16 giugno 2014

La protesta antisanzionista del regime di Vincenzo Capodiferro


L’ITALIETTA ALL’IMPRESA D’ETIOPIA

La protesta antisanzionista del regime


Nel 1916 diviene imperatrice d’Etiopia Zauditù, figlia di Menelik. Il reggente è il ras Tafari Makonnen, il quale nel 1928 assume il titolo di negus neghesti, cioè re dei re e viene incoronato imperatore col nome di Hailè Selassiè I nel 1930. I ripetuti incidenti di frontiera tra soldati italiani ed abissini sono solo l’ultima goccia che fa traboccare il vaso della guerra italo-etiopica. Già nel caldo autunno del 1935 il regime fascista inaugura una vera e propria azione di penetrazione nell’impero etiopico. Gli incidenti provocati ai pozzi di petrolio di Ual-Ual in Abissinia danno a Benito Mussolini il pretesto formale per invadere il corno d’Africa e così allungare lo stivale d’Italia. Le truppe italiane, grazie alla superiorità delle armi e degli effettivi, riescono facilmente a rompere la debole resistenza abissina. Il 6 maggio del 1936 l’esercito italiano entra trionfalmente ad Addis Abeba. Il 9 maggio Mussolini proclama la fondazione dell’Impero. Il re Vittorio Emanuele III assume il titolo di imperatore d’Etiopia. L’impresa d’Etiopia è la seconda felice impresa coloniale italiana, dopo quella di Libia, voluta da Giovanni Giolitti per accontentare i nazionalisti. Il 18 ottobre del 1912, con la pace di Losanna, la Turchia riconosce la sovranità italiana in Libia. Nel 1909 Enrico Corradini aveva organizzato l’Associazione Nazionalista Italiana (ANI), cui aveva aderito anche Gabriele D’Annunzio. Contro l’«Italietta meschina e pacifista» il vate italico aveva propugnato, invece, una Superitalia antidemocratica e onnipotente. Mussolini così finalmente aveva portato a compimento l’antico piano della guerra d’Africa (1885-1896), che si era conclusa con la clamorosa disfatta di Adua il 1 marzo del 1896, la quale era costata tanto da far dimettere lo stesso Francesco Crispi. Subito dopo l’aggressione all’Etiopia, la Società delle Nazioni, per iniziativa della Gran Bretagna, imperialista per eccellenza, impone all’Italia le sanzioni economiche. Non è la lotta contro l’imperialismo, ma è la lotta tra due imperialismi. Alla base dell’imperialismo britannico vi è la concezione puritana, calvinista e capitalista. Già nel 1651 il Lord Protettore Oliviero Cromwell, con l’Atto di Navigazione, aveva sancito che il trasporto di tutte le merci da e per l’Inghilterra doveva essere effettuato soltanto su navi inglesi. La coscienza imperiale è rafforzata dalla convinzione di essere chiamati a promuovere in tutto il mondo il progresso e la civiltà sottomettendo le nazioni. Tommaso Carlyle (1785-1881) pone le basi ideologiche della missione universalistica della nazione eletta degli inglesi. Charles Dilke (1843-1911) parla di un mondo che va anglicizzandosi sempre di più. È ciò che di fatto sta accadendo oggi: l’inglese è diventato la lingua globale. E così altri, come R. Seeley e R. Kipling: il fardello dell’uomo bianco.  È l’apoteosi di una missione nazista “ante litteram”. Non diversamente in altre nazioni si sviluppa questo complesso di superiorità. In Germania possiamo citare Fichte, Hegel e Nietzsche. In Italia possiamo citare Gioberti, con il suo “Primato”. L’imperialismo fascista, invece, trovava la sua naturale giustificazione nella rievocazione retorica della romanità perduta. Il Mediterraneo doveva ridiventare Romano. Già nell’aprile del 1926 in un discorso tenuto a Tripoli il Duce aveva esaltato il Mare Nostrum  ed aveva contrapposto i regimi fascisti a quelli democratici. Ma c’è di più. «La mia dottrina,» scrive Mussolini nel 1932, «era stata la dottrina dell’azione. Il fascismo nacque da un bisogno di azione e fu azione». La mitizzazione dell’attivismo come forza motrice della storia era stata ispirata al Figlio del Fabbro da un lato da George Sorel, il quale, portando alle estreme conseguenze il marxismo rivoluzionario, vedeva nella lotta e nella violenza spontanea delle masse l’unico mezzo di redenzione sociale. Dall’altro lato era stata ispirata da Alfredo Oriani (1852-1909), sostenitore di una missione imperiale e civilizzatrice dell’Italia nel mondo. Paradossalmente il fascismo è figlio del socialismo al pari del comunismo. Dopo l’impresa d’Etiopia il sempre più fermo atteggiamento britannico contro l’espansione fascista nel Mediterraneo induce il Duce a riavvicinarsi alla Germania di Hitler. Così si spiega l’intervento nel luglio del 1936, in accordo col Fuhrer, nella guerra civile spagnola a favore di Franco. Mussolini invia reparti di “volontari”, costretti a partire, nonché convogli di materiale bellico. L’Italia si disinteressa all’indipendenza austriaca ed addirittura approva l’Anschluss nel marzo del 1938. Non dimentichiamo che lo stesso Mussolini si era opposto ai piani nazisti. Il 7 giugno del 1933 per iniziativa del Duce viene firmato a Roma il Patto delle Quattro Potenze: Francia, Inghilterra, Germania e Italia si impegnano a mantenere la pace. A pensare che nel luglio del 1934, quando fallisce il putsch di Vienna per l’Anschluss alla Germania, Mussolini invia due divisioni al Brennero e si impegna a garantire l’indipendenza dell’Austria e nell’aprile del 1935 nella Conferenza di Stresa, Italia, Francia e Gran Bretagna, condannano apertamente la violazione degli obblighi della Società delle Nazioni da parte della Germania e riaffermano lo spirito pacifista di Locarno. L’impresa d’Etiopia e il conseguente atteggiamento inglese nei confronti dell’Italia fa invertire l’asse delle alleanze in Europa. Mussolini abbandona la tradizionale linea d’intesa con la Francia e l’Inghilterra, già seguita dal Giolitti, e si rivolge alla Germania, come aveva fatto, invece, Crispi con Bismarck. Come al trionfo del Secondo Reich l’”Italietta meschina e pacifista” si fa ammaliare dalla Germania, così accade all’apoteosi del Terzo Reich. Hitler diviene il nuovo protagonista della storia d’Europa e tutti stanno a guardare attoniti e perplessi alla resurrezione della fenice. Anche oggi vi è una resurrezione economica della Germania: Germania capta ferum victorem coepit. La Germania ha riconquistato l’intera Europa in termini economici, non vi è nulla da eccepire in ciò. Ma torniamo agli anni ’30. La stessa Francia ed Inghilterra, con la coscienza sporca di Versailles, perseguono la politica dell’appeasement: la pace a tutti i costi. C’è una differenza di fondo però: mentre Bismarck era un abile statista, Hitler un guerrafondaio. Il conflitto abissino rompe il fronte di Stresa. Il premier Laval assume un atteggiamento molto ambiguo: innanzitutto partecipa alle sanzioni inflitte all’Italia dalla Società delle Nazioni. D’altro canto però avanza una proposta di mediazione che trova il suo seguito nell’accordo italo-britannico dell’aprile del 1938: l’Inghilterra riconosce la sovranità italiana in Abissinia, in cambio Mussolini si impegna a ritirare le truppe italiane della Spagna alla fine della Guerra Civile. I rapporti franco-italiani comunque si incrinano sempre di più. Il 6 novembre del 1937 l’Italia aderisce al patto  anti-comintern, firmato l’anno prima dalla Germania e dal Giappone. Hitler offre a Mussolini un’alleanza, sancita poi il 22 maggio del 1939, col noto Patto d’Acciaio. L’Italia e la Germania si impegnano ad intervenire militarmente in caso di guerra. Nell’aprile dello stesso 1939, l’Italia occupa l’Albania. Il presidente della repubblica albanese Ahmed Zogu a partire dal 1925 aveva abbandonato la tradizionale politica filo-slava e si era avvicinato all’Italia. Con i patti di Tirana nel 1927 il paese cade sotto la tutela italiana. Nel 1928 il presidente diventa re Zohu. Eppure viene detronizzato e Vittorio Emanuele III assume anche il titolo di re di Albania, oltre che di imperatore d’Etiopia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il 1 settembre del 1939, l’Italia proclama la non belligeranza. Eppure dopo il crollo delle difese francesi, Mussolini, certo della vittoria tedesca, dichiara guerra alla Francia ed all’Inghilterra. Sappiamo poi come va a finire. Però anche all’interno delle logiche belliche i piani del Duce erano molto chiari: conquistare le colonie inglesi in Africa, in modo da allungare lo Stivale al Corno, e ritagliarsi uno spazio vitale nei Balcani. Fu il fallimento della campagna di Grecia da parte delle milizie fasciste a trascinare il Fuhrer nella campagna balcanica. Questa campagna, vinta grazie ai carri tedeschi, più che ai muli italiani che trasportavano ancora le baionette del 1915, frutta all’Italia la costa dalmata e il Montenegro, mentre la Croazia è retta dal duca Aimone da Spoleto e la Grecia amministrata da italiani e tedeschi. Nel settembre dello stesso 1940 l’avanzata italiana in Egitto viene frustrata dalla controffensiva inglese. Ciò trascina il Fuhrer nella campagna d’Africa, ove il nuovo Kaiser invia l’Afrikakorp guidato dall’abile Erwin Rommel, la volpe del deserto. L’impresa d’Etiopia paradossalmente trascina l’Italia nel vortice della Germania nazista. Mussolini che aveva goduto di una certa fama a livello internazionale, soprattutto in Inghilterra, e ne sarebbe stato testimonianza il carteggio Churchill-Mussolini, perde di credibilità di fronte all’imperialismo inglese. L’Inghilterra d’altra parte, perseguendo ancora la settecentesca politica dell’equilibrio, non aveva interesse in Europa, ma non voleva essere disturbata nelle colonie. L’Italia stava disturbando l’imperialismo inglese. Le colonie non portarono alcun beneficio all’Italia, se non quello retorico di avere il posto al sole, come avevano fatto le maggiori potenze europee, né l’Etiopia, né la Libia, lo scatolone di sabbia. Riportiamo in ultima analisi, alcuni inni fascisti antisanzionisti, per rendere più vivo il contesto storico di cui stiamo discutendo. Documenti: «Padre nostro. Pirata nostro che sei inglese, sia maledetto il nome tuo, venga a crollare per sempre  il regno e l’impero tuo. Sia sanzionata la volontà e la bestialità tua, come in mare così in terra. Lascia per oggi e per sempre le tue mire sul nostro posto al sole. Rimborsaci i nostri crediti del 1915 e del 1918. Come il Negus, nostro debitore, ci rimborserà a noi. Così sia» (Antisanzionista 1935). «Credo. Io credo in Lucifero inglese e delinquente, creatore delle rapine e dei massacri, ed in Eden suo figliolo plurimo nostro boia, concepito per opera dello spirito massonico. Nacque dalla Società delle Nazioni, patì con Ponzio Pilato, ma non morì, né fu sepolto e neppure dopo tre giorni crepò, ma scese all’Inferno, alla destra del padre suo, che giudicherà quanto sia stupido, compresi i suoi degni compagni Litrinof, Benes, Titulescu» (Antisanzionista 1935). «Ave Maria. Ave Maria, gratia plena, fa che non suoni più la sirena, fa che non vengano gli aeroplani, fa che stia bene fino a domani, ma se una bomba vuol venire giù, Santa Maria pensaci tu. Gesù, Giuseppe e Maria, fate che gli Inglesi perdano la via. Così sia» (Ave Maria, 1942). «In nome del duce, la sera senza luce, il giorno senza pane, la notte cogli aeroplani. Credo in Dio, Signore del cielo e della terra, credo nella sua giustizia e nella sua verità, credo nella resurrezione dell’Italia tradita, credo nel fascismo e nella nostra vittoria. Alle armi! Popolo italiano! Per l’onore e per la libertà» (Radio-Repubblica di Salò, 1944). Abbiamo riportato alcune significative testimonianze popolari di protesta antisanzionista, fomentata naturalmente al regime fascista. Per il resto citiamo alcune considerazioni di Denis Mack Smith: «Essendosi l’opinione pubblica italiana completamente sconcertata per le sconfitte della Libia e della Grecia, Mussolini dichiarò che aveva scarsa fiducia nella razza italiana, troppo facile al sentimentalismo. Giunse persino a dire che gli italiani erano, secondo lui, una razza di pecore. Vent’anni di fascismo non erano bastati a trasformarli; sarebbero stati necessari venti secoli. Il suo tentativo di galvanizzare la popolazione e di farle adottare il nuovo stile fascista era evidentemente fallito» (Storia d’Italia 1861-1958, Bari 1959, p. 753).

Vincenzo Capodiferro

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