11 gennaio 2013

La poetica di Carlo Antonio Gianinazzi


LA POETICA DI CARLO ANTONIO GIANINAZZI


Carlo Antonio Gianinazzi è nato a Lugano nel 1936. Nel settembre del 1976 diede alle stampe il suo primo libro di componimenti poetici “Fiori di ghiaccio”, che ottenne un buon risultato da parte della critica ed un sentito plauso del pubblico. In un concorso di poesia a Roma nel 1971 si distinse tra i primi sette finalisti. Di lui scrisse Francesco Chiesa nel 1972: «Le sue poesie rivelano un animo gentile ed aperto alle belle armonie». Ed è vero, basti leggere “Nell’ora dei ritorni”, edito da “La voce di Castagnola” a Busto Arsizio nel 1978, un secondo taccuino di appunti preziosi che andava dal 1976 al 1978. Sono anni particolari, animati da speranze ed attese e da turbini e incresciosi mutamenti storici, sociali e politici. E, come scrisse Giuliano Albani del nostro, il suo giorno dopo giorni diventa il nostro, perché lo specchio che Gianinazzi ci offre è terso, privo di incrinature. Neppure quel velo di malinconia che avvolge tutta la sua opera riesce ad avere il sopravvento sulla freschezza delle singole azioni, che, con crudezza lapidaria, Gianinazzi ha fermato prima che si concludessero. Esistono e continueranno ad esistere soprattutto in quell’ora dei ritorni tra quella brulicante folla che mai riesce ad essere protagonista. Melanconia, amore, felicità, disperazione sono i petali che cadono dal fiore della poesia del nostro, una poesia fatta di frammenti che sono laconici ed ermetici flash che ti lasciano abbacinati. Basta riportarne alcuni, per comprendere appieno la portata di questi “lampi”, come li definisce sempre l’Albani, i quali poi si attenuano, e le sfaccettature si uniscono fino a formare un diamante purissimo in cui possiamo specchiare noi stessi. Lo stile del nostro è scarno, crepuscolare, ridotto all’osso, ed in questo si avvicina alla tradizione ermetica italiana, è uno stile quasi ungarettiano. C’è allora «il dolce canto di un violino» che «ti suona dentro». C’è «il sorriso di bimbo che ha ragione della gente senza volto che pure aspetta un nuovo Cristo che cosparga di rose le pietre nei petti». Non mancano tematiche di forte e pesante attualità come la cementificazione selvaggia: «Cemento … stagliata nel cielo una gru… rimasto per sbaglio laggiù un albero verde che stona». Pensate “Ai bimbi morti in guerra”: «Cosparsi di neve / i petali sparsi». Si tratta di una poesia sparata fatta di assonanze che ricorda i “Soldati” di Ungaretti. I petali, come le foglie, sono caduchi, e così pure Omero: «Come la stirpe delle foglie, tale è quella degli uomini». E concludiamo con un classico autoritratto, su sintonie leopardiane, od alfieriane «Sono triste / d’esser triste / questa è una parte / del mio tormento». Le poesie di Gianinazzi sono stati folgori che hanno guizzato albori di sentimenti e di pensieri trai laghi ed hanno animato il canto della terra insubrica, che non ha mancato di dare i suoi frutti.

Vincenzo Capodiferro

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