09 dicembre 2014

PATRIZIA MONACÒ. ARTISTA INFINITA… di Vincenzo Capodiferro

Red and orange- tecnica mista su tela cm 50x70. 2007
Patrizia Monacò
PATRIZIA MONACÒ. ARTISTA INFINITA…

Patrizia Monacò, pittrice e poetessa, è nata a Cosenza nel 1964, vive a Potenza. A soli otto anni già ha vinto il "Microfono d'Argento", messo in palio dalla Rai, sul tema "A mio padre". A quindici anni diviene allieva di bottega del maestro Donato Pace di Avigliano e frequenta il suo studio per alcuni anni. E poi dal 1982 fino ai nostri giorni inizia una scalata di mostre e di premi, in che denota un talento veramente grandioso. Come è difficile spaziare dalla poesia alla pittura, le quali, come diceva Lessing, sono forme di arte così eterogenee. Patrizia è un’artista completa, perché l’arte, nel suo più recondito senso è poesia, e poesia, è - da poiesis - creazione. Nell’arte ci avviciniamo sempre di più alla creazione, a quello spirito creativo che il Creatore stesso ha immesso dentro di noi fin dalla nascita. Ecco perché gli antichi dicevano: “poeta nascitur”. Poeta si nasce, perché se non si ha quel talento, che l’eterna Sapienza ha donato, affinché l’uomo lo facesse fruttificare, non lo si può inventare. I sofisti e i comportamentisti affermavano che tutto si può ottenere tramite l’educazione, eppure se non c’è quell’inclinazione naturale, è impossibile che l’uomo diventi artista, o scienziato, o genio, con tutto lo sforzo che egli ci possa mettere. Molti hanno scritto di Patrizia, ed anche penne note. Noi riportiamo una nota sintetica di Rino Cardone: «Patrizia Monacò spazia in maniera sovente, nella sua eterogenea vita artistica, dalla letteratura al colore, dal segno al verso, con un'adeguata "disinvoltura estetica", con la quale la pittrice manifesta una ecletticità di proposta, che nel tempo, ha spaziato dalla poesia visuale alla pittura dadaista, dall' action painting, alla cosiddetta arte povera. Lo sviluppo e la distribuzione dei segni sono al tempo stesso di tipo "endogeno" ed "esogeno": rivolte ovverosia, in pari misura verso l'interno e verso l'esterno con un equilibrio di tratti e un bilanciamento di linee, che pur si traducono in una forte espressività creativa». Di lei scrive Lucio Attorre: «È opinione che le rivoluzioni si compiano o attraverso incessanti ma progressivi sviluppi o attraverso repentini e bruschi rovesciamenti identitari, dunque o per logico divenire o per insolubile cesura. A quale dei due modelli voglia aderire Patrizia Monacò è difficile ipotizzarlo, ma di certo ricordiamo di averla lasciata entro una dimensione di “astratto lirico”, mentre ora la sua vena si nutre di “informale segnico”. Al geometrismo panteistico, subentra una decisa ricerca cromatica, disposta sulla superficie telata ora per larghe fasce,ora per grumi,ora per spruzzi e filamenti. Più che Pollock, la transizione verso il segnico sembra raccogliere le suggestioni dello spazialismo inquieto di Emilio Vedova». Patrizia Monacò si definisce “artista del profondo”. “Vuole risvegliare le coscienze sonnolenti dell'uomo contemporaneo”, poiché il fine supremo dell’arte stessa è Illuminazione creatrice. “Con i suoi dipinti ella interpreta l’uomo e il suo animo dalle multiformi sfaccettature. Le sue tele parlano, interpellano una interpretazione e una riflessione”. E ciò è quanto più importante poiché, come diceva Heidegger, “l’uomo contemporeo non pensa più”. E tanto più oggi, quando le nouvelles generazioni, i nativi digitali, sono completamente assorti in un mondo preconfezionato e virtualistico. Non pensiamo più, ma “siamo pensati” da internet, dalla televisione e da tutta la feccia dei comunicatori di massa. Di più noi abbiamo colto questo aspetto dell’Infinito in Patrizia: essa è artista completa, infinita, che si rapporta perciò all’Infinito. Per questo Schelling scriveva: «Ogni magnifico dipinto nasce quasi per la soppressione della muraglia invisibile che divide il mondo reale dll’ideale, ed è solo, per così dire, la finestra attraverso la quale appaiono completamente quelle forme e regioni del mondo della fantasia, che traspare solo imperfettamente attraverso quello reale».
Vincenzo Capodiferro

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