13 giugno 2013

La vocazione per il teatro tra passione, ragione e fede


LA VOCAZIONE PER IL TEATRO TRA PASSIONE, RAGIONE E FEDE
L’esperienza di Alessandra Aprea, una vita dedicata all’arte

 
Alessandra Aprea si laurea in spettacolo al Dams di Bologna con una tesi su Eduardo De Filippo. Il suo maestro, che la segue nella formazione teatrale è proprio Gino Maringola, uno degli attori della compagnia di Edoardo. Frequenta l’Accademia di Arte drammatica al Teatro Bellini di Napoli. La sua attività nell’ambito teatrale è dinamica e forte: è protagonista, regista, insegnante in corsi di teatro. Partecipa a Gli uccelli di Aristofane con regia di Lucio Allocca, a Masaniello di Tato Russo, al lorchiano Lamento per Ignacio Sanchez Mejias di Antonio Sirano. Forse è il suo impegno soprattutto a livello didattico. Ha presentato ultimamente un cortometraggio al festival di Giffoni, dal titolo Gocce di verità. Come ella stessa scrive: «Il teatro etico aiuta a riflettere su ciò che realmente conta nella vita. Mi svegliavo alle 6 di mattina per andare a lezione nei quartieri spagnoli dal mio adorato maestro Gino Maringola. Come ho scritto nel mio libro Carol. Un attore diventato santo, oggi mi manca più che mai la parte wojtyliana, il suo essere gentile. Egli mi ringraziava ed io lo ringraziavo. Una volta mi ha regalato una targa con su scritto Una vita per il teatro. Da allora ho capito che aveva acceso una fiaccola che non si spegne. Anzi di più! Come era solito dire il grande Eduardo: il mio cuore continuerà a battere anche quando si sarà fermato!  Attraverso il teatro io mi avvicino a Dio e lo ringrazio. Avverto intorno a me che la voglia di fare teatro si trasmette e coinvolge, soprattutto i giovani. Questa voglia ci fa ancor oggi pensare, come qualcuno più di una volta ha sottolineato, ottimisticamente al futuro dell’umanità. Il teatro deve edificare. Oggi molti programmi televisivi sono paralizzanti. L’arte deve elevare e creare energia positiva». Belle ed intense parole che significano vivamente il senso vero dell’arte. L’arte è vocazione, oltre che ispirazione divina. Come si fa una trovare una perla da Napoli a Villa d’Agri? Eppure la nostra terra offre dei tesori inestimabili, non solo il petrolio e l’acqua e i boschi. I suoi modelli sono due uomini che hanno cambiato la storia, in modo diverso, ma vero, Eduardo De Filippo e Karol Wojtyla. Tutti e due provengono da un’esperienza di rappresentazioni artistiche. Tutt’e due provengono dall’arte e l’arte ha il potere di sconvolgere il mondo. Nel ’68 era di voga il motto: fantasia al potere! La fantasia al potere può esprimere al massimo tutto il potere della fantasia, quando questa però è invogliata a buoni propositi ed a fini giusti. D’altronde la vita è sogno e non lo diceva solo de La Barca. «La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore che si agita e che si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla,» poteva scrivere Shakespeare. Ma tutti si erano accorti di questa stretta unione tra sogno e realtà, tra vita e teatro, per usare la metafora di Alessandra, da Cartesio a Schopenhauer, fino a Nietzsche. L’arte, come diceva Aristotele, deve avere un grande ruolo catartico, altrimenti non serve a nulla. L’ideale estetico può condurre a Dio solo se c’è questa intrinseca finalità, altrimenti può anche allontanare dalla retta via. Ricordate a proposito il don Giovanni kierkegaardiano. Ma d’altra parte solo l’artista può cogliere l’Assoluto, lo diceva Schelling: «Ogni splendido quadro nasce per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dell’ideale, e non è se non l’apertura attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo della fantasia, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale». Questa forte dimensione dell’arte ha ritrovato al sua recondita e rilucente espressione in questa donna, Alessandra Aprea, che ha dato la vita per il teatro, oltre al fatto che la vita è teatro. E pure il grande nostro maestro Platone, che tanto condannava l’arte come imitazione dell’imitazione, a volte l’approvava come rivelazione della bellezza visibile  dell’Uno invisibile eterno: «Lieve cosa è veramente il poeta, alata e santa.» - scrive nello Jone - «il poeta è capace soltanto se posseduto da un Dio; privo ormai di ragione deve tutto esaltarsi ed, estenuata la mente sua, scomparire; fino al momento in cui nell’uomo le facoltà razionali rimangono intatte, l’uomo non sa comporre poesia, non sa cantar vaticini».

 

Vincenzo Capodiferro

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