20 giugno 2013

Lo psichiatra Borgna: l'ergastolo è come uccidere. Senza speranza l'uomo muore



 
 

 

 

 


 di Michele Brambilla “La Stampa”
 

L’ultima cosa che dice, uscendo dal suo appartamento che si affaccia su uno dei più bei baluardi di Novara, è “possiamo sempre cambiare”. Una sorta di atto di fede nell’uomo. Eugenio Borgna, uno dei padri della psichiatria italiana, non è fra chi crede che siamo solo un insieme di cellule destinate a seguire un programma nel quale non c’è spazio per la libertà. Non crede quindi neppure, come tanti sembrano pensare, che delinquenti si nasce e si muore, senza possibilità di rimorso e redenzione.

 

Proprio “la speranza” è uno dei suoi temi ricorrenti. Provo a sintetizzare, sperando di non banalizzare: la sofferenza può essere feconda, può portarci a riflettere e a migliorare; ma l’importante è che la solitudine non diventi isolamento, e che il dolore non diventi disperazione. Sono, l’isolamento e la disperazione, condizioni umane ahimè così frequenti in carcere, dove non a caso il numero dei suicidi è dieci volte superiore che fuori.

 

Uno dei primi contatti con quel mondo misterioso e terribile che è il crimine, il professor Borgna l’ebbe alla metà degli Anni Settanta, quando la Corte d’assise di Novara affidò a lui e a un collega la perizia psichiatrica su uno dei rapitori della povera Cristina Mazzotti, una diciannovenne sequestrata in provincia di Como e trovata morta in una discarica del Varallino di Galliate. “Uno degli imputati”, racconta, “aveva indotto praticamente l’intero ospedale psichiatrico di Catanzaro a dichiararlo incapace di intendere e volere. Avevano falsificato le cartelle cliniche in una maniera che pareva scientificamente inconfutabile. Sapemmo cogliere in quelle cartelle ripetizioni di moduli standardizzati che attribuivano a questo signore sintomi inconciliabili con gli altri. Quell’uomo aveva dimostrato, nell’ingannare un intero ospedale, una straordinaria intelligenza che pareva demoniaca. Era una persona di nessuna cultura, eppure capace di esercitare una forma di dominio psicologico. Un personaggio da Dostoevskij. Noi lo dichiarammo capace di intendere e volere e fu condannato, alla fine di un processo epocale”.

 

Ma è convinto che anche gli psichiatri abbiano tanto da imparare dal contatto con il carcere. “Ho incontrato le persone che hanno creato strutture di lavoro all’interno del carcere. Non so quali psichiatri avrebbero potuto fare cose come quelle che ho visto. Far lavorare persone che hanno avuto percorsi di quel tipo implica l’essere dotati di una visione dell’uomo e del mondo che non esclude mai le cose ritenute impossibili. Ed è giusto così, perché non si può escludere che anche nel cuore apparentemente più arido e sepolto si possano nascondere risorse che non ci immaginiamo. Coloro che lavorano per il recupero dei condannati sono persone animate da una grande speranza che viene anche dalla fede, che può essere anche una fede civile. Solo così, solo credendo, solo sperando contro ogni speranza, si può costruire un carcere diverso da quello che conosciamo”.

“Ho visto in volto quei detenuti che adesso lavorano. Uno psichiatra qualcosa può capire dagli sguardi. Il modo in cui si presentano colpisce. Colpisce il distacco immediato e radicale tra il pregiudizio, che vorrebbe queste persone perdute, e la realtà che abbiamo di fronte”. Gli chiedo: che cosa è un pregiudizio? Come lo definirebbe? “Come una forza distruttrice. La stessa che colpisce chiunque sia malato di depressione, e viene considerato dai “normali” come un essere destinato a perdersi, a gesti violenti contro il prossimo o contro sé stessi. Invece, la depressione può essere una fase attraverso la quale migliorarci”.

 

“Il pregiudizio è quella particolare deformazione che ci porta a giudicare gli altri generalizzando i comportamenti di un certo momento. Pensiamo ai carcerati. Quelle persone hanno compiuto reati gravissimi, ma se voglio analizzare una persona, non posso partire dal reato che hanno commesso. Metto tra parentesi quel fatto: non lo cancello, ma cerco di capire la persona com’è adesso. Una persona non è definita dal reato che ha commesso, anche se noi abbiamo la tendenza a pensare che invece sia così. Invece dobbiamo vedere la loro possibilità di ri-creazione, o meglio di rinascita”. Continua: “Paradossalmente sono i reati più gravi che possono determinare le conversioni più sconvolgenti. Più grande è il male compiuto, più è possibile essere portati a rendersi conto del proprio errore. Allora accade una cosa terribile, è come una bomba atomica che distrugge l’uomo di prima e lascia aperte strade immense per ripartire”.

 

Chiedo al professore se una simile spinta al cambiamento, che non può essere disgiunta dalla speranza, può scattare anche in chi ha l’ergastolo e, quindi, nessuna speranza di rifarsi una vita, almeno “fuori”. “È il grande tema del tempo. Uno è divorato dal passato per il male che ha commesso, e questo brucia qualunque speranza di futuro. È un pericolo non solo per chi ha l’ergastolo. Chi è detenuto rischia di essere privato di una delle tre dimensioni agostiniane del tempo: passato, presente e futuro. E chi vive una vita che non ha futuro può essere portato a una disperazione senza confronto.

 

“Veda, per evitare equivoci le dico subito questo: le carceri devono esistere. Lo spartiacque, però, dev’essere la diversa immagine della condizione umana. Se riteniamo che l’aver commesso un reato grave debba essere un “per sempre”, noi amputiamo il futuro. E senza il futuro c’è il suicidio. Quanti si chiedono il perché di tanti suicidi in carcere? È ovvio che ci possono essere varie concause, le condizioni di detenzione eccetera. Ma quello che fa decidere per il suicidio è il passaggio dalla speranza alla disperazione”.

 

“Con l’ergastolo nessuno più può mantenere un lumicino di speranza. È un’eutanasia imposta da persone educate, civili, religiose. Dal punto di vista psicologico, è forse la tortura maggiore: l’uccisione della speranza. È come dire: vi uccidiamo due volte. “Quello che noi siamo - ha scritto Nietzsche - è quello che diveniamo”. È il futuro che fa di noi quello che io e lei siamo in questo momento. Noi siamo un’attesa”. Quasi mi vergogno, nel congedarmi, nel chiedergli se il sistema carcerario italiano... Sorride: “Così com’è adesso, mostra di non credere che esista una possibilità di cambiamento”, mi risponde quest’uomo convinto, come San Paolo, che dove abbonda il peccato può sovrabbondare la grazia.

 

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