30 settembre 2016

PENSIONI, SI VOLTA PAGINA Un articolato “pacchetto previdenziale” nell’accordo governo-sindacati. di Antonio Laurenzano



PENSIONI, SI VOLTA PAGINA
   Un articolato “pacchetto previdenziale” nell’accordo governo-sindacati.
         di Antonio Laurenzano

“Abbiamo recuperato alcune iniquità della Legge Fornero, in direzione della coesione sociale”. In questa dichiarazione di Annamaria Furlan, Segretario generale CISL, è racchiusa la chiave di lettura dell’accordo firmato da governo e sindacati sulla riforma del regime pensionistico da introdurre nella prossima legge di bilancio. Dopo quattro mesi di confronto gettate le basi per importanti modifiche previdenziali: un pacchetto di misure per le quali il Governo destinerà sei miliardi di euro in tre anni.
Nella “fase 1”, decorrenza 2017, il perno dell’operazione: l’Ape (Anticipo pensionistico). A tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati, over 63 anni, nati tra il ‘51 e il ‘53 (e tra il ‘52 e il ‘55 dal 2018) sarà consentito di lasciare il lavoro tre anni e sette mesi prima sui requisiti di vecchiaia standard con un taglio dell’assegno pensionistico di circa il 6% per ogni anno di anticipo, attraverso un prestito bancario assicurato con rimborso ventennale, interessi compresi, che scatta con la pensione. In caso di premorienza il capitale residuo sarà restituito dall’Ente assicuratore senza alcun riflesso sull’assegno di reversibilità per gli eredi. L’anticipo pensionistico sarà esente da imposte e, per chi lo richiederà, sarà erogato mensilmente. Una variante dell’Ape volontaria è l’Ape social, l’uscita dal mondo del lavoro a costo zero, un privilegio riservato ai lavoratori in condizioni svantaggiate: disoccupati senza ammortizzatori sociali, disabili, inabili a causa di infortunio, usuranti e bisognosi di cure. Il costo del pensionamento anticipato sarà completamente a carico dello Stato. Resta da definire la platea dei beneficiari nonché il tetto sotto il quale potrà essere richiesta l’Ape social (tra i 1300 e i 1500 euro lordi mensili). In caso di ristrutturazioni aziendali il costo dell’Ape, salvo modifiche, resterà a carico delle stesse imprese, senza gravare né sulle casse dello Stato né sul lavoratore.
Altro capitolo di rilevante interesse è quello dei lavori usuranti: si consente l’anticipo del pensionamento di 12 o 18 mesi eliminando le “finestre” di uscita della Riforma Fornero. L’accesso alla pensione anticipata potrà avvenire se si è svolta un’attività usurante per almeno sette anni negli ultimi dieci o per un numero di anni pari alla metà dell’intera vita lavorativa.
Particolarmente attese anche le altre misure del “pacchetto previdenza”, in primis quella relativa alla  quattordicesima per rafforzare gli assegni pensionistici più bassi per i soggetti con più di 64 anni.  L’intervento avverrà attraverso un aumento della mensilità aggiuntiva, oscillante fra 336 e 504 euro in base agli anni di contribuzione, a chi ne beneficia già attualmente (oltre 2 milioni di pensionati) con redditi che vanno fino a 1,5 volte il trattamento minimo annuo INPS (9786,86 euro), nonché mediante l’erogazione della quattordicesima ai pensionati che hanno reddito fino a due volte il trattamento annuo minimo INPS, (1000 euro lordi al mese). Riguarderà circa 1,2 milioni di pensionati. Non sono ipotizzati  interventi diretti sulle pensioni minime. Via libera invece alla no tax area, la soglia al di sotto della quale non si pagano imposte. Salirà per tutti i pensionati a 8125 euro lordi l’anno, come per i lavoratori dipendenti.
Nell’accordo governo-sindacati viene inoltre prevista la ricongiunzione gratuita (oggi molto costosa!) di tutti i contributi previdenziali non coincidenti maturati in gestioni pensionistiche diverse, compresi anche i periodi di riscatto della laurea; questo sia ai fini delle pensioni di vecchiaia che delle pensioni anticipate. Il cumulo contributivo sarà senza oneri per tutti gli iscritti presso due o più forme di assicurazione obbligatoria dei lavoratori dipendenti, autonomi e degli iscritti alla gestione separata  oltre che alle forme sostitutive della stessa, affinchè si possa arrivare a percepire un’unica pensione anche nei casi in cui sia già stato maturato un autonomo diritto alla pensione presso una singola gestione. L’assegno pensionistico verrà ricalcolato pro-rata, applicando le regole di ciascun ente previdenziale.
La volontà del governo e dei sindacati è di continuare nella “fase 2” il confronto con l’obiettivo di riformare il sistema di calcolo contributivo per permettere ai giovani con redditi bassi di avere il diritto alla pensione, pur mantenendo la sostenibilità finanziaria. Un tema quest’ultimo che dovrà superare i vincoli di bilancio imposti da Bruxelles, già da tempo sotto esame per la maggiore flessibilità chiesta dall’Italia. La caccia a nuove risorse è iniziata. Dalla prossima manovra di bilancio la risposta.  

29 settembre 2016

Comunicazione



Buongiorno a tutti voi, cari lettori.
Sto cercando di ampliare un poco gli scrittori e i giornalisti che dedicano del tempo alle nostre rubriche.
Insubria critica ha molte visite quotidiane, tratta tantissimi argomenti.
Se qualcuno di voi desidera vedere pubblicato il proprio testo, opinione, recensione, ecc. sappiate che è il benvenuto.
Cortesemente, se siete interessati, contattatemi su miriamballerini@virgilio.it
Purtroppo questo blog è gratuito, quindi nessuna delle persone che vi collabora è retribuita, se non con la visibilità.
Grazie!

“INCASTRI LIRICI”, POEMA MULTIFORME DI EGIDIO CAPODIFERRO Un insieme di tasselli ben incastonati in un mosaico poetico

“INCASTRI LIRICI”, POEMA MULTIFORME DI EGIDIO CAPODIFERRO
Un insieme di tasselli ben incastonati in un  mosaico poetico

“Incastri Lirici” è un’opera di Egidio Capodiferro, edita da Puntoacapo nel 2015. Si tratta di un micro-poema multiforme, ove si susseguono in ordine diacronico varie tematiche, le quali si intrecciano in una forma classicheggiante, con verso metricamente libero. Nell’agile forilegio-poemetto si nota il contrasto tra aspetto formale, quello “apollineo” ed aspetto materiale, o “dionisiaco”. C’è un’armonia dei contrari che tende alla coincidentia oppositorum. Ecco come vi troviamo descritta la dimensione stilistica: «I versi poetici volano liberi e leggeri/ ma i discorsi logici stanno in groppa/ all’asino di grammatica e sintassi…». O ancora: «La rima o il verso libero,/ l’assonanza morbida/ o la consonanza ruvida/ vomita il poeta in smalti di luce». C’è una rapida successione di quadretti agitati: sembrano degli idilli leopardiani. Le varie situazioni vengono così incastonate dal collante lirico: il “dicembre”, gli “alberi”, la “vetta”, il “vaso”, la “notte”, le “spiagge”, la “tempesta”, l’”occhio”. C’è un’evoluzione creatrice che pare involvere da immagini materiali a forme immateriali, che declinano nel romantico cielo tempestoso, nel tuffo sull’infinito, audace nunzio dell’apocalisse. Alla fine compare il Giudice e Padre “Io Sono”, che è anche il dedicatario dell’opera. La poetica del Capodiferro può essere sintetizzata in un verso centrale: «Tra il detto e il non detto, il taciuto,/ si apre uno scorcio sull’abisso». I temi romantici del titanismo, della sehnsucht si intrecciano con motivi crepuscolari e neoclassici, che si dimenano tra dantismo e “innismo” rinascimentale. Il poemetto è sintesi della poesia universale. I temi sono profondamente crepuscolari. La bellezza, bandita oramai dalla società contemporanea, abita solamente il passato monumentale. Se il presente non ha storia, allora alla poesia non resta che rifugiarsi nei sinuosi domini della memoria e del sogno. È l’immaginazione che rievoca e trasfigura i ricordi dell’esperienza vissuta. Le rappresentazioni simboliche dirimono la dissociazione tra arte e vita. Il poeta si sente irriducibilmente estraneo al mondo contemporaneo. Vi sono belle riprese di temi millenaristici medievali. Si avverte fermamente quella crisi profonda del dannunziano poeta-vate. E come non intravedervi quel “male di vivere” di Corazzini e di Montale, ben condito di una prospettiva futuristica? Anzi il passatismo della Genesi si proietta nel futurismo dell’Apocalisse! Benché educato alla tradizione classicista, sensibile alle lezioni dantesche, la ricerca poetica del Capodiferro, non indifferente alle esperienze post-crepuscolari e post-futuriste, si proietta in un deciso simbolismo. Non vi manca quell’aspetto della “sapienza tragica”, che avvicina il Nostro al Campana. Infatti nella sua poetica sussiste un flusso ininterrotto espressionistico della poesia, ove la successione spontanea delle immagini si armonizza perfettamente con la regolarità ritmica dello stile, anche se sconvolge e sovverte l’ordine sintattico.

Vincenzo Capodiferro

27 settembre 2016

L’ALBA DELLA NUOVA EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE di Antonio Laurenzano

       
L’ALBA DELLA NUOVA EUROPA FRA TIMORI E SPERANZE  di Antonio Laurenzano


A Bruxelles non è stato ancora assorbito lo shock di Brexit generato dall’illusione populista per sconfiggere la crisi economica e i flussi migratori. Un day after di grandi incognite per il futuro dell’Ue con inquietante  effetto domino negli altri Stati per l’imminente stagione elettorale. Si rischia di azzerare il faticoso processo di integrazione politica dell’Europa dei Padri fondatori  in risposta ai nazionalismi del XX secolo, causa di lutti e devastazioni.  Dal recente vertice del Consiglio europeo di Bratislava è emersa chiara la volontà dei 27 capi di stato e di governo per lavorare a un nuovo progetto di Europa.  “Dobbiamo assicurare i cittadini europei che abbiamo imparato la lezione della Brexit”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Strategici i problemi che attendono una soluzione comunitaria: migrazioni e sicurezza delle frontiere esterne, lotta al terrorismo, rilancio dell’economia.   
Tra interessi divergenti e pressioni politiche, la strada è impervia pur nella comune consapevolezza che la fragilità economica e la precaria situazione internazionale hanno confermato nelle ultime settimane l’urgenza di un reale cambio di rotta. Sul tappeto problemi che investono l’intera Unione: soltanto insieme è possibile affrontare le minacce del terrorismo, regolamentare i flussi migratori e il diritto d’asilo, arginare la crisi economica e occupazionale. La sovranità nazionale rimane per molti aspetti l’elemento fondamentale del governo di un paese. Ma, come ha osservato il Presidente della Bce Mario Draghi al VII Premio Alcide De Gasperi a Trento,  “per ciò che riguarda le sfide che trascendono i suoi confini, l’unico modo di preservare la sovranità nazionale , cioè di far sentire la voce dei propri cittadini nel contesto mondiale, è per noi europei condividerla nella Ue che ha funzionato da moltiplicatore della nostra forza nazionale”. L’Europa deve cioè intervenire laddove i governi nazionali non sono in grado di agire individualmente per accreditarsi sulla scena internazionale quale fattore di equilibrio mondiale multipolare. Bisogna dunque uscire dall’attuale immobilismo istituzionale per recuperare quella legittimità popolare che sembra smarrita  ed evitare una infausta disgregazione che alimenterebbe una pericolosa fuga in avanti!
La lunga scia di sangue che ha  attraversato  l’Europa, da Parigi a Bruxelles, da Nizza a Monaco, a Rouen in Normandia, è la tragica fotografia di un’ Europa fragile, incapace di fronteggiare unitariamente la grande sfida del terrorismo islamico.  Fra analisi, proclami e condanne continua di fatto la condizione di soporifera inerzia, insensibile al senso di insicurezza diffuso nell’Unione. Il superamento  del disagio sociale nell’ Ue passa attraverso il rilancio delle sue inadeguate istituzioni comunitarie, delle sue austere politiche economiche per una governance della sovranità condivisa. L’Europa non ha ancora trovato un’architettura istituzionale capace di creare stabilità. E l’euro ha alimentato quegli stessi conflitti che l’integrazione avrebbe dovuto prevenire. L’ Europa però non può essere il capro espiatorio  di ogni male, la causa delle rovine sociali ed economiche di una Unione sempre più allo sbando e di Governi nazionali in forte ritardo sulla via delle riforme e della crescita interna. La stragrande delle decisioni politiche viene presa dal Consiglio europeo, l’istituzione comunitaria che definisce l’orientamento politico generale e le priorità dell’Unione  della quale fanno parte i Capi di Stato e di Governo dei Paesi membri! E’ pretestuoso affermare “L’Europa ci impone”! Si vota a favore di questioni importanti a Bruxelles per poi tornare euroscettici appena scesi dall’’aereo! Significa imbrogliare l’ opinione pubblica per catturare facili consensi elettorali.

Con ritrovarla unità di intenti occorre lavorare per evitare che la Brexit faccia nuovi adepti sull’altare di un populismo nazionalista che moltiplicherebbe i problemi invece di risolverli, che dividerebbe l’Unione ancora alla ricerca, a quasi sessant’anni dai Trattati di Roma, di un’autentica coscienza europea. Per la Ue è giunto il momento di affrontare i propri errori, di fare una doverosa riflessione collegiale sulle attuali condizioni e prospettive della Comunità europea nel segno di “un’Europa libero e unita” sognata da Altiero Spinelli nel famoso “Manifesto di Ventotene” del 1941.  Chiedersi cioè cosa sia rimasto oggi, a distanza di settantacinque anni, dei motivi ideali e delle finalità che ispirarono il progetto originario di un’Europa sempre più coesa e integrata sotto ogni profilo. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e non c’è più traccia di prospettive federaliste per il riemergere di pericolosi egoismi nazionali. Speranze tradite lungo la strada di una miopia storica!     

19 settembre 2016

Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortuta del 41 bis (a cura di) Pasquale De Feo



Questo libro raccoglie testimonianze di persone che hanno trascorso anni e anni in regime di 41bis. Di cosa si tratta nello specifico capirete dai loro racconti. È cosa che va oltre quanto è possibile immaginare scorrendo le pur inumane restrizioni a cui detenuti in regime di 41 bis sono sottoposti… Ma tanta brutalità non nasce dal nulla. Nei miei lunghi anni di carcerazione ho letto e riletto della storia d’Italia interrogandomi sulle cause delle condizioni del nostro Sud e della gente che lo abita. È una storia, ho capito, che parte da molto lontano...” Pasquale De Feo
 


Postfazione di Francesca de Carolis a
Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortuta del 41 bis (a cura di) Pasquale De Feo

Ho avuto fra le mani le bozze di questo libro nei giorni degli attentati di Parigi. E di tutto quel che ne è seguito, a proposito di allarmi, emergenze, invocazioni e promesse di misure “speciali”,  annunci di modifiche di pezzi di Costituzioni… Difficile in questi momenti non farsi sovrastare dalla commozione, non farsi annebbiare la mente da paure, anche irrazionali. Ma ancora una volta ho tremato al pensiero di reazioni e provvedimenti che vanno nel senso di sospensioni del diritto, che spianano la via a violenze e orrori, da infliggere ad “altri”. Nemici di turno, senza andare troppo per il sottile.
E le testimonianze raccolte in queste pagine sono qui a ricordarci quello che di inimmaginabile può accadere, come è accaduto, sull’onda dell’emergenza, nel nostro passato prossimo. Cose, si sottolinea, che nessuno conosce. Cose che se pure se ne è sentita l’eco, forse si preferisce cercare di non sapere…  
Inviate a Pianosa e all’Asinara, negli anni ’90, persone appartenenti, o presunte tali, ad associazioni di stampo mafioso, presero, dopo un breve intermezzo, il posto lasciato da persone che avevano partecipato alle bande del nostro terrorismo, per le quali quelle specialissime carceri furono allestite. Sembra basti questo per giustificare un’alzata di spalle. La parola “mafioso” sembra essere diventata una parola “magica” che a tutto ci autorizza, in termini di repressione e violenza nei confronti degli individui. Ci autorizza ad aprire pericolose aree di sospensione del diritto. Dimenticando che la negazione dei principi dello stato di diritto nei confronti del peggiore di noi, non può che aprire gravissime falle nella democrazia ed è cosa che prima o poi tutti può toccare… Le leggi emergenziali, che tutto sembrano giustificare, diventano buchi neri nei quali tutto può precipitare. A cominciare dalla nostra “civiltà”.
Basta guardarsi appena alle spalle. C’è un filo rosso che lega quel che accadde a Pianosa e all’Asinara ai fatti di Genova. Abbiamo dimenticato le inaudite violenze della caserma Bolzaneto trasformata in un vero e proprio lager dagli agenti del Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria? Il Gom… che in realtà raccolse l’eredità di un altro reparto, lo “Scopp” (Coordinamento delle attività operative di polizia penitenziaria), istituito nei primi anni ’90 …  Dunque non parliamo delle “mele marce” con cui si giustificano, per quel che si può, singoli atti di violenza che qua e là pure saltano fuori nell’ordinaria vita del carcere. Ma di corpi di polizia che hanno agito su disposizioni precise. Come accadde anche nella scuola Diaz. E vittime furono uomini e donne, giovani e vecchi. Di ogni nazionalità e lavoro. Studenti, operai, qualche professionista. Lì dentro poteva esserci chiunque di noi. Nell’aprile di quest’anno per quei fatti la Corte Europea ha condannato l’Italia: fu tortura. Peccato che il nostro ordinamento non preveda il reato. E il parlamento non trovi tempo e modo di colmare questo buco nero.
Pianosa e l’Asinara…  le violenze, le vessazioni, le indecenze… E sappiamo che ci furono morti, “pentimenti”, suicidi.
Credo ci sia voluto un gran coraggio a ricordare e raccontare di quel tempo. Perché il timore è anche di non essere creduti (come accadde a molti dopo Auschwitz). Perché quello che scatta è anche la vergogna profonda per aver subito vessazioni che tendono ad annullare l’individuo ( come può accadere a chi ha subito la contenzione negli ospedali psichiatrici, ad esempio).
Da alcuni anni scambio lettere con Pasquale De Feo, che questo libro ha voluto e curato. Dal carcere di Catanzaro prima, dalla Sardegna, Massama, adesso, dove De Feo è stato lo scorso anno trasferito, e dove ancora si trova mentre andiamo in stampa. Cattivissimo “per sempre”. E c’è da chiedersi se c’è da ragionare sull’irragionevolezza della carcerazione, se più di trentatré anni non sono bastati a “migliorare” un uomo. Eppure, questo “cattivissimo” che le leggi emergenziali, diventate come si sa ordinarie, vogliono inchiodato al momento del reato, molto mi ha insegnato. Tutt’altro che cattivo maestro. Perché Pasquale è persona che in carcere molto ha letto e studiato. E leggendo, e studiando, e approfondendo, ha cercato e cerca nelle vie della Storia le ragioni anche della sua storia individuale. Mi manda spesso, Pasquale, libri sulla storia d’Italia e del Meridione, facendomi anche vergognare di mie ignoranze in proposito, io che pure sono nata a sud del Garigliano, e lì mi è rimasto il cuore.
E molto mi ha insegnato, e insegna a tutti noi con questo libro, sul dovere della memoria.
Non dobbiamo permettere, ci dice, che le cose terribili commesse all’Asinara e a Pianosa scivolino nell’oblio. Perché ciò che non si ricorda non si corregge e si ripete. E l’abbiamo visto. 
Ma siamo sempre in tempo a conoscere e scandalizzarci per gli episodi, della nostra storia che è appena ieri, che ancora non ci fanno scandalo. Serve, e questo è il punto, per cercare di stare bene attenti, almeno oggi, a non accettare cose di cui potremmo scandalizzarci e vergognarci in futuro, accecati da questa parola, “emergenza”, che tutto ( e quindi niente) sembra significare ma tutto vuole giustificare.
Da quando mi è capitato di leggerne, sempre ricordo un memorabile intervento dai banchi dell’aula del Parlamento, dove sedeva fra le fila dei Radicali, di Leonardo Sciascia. In tempo di terrorismo, intervenuto per invitare a non abdicare ai principi dello stato di diritto, era stato accusato di “alleanza oggettiva” con i nemici di allora. Le sue parole: “sono stanco di essere accusato di alleanze oggettive con questo o con quello… queste alleanze, mosse in accusa a chi difende certi diritti civili che si vogliono dimenticare, o a chi discorda da opinioni che si vogliono totalitarie, è uno dei ricatti che più pesa nella vita italiana”.
Chiedendomi se questa convinzione avrebbe tenuto ferma anche nei confronti di mafiosi, presunti e non, Sciascia che in maniera così profonda ha indagato e raccontato la Mafia e le sue violenze. La mia intima convinzione è che sì, che restando sempre fedele all’uso della ragione, in nessun caso  avrebbe acconsentito alla rinuncia dei principi dello stato di diritto.
Cosa che invece, purtroppo, nelle nostre carceri, sempre sull’onda dell’emergenza esplosa un quarto di secolo fa, ancora accade. Penso ancora al regime del 41bis, regime che perdura, e se  non ci sono più sistematici pestaggi ( ce lo auguriamo), continua la violazione di elementari diritti della persona. E’ di questi giorni un’importante relazione della Commissione Diritti Umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, che al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva sull’applicazione del 41bis, chiede interventi che ripristino il rispetto delle garanzie previste da norme nazionali e internazionali, e chiaramente parla di un “surplus di afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica, prima ancora che nella legge”.
Ho conosciuto persone che il carcere “duro” l’hanno subito per più di dieci anni, ho letto scritti di persona a cui il regime è stato rinnovato dopo il quindicesimo anno… sorvolando sulle condizioni fisiche e psichiche con le quali si esce, se si esce, e se si esce vivi, da tale condizione, faccio mio il dubbio espresso dai penalisti della Camera penale di Roma in una pubblicazione in cui si denuncia il 41bis e le sue lunghe proroghe: “... visto che si tratta di misura giustificata con la necessità di recidere i legami del detenuto con l’associazione di appartenenza, se i lunghi anni non sarebbero bastati a recidere quei legami, vuol dire che o il sistema è inefficace, o si vuole ottenere altro…”
E per ottenere questo “altro” in Italia, ancora, c’è una non dichiarata licenza di tortura… che altra definizione non trovo.

Francesca de Carolis

13 settembre 2016

JURASSIC PARK di Michael Crichton recensito da Miriam Ballerini




JURASSIC PARK    di Michael Crichton
© 1990 Garzanti 
ISBN 88-11-66102-1   Pag. 479  € 9,90

Purtroppo Crichton è scomparso troppo presto, lasciandoci in eredità i suoi scritti e alcune regie di diversi film. Chissà quanti altri bei romanzi avrebbe potuto ancora scrivere.
Nato come ricercatore, ha poi lasciato quella carriera per dedicarsi alla scrittura.
Molti suoi libri, pur essendo d’invenzione, ci fanno riflettere su come la scienza viene impiegata, sul suo potere e la smodatezza esercitata da alcuni.
Tutti conoscono questo libro perché è diventato una serie di film famosi.
Il libro è abbastanza simile alla versione cinematografica, anche se i personaggi hanno destini diversi da quelli riservati loro nel film.
John Hammond riesce a ricreare in laboratorio i dinosauri. Estraendo il dna dalle zanzare imprigionate nell’ambra, rattoppando le interruzioni causate dagli anni con dna di anfibi. Ecco che tornano in vita i più grandi animali esistiti sulla terra. Dal feroce tirannosauro, al letali velociraptor,
ad altri erbivori mastodontici.
L’idea di Hammond è quella di creare un parco divertimenti, una sorta di grande zoo, dove l’attrattiva siano questi essere sconosciuti, se non per quel poco che i paleontologi hanno potuto scoprire dai fossili.
Prima di aprire il parco, sito su un’isola del Costa Rica, invita un matematico, un paleontologo, una paleo botanica, i suoi nipotini e un avvocato ad ammirare la sua creazione, per verificarne la sicurezza e l’accessibilità al pubblico.
Ma come possiamo controllare animali di cui non conosciamo nulla? Come possiamo fermare la natura? I dinosauri sono creati tutti femmine, per fare in modo che non si riproducano e non sfuggano al controllo; ma la natura si fa beffe di questi limiti. Alcuni anfibi cambiano sesso di fronte alla necessità, e così accade anche a questi animali
Basta un black out per far sì che i dinosauri sfuggano al controllo degli uomini e agiscano secondo il loro istinto, dimostrando la fragilità dell’uomo di fronte a scelte arroganti come questa.
Crichton scrive molto bene, ogni fine capitolo invoglia a proseguire nella lettura per vedere cosa accadrà.
Forse, per chi come me ha visto prima il film che letto il libro, manca la velocità nei dialoghi. I personaggi sono presi uno per volta e non c’è quel botta e risposta immediato.
Crichton miscela la finzione a teorie veramente esplorate dalla scienza e, lungimirante, ci presenta lo scenario di quanto potrebbe accadere se, davvero, si arrivasse un giorno a giocare a fare Dio.

© Miriam Ballerini

Volontariato in carcere

Art.17 Ordinamento Penitenziario:
Partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa. La finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa.


 
        Con la riforma del 1975 l’apertura al volontariato nel sistema penitenziario è stata una vera rivoluzione culturale carceraria, che ha dato importanza alla comunità libera nel recupero del detenuto.
È stato come se il Legislatore avesse ammesso che il prigioniero può migliorare solo dentro la società e non certo escludendolo totalmente da essa.
Credo che le migliaia di persone che ogni giorno entrano in carcere e dedicano la loro energia e il loro tempo ai prigionieri siano la parte più sana della nostra società e, di conseguenza, delle nostre “Patrie Galere”. Ed è grazie a loro che la maggioranza della popolazione detenuta riesce ad avere ancora un contatto con l’ambiente esterno e a sentirsi meno emarginata. Probabilmente per questo il “nemico numero uno” per l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è il detenuto, ma il volontario che entra a casa sua, lavora gratuitamente, vede, ascolta e poi va fuori.
     Qualcuno mi rimprovera che quando scrivo di carcere parlo solo dei detenuti; penso che abbia ragione. E questa volta ho deciso di dare voce e luce a una volontaria rendendo pubblica parte di una sua lettera che ho ricevuto in questi giorni. Per proteggerla dall’Assassino dei Sogni non farò il suo nome, né indicherò il carcere da lei citato; ma se, in seguito, questa volontaria sarà d’accordo e qualche parlamentare sarà disposto a fare un’ interrogazione parlamentare, renderemo pubblici i dettagli .
 Mio caro Carmelo, (…) devo anche informarti che ho sospeso di andare a (…) e quindi di fare i colloqui. È stata una decisione molto sofferta, dopo sei anni che ho passato là dentro, scambiando parole e cuore con tutti quei ragazzi che ho visto. È stato un periodo tosto ma che mi ha dato tanto. Ho imparato tanto, mi ha insegnato a sbarazzare la mente da qualunque pensiero avverso, stupido, di controllo, di pregiudizio. Ho ricevuto tanto, tanto, tanto. Mi dicono che ho anche dato, ma è stato di sicuro reciproco. Le persone che conosco e che non hanno contatto con il carcere non capiscono e mi hanno avversato sempre, ma l’importante è che io sappia e loro, comunque, che piaccia loro o no, si sono beccati i miei racconti perché credo che le coscienze vadano scosse anche quando non vogliono! Il motivo della mia rinuncia è stato un certo “movimento” interno al carcere (chissà che giochi ci sono dentro…), ma di sicuro le guardie (con la direzione) hanno incominciato a ostacolare i volontari (che odiano) sempre di più. Pensa che in una mattina mi hanno fatto 3 perquisizioni e che due dei nostri migliori volontari sono stati privati dell’art. 17 per essere stati trovati in possesso di buste da lettera e francobolli (che non potremmo portare, ma che dovrebbe fornire il carcere. Cosa che non fa.) Ho “sentito” che per la prima volta in 6 anni, era meglio avere paura. Non avrei voglia di diventare un capro espiatorio.
 Non credo che ci sia altro da aggiungere, a parte commentare che se il carcere non rispetta neppure i volontari che donano il loro tempo e affetto sociale a chi ha sbagliato, allora la rieducazione è veramente difficile, il desiderio di ricominciare a vivere si atrofizza e si trasforma in odio. Soprattutto, fa sentire innocente anche chi non lo è.
 

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, settembre 2016

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...