04 ottobre 2015

DIARIO DI UNA RAGAZZA DEL SUD DI MIRIAM BALLERINI E LINA PICCIONE Un disegno verista della condizione femminile “dal tramonto all’alba” dei tempi

DIARIO DI UNA RAGAZZA DEL SUD DI MIRIAM BALLERINI E LINA PICCIONE
Un disegno verista della condizione femminile “dal tramonto all’alba” dei tempi

“Diario di una ragazza del sud” è un disegno realistico ed attento che l’ autrice, Miriam Ballerini schizza su di una terra di vita, molto sentita, che si ricollega al meridionalismo ancestralizzato. Oggi questa terra deve essere forte più che mai, perché i fiumi di profughi invadono l’Europa leggiadra. Lo sradicamento e l’impianto in altre terre può darsi che sia traumatico e che le piante ne soffrano, ma a volte, invece, è proprio un’ancora di salvezza. È il caso della protagonista di questo diario, Maria Sole, che nell’emigrazione ha trovato la liberazione. Maria Sole è una di quelle tante «donne a cui sono state tarpate le ali che hanno tanto lottato e che ancora lottano per la libertà». Così recita la dedicazione dell’ autrice. Non a caso tra le prime battute il diario inizia proprio attraverso l’immagine del tramonto e della sera. L’occaso del sole è l’occasione che richiama a Sole. «Maria Sole uscì dal ristorante e si fermò un momento in cima ai tre gradini. Certo, i tramonti hanno la capacità di riempirti l’anima, ma forse sono le albe quelle che rimangono impigliate nei pensieri». E ci ricorda Foscolo: «Forse perché della fatal quiete/ Tu sei l’immago a me sì cara vieni/ O Sera!»: la sera ci conduce al Nulla Eterno ed aspetta la sua alba di resurrezione. E ci ricorda con parole di verismo, molto simili a quelle del diario balleriniano, il Verga sconsolato:  «La sera, appena cade il sole, si affacciano all’uscio uomini arsi dal sole, sotto il cappellame di paglia e colle larghe mutande di tela, sbadigliando e ritirandosi le braccia, e donne seminude, colle spalle nere, allattando i bambini già pallidi e disfatti». O con le parole di Salvatore Di Giacomo: «La padrona preparava i lumi. Un grande silenzio s’era fatto per le vie. La dolcezza del tramonto penetrava l’anima …». Maria Sole vive il dramma di essere donna. C’è una figura storica che si staglia tra le pagine di vita, quella del padre e padrone. Essere donna significa “essere inferiore”. In ciò riassumiamo il “complesso di inferiorità”. D’altronde Freud e Lacan, galantuomini e perbenisti, avevano visto nella donna un “uomo castrato”, o una “Lupa” verghiana. Non avevano fatto altro che perpetrare ancora quella cultura millenaria della “Fallo”. Nel 1600 la donna non aveva il diritto neppure di godere del coito del matrimonio. È rimasta famosa la “camicia giansenista”, una camicia accollata e lunga fino ai piedi: aveva un foro soltanto nella parte corrispondente alla vagina e niente più! La morale giansenista era severissima e frenò quella evoluzione che già si era avuta col Rinascimento. Essa ha avuto un influsso fino ai nostri giorni, almeno fino alla Seconda Guerra Mondiale. In Sicilia, fino a pochi decenni fa, si poteva ancora trovare ricamata sulle lenzuola, o all’angolo di un cuscino, la frase: «Non per il piacer mio, ma per dare un figlio a Dio!». È questo il profondo senso di questo sentito diario di vita, ben desumibile da alcune battute: «Mi guardo intorno e vedo che, anche se i tempi sono cambiati, c’è ancora chi soffre per mano di un uomo che non sa riconoscere nella donna un suo pari. Ecco perché ho voluto raccontare la mia storia». E l’auspicio che la buona letteratura vuole affidarci è proprio un motto di E. Vedder, riportato sempre nella dedicazione del bellissimo libro di Ballerini: non importa quanto freddo sia l’inverno, dopo c’è sempre primavera. Questo motto riprende il senso di quell’alba di resurrezione che si aspetta dopo il tramonto “Alla Sera”.

Vincenzo Capodiferro

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