21 marzo 2014

Commiato - l'ultimo romanzo di Umberto Lucarelli

COMMIATO. L’ULTIMO ROMANZO DI UMBERTO LUCARELLI
Bello anche il titolo”. E speriamo che non sia l’ultimo…

«Commiato (bello anche il titolo, con quel tanto di controllato, eppure doloroso distacco che la parola porta con sé) è un bel romanzo breve di Umberto Lucarelli o – se si preferisce – un lungo racconto che si divide in due parti. La prima è dedicata al commiato dell’io narrante dalla madre, la seconda dal padre». Non poteva usare parole più concise Roberto Carusi nella sua prefazione Una oggettiva soggettività per descrivere l’opera, edita da Bietti, Milano 2014. È l’autore che si rapporta karmicamente e se vogliamo anche freudianamente alle figure genitoriali. Il “Commiato” si prospetta nella mentalità del Lucarelli come un’autoanalisi che è individuale, ma nello stesso tempo cosmica, cioè delinea delle junghiane figure ancestrali. Mi verrebbe da pensare subito ad Adamo ed Eva. L’ontogenesi coincide con la filogenesi: il cammino del singolo prefigura quello della specie. In questo senso dobbiamo guardare a queste figure genitoriali prospettate da Umberto. L’uomo è microcosmo, la sua autobiografia racchiude, come in uno scrigno, anche quella dell’universo intero. La vita, d’altronde, è ben sintetizzata dal Nostro, sin dalle prime battute: «Morire è come nascere, è questione di fiato, arriva un’aria e tu respiri, va via l’aria e non respiri più» (p. 17). La vita è respirazione. «Cosa sono i ricordi? Sono come quelle foto che perderanno colore, tutto è destinato a finire, a sbiadire e a corrompersi. Ciò che resta è il nulla, il niente assoluto, il vuoto profondo…». C’è un riflesso di nihilismo esistenzialistico, quasi di humeano scetticismo. L’uomo stesso è un fascio di impressioni che si riflette nel palcoscenico della vita. E questa vita stessa, come proferivano tutti i poeti, i filosofi, i saggi, gli scrittori, da Cartesio a Schopenhauer, da Nietzsche a Freud, è sogno infinito. Molto belle allora le parole di questo commiato, sia quelle rivolte alla madre, che quelle rivolte al padre. Ne riportiamo solo degli assaggi: «la vita stessa è a termine, eppure continua. La gente prima ti dice condoglianze, dopo un po’ ti chiede se è passata, ora va un po’ meglio, come stai? Cos’è che va un po’ meglio? … Chiusa la bara, fatto il funerale, si torna al lavoro, si torna alla normalità, come se la nostra vita non consistesse nel morire» (p.29). E al padre: «Siamo ricordo, sogno. Un po’ di voce. Li guardava il babbo i suoi amici, li elencava. Vedo fantasmi, diceva, vedo persone, ma mi pare di non conoscerle, sarò vicino a morire. E i suoi occhi cerchiati di grigio, i capelli sottili, tirati indietro» (p. 75). Proprio come dicevamo! Siamo tutti, per usare un titolo di Turgenev, padri e figli, figli che diventano padri e figlie che diventano madri nel turbinio errante dell’esistenza.

Vincenzo Capodiferro

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