21 novembre 2012

La Fallocultura: padri e figlie


LA FALLOCULTURA: PADRI E FIGLIE Riflessioni sulla mistificazione letteraria della donna-demone

Sono passati moltissimi anni da quando uscì I Padri della fallocultura di Liliana Caruso e Bibi Tommasi, edito da Sugarco nel 1974, eppure quei temi toccanti toccati dalle autrici, ancora sfidano i tempi e le ore. Si tratta di un monumento del femminismo italiano. Due donne, Liliana Caruso, che allora viveva a Como e la bolognese Bibi Tomasi, facevano un’analisi di tutta la letteratura italiana recenziore per scorgervi il ruolo della donna-demone, che si contrapponeva certamente a quello classico della donna-angelo. Non vi è neppure un personaggio femminile dotato di una certa personalità. Le figure femminili sono sensuali, masochiste, stupide bambole di carne, nel migliore dei casi astute ed intriganti. Il maschiocentrismo degli scrittori italiani passa dall’esame degli imputati: da Alberto Moravia (La Romana) a Vitaliano Brancati (Paolo il caldo), da Cesare Pavese (Il mestiere di vivere) ad Ercole Patti (Le donne), da Carlo Castellaneta (La dolce compagna) a Giuseppe Berto (Il male oscuro), da Mario Soldati (Le lettere di Capri) a Carlo Cassola (La ragazza di Bube) , per non parlare di Leonardo Sciascia (A ciascuno il suo). Insomma vi è l’esaltazione di una donna-corpo, donna-cadavere, tutto inettitudine e vagina. Eppure quante donne sono intelligenti, virtuose, caste! Questa fallocultura è ancora presente nella rappresentazione della donna-oggetto e non persona-soggetto, ed ad alimentarla non è solo il maschio, nel senso logoro del termine, ma anche la femmina, contrapposta alla donna, da domina, signora, che ancora si presta nell’esibizione trofeica del corpo. Non si tratta di rappresentazioni da Lasse Braun, o da “Lucida follia”, ma di tutta quella latente fallocultura che traspare nei media e che trova solo nella letteratura - ma anche in genere nella scienza, una menzione a parte meriterebbe a proposito Freud, colla sua donna falloculturale in testa - una sua base ideologica. Quando ti trovi una banale pubblicità in cui viene rappresentata una donna che afferra un pacchetto di patatine con sotto scritto: «la patata tira!», questa è fallocultura! Scriveva la Parca nella prefazione al monumento: «Anche quando sembra anticonformista e progressista, la nostra letteratura contribuisce a un’opera di mistificazione della realtà ed agisce come una forza conservatrice, almeno per quanto riguarda la condizione femminile…». A quest’opera mistificatrice adempie tutt’oggi e sempre di più la fallocultura virtuale e multimediale che si avvale di tutti i mezzi, di tutta la tecnologia per propagare ancora nella storia del super-progresso tecnico, ma non spirituale, tanto meno culturale, dell’immagine puttanesca della donna. La donna ha avuto nei secoli sempre questa doppia anima: Eva peccatrice e Maria redentrice! E queste due anime sono entrambe presenti nella letteratura italiana, ma la fallocultura esalta Eva, il peccato originale, il satanismo nella visione femminile. E cosa è cambiato da quello che risultava la donna dall’antichità? Come sottolinea Vegetti, nella sua monumentale opera Il coltello e lo stilo, riprendendo l’antica fallocultura di Platone e di Aristotele: prima ci sono gli uomini. Da quelli di loro codardi o vissuti nell’ingiustizia sono nate le donne. Poi vengono gli schiavi e tutti gli altri animali irrazionali. La donna è deformità della natura e pertanto rappresenta l’elemento negativo, indeterminato. Finché sarà perpetrata questa visione della donna-demone, la fallocultura non desisterà e dominerà per sempre, non perché connaturata nella natura umana, ma nella mentalità, e nei pregiudizi idolatrici e parareligiosi della ragione, anche la più progredita. Con tutta l’emancipazione femminile che è costata secoli e secoli di battaglie, se la donna ancora permette di essere rappresentata come oggetto corporeo da soddisfazione sensuale, allora poco è cambiato, in inverso dalla figura femminile che compariva nei manuali degli inquisitori. Compagna dell’uomo, qualificata da Aristotele come un «inutile male», cui fa eco De La Rochefoucauld col «male necessario» e da Bossuet come il «diminutivo di Adamo», la donna è la responsabile della caduta dell’umanità nel grave peccato originario, alleata del maligno, porta di Satana. Tertulliano ancora nel De cultufoeminarumsostiene che uomo significa il pensiero buono dell’anima, mentre donna il pensiero immaginifico e vizioso. San Giovanni Damasceno la definisce nemica della pace e San Tommaso: «creatura occasionale e accidentale», Lammenais «statua vivente della stupidità». Il Malleusmalleficarumla definisce animale imperfetto, responsabile della fornicazione e dell’imbecillità spirituale (Parte I, Questione VI). Questa donna-strega è confermata da Michelet che fa derivare feminada fidese minus: colei che fa perdere la fede. Che differenza c’è tra la visione fallocratica della donna-vagina e questa della vagina castratrice, vulva infernorum?La vulva è fonte di piacere, ma anche di perdizione. E torna di nuovo quella visione ambigua, doppia della donna angelo e demone, complice del Serpente primevo, il cui carattere erettile, oltre che di rettile, è simbolo della voluptas, l’insaziabile appetito venereo,che si contrappone alla virtus, che è propria del vir, e perciòvirile. La fallocultura è l’espressione più forte di questa mistica, nel senso di mistificata, sia positivamente che negativamente, cioè nel bene angelico e nel male mistico-demoniaco, visione della donna incantatrice. La fallocultura c’è ancora e ci sarà sempre, finché ci sarà questo pregiudizio, che ancora oggi, dalla creazione dell’uomo e della donna, ammalia la ragione universale.

Vincenzo Capodiferro

 

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