Né tocca il sistema elettorale, che è rimesso a una legge ordinaria. Non si può giudicare la riforma costituzionale prendendo in esame qualcosa che è estraneo ad essa!”
Il giudizio finale di Sabino Cassese sulla riforma costituzionale non ammette dubbi. “Gli oppositori evocano pericoli autoritari che mi paiono inesistenti. Riaffiorano il timore del tiranno e la preoccupazione per il sistema parlamentare. Si mettono insieme lo stile decisionista del governo con la riforma costituzionale, che sono due cose diverse. Se va giudicata la riforma costituzionale in quanto tale, penso che l’abbandono del bicameralismo perfetto o paritario, già auspicato da molti costituenti, e più volte proposto nel lungo processo più che trentennale di discussione sulla Costituzione, sia da approvare”.

Parole chiare, fuori da ogni interesse di bottega, espressione di grande saggezza giuridica. Un approccio di alto profilo per un appello alla libertà di pensiero che dovrà accompagnare in cabina ogni elettore il  4 dicembre chiamato a esprimersi su una importante riforma attesa da tempo, ma non sul Governo e sulla legge elettorale. Un voto contro l’immobilismo istituzionale per un Paese che vuole cambiare. Il responso uscirà dalle urne.      

05 novembre 2016

UN CIMITERO ESOTERICO-MASSONICO A VIGGIÙ, IN PROVINCIA DI VARESE a cura di Vincenzo Capodiferro



UN CIMITERO ESOTERICO-MASSONICO A VIGGIÙ, IN PROVINCIA DI VARESE
Affascinante monumento, purtroppo abbandonato!
In uno studio di Francesca Nicodemi

Il cimitero vecchio di Viggiù, in provincia di Varese, è un monumento affascinante. È un cimitero esoterico-massonico, purtroppo abbandonato! Ha circa due secoli di storia, se si pensa all’editto napoleonico di Saint Cloud. Fu eretto nel 1818 e fu chiuso nel 1912, perché era troppo piccolo per ospitare altri defunti. Vi si respira un’aria romantica, quasi foscoliana: «Senti raspar fra le macerie e i bronchi/ la derelitta cagna ramingando/ su le fosse e famelica ululando;/ e uscir del teschio, ove fuggia la luna,/ l'úpupa, e svolazzar su per le croci». Questo luogo conserva un fascino ancestrale. Così ce lo descrive Francesca Nicodemi nel suo magistrale lavoro “Il cimitero vecchio di Viggiù. Una testimonianza intatta dell’arte sepolcrale dell’Ottocento Lombardo” a cura del Liceo Artistico Statale A. Frattini di Varese: «La peculiarità del cimitero di Viggiù non è solo quella di essere un esempio intatto di cimitero romantico, ma di proporre anche un aspetto di notevole interesse culturale e storico che lo distingue dagli altri campisanti ad esso coevi. Compare, infatti, su buona parte delle sepolture e nell’impostazione del giardino sepolcrale una proposta iconografica legata ad un simbolismo del tutto insolito che il più delle volte esula dalla tradizione iconografica cristiana-cattolica ed anche da quella legata al mondo classico». Questa peculiarità naturalmente, secondo la ricercatrice, va ritrovata in lontane matrici storiche, che vedono nel territorio di Viggiù e della Valceresio la forte presenza dell’antica Muratoria massonica e dei maestri Comancini e Campionesi. La Nicodemi ha fatto un lavoro egregio di ricostruzione dei plessi tombali più importanti e della struttura del cimitero. Il cimitero, come precisa Francesca è romantico e si differenzia dai cimiteri illuministi. Il cimitero illuminista è circolare e concentrico. Le tombe sono tutte eguali e sono numerate. Poi all’entrata c’è una legenda con le corrispondenze tra numeri e defunti. Nelle varie fasce vengono riposti i trapassati a seconda dell’età. L’Illuminismo parte dalla concezione che tutti gli uomini sono eguali per natura. Nel cimitero romantico, invece, ogni tomba è diversa dall’altra. Inoltre sulle lastre di marmo spendevano molte parole per ricordare i morti. Ricordiamo, a proposito, la celeste corrispondenza di amorosi sensi, sempre di foscoliana memoria. Viene esaltato il soggetto, che è unico ed irripetibile. Di fronte ai defunti si mettevano a parlare, proprio come se fossero ancora viventi. Nel 1880, in base ad una riforma proposta dal Crispi, all’interno del cimitero venne creata un’area riservata agli acattolici. Ed in questa parte risiedono la maggior parte delle tombe massoniche. Il cimitero vecchio di Viggiù è un museo vivente di arte funeraria dei più eccelsi maestri viggiutesi. Molte opere sono state custodite nel Museo di Villa Borromeo, per salvarle dall’incuria dei saccheggiatori. Anche la parte esterna e la piantumazione del giardino rispetta una simbologia esoterica ben precisa. Viggiù era un paese di scultori, maestri e muratori, molti dei quali emigrarono nelle Americhe a cercar fatica. E così la Nostra si chiede: «È infine auspicabile un lavoro di restauro anche per la presenza nelle sepolture di un repertorio straordinariamente eterogeneo di simboli che spaziano dalla tradizione cristiana-cattolica a quella appartenente all’Antica Muratoria, a quella legata al mondo classico. È un repertorio così vasto ed eterogeneo, che, oltre ad essere uno stimolo per ulteriori stimoli ed approfondimenti, testimonia anche una convivenza rispettosa e una armoniosa compresenza nella Viggiù dell’Ottocento, di persone appartenenti a culture diverse e seguaci di differenti credi ideologici». È proprio un peccato che un monumento necrologico di tal sorta sia abbandonato a se stesso! Come ci ricorda lo stesso poeta: la civiltà nasce «Dal dí che nozze e tribunali ed are/ diero alle umane belve esser pietose». Tutte le nostre più belle città, come Milano, Roma, hanno cimiteri monumentali che sono opere d’arte a cielo aperto. E i nostri avi, gli Etruschi, avevano le necropoli! Speriamo che in un futuro prossimo - non remoto! - questo monumento così bello possa essere valorizzato nei modi più appropriati.

Vincenzo Capodiferro




03 novembre 2016

LA CASA DI GIADA di Madeleine Chapsal recensito da Miriam Ballerini


LA CASA DI GIADA   di Madeleine Chapsal
© 1989 TEADUE   Pag. 333  € 4,50
ISBN 88-7819-118-3

Che cosa succede quando finisce un amore?
Questa frase è stampata sotto il titolo del romanzo.
A dire il vero non amo i romanzo d’amore, non fosse che ho trovato questo libro in uno scatolone di altri romanzi che mi hanno donato, non avrei mai pensato di acquistarlo.
L’ ho letto e la conclusione è stata: questa scrittrice è favolosa!
È difficile, a volte impossibile, riuscire a scrivere un romanzo d’amore senza cadere nella banalità. Nel già scritto, nel già sentito.
Ebbene, la Chapsal riesce a catturare il lettore in un vortice di emozioni che spaziano dal prima, al dopo, all’ora.
Il romanzo è scritto in prima persona dalla protagonista, che, come ci assicura la scrittrice, è un personaggio di fantasia.
La protagonista sta scrivendo la sua storia dopo aver tentato il suicidio.
Scrive della sua storia d’amore, un amore assoluto, quasi riportato scarnato fino alle ossa per mostrarcelo in tutti i suoi momenti e le sue sfaccettature.
Ci parla di una donna che ha rinunciato a se stessa per questo amore, accettando anche i tratti violenti di un uomo insicuro e pieno di problemi.
Eppure parla d’amore.
Quando questo amore non serve più a lui, la protagonista viene cacciata, umiliata, annullata, cancellata.
La scrittrice ripercorre, scrivendo insieme alla protagonista, tutte le tappe di questa lunga storia d’amore, fino alla sua conclusione, alla sua consumazione.
È scritto in una maniera mirabile, intenso da leggere per le donne, necessario da leggere per gli uomini.
Come troviamo scritto: “…l’analisi lucida e impietosa del suo dolore diventa un romanzo appassionato, tanto vero da poter essere la storia di ognuno di noi”.
Non è un libro recente, è datato 1989, ma è attualissimo e assolutamente ricco.


© Miriam Ballerini

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica