07 gennaio 2014

L'europa che non c'è di Antonio Laurenzano

L’EUROPA  CHE  NON  C’E'
Dalla crisi economica a quella sociale 
di Antonio Laurenzano

Consegnato alla storia il 2013: l’anno horribilis del blackout fra debiti sovrani e sistema bancario. L’anno della crisi economica e delle turbolenze finanziarie generate dalla  speculazione dei mercati in quei Paesi dell’Eurozona in forte ritardo sulle riforme strutturali. Una crisi che ha messo a nudo le criticità del sistema monetario europeo privo di una politica economica, fiscale e di bilancio ancora di competenza degli Stati membri che non vogliono cedere a un’autorità sovranazionale la loro sovranità. Alla base, una moneta unica orfana di un’Unione politica con un’azione di governo autonoma rispetto ai singoli Stati. 
E provvidenziale è stato lo scudo anti-spread offerto dalla Banca centrale europea che, forzando un po’ i dogmi dell’ortodossia germanica, ha di fatto allontanato il rischio di un rovinoso default monetario. Ma particolarmente “aggressive”  sono risultate le politiche di austerità seguite dall’Ue durante la crisi: un mix di rigore fiscale e finanziario, ispirato dalla Merkel, che ha causato una recessione economica con caduta della produzione e dei livelli occupazionali. Ferma la crescita, la crisi dell’eurozona ha superato i confini dell’ economia diventando sociale e avviandosi a diventare istituzionale. Sono anni che lo spirito europeo è andato affievolendosi nelle coscienze dei cittadini e nell’azione dei governanti. Una deriva che ora sta facendo un inquietante salto di qualità: da stato d’animo diffuso si sostanzia in “movimenti” anti-europei  e anti-mercato unico.
Cresce l’euroscetticismo e con esso la voglia di fuga da un’Europa che non fa più sognare. La crisi economico-finanziaria che ancora attanaglia i Paesi dell’Eurozona sta colpendo duramente l’immagine e sta indebolendo la fiducia collettiva nelle istituzioni comunitarie. A pochi mesi dal voto di maggio per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, nelle capitali europee è allarme rosso. Molti partiti antieuropeisti, secondo i sondaggi, potrebbero trionfare e fare arrivare in Alsazia  l’onda lunga di una protesta che affonda le sue radici nella irresponsabile politica europeista delle singole istituzioni nazionali che, con le ambiguità di quelle comunitarie, hanno contribuito a vanificare per i popoli del Vecchio Continente il sogno di una comune casa europea costruita sulla solidarietà e sulla sussidiarietà. Crollati questi pilastri, l’Europa è vista come il feroce guardiano dei conti pubblici nazionali, il fautore di tasse e balzelli. Ed è per questo che il salvataggio dell’euro e dell’intero sistema economico-monetario europeo deve passare attraverso scelte condivise senza egemoniche fughe in avanti da parte di quei Paesi che sull’euro hanno finora lucrato fortune industriali e commerciali, realizzando grossi profitti.    
L’Europa paga il conto per non aver definito in tempo una strategia imperniata sulla convergenza e su una reale integrazione nell’interesse generale. I Padri fondatori, all’indomani dei lutti e delle distruzioni della seconda guerra mondiale, l’avevano pensata come un’entità federale sovrannazionale con un governo unico e non come un organismo intergovernativo, composto da Stati diffidenti e litigiosi. E’ l’Europa che non c’è! 
I Governi nazionali si sono limitati a una governance basata su regole e parametri codificati a Bruxelles, rigidi e insufficienti, senza realizzare quelle riforme strutturali interne che il Trattato di Maastricht imponeva per armonizzare il sistema economico-monetario con una moneta unica. Una latitanza politica che, abbinata alle soluzioni minimaliste adottate dall’Ue sui grandi temi comunitari (migrazione, sviluppo, difesa, politica estera), ha causato diffusi sentimenti antieuropei alimentati da un inquietante populismo. E’ lo scellerato “tanto peggio tanto meglio” con il quale non si costruisce l’Europa del futuro, ma si rischia di evocare i tristi fantasmi del passato!

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