21 maggio 2016

Corso di fotografia naturalistica

cliccare sulla locandina per ingrandirla


Addio a Marco Pannella

L'importante testimonianza di chi Marco Pannella l'ha conosciuto e tastato con mano che faceva sul serio.

La notizia della scomparsa di Marco si è sparsa all'improvviso da una cella e da una finestra all'altra e in tutte le sezioni del carcere di Padova.
Molti detenuti hanno abbassato gli occhi e il tono della voce. Qualcuno ha scrollato la testa. Altri ancora si sono ammutoliti. Tutti si sono sentiti come abbandonati a se stessi.
Qualcuno ha urlato dalle sbarre della sua finestra: "E adesso quale sarà quel politico  che ci darà voce e lotterà per i diritti dei carcerati o avrà il coraggio di proporre un'amnistia?".  Andrea gli ha risposto: "Nessuno". Roberto ha aggiunto: "La stragrande maggioranza dei politici è d'accordo solo su una cosa: riempire le carceri come delle scatole di sardine e usare l'emergenza criminalità per continuare a prendere voti e continuare a rubare." Antonio s' intromette nella discussione: "Non bisogna generalizzare, ci sono anche i politici onesti". Raffaele si incazza: "Sei proprio scemo, non lo sai che in Italia essere garantisti e abrogazionisti della pena dell'ergastolo fa perdere i voti e consenso elettorale?" Lorenzo lo appoggia: "Guarda che fine hanno fatto quei pochi politici che si sono sempre impegnati per la legalità in carcere, sono scomparsi dal Parlamento. Gli altri politici lo sanno che il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell'ingiustizia, della sofferenza, dell'emarginazione e la discarica degli avanzi della società perbene e disumana, eppure non alzano un dito, perché non hanno il coraggio e il cuore che aveva Marco Pannella”. Interviene Sandro: "Io penso che il carcere così com'è non dà risposte, il carcere è una non risposta, il carcere è il male assoluto. Non si può educare una persona tenendola all'inferno. La si può solo punire, farla soffrire, distruggerla, e dopo di questo anche il peggiore assassino si sentirà innocente. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità può restituire alla società dei cittadini migliori".
    
      Ascolto dalle sbarre della mia finestra i discorsi dei miei compagni, ma non intervengo perché penso che adesso sia il momento del silenzio e di trasmettere tutta la nostra solidarietà ai familiari, ai radicali, (in particolar modo a Sergio D'Elia e a Rita Bernardini) e a tutti quelli che volevano bene a Marco.
      Ciao Marco, eri il mio eroe e mi sei stato da esempio, ora mi sento un po' orfano. Spero che nel posto  dove sei ora non ci siano prigionieri, né carceri, ma sono sicuro che dovunque tu sia adesso, continuerai a lottare contro il Dio di turno per migliorare i diritti degli angeli o dei diavoli.
Un ultimo affettuoso sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 19 maggio 2016





19 maggio 2016

L’ORIZZONTE A QUADRETTI Esperienze dal carcere

L’ORIZZONTE A QUADRETTI
Esperienze dal carcere

«La differenza tra noi e voi consiste solo in questo: noi vediamo il vostro stesso orizzonte, ma a quadretti,» mi risponde un detenuto. Vi devo raccontare un’esperienza personale che ho avuto modo di vivere e che è stata decisiva per il proseguo dei miei studi universitari. Si è, infatti, aperto quel cassetto ove ho riposto e custodito gelosamente il mio sogno: stare a contatto con coloro i quali, avendo commesso dei gravi sbagli, sono detenuti, condividendone la realtà quotidiana, le emozioni, le aspirazioni, la voglia di riscatto, la riabilitazione. Ho avuto modo di aggiudicarmi una piccola borsa di studio, offerta dall’Università “Insubria” di Como, il cui contenuto prevedeva un soggiorno di quattro giorni intensi per introdurre la facoltà di Giurisprudenza, la mia futura facoltà … e quindi, quale migliore occasione mi si presentò? Iniziarono così quei momenti di confronto, di condivisioni, di testimonianze dirette, ma soprattutto due giornate vissute a stretto contatto con la realtà carceraria, quella vera, quella dura, quella a volte crudele … ma talvolta capace di trarre il meglio delle persone, di vincere i loro primordiali istinti aggressivi, la loro malvagità, capace quasi di “trasformare”. Forte è in tutti noi la curiosità di sapere, di conoscere, di giudicare … ma altrettanto forte deve essere il desiderio di muovere le nostre competenze, la summa di conoscenze e capacità, per essere utili a chi ha bisogno di aiuto per correggere il cammino della propria esistenza. «Cara Persona detenuta, ero curiosa di sapere che cosa avessi combinato e avevo paura di te, ma oggi mi interessa solo la persona che vuoi diventare»: è stato questo il pensiero conclusivo di quella avventura, è questo il pensiero che da allora mi accompagna. Per questo il mio ringraziamento va in primo luogo all‘Università per la folgorante esperienza e a quelle persone, i carcerati di Bollate e Opera, che hanno avuto il desiderio, l’umiltà di aprirci il loro animo, un gesto che per loro rappresenta un contatto con l’esterno e per me tutto quello che ormai sapete, tanto che, il mio secondo “grazie” lo rivolgo a me stessa per l’impegno, la responsabilità e la dedizione che metterò in campo per dare il mio piccolo contributo, affinché questa società possa essere composta non da individui perfetti ma migliori. Delinquenti non si nasce, si può rischiare di diventarlo, ma ognuno ha diritto di intraprendere un percorso di riabilitazione se accompagnato da una voglia autentica di riscatto e di consapevolezza, dove ognuno di noi può giocare la sua parte. Steve Jobs diceva: «Investire in comunicazione e in formazione in tempo di crisi - (anche esistenziale) -, significa costruirsi le ali mentre gli altri precipitano» … non so se un detenuto alla fine imparerà a volare, di sicuro avrà almeno fabbricato le sue ali per provarci. “Vigilando redimere”: può essere sintetizzata in questi due verbi la funzione civile e morale che la società attribuisce al regime di detenzione. Lasciare per anni in carcere chi compie un reato, una violenza, un crimine, non è garanzia in sé sufficiente di presa di consapevolezza di quello che ha compiuto, di pentimento per il dolore che ha provocato e di impegno e buoni propositi da attuare una volta fuori. “Non è colpa mia!”: la reazione prima che scaturisce quando si viene accusati, non perché non ci si renda conto di mentire anche a sé stessi, ma perché la mancata accettazione di una realtà dolorosa costituisce uno dei meccanismi di difesa più antichi che la nostra mente utilizza per sopravvivere. E se questo è vero nelle nostre piccole cose quotidiane, che impatto può assumere nel modo di pensare, ragionare e vedere la realtà di chi invece compie un’azione illegale e criminale? Oltre a sottovalutare la gravità e le conseguenze delle azioni, non curante dei pericoli a cui espone sé stesso e gli altri con il suo comportamento, l’autore di tali gesti, entrando in un circolo vizioso, si convince della sua onnipotenza, di poter calcolare e prevedere ogni mossa , di vivere senza rispettare le regole e le leggi; ma nel momento in cui queste certezze crollano, il contatto con la realtà è difficile da reggere: non essendo mai stati disposti ad accettare la presenza di norme prestabilite e non riconoscendo che il giudicare il proprio comportamento è una funzione svolta anche da persone esterne a sé, il confronto con il potere giudicante è visto come un ente senza valore che attribuisce una pena a chi non la merita. In un’ottica differente da questo ruolo, la detenzione non farebbe altro che avvalorare l’oppressione che vive il detenuto : il carcere da solo non previene né scoraggia il detenuto a ricompiere nuovamente il reato una volta fuori. Il passare tutto il giorno chiuso in una cella, fatta eccezione per “l’ora d’aria”, senza avere contatto con l’esterno, il fatto che non si è più liberi di decidere come impiegare il proprio tempo, ma essere soggetti, anche per le cose più elementari, a dover chiedere il permesso, produce di fatto un ulteriore inasprimento del sentimento di rivalsa e vendetta nei confronti della società che l’ha costretto ad essere dipendente dalle decisioni altrui. Ecco perché la funzione del carcere deve essere un’altra: l’obiettivo ultimo deve essere il recupero sociale dell’individuo in modo tale che una volta scarcerato non ritorni a delinquere, ma diventi conscio degli effetti che le sue scelte sortiscono su di sé e sugli altri. Proprio per offrire un’opportunità di vita diversa rispetto al passato, in alcune realtà di detenzione italiana vengono organizzati corsi in cui si insegna un mestiere, da svolgere “dopo” anche come fine psicologico di orientare la mente del detenuto al futuro, al di fuori delle sbarre, perché possa pensare in termini propositivi e concentrarsi su uno scopo che può raggiungere, perché si convincano che da “carnefici” possono anche loro diventare uomini migliori. Notizie che apprendiamo dai quotidiani, dai telegiornali, dalle inchieste ci confermano che la situazione pratica nella quale sono costretti a vivere i nostri detenuti sia molto differente da quella, quasi idilliaca, descritta nella teoria. La parola “sovraffollamento” è sulla bocca e nelle orecchie di tutti, o almeno dovrebbe essere così. Dopo la Serbia siamo noi italiani a registrare il più alto tasso di sovraffollamento. Della popolazione carceraria, secondo dati ISTAT, il 60% in Italia sono stranieri, che pur commettendo reati minori (a volte delinquono per mantenersi non trovando lavoro, perché sprovvisti di documenti e considerati perciò nessuno dalla società) degli italiani restano in carcere senza concedersi gli arresti domiciliari non avendo reti famigliari, domicili o documenti. Tutto ciò non si placa neanche di fronte alla salute. Si legge in un articolo del Corriere della Sera scritto da un ex carcerato: “se stai male occorrono 10 giorni per una visita medica e spesso non riceviamo neanche le cure adeguate. I detenuti di Poggioreale chiamano il famoso Buscopan “la pillola di Padre Pio”, perché quella ti danno e con quella ti devono passare tutti i dolori”. La nostra “Carta dei diritti e doveri dei detenuti o internati” sancisce che “il detenuto ha il diritto a non subire mezzi di coercizione fisica a fini disciplinari”, eppure molto spesso apprendiamo notizie riguardanti “morti in circostanze sospetti” ma con le denunce portate avanti durante le innumerevoli inchieste, ben si sa come tali decessi avvengono: il programma “Le Iene” ha riportato anche la testimonianza di un secondino che ha partecipato a raid punitivi ai danni di alcuni detenuti “per futili motivi”: forse avevano risposto male ad una guardia o non si erano alzati in tempo. Quindi se Voltaire diceva “il grado di civiltà di una nazione si misura sullo stato delle sue carceri” potremmo rispondere con le stesse parole dell’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano “da noi rappresentano solo vergogna per il Paese”: i nostri detenuti sognano un volo in una gabbia dentro una gabbia. L’unico potere rigenerante all’interno delle carceri consiste nell’istruzione e nel lavoro. “L’ignoranza è l’origine di tutti i mali” ci insegna Socrate, e le persone ignoranti sono più predisposti a commettere reati, ma la legge non ammette l’ignoranza ed è giusto che chi sbaglia paghi, ma nel programma rieducativo lo Stato deve assicurare tale aspetto. La “Carta dei diritti e doveri dei detenuti o internati “prevede che “negli istituti penitenziari si svolgano corsi scolastici a livello di scuola d’obbligo e di scuola secondaria superiore. (…) ed è consentito svolgere la preparazione da privatista per il conseguimento del diploma e della laurea.” Il carcere di Bollate rimane comunque un modello, dove la cella serve solo per dormire, dove si frequentano scuole, dove si lavora in cooperativa, si fa teatro, tornei sportivi … Certo all’ingresso avviene la selezione dei detenuti da ammettere al piano riabilitativo che consente di proporre loro un tipo di pena che lasci libertà di movimento e di organizzazione della propria giornata: per tale motivo viene definito “carcere premio” in cui il detenuto diventa coprotagonista affiancato dagli operatori. L’obiettivo è quello della decarcerazione. Perché: “la pena non può essere il fine della giustizia. L’obiettivo deve essere la restituzione del detenuto alla Società. Come può un Paese abolire la pena di morte, se poi annovera l’ergastolo e il carcere a vita?” Un romanzo che si domanda come si possa conciliare la sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato è “fine pena: ora!”, una storia vera, un’opera che scuote e commuove, nella quale il giudice Elvio Fassone, autore e protagonista, intrattiene uno scambio epistolare per 26 lunghi anni con Salvatore che lui stesso ha condannato all’ergastolo durante il maxi processo alla mafia catanese tenuto nel 1985 a Torino. Dopo la sentenza il giudice spedisce a Salvatore una lettera ed un libro: non è pentimento per la condanna inflitta, né solidarietà, ma un gesto di umanità per non abbandonare un uomo che dovrà passare in carcere il resto della sua vita. La legge è stata applicata, ma questo non impedisce al giudice di interrogarsi sul senso della pena. E non astrattamente, ma nel colloquio continuo con un condannato. Ventisei anni trascorsi da Salvatore tra la voglia di emanciparsi attraverso lo studio, i corsi, il lavoro in carcere e momenti di sconforto, soprattutto quando le nuove norme rendono il carcere durissimo con il regime del 41 bis. L’ergastolano tenterà più volte il suicidio per porre fine alla sua condanna: da qui nasce il titolo dell’opera. Per i condannati all’ergastolo si scrive  “fine pena: mai” oppure “fine pena: anno 9999”, Salvatore con il suicidio decide che la sua “fine pena” deve essere “ora”. Ognuno di noi gode della grande libertà di vivere, ed ognuno di noi ha maggiori o minori possibilità di godere dei benefici di questa esistenza, ma tutti, proprio tutti, abbiamo il diritto di scegliere … ed ognuno in questa possibilità di scelta può commettere errore, ma in ogni caso tutti abbiamo il diritto e il dovere di porvi rimedio e di offrire aiuto nel farlo. Ognuno di noi quale parte integrante e attiva, quale membro appartenente ad una società evoluta e democratica, quale uomo, può esercitare la propria parte, non solo ha il compito di “prendere in mano la propria vita per fare un capolavoro”, ma contribuire a rendere tale anche quella degli altri, benché ben diversa dalla nostra. Concludo con una frase che l’ergastolano scrive al suo giudice: «le condanne non insegno nulla anzi incattiviscono, ma lei, le sue lettere insegnano tanto, sono come un libro che insegna la vita». Riporto dei versi toccanti scritti da alcuni detenuti, per il laboratorio di scrittura creativa, rispettando la loro privacy: «M’illumino di male/ in luce nera,/ non mi confido con nessuno al mondo/ combatto solitario/ il mio tormento». Ed un altro grida: «A voi ragazzi e ragazze/ che siete la linfa vitale di questa terra così bella/ possa il nostro augurio accompagnarvi/ nel cammino che per noi si è interrotto./ Possiate voi ricostruire col vostro impegno e entusiasmo/ tutto quello che gli illusi hanno sgretolato».
Santi Greta

“CONSIDERAZIONI INATTUALI” SULLA SOCIETA’ ATTUALE L’occultamento della morale nella società della depravazione

“CONSIDERAZIONI INATTUALI” SULLA SOCIETA’ ATTUALE
L’occultamento della morale nella società della depravazione



Il problema della società attuale vuole essere reso inattuale: mi pare la svalutazione della Morale.  Una para-morale scientifica a posteriori ha sostituito la Morale a priori, creando quindi una distorsione del Bene, che non può che portare all’eccesso, alla corruzione, alla deturpazione della Verità. La massa non si riconosce più nella Stato legiferatore, e quindi non riconosce più le leggi che questo Idolo Terreno emana, si disinteressa della vita politica e civile, solamente perché non crede che altri possano dettare morale per questa. Ma dove sono i veri detentori di Morale? Dove sono i re-sacerdoti? Sono stati uccisi dalle rivoluzioni delle masse? Dalla Rivoluzione Americana, dalla Rivoluzione Francese! Sono stati spaventati dall’apparente forza “liberale” di esse? Ma io dico:  non abbiate paura delle masse, è passata l'era in cui una massa poteva sfidare un potere forte: non otterrà mai più un risultato un popolo che si schiera contro un oppressore se non viene sostenuto da chi detiene un potere maggiore dell'oppressore. Ha fallito la religione, hanno fallito i sindacati, hanno fallito i governi, hanno fallito le masse! Accettiamolo: tutti abbiamo fallito! Hanno fallito le politiche monetarie moderne, hanno fallito le politiche etiche, hanno fallito le politiche liberali. Si destino coloro che vedono con almeno un occhio, emergano dalle tenebre, si uniscano per rinnovare il mondo: ora è possibile. «In un popolo di ciechi chi ha un solo occhio è re». Non abbiano paura della luce, cerchino tra il popolo i nuovi illuminati: non dico che ce ne siano in moltitudine, tuttavia ancora oggi nascono Uomini. Non lasciamoci guidare da pochi che hanno una visione distorta della Luce, o addirittura di una non-luce: il potere temporale è diventato forte annientando la Morale. Pochi che si credono superiori alla massa cercano di controllarla ma non si rendono conto che insozzano solamente il loro spirito e lo consacrano al Demiurgo caduto e oscuro, mietitore di schiavi (che urla a chi è schiavo e vuole farsi padrone: «Vieni ti farò lavorare nella mia vigna», ma aprite gli occhi e non fatevi confondere dalla materia; l’essenza di quella vigna non è pura ma lurida e peccaminosa). Vergognatevi delatori della Verità! Vergognatevi, poiché il desiderio che avete espresso non è quello insito nel vostro io più profondo: desiderio di amore. Arriverete solo a un abisso di perdizione e disperazione, oscurità che è abnegazione di amore!

Stefano Negri

18 maggio 2016

CENT’ANNI DI MEMORIA Elogio dei miei vecchi di MARIO TRUDU


CENT’ANNI DI MEMORIA
Elogio dei miei vecchi
di MARIO TRUDU

prefazione di Natalino Piras
cura di Francesca de Carolis

ed Stampa Alternativa

Rimpiange e racconta, Mario Trudu, ergastolano, in carcere da 36 anni con condanna per sequestro di persona, il tempo della sua infanzia e adolescenza, ad Arzana, paese nel cuore della Barbagia.

Dall’autore di “Tutta la verità, storia di un sequestro” (Stampa Alternativa) un racconto ricco del fascino che Trudu ragazzino riesce a cogliere in tutto, nonostante le durezze di un ambiente molto povero e dalle regole implacabili. Incantato soprattutto dai racconti dei “suoi vecchi”, che sono trasmissione di sapere, ma anche storie di guerra, di cui si conservano ricordi, commoventi e crudi.
Spazi onirici si aprono con i sorprendenti disegni, di cui Trudu è autore, che si intrecciano alla narrazione

Questo il link dove si può ordinare:


  
Nota del curatore

Ho incontrato Mario Trudu, curandone il lavoro, mentre si trovava nel carcere di san Gimignano. Attualmente si trova in Sardegna, ad Oristano. 

Quando si incontra qualcuno in carcere, difficile che poi la tua vita scorra come prima. Quando poi quel qualcuno ha trascorso quasi tutta la sua, di vita, dentro quattro mura, e in regime di Alta Sicurezza, e per di più con una pena che non finirà mai…, quando conosci di cosa è fatto il cammino del suo tempo, e chi non è entrato in un carcere non può immaginare, allora è davvero difficile, anche solo per poco, scrollarsene di dosso il pensiero. Così, ho continuato a seguire la vita prigioniera di Mario Trudu,  mese dopo mese, prendendo ogni volta che è stato possibile la via che porta al carcere di San Gimignano. Ogni volta ritornando verso casa carica dei suoi appunti, delle sue lettere, dei suoi racconti. Di straordinaria forza. Come mi è subito sembrato anche questo lungo racconto che tempo fa mi aveva consegnato, un po’ arrossendo e un po’ schermendosi, come sempre fa lui: “Leggi questo, se hai tempo da perdere…”.
Manoscritto dal paese del sole, l’aveva intitolato. Perché il ricordo di Arzana, il paese in provincia di Nuoro nel quale è nato, e della sua gente, davvero è stato per Mario Trudu il sole che ha scaldato una vita che il nostro sistema giudiziario vuole definitivamente morta. Con buona pace del tanto sbandierato principio della Costituzione che vorrebbe le pene tendere alla rieducazione, eccetera eccetera…
Scorrendo le pagine dei ricordi d’infanzia e della prima gioventù, si ritrovano le radici di quel mondo il cui pensiero gli ha permesso di sopravvivere ai lunghissimi anni in carcere. Si comprende quanto violento ne sia il ricordo da percepirne ancora oggi persino gli odori, i sapori, il suono delle parole… Pagine dai colori forti, che rimandano alle immagini che hanno fatto da sfondo, ora acceso ora più sfumato, al suo primo libro, “Tutta la verità, storia di un sequestro”, che ha inaugurato il nuovo progetto editoriale voluto per Stampa Alternativa da Marcello Baraghini.
Mario Trudu, per chi non lo sappia, è in carcere dal 1978. Due condanne per sequestro di persona, della prima da sempre si dichiara innocente. Della seconda si è sempre assunto tutta la responsabilità, ma pure tiene a far sapere che il reato che ha compito è stata reazione ( ora mi dice sa quanto sbagliata) alla prima grande ingiustizia subita. L’applicazione retroattiva delle norme emergenziali degli anni ‘90, diventate, come tutto in Italia, da temporanee definitive, lo hanno seppellito vivo. E nulla importa quello che nel frattempo è diventato, se pentimento vero è maturato nel suo animo. Per la giustizia Mario Trudu è una persona che non ha scelto di essere collaboratore di giustizia. E questo basta. Dopo 37 anni di carcerazione per il nostro sistema giudiziario Mario Trudu, che in carcere è entrato giovane, ha trascorso la maturità, e ora sempre lì si avvia alla vecchiaia, è ancora l’uomo del sequestro di oltre sette lustri fa. C’è qualcosa, mi chiedo sempre più spesso, che non va…
Me lo chiedo ogni volta che lo vedo arrivare nella stanza dove avvengono i nostri incontri: un educato signore, che sulla soglia arrossisce, timido sembra all’inizio, introverso piuttosto penso ora, che ci tiene moltissimo ogni volta ad avere qualcosa da offrirmi, e ogni volta si scusa di quel poco (poco secondo lui, per me sempre troppo) che il regolamento del carcere permette. Ogni volta mi interrogo sulla sua lunghissima vita fatta di sottrazioni… perché in carcere  per sottrazione si vive. Difficile persino fargli avere delle matite per i suoi disegni. Sembra una banalità, ma non potete immaginare quante banalità rendono ancora più afflittiva la vita di chi è in prigione.
Eppure, a volte penso, basterebbe poco… Non potete immaginare quanta gioia ha espresso in una sua lettera, raccontandomi dell’albero che riusciva a vedere dalla sua nuova cella quando è stato trasferito a San Gimignano.
Difficile trovare le parole per spiegare a chi non ne ha esperienza il carcere e, a chi non ha mai guardato negli occhi un ergastolano, il carcere a vita. Difficile trasmettere il senso di chiusura al mondo. Ma forse una chiave Mario, involontariamente me l’ha data. Mi perdonerà se svelo un brano dei nostri colloqui. Ma ascoltate…
Lo scorso anno, l’ho incontrato un giorno che si era vicini all’otto marzo. E Mario mi ha portato il disegno di una rosa. “Avrei voluto- mi ha detto un po’ imbarazzato- regalarti una mimosa. Ma… non riesco a ricordare… aiutami… com’è fatta una mimosa?”. Gialla, quei pallini tutti gialli… ho risposto a mezza voce, pensando al buco nero del tempo che ha ingoiato il colore delle mimose, e all’oscenità della chiusura definitiva al mondo di “quelli della morte viva”.
Dai nostri colloqui esco spesso piuttosto triste. Perché, vi assicuro, è straziante lasciare una persona in carcere quando hai capito veramente dove la lasci. Anche se Mario mi congeda sempre con saluti sorridenti. Ma so bene che c’è una sola cosa che illumina davvero la sua anima. Ed è il ricordo della sua terra e della sua casa. Si capisce bene leggendo queste pagine, guardando i bellissimi disegni di cui il racconto è tessuto, e gli spazi onirici che sanno dischiudere.

Francesca de Carolis 



11 maggio 2016

LILIA CARLOTA LORENZO IL CAPPOTTO DELLA MACELLAIA

LILIA CARLOTA LORENZO
IL CAPPOTTO DELLA MACELLAIA

- Dopo l’enorme successo in digitale – self-publishing più venduto di Amazon nel 2013 – Il cappotto della macellaia arriva finalmente in libreria.
- Lilia Carlota Lorenzo porta in Italia il carattere più autentico dell’America Latina. Fonde le atmosfere magiche di Gabriel García Márquez e la passione malinconica del tango di Gardel per creare una propria voce: ironica, indolente, sboccata e sanguigna.
- Ci regala personaggi dalla scorza durissima, situazioni crude e surreali che ricordano i film dei fratelli Coen e i libri di Daniel Pennac.

IL LIBRO
Palo Santo, un paese apparentemente innocuo della pampa argentina. I pettegolezzi corrono più veloci dell’incessante vento che annuncia la tormenta. Mentre la sarta continua a cucire e scucire il cappotto per la figlia della macellaia, che a forza di ingozzarsi non fa che ingrassare, si consuma un insolito e inquietante omicidio. Quale orribile scena ha visto il bambino della sarta nella cucina della bellissima Solimana al punto di scappare terrorizzato ogni volta che la vede? Perché lei attira gli uomini del paese a casa sua? Che inconfessabile segreto custodisce Marcantonia, la sorella ritardata di Solimana? Ne sa qualcosa la bizzarra telefonista, che non si fa mai vedere, ma ascolta tutte le telefonate segnandole in un quaderno. E ancora di più ne sa Zotikos, immigrato greco in pensione, che dietro la toppa della sua porta tiene sott’occhio l’intero paese...
L’AUTRICE

“Sono argentina. Ho una laurea in architettura che mi è servita solo per fare bella figura. Adoro l’ozio, ma non è colpa mia se sono nata in Sudamerica. Nella mia vita ho cambiato trentatré indirizzi, fatto i mestieri più disparati, vissuto in alberghi di lusso, topaie di infima categoria, belle case borghesi. Ho frequentato gli indios del Chaco ma anche gli smorfiosi radical chic europei. Adesso non esco più di casa, e ho solo amici virtuali. Di tutti i mestieri che ho fatto, scrivere è senza dubbio il più divertente: niente male come compagno della vecchiaia che si avvicina.”

Libro – Brossura


eBook – Ebook


                           

MONDADORI
SCRITTORI ITALIANI E STRANIERI
• euro € 18 • pagine 240
pubblicazione 10 maggio 2016
Federica Bruno
Ufficio Stampa
Mondadori Libri S.p.a.
20090 Segrate (Milano) - tel 02/7542.2023

10 maggio 2016

IL BAZAR DEI BRUTTi SOGNI di Stephen King recensito da Miriam Ballerini

IL BAZAR DEI BRUTTi SOGNI                            
di Stephen King
© 2016 Sperling & Kupfer
ISBN 978-88-200-6008-4
Pag.500   € 19,90

Nuovo lavoro del maestro.
Una raccolta di racconti che, a differenza di altre raccolte, non presentano racconti lunghi, ma storie brevi, per lui.
Il bazar dei brutti sogni è, come dice il titolo stesso, un insieme di incubi trasformati in tante storie.
Nell’introduzione King invita il suo fedele lettore a compiere un viaggio insieme a lui: “Forza, siediti accanto a me. Avvicinati. Tanto non mordo. Però… ci conosciamo da secoli e forse sai che non è proprio vero. O mi sbaglio?”
Leggo King dal suo primo libro uscito nel 1970 (ovviamente ho avuto il piacere di godermelo un bel po’ dopo la sua uscita, visto che il ’70 è il mio anno di nascita!); pochi sono i suoi libri che mi hanno delusa. Molti li ho letti d’un fiato, senza mai stancarmi di farmi prendere per mano dalla sua
abilità di narratore.
Anche in questo caso ha delineato personalità varie, mai banali; amalgamandole con storie incredibili.
Una piacevole particolarità è che, all’inizio di ogni racconto, King ha scritto una breve lettera, svelando come sia nata l’idea per quello scritto, o aggiungendo dei particolari. Mentre, alla fine di ognuno, c’è scritto a chi è dedicato questo o quel lavoro.
Leggerete quindi di macchine carnivore, o di un bambino veramente cattivo. Ci darà un’immagine dell’aldilà, tutta sua; oppure avrete modo di leggere delle sue poesie.
I racconti sono molti, svariati gli argomenti toccati; fra tutti solo un paio non mi sono piaciuti.
Forse questa frase può rimarcare ancor più il perché del titolo: «Dove prende le sue idee» e «Da dove le è venuta quest’idea» sono due domande ben distinte. Alla prima non si può rispondere. Alla seconda qualche volta so dare una risposta, ma il numero di casi in cui non sono in grado di farlo è sorprendentemente elevato, perché le storie sono come sogni.
Oltre al piacere della lettura, troviamo sempre più la sua personalità, quella di un uomo che si svela attraverso le parole scritte e che non nasconde mai i suoi errori. Con lui funziona la formula che, anche i suoi sbagli, vengono usati e diventano racconti fantastici. Non si butta via niente!

© Miriam Ballerini

05 maggio 2016

L’EUROPA DEL FILO SPINATO di Antonio Laurenzano

                       
 L’EUROPA DEL FILO SPINATO
     di Antonio Laurenzano

L’Europa che non c’è! E’ questa l’immagine legata al dramma delle migrazioni e alla sua ingovernabilità. Un’emergenza umanitaria che ha messo a nudo l’ignavia europea, l’assenza di una identità valoriale affondata da tempo nella ipocrisia e negli egoismi nazionali. E’ inquietante lo scontro in atto all’interno dell’Unione che ha creato una profonda lacerazione fra le istituzioni comunitarie e alcuni Paesi che, disegnando i “loro” confini europei, stanno cancellando Schengen e la libera circolazione delle persone. Per mettere fine alla crisi dei migranti che non riesce a gestire, l’Ue rinuncia ai suoi valori fondanti. Fenomeni distruttivi, non lontani dai fantasmi del passato. Un populismo autoritario che alimenta derive pericolose favorite dalla crisi economica.
Sono nove i Paesi che hanno in essere i controlli alle frontiere, comprese Germania e Francia. Barriere e fili spinati  che potrebbero essere il preludio di limitazioni dei commerci e quindi il fallimento del mercato comune, il primo storico tassello del progetto dell’Unione europea. Protezionismo, ostilità per gli accordi di libero scambio, dichiarazioni di autarchia rischiano di portare l’Europa indietro di un secolo nel segno di anacronistici nazionalismi! Sarebbe una penosa risposta alle molte sfide dell’economia globale. E senza Europa unita non si va da nessuna parte!
Dopo la barriera di filo spinato della Bulgaria lungo i confini con la Turchia, il vergognoso muro dell’Ungheria lungo quelli con la Serbia, con drastiche misure detentive per chi … rincorre il diritto alla vita, da qualche giorno frontiere chiuse e controlli al Brennero, fra Austria e Italia. Un blocco adottato nella previsione che i disperati respinti in Grecia per effetto dell’accordo con la Turchia potrebbero ritrovare in massa la via dell’Italia per risalire verso il Nord. Un’Europa dunque sempre più in balia di Governi incapaci di guardare al di là dei recinti in cui si rinchiudono, nell’illusione di poter azzerare i problemi con i quali prima o poi dovranno misurarsi. Mancano strategie unitarie in un’Unione frammentata e divisa con Paesi preoccupati soltanto degli effetti e dei costi di casa propria. Ma la storia dei popoli non si ferma con i diktat dal  … “sapore antico”! E’ miopia politica!
L’Europa implode, sconfitta dalla sua stessa incapacità di governare un problema strutturale, i flussi migratori, destinato a crescere per le dimensioni di una crisi geopolitica che abbraccia il Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa sub-sahariana. Senza politiche condivise sarà impensabile arginare la fuga di milioni di disperati che scappano dalla guerra, dalla povertà e dal caos destabilizzante dei loro Paesi.  
Non è questa la strada per scrivere il futuro del Vecchio Continente! Nel rispetto della legalità e dei livelli di vivibilità, ponti e non muri per riaffermare la civiltà millenaria dell’Europa, la centralità della sua missione storica. Occorre recuperare le ragioni dello stare insieme nell’Unione, i principi fondanti della costruzione europea per una risposta univoca alla crisi migratoria: una combinazione di fermezza di fronte al terrorismo, solidarietà consapevole, pacificazione e contributi allo sviluppo per i paesi in guerra sull’altra sponda del Mediterraneo, in Siria e dintorni. Senza una necessaria identità politica e una comune unità d’azione, responsabilmente coordinata, il destino dell’Europa sarà sempre più segnato da esodi biblici incontrollabili che ne cancelleranno nei prossimi decenni ogni aspirazione a svolgere un ruolo centrale nella gestione dell’ordine politico-economico mondiale per una pace duratura. E’ tempo di scelte politiche coraggiose e lungimiranti!
www.antoniolaurenzano.it

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...