05 dicembre 2015

ARMANDO GILL di marcello de santis

ARMANDO GILL di Marcello de Santis

Armando Gill è considerato il primo cantautore italiano, e guarda caso, è un napoletano verace. Il suo nome era Michele, Michele Testa, e improntò di sé la prima metà del novecento (nacque nel luglio del 1877 a Napoli, dove morì nella notte dell'ultimo dell'anno del 1944). Infatti fu Gill il primo a comporre sia la musica che le parole delle sue canzoni; e il primo, da bravo attore e cantante qual'era, a presentare i suoi brani al pubblico ottenendo un immediato e imperituro successo.


ecco il cantautore napoletano
in uno dei suoi abiti di scena

Vi chiederete, ed è logico, a cosa si deve quello strano cognome d'arte, Gill ; è presto detto: Michele era un ammiratore di un famoso (o quasi) personaggio della corte di re Filippo II di Spagna, uno spadaccino imbattibile, che si chiamava Martino Gill. Lo aveva conosciuto, questo signore, leggendo un giornalino che usciva a Napoli settimanalmente ad opera della casa editrice Sonzogno. 
Filippo II era il re di Spagna figlio di Carlo V e di Elisabetta di Portogallo e regnò nel 1500. Lo ricorderà qualcuno per la sua invincibile armata; un re cattolico per eccellenza, divenuto celebre non a caso per la feroce repressione che attuò verso ebrei e arabi.
La più celebre canzone di Armando Gill scritta in lingua fu Come pioveva, che nacque nell'anno 1918. E nacque proprio con essa il modo tutto particolare del cantante di presentarsi al pubblico. Un sorriso con il suo sguardo strabico e il suo annuncio: Come pioveva, versi di Armando, musica di Gill, cantati da sé medesimo.

Da allora questo divenne il suo slogan; ad ogni nuova canzone si proponeva così: versi di armando, musica di gill, cantati da sé medesimo.

Chi non ricorda le parole della canzone, che durò e dura ancora nel tempo, e che in anni più vicini a noi ha portato al successo Achille Togliani accompagnato dall'orchestra del maestro Cinico Angelini. Ricordate?

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati...
non ricordo come fu...

ma una sera c'incontrammo,
per fatal combinazion,
perché insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton!

Elegante nel suo velo,
con un bianco cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.
..

Ed io pensavo ad un sogno lontano
a una stanzetta d'un ultimo piano,
quando d'inverno al mio cor si stringeva...
...Come pioveva ...come pioveva!

In occasione del lancio di questa canzone Armando Gill dimostrò di essere anche un bravo manager di se stesso. Infatti poco prima dell'avvenimento, si era nell'estate di quell'anno 1918, s'invento quella che per molti era una stramberia: propose alla sua casa discografica, ed ottenne, di fare affiggere sui muri di tutta la città dei manifesti con un ombrello. 

Solo un ombrello, senza nessuna scritta. 
Che sia una pubblicità? 
Per una nuova marca di ombrelli? 
Nessuno lo sa.
Passa una settimana, e ecco nuovi manifesti: all'ombrello vengono aggiunte due parole: Come pioveva.
Dopo qualche giorno, viene aggiunto sotto all'ombrello e a Come pioveva, il nome di Armando Gill.

Ottenuta in tal modo la curiosità della gente, solo alcuni giorni appresso tappezzò i muri, vicino e sopra a quelli degli ombrelli, i manifesti con il testo della canzone.
Eppoi, il bum finale, con il suo slogan

signori, come pioveva, 
versi di armando,
musica di gill,
cantati da sé medesimo
.

Armando Gill fu forse il personaggio della canzone napoletana (e italiana) che ebbe il maggior numero di caricature, forse dovute alla sua figura che si prestava più di altri ad essere ritratta.
Ne proponiamo una che lo presenta così come era solito uscire sul palcoscenico, e cioè 
in frac e papillon bianco, il monocolo, che gli mascherava una accentuata forma di strabismo, e la immancabile gardenia all'occhiello della marsina.


ritratto di Armando Gill

Nel 1918 nacque anche la più celebre tra le sue canzoni in dialetto napoletano: Zampugnaro 'nnammurato.
Riportiamo qui l'ultimo ritornello divenuto subito celebre al primo ascolto; e che grazie anche a una musica che come nessun'altra è riuscita a fondersi con le parole, ha contribuito a portare i versi a far parte della canzone classica napoletana. E' una vera poesia, nella quale il poeta si è servito con perizia di una metrica precisa e ben studiata, con endecasillabi e quinari; con sestine quartine; e anche con rime baciate e alternate. E sia la storia che narra la canzone che l'atmosfera che creano le parole e la musica ci riportano indietro nel tempo alle ballatette medievali.

E' una storia che si svolge in una Napoli del primo novecento, in cui un povero ragazzo parte per la città con la sua zampogna, al fine, spera, di rimediare soldi per mettere su casa e sposarsi con la sua innamorata che lascia al paese, triste e pensieroso.
Con quei primi versi di ogni ritornello "ullero ullero" che vogliono significare il suono del suo strumento, che sembra piangere...
Nella grande città conosce il lusso della casa della nobiltà, di una signora che lo chiama suonare, specchi tappeti lampade. Ma la bellezza della signora oscura ogni cosa bella della casa.
Il ragazzo si innamora. E si dimentica della sua ragazza, che ha lasciato al paese ad aspettarlo.
Quando tornò il giorno appresso, come era consuetudine, per ricevere il compenso, il giovane credeva di trovare ad aspettarlo la signora, che erroneamente aveva pensato ricambiasse il suo sentimento; fu pagato; e si sentì dire: andate e scordate la signora, quella è una donna sposata.

Ullèro, ullèro, sturduto overo,
Avette ciento lire e 'sta 'mmasciata:
"Scurdatavella, chella è mmaretata"
 

Deve tornare a casa dove l'aspetta la sua innamorata. Ma Filomena lo aspetterà invano. Lo zampognaro, innamorato della signora, resta - nella neve - a soffrire, appuntunato, impalato, sotto il balcone della bella signora di città.

ullero ullero
.........

Sta sotto a nu barcone appuntunato,
Poveru zampognaro 'nnammurato! 
***
Eccolo Armando Gill in una sua foto giovanile e nella caricatura della stessa foto che mette in evidenza il suo maestoso ciuffo di capelli neri.



Studente alla facoltà di legge, già sentiva dentro il bisogno di scrivere versi; ma anche di avere una facilità di improvvisare non comune. Non finì mai l'università, perché alla laurea preferì studiare l'arte dello spettacolo; al teatro Eden, dove qualche anno dopo debuttò. Con quel nome d'arte, appunto, per non mettere in imbarazzo, in caso di non riuscita, i suoi cari.
Un aneddoto riporta che qui proprio all'Eden andò una volta il grande attore siciliano Angelo Musco, a vedere Armandi Gill; e rimase estasiato dalla bravura del comico napoletano.


Angelo Musco
Catania, 18 ottobre 1871 – Milano, 6 ottobre 1937
attore di cinema e teatro.

A fine spettacolo volle lasciargli una sua fotografia con questa dedica:
«Ad Armando Gill, principe e suvrano de lu Varieté,
che mi ha fatto ridere a mia che lazzo l'arte di far ridere».

Da lì partì per esibirsi nei vari teatri di Napoli, teatri che allora ospitavano spettacoli di varietà, dove presentava le sue canzoni, ora tristi e sentimentali, più spesso comiche e ridanciane, di cui scriveva parole e musica. Era anche, come detto, un improvvisatore eccezionale.
Cominciò quasi per caso, poi col tempo diventò un'abitudine finire tutte le sue esibizioni con queste improvvisazioni estemporanee. Chiedeva al pubblico un argomento, e su quello, facendosi accompagnare da una musica che era sempre la stessa, per la verità, costruiva e cantava storielle e boutades in versi e in rima, raccogliendo applausi a scena aperta e risate a non finire.

E' del 1918, anno davvero fortunato per il cantante napoletano, la canzone 'E quatte 'e maggio', in cui con una musica tra dolce e triste narra di avere prima una bella botteguccia (puteca, putechella), che gli dava quel poco per tirare avanti, niente di più, poi una bella casetta, 'a casarella, cu 'nu muorzo ‘e luggetella con una piccola (un morso di) loggetta, e infine una bella innamorata. Costretto a lasciare tutt'e tre le cose; la prima per l'esosità dell'esattore inviato dal padrone di casa a riscuotere il fitto;

Arriva l’esattore,
dice: "'A mesata è ppoca!
mettitece 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú
!"

la seconda, per il padrone di casa che si presenta di persona, esigentissimo, che vuole cacciarlo per affittare la casa a un prezzo più alto;

Vene ‘o padrone ‘e casa,
dice: "'A mesata è ppoca!
Mettimmoce 'a si-loca
e 'un ne parlammo cchiú
..."

e la terza, la sua ragazza che aveva educato alle buone maniere con tanta dedizione, e che a un certo punto ha cambiato carattere per colpa di cattive compagnie che l'hanno inciuciata, l'hanno traviata;

Primma, ‘na rosa semplice,
m''a faceva felice..
mo vo' 'e bbrillante e ddice
ca manco niente so'...

In tutt'e tre le strofe della canzone l'autore si rassegna

E aggiu lassato chella putechella,
speranno 'e ne truvà n'ata cchiú bbella!

E aggio lassato chella casarella
speranno 'e ne truvá n'ata cchiú bbella!

E i' lasso pur'a essa e bonasera!
e me ne trovo a n'ata cchiú sincera
.

Il quattro di maggio è una data essenziale per quella canzone, dunque; perché tutt' e tre gli avvenimenti della storia raccontata da Armando Gill si verificano in questo giorno.

Prendiamo le notizie relative a questa data dalla esplicativa esegesi sulla canzone che fa l'amico Raffaele Bracale nel suo saggio QUATTRO DI MAGGIO: ‘E QUATTE ‘E MAGGIO, Viaggio "dentro" il Dialetto Napoletano & Dintorni; che invito i lettori e in particolare gli appassionati di cose napoletane a leggere, saggio in cui lo scrittore e cultore di Napoli tratta, con perizia e grande conoscenza dell'argomento, la storia del 4 maggio.
Io qui mi limito a dire le cose essenziali.
Il quattro di maggio era il giorno in cui a Napoli, un tempo era usanza che gli affittuari di quartini traslocassero, a seguito o meno di sfratto.
Bisogna fare un passo indietro di alcuni secoli; nella seconda metà del 500, narra Raffaele Bracale, questi traslochi si facevano il 10 di agosto; ma era un mese troppo caldo, e gli operai addetti alle masserizie si ribellarono, e costrinsero così le autorità ad emanare un decreto che spostò la data al 1° maggio.

Ma quel giorno ricorreva la festa dei santi Filippo e Giacomo, e i napoletani, a questi devotissimi, non videro la data di buon occhio. Così ognuno prese a traslocare come e quando gli faceva comodo. Con grande confusione di persone masserizie carretti e carrettini.

Ai primi del '600 il viceré Pedro Fernandez de Castro decretò che traslochi e sfratti avvenissero il 4 di maggio. E la data era anche quella in cui si esigeva il pagamento dei fitti.
Ecco dunque il titolo della canzone, e la data in cui il povero attore di essa è costretto a lasciare 'a putechella, 'a casarella, e 'a bella 'nnammurata.
***
Aveva poco più di quarant'anni quando scrisse le tre grandi canzoni di successo.
Leggo che abbandonò l'università a un anno dalla laurea, e noto che ha avuto qualcosa in comune con me; anch'io mollai a tre esami dalla laurea, anch'io facevo giurisprudenza; anch'io per dedicarmi a qualcos'altro, lui all'arte della poesia e del teatro, io all'arte del lavoro (ché quando lo si fa bene, il lavoro è davvero un'arte.)

Era un intrattenitore entusiasmante, un discreto cantante e un fine dicitore. Qualcosa di lui e del suo modo di vivere la vita e l'arte cui si era dedicato, ce lo dicono i pronipoti Maria Rosaria e Gaetano De Maio Testa, figli della signora Lavinia Testa Piccolomini, che era nipote di Armando Gill in quanto figlia di suo fratello Gustavo.

Per esempio: - della sua abitudine di scrivere le canzoni di notte (di giorno era preso dal palcoscenico), e di farle ascoltare ai suoi cari per sentirne il parere, alla moglie Assunta e perfino al suo cane Florì.
Ci raccontano un aneddoto, che la loro madre Lavinia visse in prima persona, in quanto era sempre presente dietro le quinte durante i suoi spettacoli.
Mentre era sul palco in una sua performance, sentì provenire da uno dei palchetti laterali dei rumori e un parlottare inconsueto; rivolse là lo sguardo e vide che due coniugi altercavano o discutevano durante la rappresentazione disinteressandosi di lui. Li richiamò, bonariamente, e improvvisando parole in versi li riportò alla realtà del teatro, suscitando risate e risatine tra il pubblico, che applaudì a lungo; e applaudirono gli stessi coniugi.

Oltre a colpire gli spettatori con le sue canzoni, che poi erano quasi tutte storie e storielle di vita quotidiana, e che quindi il pubblico sentiva come proprie, amava intrattenere lo stesso, coinvolgendo di volta in volta ora quello ora quell'altro tra i presenti, colloquiando con loro con versi improvvisati accompagnati da una musica di sottofondo. E questo faceva anche alle periodiche cui amava partecipare e di cui era un assiduo frequentatore; nelle case dei signori di allora era ricercato e molto apprezzato; non si faceva mai pregare; presentava un suo pezzo comico musicale, e poi il consueto botta e risposta con i presenti; ai quali le cantava e le suonava, sem-pre improvvisando, come se la sentiva.
***
Ha un contratto col Salone Margherita, e comincia a lavorare e realizzare così il suo sogno di sempre. Verso la fine del secolo scrive le prime canzoni, solo i versi però, ché le musiche le affida a musicisti di professione; solo più tardi prende a scriversi le musiche da solo. Ma non sapendo di musica, affida i suoi motivi all'amico di sempre, il musicista Alfredo Mazzucchi  che provvede da quel momento a trascriverle per lui sugli spartiti. Le sue prime opere vengono affidate alla casa editrice Bideri, che all'epoca era la più rinomate di Napoli.
Scoppia la guerra, Gill ha un difetto alla vista, è fortemente strabico, ma questo non basta per farlo riformare. E' arruolato in marina. S'imbarca come tanti altri della sua età, e parte. Non passa molto tempo che viene dato per disperso, con l'arrivo della notizia che la sua nave è affondata. Notizia falsa, ma nessuno lo sa.
Fioccano i necrologi in ricordo di un artista che era entrato prepotentemente con la sua simpatia nei cuori di tutti. Lui sente queste notizie che lo riguardano, si prepara in silenzio alla sua rentrée nel mondo dei vivi che non ha mai lasciato, e dopo qualche tempo eccolo apparire sui cartelloni del teatro Trianon come capocomico di una rivista dal titolo ch'è tutto un programma: Gill l'affondato.

Ormai Armando Gill è sulla cresta dell'onda e gli spettacoli su susseguono, e non solo nella sua città, ma anche a Roma e in altre città italiane.

Riporto un fatto accaduto a Roma al Ristorante Alfredo alla Scrofa, fatto poi diventato aneddoto, in occasione di un incontro casuale con l'altro grande del palcoscenico, il romano Ettore Petrolini.

Qui  i due grandi attori si incontrano per caso. L'artista romano fa l'ordinazione al cameriere improvvisando in versi. ll napoletano, di rimando (che aveva riconosciuto Petrolini), lo imita ad alta voce (i due tavoli erano vicini, ognuno dei due personaggi era là con amici e compagni). In un botta e risposta memorabile (vedi Mario Mangini). Al termine della scenetta da palcoscenico, con versi inventati là per là, Petrolini si ritiene sconfitto nella disputa letteraria improvvisata; si rivolge al Gill, con un "Gill, sei tu!?, che te possino!!!"


Il Ristorante Alfredo alla Scrofa a Roma
in una fotografia dell'anno 1907,
anno in cui risale l'apertura dello stesso.
Il ristorante prendeva il nome dalla via dove era il locale,
in via della Scrofa 107, nel centro di Roma.
Alfredo aveva due grandi amori,
la cucina dal gusto semplice allo stesso tempo speciale e il teatro.
Divennero celebri non solo a Roma e in Italia, le sue "fettuccine alfredo"
che varcarono i confini nazionali per esplodere in tutta Europa
E li unì, i suoi due amori, nel modo di portare le pietanze a tavola:
in testa ai camerieri, con i suoi baffoni che lo resero celebre,
entrava in sala in modo spettacolare
da meritare applausi dagli avventori presenti.

Non posso chiudere questo breve saggio sul grande Armando Gill, senza dire dell'altra bella canzone-storiella che ebbe un grande successo quando fu ascoltata per la prima volta; era l'anno 1924; e che negli anni più vicini a noi fu portata al successo dal grande cantante Roberto Murolo: ... e allora?
.
(Vi invito a cliccare sul link qui sotto,
ascolterete la canzone mentre leggerete il testo.
Grazie.)
http://www.youtube.com/watch?v=7ab5Ja9ZSVA
.
Un giovinotto napoletano prova ad "abbordare" una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo (all'epoca c'erano due linee, la 1 e la 2 che facevano il tragitto Napoli-Posillipo. Il tram partiva dalla piazzetta di Santo Spirito e scendendo per Santal Lucia, percorreva via Chiatamone per immettersi sulla riviera di Chiaia; giunta a Mergellina ancora una fermata, per poi salire su a Posillipo).
La signora, che sale alla fermata di via Partenope, sembra "starci", ma in effetti pensa solo di poter approfittare per farsi pagare alcuni conti... 
... colloquiando col giovine che spera in una facile conquista, vista la disponibilità di lei, accenna al suo desiderio di vedere Frisio (ma lo sapeva almeno cos'era? Frisio: era una zona sulla salita di Posillipo dove c'erano famosi ristoranti).
... vorrei vedere Frisio...non visto mai finora...

Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, 'a miezo, 'a dinto e 'a fora,
quando, alla via Partènope, sagliette na signora
!

E allora?...

E allora io dissi subito: "Signora, segga qua!"
Rispose lei: "Stia comodo, vedrá che ci si sta...
si stríngano, si stríngano, per me c'è posto ancora..."
E quase 'nzino, 'ndránghete...s'accumudaje 'a signora!

E allora?...

E allora, dietro all'angolo, mi strinsi ancora un po'...
lei rise e poi, guardandomi, le gambe accavalciò...
Io suspiraje vedennole tanta na gamba 'a fora,
comme suspiraje Cesare p''e ccosce d''a signora
!

E allora?...

E allor dissi: "E' di Napoli?" "No, mi sun de Milan!"
"Fa i bagni qua, certissimo!" "No, mi parto duman...
Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora..."
"Se vuole, io posso..." "Oh, grazie!..." E s'ammuccaje 'a signora!


E allora?...

...e allora il giovane la invita a scendere, chiama un taxi e con questo salgono per Posillipo; sulla vettura il ragazzo fa le prime mosse di approccio ma la signora lo ferma,
... oh no, meglio andare prima a mangiare qualcosa...
e ottiene di farsi invitare a uno dei migliori ristoranti sulla strada che porta sulla collina, celebri già allora. Poi, gli promette, gli permetterà di accompagnarla all'Hotel Vesuvio, dove alloggia...

E allora, po', addunánnome ca dint''o trammuè,
'a gente ce guardava, dissi: "Signó', scendé'..."
E mme pigliaje nu taxi a vinte lire a ll'ora...
e a Frìsio ce ne jèttemo, io sulo, cu 'a signora!
E allora?...

E allora, senza scrupoli, mm'accummenciaje a lanzá...
ma lei, con fare ingenuo, mi disse: "Oh, ciò non sta...
Andiamo prima a Frìsio, mangiamo e, di buonora...
io sto all'Hotel Vesuvio, lei mi accompagna...e allora
..."

E allora?...

E allora io feci subito "necessita virtù"...
Ma a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù...
Turnanno, immaginateve, stevo cu ll'uocchie 'a fore...
Finché all'Hotel Vesuvio, scennette cu 'a signora.
..

E allora?...

... e allora, giunti all'hotel Vesuvio, la signora che presenta il giovane come suo marito, lo fa salire in camera. Qui subito il ragazzo tenta di abbracciarla; quando si sente bussare alla porta. E' il cameriere che viene a presentare il conto da saldare.
... e allora?
Be', e allora leggetevi più sotto il finale della storia; con tanto di morale.

Qui viene il graziosissimo ca, jenno pe' trasí,
a tutti presentávami: "Presento mi' marí'!..."
Mm'avea pigliato proprio pe' nu cafone 'e fora...
E ghièttemo 'int''a cammera e s'assettaje 'a signora!

E allora?...

E allora, mentre proprio 'a stevo p'abbracciá,
vicino 'a porta...Ttùcchete...sentette 'e tuzzuliá...
"Chi sarrá maje 'sta bestia? Si mandi alla malora!..."
Nu cameriere in smoking, cu 'o cunto d''a signora!.
..

E allora?...

E allora ce guardajemo, curiuse, tutt'e tre...
Lei prese il conto e..."Págalo: duemila e ottantatré..."
Cu na penzata 'e spíreto diss'io: "Mo, nun è ora!"
E il cameriere pratico: "Pardon, signor...signora!..."


E allora?...

E allora lei fa: "Sei stupido!..." "Qua' stupido, madá':
Ciento lirette 'e taxi, duiciento pe' magná...
Duimila e tanta 'e cámmera...e chesto che bonora!...
Ccá ce vó' 'o Banco 'e Napule, carissima signora
!

E allora?...

E allora, senza aggiungere manco nu "i" e nu "a",
pigliaje 'o cappiello e, sùbbeto, mme ne scennette 'a llá...
Truvaje ancora 'o taxi: "Scioffer...pensione Flora!..."
E ghiette a truvá a Amelia ca mm'aspettava ancora
...

E allora?...

E allora ebbi la prova di una grande veritá:
Ch''a via vecchia, p''a nova, nun s'ha da maje cagná!
Ci piace immaginare l'artista che si presenta davanti al suo pubblico con la marsina o col frac, la gardenia appuntata al petto il papillon, e il monocolo. E con il suo fare aggraziato e accattivante presentare questa storiella in musica, quasi fosse creata là per là davanti alla platea; e dopo le prime due strofe richiedere con un gesto della mano, e aspettare che dai presente venga pronunciata in coro la domanda che si ripete ogni strofa:
... e allora?

facendoli partecipare così alla creazione di una canzone davvero simpatica.
***
Armando Gill si ritira dalle scene in silenzio, così come vi era entrato. La gente da un bel pezzo l'ha quasi dimenticato. Non era neppure tanto vecchio, se è vero che ha compiuto appena 66 anni. Se ne andava così un viveur e un tombeur de femmes, come si diceva a quel tempo. Era vissuto nel periodo di quella guerra voluta dal fascismo che produsse disastri immensi e morti innumerevoli in tutta Europa. Lui ne uscì presto, e con la sua arte di autore ironico e sentimentale allo stesso tempo si rivelò un vero signore del palcoscenico.
Decide di lasciare tutte le sue canzoni alla casa editrice che l'aveva lanciato, la Edizioni Bideri.  Era l'anno 1944.

L'ultimo dell'anno, A notte fonda.
Era quasi il 1945.

marcello de santis

2 commenti:

  1. STORIA DI ALFREDO DI LELIO, CREATORE DELLE “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), E DELLA SUA TRADIZIONE FAMILIARE PRESSO IL RISTORANTE “IL VERO ALFREDO” (“ALFREDO DI ROMA”) IN PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE A ROMA

    Con riferimento al Vostro articolo ho il piacere di raccontarVi la storia di mio nonno Alfredo Di Lelio, inventore delle note "fettuccine all'Alfredo" (“Fettuccine Alfredo”).
    Alfredo Di Lelio, nato nel settembre del 1883 a Roma in Vicolo di Santa Maria in Trastevere, cominciò a lavorare fin da ragazzo nella piccola trattoria aperta da sua madre Angelina in Piazza Rosa, un piccolo slargo (scomparso intorno al 1910) che esisteva prima della costruzione della Galleria Colonna (ora Galleria Sordi).
    Il 1908 fu un anno indimenticabile per Alfredo Di Lelio: nacque, infatti, suo figlio Armando e videro contemporaneamente la luce in tale trattoria di Piazza Rosa le sue “fettuccine”, divenute poi famose in tutto il mondo. Questa trattoria è “the birthplace of fettuccine all’Alfredo”.
    Alfredo Di Lelio inventò le sue “fettuccine” per dare un ricostituente naturale, a base di burro e parmigiano, a sua moglie (e mia nonna) Ines, prostrata in seguito al parto del suo primogenito (mio padre Armando). Il piatto delle “fettuccine” fu un successo familiare prima ancora di diventare il piatto che rese noto e popolare Alfredo Di Lelio, personaggio con “i baffi all’Umberto” ed i calli alle mani a forza di mischiare le sue “fettuccine” davanti ai clienti sempre più numerosi.
    Nel 1914, a seguito della chiusura di detta trattoria per la scomparsa di Piazza Rosa dovuta alla costruzione della Galleria Colonna, Alfredo Di Lelio decise di trasferirsi in un locale in una via del centro di Roma (via della scrofa), ove aprì il suo primo ristorante che gestì fino al 1943, per poi cedere l’attività a terzi estranei alla sua famiglia.
    Ma l’assenza dalla scena gastronomica di Alfredo Di Lelio fu del tutto transitoria. Infatti nel 1950 riprese il controllo della sua tradizione familiare ed aprì, insieme al figlio Armando, il ristorante “Il Vero Alfredo” (noto all’estero anche come “Alfredo di Roma”) in Piazza Augusto Imperatore n.30 (cfr. il sito web di Il Vero Alfredo).
    Con l’avvio del nuovo ristorante Alfredo Di Lelio ottenne un forte successo di pubblico e di clienti negli anni della “dolce vita”. Successo, che, tuttora, richiama nel ristorante un flusso continuo di turisti da ogni parte del mondo per assaggiare le famose “fettuccine all’Alfredo” al doppio burro da me servite, con l’impegno di continuare nel tempo la tradizione familiare dei miei cari maestri, nonno Alfredo, mio padre Armando e mio fratello Alfredo. In particolare le fettuccine sono servite ai clienti con 2 “posate d’oro”: una forchetta ed un cucchiaio d’oro regalati nel 1927 ad Alfredo dai due noti attori americani M. Pickford e D. Fairbanks (in segno di gratitudine per l’ospitalità).
    Desidero precisare che altri ristoranti “Alfredo” a Roma (come Alfredo alla scrofa o Alfredo’s gallery) non appartengono e sono fuori dal mio brand “Il Vero Alfredo – Alfredo di Roma”.
    Vi informo che il Ristorante “Il Vero Alfredo” è presente nell’Albo dei “Negozi Storici di Eccellenza – sezione Attività Storiche di Eccellenza” del Comune di Roma Capitale.
    Vi sottolineo che mio nonno Alfredo era molto amico di Petrolini. Si conobbero ai primi del novecento in occasione di un incontro tra ragazzi del quartiere Monti (tra cui Petrolini) e del quartiere Trastevere (tra cui mio nonno).
    Fu proprio Petrolini, già attore famoso, che suggerì a mio nonno di avviare la tradizione delle sue fotografie alle pareti del ristorante soprattutto con noti personaggi del mondo del cinema, della cultura, dello spettacolo e dell'arte in genere.
    Grata per la Vostra attenzione ed ospitalità nel Vostro interessante blog, cordiali saluti
    Ines Di Lelio

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  2. Grazie Ines per la tua testimonianza!

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