28 aprile 2014

Intervista all’artista Michela Mecacci a cura di Cristina Madini direttrice della Galleria RossoCinabro



Intervista all’artista Michela Mecacci
a cura di Cristina Madini direttrice della Galleria RossoCinabro

In quali circostanze è nato il tuo desiderio di fare arte?
La spinta decisiva a partire con la mia linea artistica è stata una forte depressione, perché nasconderlo, dalla quale stavo tentando di uscire aprendo al massimo le mie ali, facendo fuori tutti i mostri che vi erano stati attaccati fin troppo.
Sono sempre stata creativa in ogni ambito solo che non ho mai avuto la forza di mostrarlo.

Quali temi o stati d’animo affronti nelle tue opere?
Nelle mie opere posso affrontare qualsiasi stato d'animo, dal più estremo dolore alla passione, all'amore universale. Non so bene cosa andrò ad esprimere quando sto per creare, è la mia pancia a decidere, il mio canale col "Tutto".

In che misura la pittura, la fotografia e la performance sono rilevanti nella tua ricerca artistica? riesci a farli coesistere o senti la necessità di scegliere uno dei tre percorsi?
Ogni giorno escono fuori nuove parti di me tanto che perfino io ho perso il conto. Ogni parte si diletta e si manifesta in qualche forma di espressione. I miei stili creativi coesistono nella mia arte, non potrei mai separarli sono sfumature delle mie mille me.

Un aspetto peculiare del tua arte sembra essere un viaggio tra due mondi. Cosa vuoi comunicare con My Earth? quali significati e messaggi vuoi trasmettere al pubblico?
Due mondi... si, o meglio infiniti universi! È vero parlo spesso di un pianeta surreale, dove io vivo, sicuramente ha poco a che vedere con la terra.
Tante cose che nel globo sono primarie, là neanche esistono.
Assolutamente non voglio comunicare niente né tantomeno trasmettere dei messaggi specifici.
È importante che attraverso le mie opere ogni anima prenda quello che "deve" prendere. È del tutto soggettivo, si tratta di un R.N.A. messaggero, il codice genetico con il quale le nostre anime comunicano

Sei stata affascinata da un artista o un movimento in particolare?
Personalmente mi hanno sempre affascinato gli impressionisti, come movimento artistico.
I soggetti degni di nota per me sopra a tutti invece sono: il mitico Salvador Dalì, il tenace Picasso e il poliedrico Basquiat.

Cosa pensi dell’arte di oggi?
Oggi c'è un equilibrio delicato nell'arte purtroppo è stato già inventato, reinventato e riutilizzato ciò che è stato reinventato così tante volte che viene da pensare che non ci sia più niente da creare. Ma ovviamente non è così. Secondo me la tecnologia esponenziale e alla portata di tutti risulta un ostacolo per i nuovi artisti. C'è sempre troppa concorrenza e sembra quasi che se non sai farti strada a livello mediatico, la tua arte valga poco.
Sono situazioni molto delicate ripeto in questo "mondo" che in questo "momento" va a tripla velocità.

Parlaci dei tuoi sogni e progetti futuri
I miei progetti: dato che sono costretta a stare sulla terra voglio vivere della mia arte girando e spaziando in ogni continente esprimendo i voleri della mia anima.
Che il mio passaporto terrestre sia timbrato in ogni pagina! Mi piacerebbe avere il dono dell'invisibilità e della Bilocazione, o anche tri o quadri. . . essere in guerra spazi nello stesso istante. . . Mi sembra il minimo!!

Per chi volesse seguirti o vedere i tuoi lavori dove può cercarti?
In rete ho diversi siti, blog e gallerie personali, basta digitare il mio nome o il nome della linea, My Earth.
Sono presente anche sui vari social network per far si che la mia arte sia a portata di chiunque ne sia incuriosito.
(Michelamecacci.WordPress.com)



e per conoscerti meglio, ...  ecco di seguito un mini-mini questionario proustiano:

Il Paese dove vorrei vivere
Vorrei vivere a New York e mi sto già organizzando mentalmente per farlo, o meglio sono già là col pensiero, in quanto "Visionaria".
New York: dove ognuno è libero di essere se stesso e trova abbondanza di qualsiasi cosa necessiti la sua esistenza. Laddove c'è "tutto di tutto".

Su quale senso basi maggiormente la tua vita?
L'olfatto, nel mio pianeta gli odori sono fondamentali molto più importanti di qualsiasi altra cosa. Vedo sento ricordo e creo attraverso il mio naso!!

Come vorrei morire
Amerei morire volando. Proprio mentre spicco il volo, si. Magari durante  un lancio nel vuoto a tutta velocità. Passare direttamente dall'aria al tunnel ad occhi e polmoni aperti.

Stato attuale del mio animo
Il mio stato d'animo attuale è come la luna, quindi difficile "fotografarlo" per quanto è mutabile.
Momentaneamente potrei paragonarmi all'acqua, fluida osservatrice, profonda. Ma credo che tra poco meno di un’ora potrei diventare FUOCO.

Hai un motto?
Il mio motto o meglio le frasi da me "partorite" che più mi identificano sono quelle legate al tempo:
Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta.
‘Sono stufa di rincorrere il tempo, molto meglio mangiarselo’.


Michela Mecacci è un’artista versatile, ha iniziato la progettazione della sua linea MyEarth nel luglio del 2013, anno in cui ha cominciato a partecipare a numerosi eventi e mostre. Si destreggia nel campo pittorico, dove utilizza spunti di pittura materica ideando nuovi stili in 3D richiamando la vecchia pop art, a quello fotografico, dove spazia dal realismo spiazzante di paesaggi nostrani a visioni criptiche o iperconcettuali. Reinventa nuovi oggetti e ne ripensa altri di uso comune, si occupa infine di un reparto tessile con linee di abiti progettati e prodotti, a seguito di anni di pratica come costumista.

27 aprile 2014

Risparmiatori tutelati con l'unione bancaria europea

RISPARMIATORI TUTELATI CON L’UNIONE BANCARIA EUROPEA
Ok definitivo del Parlamento di Strasburgo 
                                         di  Antonio  Laurenzano


Il risparmio privato, entro il limite dei 100 mila euro, viene sempre tutelato. Depositi bancari garantiti, nessun rischio di azzeramento dei conti in banca a causa di rovinosi default.  L’Europarlamento di Strasburgo, nella sua ultima seduta plenaria prima del voto del 25 maggio, ha dato il via libera all’Unione bancaria a livello europeo con l’approvazione del “meccanismo unico di risoluzione delle crisi bancarie” e del “fondo di risoluzione”. E’ il secondo pilastro dell’Unione bancaria , dopo quello già in funzione relativo alla “supervisione della Bce” sui 130 maggiori gruppi bancari dell’Eurozona. Finisce così, dopo un tormentato iter, la folle politica dei salvataggi bancari  e dei conti in rosso pagati dallo Stato, e quindi dai contribuenti. E’ stata cioè rimossa la causa principale della crisi finanziaria ed economica legata ai debiti sovrani che ha sconquassato mezza Europa con la conseguente austerità  imposta dall’Ue per ricondurre i conti pubblici di taluni Paesi a una condizione di sostenibilità nel tempo.
    In futuro le crisi bancarie saranno gestite in modo completamente diverso: le banche saranno chiamate a rispondere delle loro perdite e dei loro rischi. Il tutto per evitare che possa accadere nuovamente quanto accaduto dal 2008 al 2010 nei Paesi dell’Ue quando la crisi dei derivati subprime statunitense, legata al fallimento di Lehman Brothers, ha affossato molte banche europee innescando un sistema di aiuti pubblici che ha fatto decollare il debito pubblico dell’Unione dal 60 all’80% del Pil in solo due anni!
    Lo Stato, ovvero i  cittadini non potranno più essere coinvolti in prima istanza in un salvataggio bancario, ma solo per un crac superiore all’8% del passivo bancario.  Il nuovo sistema introdotto sulla risoluzione delle crisi bancarie stabilisce che dal 2016 siano gli investitori privati (“bail-in”) a rispondere per le perdite bancarie, prima del ricorso a fonti esterne di finanziamento. E cioè  i proprietari della banca (gli azionisti) , i creditori (gli obbligazionisti) e i depositanti per le giacenze superiori a 100 mila euro.  I “privati” dovranno necessariamente coprire il default bancario per un ammontare almeno pari all’8% degli attivi della banca. Oltre tale soglia  interverrà in seconda battuta il Fondo di risoluzione (finanziato dal sistema bancario), peraltro per un ammontare fino al 5% degli attivi bancari.
Il Fondo di risoluzione, perno dell’Unione bancaria,  avrà una disponibilità di 55 miliardi di euro, creata gradualmente nel corso di otto anni attraverso un prelievo bancario pari all’1% dei depositi garantiti.  Solo dopo l’utilizzo delle risorse di tale fondo, qualora dovessero necessitare ulteriori risorse, i governi potranno intervenire a livello nazionale, previa autorizzazione e vigilanza comunitaria. Fino alla data di applicazione del “bail-in”  le crisi bancarie saranno gestite sulla base delle regole in vigore in ogni singolo Stato.
Prende corpo dunque l’Unione bancaria europea il cui primo obiettivo è stato quello di creare in Europa un sistema creditizio solido, unificando a livello continentale le attività di vigilanza  sui più importanti istituti finanziari nazionali. Ora si aggiunge il secondo obiettivo, strategicamente molto rilevante: tagliare il legame che si è creato negli anni tra i crack bancari e i debiti degli Stati. Stop quindi agli interventi statali con le pesanti ricadute sul debito pubblico e sulla tenuta stessa del sistema monetario europeo, a danno dei contribuenti. Un passo in avanti in direzione di una gestione unitaria delle crisi bancarie a sostegno della credibilità dell’euro sui mercati internazionali nel segno della responsabilità solidale. E’ il superamento della storica contraddizione di una moneta unica con  sistemi bancari diversi all’interno dell’Eurozona, non coordinati fra loro.

17 aprile 2014

BUONA PASQUA



All’umanità che talora sembra smarrita e dominata dal potere del male, dell’egoismo e della paura, il Signore risorto offre in dono il Suo Amore che perdona, riconcilia e apre l’animo alla speranza.
Giovanni Paolo II

15 aprile 2014

Photo Center Chiasso: l'associazione



PHOTO CENTER CHIASSO: L’ASSOCIAZIONE

Circoli. gruppi e club fotografici ce ne sono in grande quantità.
Di solito sono formati da persone amanti della fotografia che si incontrano periodicamente per discutere di quest’arte, spesso organizzando mostre fotografiche e gite per dare occasione di scattare immagini.
Quando, sabato 12 aprile 2014 sono andata all’inaugurazione di una nuova associazione fotografica, non mi aspettavo nulla di diverso.
Invece, dopo poche parole scambiate con i promotori di questa nuova associazione, mi sono accorta che qualcosa di nuovo sul fronte c’era!
Ettore De Rosa, Michele Racah, e Mattia Sini, mi sono sembrati fin da subiti decisi a smentire l’immagine che mi si stava profilando.
Tutti tre questi signori sono degli appassionati di fotografia e, dopo alcune deludenti esperienze presso dei foto club, hanno deciso di unire le loro forze per amalgamare degli ingredienti che siano diversi dai soliti.
L’intento del Photo Center di Chiasso è quello di unire chi è appassionato di fotografia e abbia voglia di crescere e imparare nuove cose. Tanti sono, come in tutti i campi artistici, quelli che si credono arrivati, peccando a loro scapito di nuove esperienze.
La loro arte vuole inoltre  aprirsi per dare un aiuto a chi ne ha più bisogno. Ecco il perché di questo mio articolo, ispirato dalla loro prima iniziativa che sarà quella che farà da apripista a tutte quelle future.
Il 10 e l’11 maggio 2014 presso la Chiesa del Gesù - sala conferenze in via Primo Tatti a Como, ci sarà una mostra fotografica intitolata “Per il pane quotidiano”. Il ricavato della vendita delle opere esposte da Facundo Bassi, Ettore de Rosa, Michele Racah, Andrea Sala e Lorenzo Sala, sarà devoluto alla mensa Famiglia vincenziana.
Un’ iniziativa che non può che incontrare il mio plauso e, spero, anche quello delle persone che vorranno andare per dare un loro contributo. Sicuramente viviamo un momento di crisi profonda, non solo monetaria a parer mio, ma, come spesso noto intorno a me, di un’aridità di pensiero che schiaccia la testa alla filantropia; una delle caratteristiche dell’uomo che mai dovrebbe andare messa in secondo piano.
Andare all’inaugurazione di un’organizzazione fotografica e trovarsi di fronte a chi voglia mettersi in gioco per donarsi, merita davvero un grosso incoraggiamento.

© Miriam Ballerini

Esperienze di insegnamento in carcere


ESPERIENZE DI INSEGNAMENTO IN CARCERE

Mercoledì 9 aprile 2014 ho avuto l’occasione di essere presente a una iniziativa pregevole organizzata dall’Auser di Lomazzo.
La giornalista Laura Omodei e il professore Umberto Lietti, hanno raccontato la loro esperienza presso il carcere di Bollate e la casa circondariale il Bassone di Como.
Per chi, come me, ha avuto modo di avvicinarsi alla realtà dei detenuti, sembra strano che si debba parlare di carcere, che si debba ricordare alle persone “fuori” che i detenuti sono persone con molte problematiche e, spesso, poche prospettive.
Per la gente comune il carcerato è un tizio che ha sbagliato, che deve pagare, da tenere ben lontano dalla società, quasi possa contaminarla.
Spesso vedo confondere il concetto di giustizia con quello di vendetta. Poco si parla di riabilitazione e, lo dico con un peso tutto personale sul cuore, sento dire cose come: “È giusto uccidere un ladro, perché ruba in casa d’altri”. Con la strana e distorta moralità che un televisore valga più della vita di una persona; con una confusione diabolica su cosa significhi “difesa personale”.
La Omodei ci ha raccontato della sua esperienza avuta tramite un progetto che portava prima in tribunale, quindi a trascorrere una giornata nel carcere di Bollate. A tutt’oggi questa struttura è il fiore all’occhiello europeo della riabilitazione e del calo della recidiva. La dr.ssa Omodei spiegava che le celle sono singole, non esiste il sovraffollamento con tutte le sue problematiche fisiche e psicologiche che pesano sull’individuo.
Lietti, invece, insegna ragioneria presso il Bassone, di certo un’altra realtà. Dai suoi racconti ho notato che sono cambiate alcune cose da quando ho avuto modo di entrarci io, nel 2006. Molte in meglio, come ad esempio alcune sezioni aperte per più ore.
L’impressione di chiunque entri in una struttura carceraria è la stessa: la presenza fisica delle mura, delle chiavi, del chiuso e l’incolonnamento dei propri passi, guidati. Un carcere, anche all’avanguardia, dà sempre e comunque l’impressione di un mondo chiuso, ristretto, dove la libertà è un concetto che si estingue.
Stessa cosa vale per l’impressione che si ha dei detenuti: educati, rispettosi e… persone. Chi crede che entrando in un carcere si trovi davanti gente con scritto in fronte ciò che ha fatto, e questo non concerne con ciò che uno è, di certo rimarrà deluso.
La giornata è scorsa in modo piacevole, con tante cose da dire, da spiegare. Argomenti sui quali il confronto è inevitabile.
Ciò che mi ha colpita favorevolmente dei due relatori è stata l’assoluta mancanza di giudizio e pregiudizio: essenziale per chi vuole accostarsi all’altro per capire e aiutare. Per riconoscersi uomo in mezzo agli uomini.

© Miriam Ballerini

08 aprile 2014

I giovani e la crisi di Massimiliano Caggiano

I GIOVANI E LA CRISI
La voce dei protagonisti del futuro inesistente

Si deve avere – dice la nonna – un pezzo di carta in mano”, riferendosi ad una laurea, un diploma, un qualcosa che attesti le nostre conoscenze. Nell’epoca della laurea per tutti, dell’ignoranza ed il bigottismo incombenti, si parla ancora solo di conoscenze meramente contenutistiche e prettamente “scolastiche”, tralasciando il fondamentale saper applicare; nell’epoca dei Post su Facebook sulla crisi dal proprio iPhone 5s e del falso dotto al Governo, si ha ancora lo spudorato coraggio di demonizzare il laicismo dello Stato, la legalizzazione della prostituzione e delle droghe leggere. Ecco i laureati con centodieci e lode, con tanto di bacio accademico, perennemente disoccupati, mantenuti a vita, senza il coraggio di declassarsi, o elevarsi, secondo i punti di vista, e lavorare presso un azienda che non richiede la propria specializzazione, un cancro con metastasi della società. Se da un lato è vero che la crisi è stata studiata a tavolino, dall’altro è pur vero che i media, tramite tecniche di Programmazione Neuro Linguistica sono riusciti a far passare l’idea di un’assenza di futuro. Futuro che continua ad essere rivendicato purtroppo senza azioni concrete. L’emblema dell’assenza di lavoro, dell’impossibilità della realizzazione dei propri sogni, si concretizza in tre tipologie di giovani. 1) Coloro che credono di poter lavorare grazie alla propria laurea o diploma accettando di attendere qualche anno in più; 2) Quelli che credono di poter trovare lavoro sia con sia senza la propria laurea, semplicemente cercandolo; 3) Chi è convinto di non poter costruire un futuro in alcuna maniera. Il grande problema è che tutti hanno ragione è che tutti non hanno ragione. La motivazione di ciò è da ricercarsi nei meccanismi della nostra mente che possono essere modificati con il minimo sforzo, usando solo le giuste parole. Terminato il nostro ciclo di studi, bisogna saper cogliere le occasioni. La realizzazione del proprio progetto di vita è rischio, richiede sacrifici. È impensabile diventare il CEO di una grande azienda, un grande artista o realizzare un qualunque sogno senza sacrifici. Per tale motivo tutte e tre le tipologie di carattere e di convinzione trovano conferma nella realtà: chi è pessimistico non si applica e non realizza i propri sogni, chi è moderato trova un lavoro che talvolta si confà alle proprie abitudini talaltra meno, chi è determinato ed ottimista realizza i propri sogni. La nostra mente adatta la realtà ai nostri meccanismi mentali proprio come le maschere dell’Io Pirandelliano ove tuttavia le maschere non sono indossate da noi, ma dalla realtà, idealizzata secondo i nostri schemi. Insomma, nell’era del “tutti contro il sistema” con demagogismi e populismi non coadiuvati da azioni concrete, la realizzazione del sogno della vita è proporzionale al proprio impegno. La disoccupazione giovanile è direttamente proporzionale al complottismo e la rassegnazione con cui osserviamo perché “Solo chi è così folle da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambia veramente” (Steve Jobs). Non esistono crisi e sconvolgimenti più potenti di quelli mentali.
Massimiliano Caggiano

07 aprile 2014

Edith Piaf a cura di Marcello De Santis

EDITH PIAF
l'oiseau de Paris
di 
marcello de santis


Edith Piaf, Parigi 1915 - Grasse 1963

L'oiseau de Paris, l'uccellino, il passerotto di Parigi quella sera si esibiva in uno dei tanti cabaret che avevano reso caratteristica e famosa la città della Senna, era al Club des Cinq, il Club dei Cinque,  a Montmartre. Tra gli avventori seduto a un tavolo d'angolo c'era un bel ragazzo, conobbe il suo nome quando ebbero modo di si avvicinarsi: Marcel. 
Glielo presentarono, o si presentò lui stesso con la simpatica faccia tosta, non sappiamo bene, e parlarono, là per là la cosa finì lì; almeno per quella sera; in cui lei piccolina ma elegante nel suo solito amatissimo abito nero e lui molto apparente nel suo vestito stretto a mettere in mostra la sua figura di atleta. Quando si rividero in America di lì a qualche tempo, s'innamorarono. Il passerotto di Parigi aveva poco più di trent'anni; era il 1948.

Ma come erano diversi, come lontane le loro personalità, il loro carattere, lei riservata e minuta, Edith Piaf, il cui nome cominciava a risplendere nei cieli della canzone francese; lui un giovane pugile già con una certa fama, Marcel Cerdan. Marcel era sposato, sua moglie Marinette gli aveva dato tre figli; ma al cuore non si comanda; fu un amore grande, ma tragico. 


Marcel Cerdan in una foto con una Edith Piaf con il sorriso sulle labbra, cosa rara a vedersi. Marcel, campione algerino di pugilato,  nato nel 1916, morì giovanissimo nel 1949 alla età di 33 anni in un incidente aereo; campione di Francia, campione d'Europa, Ebbe diversi record di vittorie consecutive sul ring, la più clamorosa fu di ben 47. Lo chiamavano il bombardiere marocchino per la sua esplosiva potenza.
Da campione d'Europa porta a termine 23 vittorie di fila, interrotte non per supremazia dell'avversario, ma per una ingiusta squalifica dell'arbitro. Poi riprese e ne fece altre37 vittorie consecutive, un vero fenomeno del ring. C'è la guerra, parte come tanti giovani, e va a vincere anche il campionato inter-alleato dei pesi medi. 
21 settembre 1948: conquista il titolo di campione del mondo, l'anno dopo a giugno viene sconfitto nella difesa del titolo da quel grande che fu Jack la Motta, il toro del Bronx.
E' il suo ultimo incontro, ché il 27 ottobre, muore.
Cerdan aveva preso un aereo della Air France, rotta Parigi-New York, per raggiungere il suo passerotto che si esibiva là. L'aereo si schianta nella notte dal 27 al 28, contro una montagna dell'isola di São Miguel nell'arcipelago delle Azzorre.

L'uccellino di Parigi che pareva tremare nelle ali ad ogni apparizione sulla scena, con quello sguardo smarrito, eternamente sofferente, non aveva ancora finito di soffrire, non era nemmeno alla metà dei dolori che avrebbero costellato la sua vita donna e di artista. 
Marcel non sapeva i dolori della sua amata, sapeva solo il suo improvviso amore per quell'esserino fragile e  indifeso con una voce meravigliosa ma già piena di destino. Marcel, che era nato ad Algeri e che si portava appresso tutta la sua miseria, ma anche - come si disse di un grande di spagna - Garçia Lorca, "si portava la morte addosso"; con una faccia che già mostrava i pugni che aveva preso, e la rabbia di chi ne avrebbe ancora dati tanti per la conquista della gloria che non arrivò.

In una Parigi dove gli esistenzialisti dovevano ancora arrivare, Edith Piaf fu acclamata come l'antesignana di questi nuovi artisti, come Juliette greco e Jean Paul Sartre, e in qualche maniera Jacques Prévert. Venne a scompigliare le carte di una Parigi intellettuale o che a tale si atteggiava, dove i parigini impazzivano o quanto meno si lasciavano irretire dal gonnellino di banane della dea nera che scuoteva ancheggiando sul palcoscenico mentre cantava, quella Josephine Baker che scuotendo voluttuosamente ill corpo d'avorio e il seno nudo cantava J'ai deux amour: 

J'ai deux amours
mon pays e Paris

(io ho due amori, il mio paese e Parigi).


Josephine Baker , Saint Louis 1906 - Parigi 1975
Fu naturalizzata francese e si esibisce alle Folies Bergères
alla fine degli anni venti del novecento.
Raggiunge un successo incredibile con la canzone 
J'ai deux amours che compose per lei Vincent Scott. 

Questa minutissima giovane cantante dal viso triste, nasce a Parigi in una fredda giornata di dicembre del 1915, nel quartiere popolare di Menilmontand, con il nome di Edith Giovanna Gassion. Era destino che da grande dovesse fare la cantante, era scritto, come si direbbe oggi, nel suo DNA. Infatti già all'età di sette anni cominciò a cantare con la sua voce già forte e decisa, per la strada; dove i suoi genitori si esibivano per tirare avanti la carretta. Il padre Louis Alphonse faceva il contorsionista, l'acrobata anche, pensate, e la mamma Annette - che era italiana di origine, era toscana di Livorno, girava con il marito e tratteneva la gente cantando. Il suo nome d'arte era Line Marsal, era dedita all'alcol, e - racconta la storia - talvolta per arrotondare il misero ricavato della loro povera arte, si prostituisse.

Erano artisti, si fa per dire, artisti di strada, anche perché erano tanto poveri che non avevano neppure una casa fissa; forse un ricovero ce l'avevano, alla via Bellavilla, rue de Belleville; qui nacque Edith, questa la storia, ma c'è anche una leggenda da tenere presente: leggenda che ci racconta che la bimba nacque "davanti al numero 27 di quella via", sul marciapiede, e nell'occasione la mamma fu aiutata da un flic, un poliziotto di quartiere che svolgeva là il suo servizio, anche se il certificato di nascita indica il vicino ospedale. I signori Gassion erano poverissimi; non potevano permettersi di allevare un figlio; il signor Louis Alphonse dovette partire per la guerra, e allora dovettero, per forza di cose, affidare la neonata alla nonna di lei, alla signora Acha, che faceva l'ammaestratrice di pulci; che non si curò minimamente della ragazzetta. Fortunatamente restò da lei solo per poco più di un anno, ché - sempre secondo la leggenda, la nutriva con biberon pieno non di latte ma di vino; "il vino uccide i microbi" si giustificò quando gliela tolsero definitivamente. Ma il padre la tolse dalla padella per calarla sulla brace, come dice un vecchio detto; di ritorno dalla guerra la tolse alla signora Acha e la portò da sua madre Louise, che - udite udite - faceva la tenutaria di un bordello, in una paesino del nord della Normandia; la signora Louise, grazie al cielo, in qualche maniera si prese cura della bambina.


Edith Gassion all'età di sette anni
quando il papà andò a ritirarla da sua nonna in Normandia, 
e la portò con sé e con sua madre ad esibirsi in strada, 
e insegnandole alcuni rudimenti di canto 
s'accorse che aveva una bella voce piena, adatta al loro scopo

E - narra la storia - la gente si fermava e donava l'obolo che lei passava a pietire allungando la mano che stringeva un cappello - perché apprezzava più la voce di quella ragazzina, più che le piroette e lo spettacolo dei due artisti; uno scricciolo da niente, e tale sarebbe rimasta anche col passare degli anni.

Adesso Edith è una cantante famosa, la più famosa di Francia; e anche la più amata. Adesso può nutrirsi come si deve, eppure quando sgrana lo sguardo cantando davanti al suo pubblico invisibile seduto in platea all'oscuro, mentre la luce della ribalta è tutta per lei, pare tornare a guardare il film della sua vita, di quand'era bambina... a quando doveva ingoiare - e non le piaceva - il vino di nonna Acha, ma anche il buon latte delle mucche della Normandia di nonna Louise (e allora un breve sorriso le illuminava il viso emaciato).  

Allora si chiamava Edith Gassion, oggi il suo nome era Edith Piaf.
Piaf... che nel dialetto (argot) parigino voleva dire passerotto. Era piccola piccola, stava in una mano, pensate non raggiungeva il metro e mezzo ((per l'esattezza appena 1.47).
Con tanta mestizia si diceva, guardando le foto che le scattavano tutti mentre si esibiva, mentre passeggiava, in ogni momento di questa sua nuova realtà: "io son l'oiseau de Paris", sono il passerotto di Parigi; e il nomignolo se lo portava appresso come la sua ombra, come il suo eterno dolore, come il suo destino. Anche in America dove la chiamavano little sparrow, piccolo passero, ché quello appariva anche agli occhi degli americani, un uccellino dalla voce dolce e amara, piena di ricordo e nostalgia, piena di tutto.

Ma non riusciva ad essere felice, nonostante tutto.
Non lo sappiamo, è vero; ma come non pensare che quando lo spettacolo della sua vita terminava, quando si ritirava per riposare nelle sue camere d'albergo, stremata dalla fatica che la scena comportava, la mente le tornasse eternamente alla sua infanzia! 

Quante disavventure, mamma mia! proviamo ad elencarle, sperando di non dimenticarne nessuna: quando  a cinque anni di età stava da nonna Louise fu colpita da una fastidiosa cheratide che la rese cieca per qualche tempo, se ne presero cura le prostitute della casa di appuntamenti. Poi incidenti di macchina vari, l'ultimo insieme a Georges Moustaki le devastò il volto; una malattia al fegato molto grave che la porterà a stare a lungo in coma a rischio della vita; e alcuni interventi chirurgici, ricordiamo quello dell'anno 1960, durante un concerto al Walford Astoria di New York, Edith perde i sensi, cade sul palco  perdendo sangue dalla bocca; ha un male allo stomaco, viene nuovamente operata; e nuova operazione, stavolta in Francia, a causa di un altro collasso durante un concerto a Stoccolma. Ultimo ma non ultimo un tentativo di suicidio.

Fu sulla strada insieme alla sorellastra Simone, fino a 15 anni, tra esibizioni nei caffè, nelle strade di Parigi, nei campi di militari; e negli infimi alberghetti dove dormivano. Intanto la voce si era affinata, e cominciava e vedersi quello che poi diverrà nel tempo il suo inimitabile stile canoro.
Un tale Louis Dupont la mette incinta, nasce un figlio che lei abbandona e che morirà di meningite a pochi mesi. Siamo alla fine della sua vita di strada, grazie al cielo.
E grazie a un altro Louis, il signor Leplée, che diventa Edith Piaf. Siamo nell'anno 1935, Edith ha 20 anni.
Leplée gestisce un locale alla moda, e la nota esibirsi in un angolo di strada a Pigalle, quartiere poco raccomandato frequentato dalla malavita parigina, e le fa firmare un contratto per il suo cabaret. Le cambia nome, diventa La Mome Piaf (stesso significato: piccolo uccellino), le dà nuovi rudimenti di canto, di movimenti sulla scena, di abbigliamento (abito nero, che porterà per sempre), Piaf comincia la sua nuova vita. 
Con lo sguardo al passato, quando sotto la luce della scena scrutava il vuoto davanti a sé, a cercare i sogni non realizzati, gli incubi ricorrenti, gli amori tempestosi e sfortunati; a mettere insieme ricordi svaniti che si mescolavano a invenzioni della sua fantasia.


Edith Piaf, col suo Marcel Cerdan
in una rara foto dove mostra il suo sorriso
ché la cantante accanto al boxer era finalmente felice

La morte di Marcel Cerdan - scandaloso per l'epoca, essendo lui sposato con figli - fu il colpo finale alla sua fragilità; il senso di colpa per averlo chiamato lei a raggiungerla in America dove era per lavoro, e lei a consigliargli quell'aereo che si schiantò addosso a un monte delle isole Azorre, la portò a bere dissolutamente, cade in depressione, si droga ogni volta che ne sente il bisogno, quasi sempre, fa un uso scellerato di morfina.
Ricordiamolo, era il 1949. 
Il 28 ottobre, a New York, il giorno dopo l'incidente l'oiseau de Paris, il little sparrow Americano, dedica al suo uomo che non c'è più la più bella e la più triste canzone del suo repertorio; l'Hymne a l'amour; col suo abito nero, curva più che mai sul suo eterno dolore, lo sguardo sempre là nel vuoto dei sogni e dei ricordi.


Eccola mentre canta l'hymne a l'amour
con sul viso tutto il dolore

ascoltiamola

https://www.youtube.com/watch?v=eXr0QEzW6-c

Non vogliamo qui parlare dello sviluppo della sua carriera, che molto ci sarebbe da dire; degli incontri con artisti famosi accenneremo appena; il primo fu Charles Trenet, poi ancora Maurice Chevalier, e Gilbert Becaud. E che dire dei suoi amori, tutti senza fortuna? Uno breve brevissimo, con l'attore Paul Meurisse, che le aprì la porta del cinema; il giornalista Henry Contet, finito quasi prima di nascere; nel 1944  si lega a Ives Montand, è lei che lo lancia e lo fa diventare famoso, ma poi finisce come doveva finire.
I successi seguono ai successi, è la volta de La vie en rose, che per lei non è mai stata di colore rosa, tutt'altro.

Quand il me prend dans ses bras
Il me parle tout bas
Je vois la vie en rose
Il me dit des mots d’amour
Des mots de tous les jours
Et ça me fait quelque chose


Quando mi prende fra le sue braccia, / egli mi parla sottovoce, / desidero una vita in rosa.... / Mi dice parole d'amore, / parole di tutti i giorni, / e, ciò, mi fa un certo non so che....

Marcel è morto da due anni, l'artista intreccia una relazione con Charles Aznavour, ma sarà una amicizia affettuosa da parte di tutt'e due. Altro incidente d'auto, tutt'e due rischiano la vita. Sposa Jacques Pills, cantante, che la lascerà per i suoi eccessi di alcol e droghe che le procureranno una forma molto accentuata di delirium tremens per la quale malattia viene ricoverata a lungo in Ospedale. Continuano i successi, nascono tra le altre canzoni Les amants d'un jour, Gli amanti di un giorno, Mon Manège À Moi che noi conosciamo meglio con il titolo Tu me fais tourner la tête, Tu mi fai girare la testa; e poi "Milord", scritta dal suo nuovo amore George Moustaki. 

Charles Dumont cantautore francese, scrive per lei l'ultima canzone importante della sua vita; "Non, Je Ne Regrette Rien", la canzone che sarà e resterà per sempre il simbolo della sua vita.

Le resterà poco da vivere, Edith Piaf è stanca, malata, fisicamente malmessa, una grave forma di artrite deformante l'ha rattrappita tutta, e che le procura sofferenze indicibili. 
Cade in coma, una anomala forma di "pace" cui la cantante ha sempre anelato e che adesso ha - seppure malamente - raggiunto.

Voglio qui postare una breve recente poesia di un mio amico poeta, Franco Conti, che ha voluto ricordare la grande piccola cantante così:

EDITH PIAF
(L'existentialisme dans la musique:
Vivre la vie avec passion)

E via
dispiega ancora al vento
il tuo canto infinito
piccolo uccello
dalla grande anima,

hai vissuto una breve stagione
ai confini dell'esistenza
la somma di mille vite
nell'intenso abbandono alla passione.

Penso a te
come a un bianco gabbiano
che solca i mari d'inverno
riscaldato dal sole dell'anima.

Te ne sei andata
dopo un breve volo
con le ali bruciate
dalle intense emozioni

ma la tua voce
canta ancora nel tempo,
canta ancora di una vita in rosa
sotto il cielo di Parigi

e sotto i cieli
dove vivono uomini
che sanno vivere, amare, soffrire.

Oh oui, la tua voce
chante encore et pour tojours
l'ymne à l'amour...

...NOUVEAU EXISTENTIALISME
Nouveau existentialisme
signifie vivre la vie avec passion:
dans l'amour que c'est l'expression de l'ame,
dans l'espace du temps et du monds possibles,
dans le souffle doux des reves qui font susurrer une chanson d'amour.
..

Franco Conti
(da 'Metamorfosi del divenire: Poetiche di vita' - Cap. IV - Musica: Il canto del-l'anima - pag.92 - Editrice Montedit, 2011)
***
Due suoi amici Simon Berteaut, e il suo recente marito Théo Satrapo, che aveva la metà dei suoi anni, la portano nella villa di Simone sulla Costa Azzurra; qui soffre per mesi, atrocemente; qui muore l'11 ottobre dell'anno 1963; non aveva ancora cinquant'anni. Muore dopo che per una vita intera erano falliti i suoi tentativi di mentire a se stessa per cambiare - nella fantasia - in belle le cose brutte che avevano costellato la sua ingrata esistenza.

Non! Rien de rien
Non! Je ne regrette rien
Ni le bien qu'on m'a fait ni le mal
Tout ça m'est bien égal
!

No! Niente di niente / No! Non rimpiango niente
Né il bene che mi hanno fatto né il male / Mi va tutto bene ugualmente!

ascoltate Edith Piaf in Non, je ne regrette rien 

https://www.youtube.com/watch?v=Q3Kvu6Kgp88

marcello de santis

05 aprile 2014

Europa, un sogno proibito? Di Antonio Laurenzano

  EUROPA,  UN   SOGNO   PROIBITO?
Le elezioni del nuovo Parlamento europeo e le incognite del voto -  La deriva populista
                                               
                                                            di Antonio Laurenzano

A poche settimane dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo, è  difficile  immaginare il futuro politico-istituzionale dell’Unione. L’Europa non fa più sognare. Il “modello europeo” è da tempo avvolto in una fitta cortina di incertezze e contraddizioni, acuite dalla crisi finanziaria ed economica. Un modello che alimenta inquietudini, crea insicurezze, genera paure, crisi di identità nazionali. Si pagano a caro prezzo i compromessi al ribasso e i tanti ritardi sull’attuazione delle riforme. Un’Europa intergovernativa, spesso litigiosa, senza un governo capace di rispondere con politiche adeguate alle attese e ai bisogni dei cittadini.
 E se l’Europa non avanza, retrocede! Si sta miseramente sgretolando il tasso di unità che ha tenuto finora in vita le tante diversità dell’ Unione, ma soprattutto si sta dissolvendo l’originario spirito comunitario dei Padri fondatori. “L’Europa della malinconia”! Ma pur incompiuta, l’Europa è comunque un’opera davvero nuova e grandiosa, ricca di prospettive. Un’opera da completare, che chiede e merita sforzi e sacrifici. “Non una previsione o una sfida, ma un obiettivo e un proposito. Un punto di riferimento professionale, culturale, politico  e civile da adottare senza riserve!”
E’ comunque profondo il disagio percepito in gran parte dell’Unione. Euroscetticismo e nazional-populismo dominano da tempo la scena europea. L’Unione europea non è ancora un’Unione: manca un patto fondante in forza del quale lo stare insieme, il decidere insieme, l’agire insieme siano un autentico collante. E’ sconcertante osservare come le forze europeistiche siano incapaci di reagire. I governi nazionali appaiono divisi e privi di volontà, intenti solo a difendere anacronistiche rendite di posizione nazionali. E sullo sfondo, emerge chiara l’incapacità delle istituzioni europee nell’affrontare i problemi economici, sociali e politici di dimensione europea e globale. Istituzioni comunitarie prive  di legittimazione costituzionale sancita dal voto dei cittadini europei.
Per superare con equilibrio e lungimiranza le sfide del Terzo Millennio, per trovare la via del futuro, di un futuro sostenibile e innovativo per l’Europa, non basta l’unità delle monete e delle banche centrali. Deve nascere un’Europa dei cittadini che nutra dei suoi valori e delle sue tradizioni migliori un progetto di futuro forte e avanzato.
L’Europa, dopo aver recuperato alla democrazia i  Paesi dell’Est, deve riscoprire e valorizzare la propria identità culturale ed economica, fatta di coesione sociale, di qualità e dignità del lavoro, di una visione  dei processi economici che riconosce una funzione insostituibile al mercato ma pronta a correggerne e orientarne le dinamiche. Due sono i pilastri di una solida costruzione europea. Prima di tutto l’unità politica: l’Europa unita non può essere soltanto quella dei mercati e dell’euroburocrazia, deve fondarsi su istituzioni dotate di una forte legittimità democratica. E poi quel fitto tessuto di autonomie, di identità territoriali distinte che, come in un mosaico, vanno a comporre una più generale identità europea.
L’anima dell’Europa, da riscoprire e valorizzare, è proprio in questa miscela di unità e diversità, in una nozione dell’identità che si basa non sull’appartenenza etnica ma sulla comunanza di bisogni, di interessi, e anche di valori: i valori della solidarietà, della sussidiarietà, del dialogo, dell’integrazione tra etnie, religioni e culture diverse.
Non esiste alternativa oggi all’essere “europei ed europeisti”! L’europeismo deve tornare ad avere un’anima e a rappresentare le legittime aspettative dei popoli europei. Per il Vecchio Continente, è questa  la grande sfida  politica e culturale del XXI secolo. Una sfida per la storia, nel ricordo dei tragici fantasmi del passato.
                              

01 aprile 2014

Il trattato sulla trinità del maestro Vilar


IL TRATTATO SULLA TRINITÀ’. DEL MAESTRO VILAR
A cura di Vincenzo Capodiferro

Il Trattato sulla Trinità. Del maestro Vilar, GDS marzo 2014, curatore Vincenzo Capodiferro, è un capolavoro teologico di alto profilo, anche se datato, essendo stato redatto agli inizi del ‘700, validissimo nei contenuti proposti. Le lezioni del maestro domenicano Pietro Vilar vennero trascritte dall’allievo Giovanni Sala. Siamo nello studentato dei Domenicani di Girona, in una Spagna settecentesca, ma ancora ancorata allo spirito medievale ed alla tradizione scolastica. Girona era stata una nota sede dell’Inquisizione spagnola, basti ricordare, a proposito, Eymerich e de Rocaberti. Il maestro guida l’allievo in un viaggio straordinario nella vita di Dio. L’opera è caratterizzata da un taglio ontologico, più che fenomenologico, tipico della teologia contemporanea, in particolare dopo Rahner. Per i maestri domenicani, seguaci del divo Tommaso, il problema è sempre lo stesso, quello dell’essere, che si riflette anche nel problema trinitario. Il Padre, per usare un linguaggio caro al maestro Vilar, rappresenta l’inseità dell’ente, il Figlio la perseità, e lo Spirito, se possiamo così dirlo, l’inperseità. Hegel un po’ più tardi definirebbe questi tre momenti come l’Idea in sé, l’Idea fuori di sé, o per sé, e l’Idea che ritorna in sé, o in sé e per sé. Ma quello stesso Hegel ebbe a riferimento la teologia cristiana nell’elaborazione del suo sistema, ed in particolare la Trinità stessa. Il suo sistema è trinitario in tutto e per tutto. Hegel d’altronde, come sostiene Lowith, fu l’ultimo pensatore cristiano borghese. Dopo Hegel inizia quel processo di dissoluzione e di ribollimento, in particolare dalla Sinistra, della filosofia, che culmina nel relativismo attuale. Il maestro Vilar naturalmente tenta di difendere la sua posizione tomistica contro gli estremi del volontarismo scotista e del nominalismo occamista. Roscellino di Compiègne lega la sua negazione degli universali con la negazione della possibilità di distinguere in Dio la sostanza dalle Persone. Il dogma cristiano afferma, invece, che Dio è una sola sostanza in tre Persone. Il nominalismo estremo porta pertanto al triteismo, alla negazione dell’unità dell’essenza sostanziale delle tre Persone divine ed alla conseguente affermazione delle tre separate divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’estrema antitesi della tesi di Roscellino è rappresentata da Guglielmo di Champeaux, il quale dà all’essenza universale il valore di realtà assoluta, mentre all’individuo quello di pura accidentalità. Pietro e Paolo, ad esempio, e così tutti gli uomini, hanno ciascuno la medesima natura e la stessa umanità. La specie umanità è tutta la sostanza degli uomini, le cui differenze non sono per nulla essenziali, ma solo accidentali. Questa posizione, indicata come il realismo esagerato, afferma la strana dottrina dell’ubiquità dell’essenza. Un esempio di questa è la teofania di Eriugena. Così il maestro Vilar riporta il problema trinitario a quello dell’essere di Aristotele e di S. Tommaso. D’altronde l’ontologia, o la metafisica, la filosofia prima, nel linguaggio aristotelico, studia l’ente in quanto ente. Per questo è anche teologia, perché studia il primo ente, quell’ente privilegiato che è Dio stesso.




Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica