08 ottobre 2016

LE “ORME INTANGIBILI” DI ALESSANDRO RAMBERTI Tracce dell’Assoluto in versi sublimi recensito da Vincenzo Capodiferro


LE “ORME INTANGIBILI” DI ALESSANDRO RAMBERTI
Tracce dell’Assoluto in versi sublimi

Alessandro Ramberti nasce a Sant’Arcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vince, nel 1984-85, una borsa di studio per l’Università Fudan di Shangai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica, indi il dottorato presso Roma Tre. Ha scritto diverse raccolte di poesie e racconti. È presente in diverse antologie e riviste. Tra le sue opere spicca “Orme intangibili”, Ed. Fara, Rimini 2015, una raccolta di versi, che ricalca gli Haiku giapponesi. Come commenta Vincenzo D’Alessio nella sua prefazione: «La scrittura è certamente originale: le quartine vengono alternate da un verso chiuso in parentesi, che realizza un momento di sospensione nella lettura, al tempo stesso completa il fluire armonico dell’insieme attraverso la rima. Chiude ogni poesia una parola in lingua cinese, con traduzione e, spesso, il pensiero di autori frequentati dal nostro, come il Servo di Dio Matteo Ricci, Albert Camus, Immanuel Kant e diversi altri. Un libro sacro». Il titolo stesso rimanda al “De Umbris Idearum”. Tutte le quartine sono come blocchi di marmo scolpiti. Da queste sculture poetiche sorge un edificio sacro, un Tempio vivente. Bisogna addentrarsi in questo Tempio, per ritrovarsi in un’”aurea sezione”. La poesia diventa così dramma sacro, rivelazione originaria. Si parla il linguaggio divino, ieratico. Oltre ai riferimenti citati dal D’Alessio ricordiamo il Vate di Dio David Maria Turoldo. Vige nei versi laconici, ermetici, nipponici un forte cristocentrismo. In questa poesia cristologica si sente forte il richiamo alla tradizione degli inni sacri, dei salmi, oltre al richiamo al pellegrinaggio di vita: «Hai forse una risposta che sia avulsa/ dal crescere nel flusso della vita?/ Il corpo ha una memoria spirituale/ oltre la realtà che si compulsa?» (p. 33). Come sottolinea sempre il D’Alessio, «il percorso al quale il lettore è invitato può paragonarsi a quel cammino di Fede al quale si sottoponevano i viaggiatori in cerca della Redenzione/Salvezza propria e dei propri cari. La Via Francigena è fra i più conosciuti». Il richiamo poi ad una lingua orientale, come quella cinese, una lingua geroglifica, come l’egizio antico, dà solennità a tutto questo contesto del Logos divino. Il Logos è pensiero e linguaggio, è creazione originaria, è Poiesis. Nella Poesia noi siamo più vicini all’opera creatrice di Dio di quanto noi crediamo. Dio pensa e crea nello stesso tempo, il suo pensiero è realtà. Noi partecipiamo alla divina creazione: «Il nostro quid non ha per meta il niente/ compresso dagli errori di sistema/ ma uno scoprire nell’atto perduto/ la luce di una notte sconvolgente» (p. 57). E qui c’è anche il senso profondo, confuciano della vita, secondo Alessandro: «L’uomo gentile, esempio per gli altri, dotato di grande potere morale, capace di sacrificarsi interamente per i propri simili». L’uomo deve aderire alla Ragione universale. Questo è il fine, è il senso della vita stessa. L’uomo, in quanto essere razionale, è una scintilla della divinità, come scrive Alessandro, “in noi giace una perla numinosa”. La libertà e la moralità dell’uomo stanno nel vivere secondo ragione. In questi versi Alessandro riesce a collegare bene Oriente ed Occidente. Come scrive il Turoldo: «La tragedia è Occidente, il Sogno è Oriente. Ma lasciamo. Persino la poesia risulta inadeguata a dire l’immane tragedia di quanto è accaduto, di quanto è significato dalla maestosa Allegoria… Più non distruggere il mio tempo occidente./ La tua ragione è dei fuga/ e al riflesso vitreo del tuo Atto puro/ sopravvivono schiavi…».
Vincenzo Capodiferro

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