15 maggio 2014

Riflessioni sull'analitica della psiche di Vincenzo Capodiferro


DEL PLATONISMO NELLA TEORIA FREUDIANA

Riflessioni sull’analitica della psiche


La teoria freudiana riconosce al di sotto della zona luminosa della coscienza altre due: quella del preconscio e quella dell’inconscio. Queste “zone” poi nella mappa della personalità della topica secunda diverranno le tre famose istanze dell’Es, dell’Io e del Superio. Freud chiama rimozione l’azione che inibisce la traduzione delle presenze psichiche inconsce in fattori rappresentativi coscienti. Questo è il processo primario dal quale derivano tutti gli altri meccanismi propri dell’Io, compresi quelli di difesa. L’azione di clausura è essa stessa inconscia o involontaria e racchiude i complessi psichici nell’inconscio, arrestando il loro svolgimento attuale, ma non quello potenziale. I complessi naturalmente esercitano un’azione sul conscio, la quale è alla base di tutte le manifestazioni di differente gravità nell’ambito psichico, dalle gaffes e i lapsus alle fissazioni, dalle nevrosi alle psicosi. La cura delle situazioni psichiche anormali o patologiche può venir attuata, secondo la nota teoria della psicoanalisi, attraverso lo studio analitico della psiche. Le vie espressive dell’inconscio possono essere riscontrate in vari fattori, dalle libere associazioni all’interpretazione del linguaggio onirico, dall’imprinting al transfert. Eppure se analizziamo bene la teoria freudiana troviamo delle sorprendenti analogie con la topica platonica dell’anima. Con un mito famoso Platone descrive la natura e la sorte dell’anima umana: «Si intenda l’anima simile ad una realtà affine ad un carro alato e ad un auriga. I cavalli e gli aurighi degli dei sono buoni e bennati, gli altri misti. In primo luogo l’auriga nostro tiene alle redini una pariglia, e dei cavalli l’uno è bello, buono e nato da simili genitori, l’altro è tutto il contrario. Necessariamente la guida è per noi ardua e difficile» (Fedro 246 a-b).  Platone individua tre zone dell’anima: quella concupiscibile, paragonata al cavallo nero che tende verso il basso, quella irascibile, al cavallo bianco che tende verso l’alto e quella razionale, all’auriga che deve guidare queste due difficili realtà. Possiamo però ben equiparare la prima all’Es freudiano, la seconda al Superio, la terza all’Io, che “deve servire a due padroni”. Queste tre parti, che Platone poi individua in altrettante zone “erogene” - tanto per usare un linguaggio psicoanalitico - cioè  la pancia, con sottintesi gli organi di riproduzione (cioè  di carica, ma anche di scarica di materiale organico di scarto), il petto e il capo, sono presiedute da tre principi diversi, che Freud sintetizza molto bene: il principio di piacere, il principio di dovere (sia positivo, o Io ideale, che negativo, o Io critico) ed il principio di realtà. Tutti questi principi sono dominati da uno in particolare, il quale deve garantire la stabilità delle funzioni psichiche: quello di costanza. Quest’ultimo corrisponde nella teoria platonica a quello della giustizia. Alle tre parti dell’anima difatti presiedono tre virtù: la temperanza, la fortezza e la sapienza. Oltre a queste tre Platone enumera una quarta virtù: la giustizia, che non ha una sede particolare, ma che piuttosto ha funzione regolatrice e mediatrice delle altre e provvede affinché ciascuna delle altre operi nei suoi giusti confini. Sono le virtù cardinali. Portiamo questo stesso schema sul piano della psicologia delle masse, come fa Platone nella sua teoria dello Stato espressa nella Repubblica. Lo Stato è inteso come un grande individuo, che deve avere il suo capo, il suo petto e le sue viscere. Come nell’anima Platone prevede tre nature: quella concupiscibile, quella irascibile e quella razionale, così «Lo stato ci risultò giusto se in esso si trovano i tre tipi di nature, e se ciascuna attende al suo compito» (Repubblica, IV, 435B). Di qui si spiega la platonica tripartizione in classi: ai filosofi spetta la funzione di cervelli legislatori, ai guerrieri la difesa, agli artigiani la produzione. Con le dovute differenze cronologiche questa interpretazione non ci sembra molto lontana da quella junghiana dell’inconscio collettivo. Lasciamo a parte il comunismo platonico per non esulare dal tema di questa riflessione. Sappiamo che le fonti della teoria freudiana sono molteplici: il subconscio leibniziano, la teoria delle percezioni subliminali di Herbart, la Volontà schopenhaueriana, Nietzsche e tante altre. Eppure non mancano i modelli greci: il complesso di Edipo ne è un esempio. Ma possiamo citare anche quelle istanze “trascendenti” di Eros e Thanatos, che manicheisticamente e misticamente dominano il mondo psichico. Sebbene la psicologia moderna sia nata come scienza col primo laboratorio di Wundt a Lipsia nel 1876, eppure i filosofi dell’antichità avevano già una più o meno chiara visione dell’anima umana. Ciò che invece manca alla teoria freudiana è la platonica immortalità dell’anima. Eppure Freud fu ossessionato da Mosè, il grande riformatore religioso, discepolo del faraone Achenaton, il primo profeta storico del monoteismo. Marx e Freud, pur essendo di origine ebraica, rinnegarono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei loro stessi padri. Marx vi sostituì l’immortalità della Società Comunista e del suo eterno anticristo, la Borghesia e Freud quella dell’Eros e del suo eterno anticristo, la Morte. È chiaro che la psicoanalisi è molto aderente all’irrazionalismo, al sottosuolo oscuro della personalità, nonché ad una concezione evoluzionistica. L’Eros è il grande propagatore della specie umana. Spinoza, pur essendo di origine ebraica non arrivò mai a negare Dio, anche giunse ad affermare il panteismo assoluto. Dal panteismo all’ateismo il passo è fatto, dal tutto al nulla valet illatio. Marx e Freud denunciarono il carattere allucinatorio della religione (opium populi), eppure eressero dei nuovi altari a Psiche ed allo Stato. L’analista e il rivoluzionario di professione divennero i nuovi preti della società post-freudiana. La teoria freudiana andrebbe corroborata allora con quella platonica. Molti dei mali psichici infatti derivano oltre che dai vari complessi dell’infanzia anche dal desiderio innato di immortalità e dalle strategie della morte (timor mortis).

Vincenzo Capodiferro

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