22 novembre 2013

Volti e maschere della pena di Franco Corleone e Andrea Pugiotto

Volti e maschere della pena

Poche righe, per invitare a leggere un libro importante per imparare a guardare nelle “zone buie della pena e della sua esecuzione”, a chiederci se le nostre prigioni e quello che vi accade dentro, così funzionali alla società che abbiamo costruito e quindi in qualche modo suo specchio, luogo dell’organizzazione di un pezzo dello spazio sociale, è davvero quello che vogliamo. Guardandoci intorno, guardandoci un po’ anche dentro…
“Volti e maschere della pena. Opg e carcere duro, muri della pena e giustizia ripartiva”, a cura di Franco Corleone e Andrea Pugiotto. Corleone, sottosegretario alla giustizia fra il ‘96 e il 2001, ora garante dei detenuti nel comune di Firenze, presidente della Società della Ragione; Pugiotto ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Ferrara. Volti e maschere della pena, titolo drammaticamente bello ( sempre che “bello” sia aggettivo proprio parlando di pene), per quella che è una tappa della battaglia condotta per la riforma della giustizia penale e “del suo precipitato in corpi umani nell’inferno delle carceri”, dove gli uomini, si ricorda, sono ridotti a cose. Volume che nasce da un ciclo di incontri svolti a Ferrara intorno ai tanti volti della pena, e sui suoi mascheramenti, dall’urbanistica penitenziaria, all’internamento negli ospedali psichiatrici giudiziari, alla tortura “democratica” del 41bis. Un libro militante, è vero. E perché no. Ci sono argomenti e condizioni per le quali credo non sia lecito nascondersi dietro la fragile (ipocrita?) presunta democrazia del ping pong di pro e contro. Che solo salva deboli coscienze… Non è lecito quando si tratta della carne viva degli uomini. Già, perché questo libro ci ricorda che è, tanto per cominciare, di tortura di corpi che si tratta. Tortura, che brutta parola. Tanto brutta che ancora il nostro Parlamento non riesce a pronunciarla per introdurla, prevederla come reato nei nostri codici.
In Italia la tortura “non esiste”, poco importa che di tortura parli la sentenza d’appello per i fatti di Genova, al G8, se torture quotidiane si consumino negli OPG, se in tortura del corpo si traduce la condizione dei detenuti in troppe carceri accatastati (rubo l’immagine ad Andrea Pugiotto) come pezzi di legno in una legnaia… Eppure, sempre ricorda il costituzionalista, “il diritto è violenza domata”.
Allora, quale diritto, se si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulle morti in carcere che in meno di 5 anni , dall’inizio del 2009 a tre giorni fa, 306 detenuti si sono uccisi. Per la cronaca, il più giovane aveva 17 anni, si chiamava Yassine El Baghdadi ed è morto il 17 novembre 2009 nell’Ipm di Firenze, impiccandosi come il più anziano, Francesco Pasquini, che a 77 anni si è tolto la vita il 3 febbraio 2013 nel carcere di Lanciano. Per la cronaca e per fare i nomi, nomi e cognomi perché la cosa peggiore che possa capitare a un uomo è dissolversi nell’indistinto… e solo ricordando e cercando di percorre le storie di ciascuno forse riusciremo a scuoterci dall’indifferenza che di queste morti ci fa complici… A proposito di nomi, delle parole con cui pronunciamo le cose, che molto svelano di noi… Detenuti, diciamo. Cito Corleone: “mi viene da pensare che il termine abusato di “detenuto” ( aggettivo divenuto sostantivo) abbia a che fare con l’essere posseduto. Andrebbe forse abbandonato rimettendo in auge la parola “prigioniero” che rende meglio una soggettività davvero particolare. Anche nei lager era cosi…”. Res nullius, per l’appunto. Eppure di prigioni si tratta,.. mi chiedo se “detenere” ci piace di più perché è verbo più pulito, sa quasi di detersivo…, cancella l’odore, che è quello che insieme al rumore del ferro ti dice subito di essere in un carcere. Odore di corpi, di corpi ammassati, insostenibile racconta chi ha visto e sentito.
Volti e maschere della pena, dunque (editore Ediesse). Libro “militante”, che fra l’altro pone interrogativi sulla compatibilità costituzionale del 41bis, sì proprio il destino dei più cattivi, e parlarne, da come ti guardano, a volte sembra di pronunciare eresie. Ancora le parole di Andrea Pugiotto: “… perché non è vero che il fine giustifica i mezzi. E’ semmai vero il contrario: in una democrazia costituzionale, sono i mezzi a prefigurare i fini”. Segnalo, in appendice, il testo di un atto di promovimento “pilota” alla Corte costituzionale contro la pena dell’ergastolo, messo a disposizione di giudici e avvocati convinti dell’illegittimità del fine pena mai, che vogliano unirsi a questa battaglia. Buona lettura a tutti.


Francesca de Carolis

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