28 novembre 2012

Per un'educazione fisica più europea e meno italiana da serie B


PER UN’EDUCAZIONE FISICA PIÚ EUROPEA E MENO ITALIANA DA SERIE B …
Portiamo questa disciplina a regime anche nelle primarie

Siamo in Europa, ma la disciplina “Educazione Fisica” - o come con termini più specifici viene denominata “Scienze motorie-sportive” - è ancora, solo un problema italiano. A parte la disponibilità di ore settimanali che viene dedicata a questa importante materia, la quale non rispecchia affatto la media europea, il problema vero consiste nel fatto che nella primaria non è proprio contemplata, sebbene si facciano dei progetti Miur-Coni per pochi mesi. Questo gap lo paghiamo in tanti modi: guardiamo alle nostre strutture inadeguate, fatiscenti, inefficienti, con materiali scadenti, postbellici, per non parlare dei nostri ragazzi, che si muovono sempre di meno, e ciò aggrava anche il sistema sanitario nazionale per l’insorgenza di patologie, quali obesità, malattie cardiovascolari, osteoarticolari, etc., legate alla vita sempre più sedentaria ed all’inattività. Il bagaglio motorio dei nostri giovani è sempre più misero rispetto a prima. Infatti una volta che si affacciano ad uno sport specifico, avranno sicuramente più difficoltà rispetto ad un ragazzo europeo medio che ha alla base, invece, esperienze motorie più ampliate, visto la sua più adeguata attività che viene seguita nelle istituzioni scolastiche. Ed è proprio uno dei motivi per cui, ad esempio, negli sport, tipo il calcio, reclutiamo sempre giocatori dall’estero. Perché negli anni ’80 gli oratori sfornavano tanti giocatori? Allora si giocava dappertutto e uscivano molti talenti: ricordate l’Italia ’82! Questo intervento vuole essere un invito, rivolto a tutti: colleghi, genitori, operatori scolastici, a che si possa fare una class action a Strasburgo per portare a regime l’educazione motoria anche nella primaria, visto che siamo in Europa. Una sorta di sentenza Bosman scolastica? Perché no … Un popolo forte si denota anche dallo spazio che viene dedicato all’educazione motoria. In altri tempi i giovani erano più forti fisicamente ed anche caratterialmente. Per l’evoluzione storica le attuali generazioni si stanno rilevando sempre più fragili. Il ruolo, in questo senso, dell’educazione motoria, è fondamentale e decisivo per la grande “palestra della vita!”

Prof. Andrea Santarsiero
Allenatore di base Uefa, ha curato la preparazione atletica di numerose squadre in Lega pro e di numerosi giocatori di serie A e serie B, insegnante di Educazione fisica
Prof. Vincenzo Capodiferro, insegnate di Filosofia

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Rev. 31-01-13 AdB

Anteprima della stoffa dell'universo di Nino di Paolo


ANTEPRIMA DELLA STOFFA DELL’UNIVERSO di Nino di Paolo
© 2012 Montedit  collana i gigli ISBN  978-88-6587-1973
Pag. 93 € 8,50

 
Il nuovo lavoro di Nino di Paolo è una raccolta alquanto coraggiosa. Sappiamo bene quanto la poesia non venda, e l’autore ha deciso di intrattenere i suoi lettori, non con la poesia, ma spingendosi ancora più in là!
Non opta nemmeno per la poesia filosofica, che nella prefazione Massimo Sannelli definisce “una nicchia nella nicchia”. Decide di scrivere “poesia filosofica scritta in lingua arcaica”!
Non spaventiamoci, ma prepariamoci a leggere dei testi di indubbia originalità.
Un esempio?
Dal primo canto “Percepire e dedurre”:
Voler spiegar in quattro stretti versi
epistemologia di conoscenza
riuscend’a non pestar i pied’a scienza
potrebbe dirsi opera da persi.
Qui, l’autore, parrebbe mettere le mani avanti, già preparandosi a un insuccesso!
Invece, sebbene non sia assolutamente il mio genere di lettura, devo dire che ho trovato molto interessante e accattivante questo modo di porci a conoscenza della storia della nostra varia umanità.
Ma che cos’è questa stoffa dell’universo?
Ce lo spiega lo stesso autore nelle note di lettura: “Stoffa dell’universo” è l’espressione utilizzata da P. Pierre Teilhard de Cardin, per indicare una tendenza evolutiva già presente fin dai primi momenti successivi al Big Bang, quella della complessificazione degli elementi semplici, a cui è indissolubilmente collegata una crescita di “coscienza” delle stesse entità complessificate.
In un libretto troviamo, spiegate chiaramente, attraverso versi in quartine in rima, la storia dell’umanità.
Dagli uomini primitivi alla loro evoluzione, passando attraverso la religione, le guerre, le varie civiltà, ecc.
Insomma, una sorta di libro di storia, presentato in maniera originale.
Certo, abituati ormai al verso libero, è strano leggere dell’11 settembre in questo modo:
Tutti riempion la bocca prezzolata
nello spiegarci che fu l’11 settembre
il principiar di nuova era ingrata
cui dovremmo sottometterci per sempre.
Al termine di ogni canto, troviamo una breve spiegazione, che oltre a farci vedere chiaro nelle parole, ci pone ancora domande.
Riflessioni nelle riflessioni.
Termina con un epilogo:
E conculcar lo spirito vitale
è la vera gaudenza del potere
che spaccia grandi palle come vere
e violenza dispensa, da animale.
Direi uno sguardo senza veli sull’oggi.
Un libro quando fa pensare, quando ci mette di fronte a nuovi modi di lettura e di conoscenza, è senza dubbio un buon libro.
Forse un poco antiquato nella scrittura, ma di certo non possiamo negare il gran lavoro che l’autore ha steso su ogni pagina.
 
© Miriam Ballerini

26 novembre 2012

C'era una volta una generazione di Marco Iacona

Marco Iacona
C'ERA UNA VOLTA UNA GENERAZIONE
Eroi e idoli popolari nei fumetti, al cinema, alla radio e in TV
Presentazione di Franco Ferrarotti
Edizioni Tabula fati


C’era una volta una generazione nata nel cuore dei Sessanta ed entrata nella maggiore età negli Ottanta. Una generazione che per un ventennio – distribuito nei quattro lustri Settanta-Ottanta – riuscì a sognare ascoltando la radio, accendendo la TV, andando al cinema e divorando fumetti d’ogni genere e provenienza: da Braccio di Ferro al Comandante Mark, da Cucciolo a Guerra d’eroi.
Una generazione americana – non al debutto – che apprese valori e modelli direttamente dal Nuovo Mondo. Ma che bevve dai pozzi delle filosofie cinogiapponesi e lesse e rilesse i long sellers sparsi per le vie d’Europa. Allenandosi per la prima volta alla globalizzazione dei gusti.
Questo volume raccoglie venticinque interventi per non dimenticare vita e avventure di questo e quel personaggio: tipi e tipe realmente esistiti o frutto della fantasia di un uomo di penna. Una combinazione magica di cultura e divertimento come non sarebbe più apparsa. Il pianeta dei giovani profetizzato da Charles Monroe Schulz, per lungo tempo e a portata di mano.


Marco Iacona
C'ERA UNA VOLTA UNA GENERAZIONE
Eroi e idoli popolari nei fumetti, al cinema, alla radio e in TV
Presentazione di Franco Ferrarotti
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-291-1]
Pagg. 160 - € 12,00
http://www.edizionitabulafati.it/ceraunavoltaunagenerazione.htm

21 novembre 2012

La violenza su donne e bambini: una vita spezzata!



LA VIOLENZA SU DONNE E BAMBINI: UNA VITA SPEZZATA!

Sogni rubati e amori violati – Convegno nazionale Lions a Como
   


“Per combattere la violenza, per farla uscire dalla normalità e dal silenzio occorre riconoscerla.” E’ il messaggio emerso dal Convegno nazionale organizzato a Como dal Multidistretto Lions 108 Italy sul tema di studio: “Dall’abuso sui minori alla violenza sulle donne: combattiamo il silenzio”. La prevenzione dunque quale strumento efficace per rompere il muro dell’indifferenza che sostiene l’abuso. Ma in Italia, è stato rilevato, manca una cultura della prevenzione e della risposta nei confronti della violenza su donne e bambini. “Sembra prevalere una cultura della rimozione, della negazione o della delega” e adottare l’atteggiamento di chi non vede, non sente e non parla serve a … tacitare la propria coscienza! E il silenzio è il migliore alleato dei predatori dei bambini e dei violentatori delle donne.
E’ sottile il filo che unisce l’abuso sui minori e la violenza sulle donne: due inquietanti fenomeni sociali che maturano lentamente e inesorabilmente nel silenzio più…assordante con la complicità di chi non vede, non vuole vedere maltrattamenti che negano alle vittime ogni dignità, derubandole di diritti e desideri. Svaniscono così nella paura i colori dell’innocenza dei bambini abusati e muoiono nel terrore i sogni d’amore delle donne violentate. Una vita spezzata! Una vita drammaticamente segnata da mani criminali in nome di un amore malato. Un vero omicidio dell’anima!
Dati allarmanti, in continua espansione. Telefono azzurro, nell’ultima indagine condotta sull’abuso sui minori, riferita al 2011, parla di 3956 interventi sulle linee telefoniche dedicate di cui ben 2300 casi di abusi gestiti in situazioni di emergenza, quasi tutti maturati fra le mura domestiche. Un vero scempio dell’innocenza infantile, un’autentica emergenza sociale alla quale il Legislatore, soltanto di recente, con colpevole ritardo, ha dato una risposta significativa introducendo nel nostro Codice penale il reato di “pedofilia e pedopornografia”. Non basta una legge ad affermare il diritto dei minori ad essere rispettati e amati: occorre una risposta d’amore, “occorre una rivoluzione culturale per sconfiggere la sopraffazione e la posizione di dominanza e di potere dell’abusante”, come ha sostenuto la psicologa Luisa Della Rosa.
E non è migliore la fotografia della violenza sulle donne: 127 donne uccise nel 2011 e 116 a tutto settembre. “In Italia, ogni tre giorni -ha ricordato il noto criminologo Massimo Picozzi- si registrano almeno due casi di omicidi di prossimità, commessi cioè tra persone legate da vincoli affettivi, per rabbia distruttiva”. Un’escalation di violenza impressionante, violenza domestica: gli autori dei delitti, infatti, sono per lo più mariti, fidanzati, conviventi ed ex partner “in crisi di identità al cospetto di donne sempre più autonome ed emancipate”. Una mattanza che non può più essere tollerata in un Paese civile. E’ forte il richiamo che è arrivato dall’ONU al Governo italiano: “La violenza sulle donne è un crimine di Stato, tollerato dalle pubbliche istituzioni per palese incapacità”. Il rapporto è a firma di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite: “In un contesto sociale patriarcale, dove la violenza domestica non viene sempre percepita come un crimine, persiste la percezione che le risposte dello Stato non siano sufficienti.” E l’Italia non ha ancora ratificato la Convenzione di Istambul per la prevenzione della violenza, la protezione delle vittime e la condanna dei colpevoli.
Chiara sul punto Laura Stramaccioni, docente Luiss: occorre intervenire in tempo perché “la violenza sulle donne, di tipo fisica, sessuale, psicologica e spirituale, è uno dei fenomeni sociali più nascosti, la punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna, ed è collegata con altre importanti problematiche” con effetti devastanti.

E’ fondamentale dunque aiutare la società a “vedere” il fenomeno della violenza che ad oggi rimane un problema di “parole non dette”, secondo Alberto Pellai, ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, per creare uno spazio di libertà e rifuggire dalla paura della solitudine. Uscire dalla violenza è possibile attraverso una “rivoluzione culturale” che, nel rispetto delle diversità, approdi al pieno riconoscimento dei diritti umani e della dignità di ogni individuo. L’amore si nutre di dignità, coraggio, rispetto: non invochiamolo più per coprire abusi e violenze!

Antonio Laurenzano

 

La Fallocultura: padri e figlie


LA FALLOCULTURA: PADRI E FIGLIE Riflessioni sulla mistificazione letteraria della donna-demone

Sono passati moltissimi anni da quando uscì I Padri della fallocultura di Liliana Caruso e Bibi Tommasi, edito da Sugarco nel 1974, eppure quei temi toccanti toccati dalle autrici, ancora sfidano i tempi e le ore. Si tratta di un monumento del femminismo italiano. Due donne, Liliana Caruso, che allora viveva a Como e la bolognese Bibi Tomasi, facevano un’analisi di tutta la letteratura italiana recenziore per scorgervi il ruolo della donna-demone, che si contrapponeva certamente a quello classico della donna-angelo. Non vi è neppure un personaggio femminile dotato di una certa personalità. Le figure femminili sono sensuali, masochiste, stupide bambole di carne, nel migliore dei casi astute ed intriganti. Il maschiocentrismo degli scrittori italiani passa dall’esame degli imputati: da Alberto Moravia (La Romana) a Vitaliano Brancati (Paolo il caldo), da Cesare Pavese (Il mestiere di vivere) ad Ercole Patti (Le donne), da Carlo Castellaneta (La dolce compagna) a Giuseppe Berto (Il male oscuro), da Mario Soldati (Le lettere di Capri) a Carlo Cassola (La ragazza di Bube) , per non parlare di Leonardo Sciascia (A ciascuno il suo). Insomma vi è l’esaltazione di una donna-corpo, donna-cadavere, tutto inettitudine e vagina. Eppure quante donne sono intelligenti, virtuose, caste! Questa fallocultura è ancora presente nella rappresentazione della donna-oggetto e non persona-soggetto, ed ad alimentarla non è solo il maschio, nel senso logoro del termine, ma anche la femmina, contrapposta alla donna, da domina, signora, che ancora si presta nell’esibizione trofeica del corpo. Non si tratta di rappresentazioni da Lasse Braun, o da “Lucida follia”, ma di tutta quella latente fallocultura che traspare nei media e che trova solo nella letteratura - ma anche in genere nella scienza, una menzione a parte meriterebbe a proposito Freud, colla sua donna falloculturale in testa - una sua base ideologica. Quando ti trovi una banale pubblicità in cui viene rappresentata una donna che afferra un pacchetto di patatine con sotto scritto: «la patata tira!», questa è fallocultura! Scriveva la Parca nella prefazione al monumento: «Anche quando sembra anticonformista e progressista, la nostra letteratura contribuisce a un’opera di mistificazione della realtà ed agisce come una forza conservatrice, almeno per quanto riguarda la condizione femminile…». A quest’opera mistificatrice adempie tutt’oggi e sempre di più la fallocultura virtuale e multimediale che si avvale di tutti i mezzi, di tutta la tecnologia per propagare ancora nella storia del super-progresso tecnico, ma non spirituale, tanto meno culturale, dell’immagine puttanesca della donna. La donna ha avuto nei secoli sempre questa doppia anima: Eva peccatrice e Maria redentrice! E queste due anime sono entrambe presenti nella letteratura italiana, ma la fallocultura esalta Eva, il peccato originale, il satanismo nella visione femminile. E cosa è cambiato da quello che risultava la donna dall’antichità? Come sottolinea Vegetti, nella sua monumentale opera Il coltello e lo stilo, riprendendo l’antica fallocultura di Platone e di Aristotele: prima ci sono gli uomini. Da quelli di loro codardi o vissuti nell’ingiustizia sono nate le donne. Poi vengono gli schiavi e tutti gli altri animali irrazionali. La donna è deformità della natura e pertanto rappresenta l’elemento negativo, indeterminato. Finché sarà perpetrata questa visione della donna-demone, la fallocultura non desisterà e dominerà per sempre, non perché connaturata nella natura umana, ma nella mentalità, e nei pregiudizi idolatrici e parareligiosi della ragione, anche la più progredita. Con tutta l’emancipazione femminile che è costata secoli e secoli di battaglie, se la donna ancora permette di essere rappresentata come oggetto corporeo da soddisfazione sensuale, allora poco è cambiato, in inverso dalla figura femminile che compariva nei manuali degli inquisitori. Compagna dell’uomo, qualificata da Aristotele come un «inutile male», cui fa eco De La Rochefoucauld col «male necessario» e da Bossuet come il «diminutivo di Adamo», la donna è la responsabile della caduta dell’umanità nel grave peccato originario, alleata del maligno, porta di Satana. Tertulliano ancora nel De cultufoeminarumsostiene che uomo significa il pensiero buono dell’anima, mentre donna il pensiero immaginifico e vizioso. San Giovanni Damasceno la definisce nemica della pace e San Tommaso: «creatura occasionale e accidentale», Lammenais «statua vivente della stupidità». Il Malleusmalleficarumla definisce animale imperfetto, responsabile della fornicazione e dell’imbecillità spirituale (Parte I, Questione VI). Questa donna-strega è confermata da Michelet che fa derivare feminada fidese minus: colei che fa perdere la fede. Che differenza c’è tra la visione fallocratica della donna-vagina e questa della vagina castratrice, vulva infernorum?La vulva è fonte di piacere, ma anche di perdizione. E torna di nuovo quella visione ambigua, doppia della donna angelo e demone, complice del Serpente primevo, il cui carattere erettile, oltre che di rettile, è simbolo della voluptas, l’insaziabile appetito venereo,che si contrappone alla virtus, che è propria del vir, e perciòvirile. La fallocultura è l’espressione più forte di questa mistica, nel senso di mistificata, sia positivamente che negativamente, cioè nel bene angelico e nel male mistico-demoniaco, visione della donna incantatrice. La fallocultura c’è ancora e ci sarà sempre, finché ci sarà questo pregiudizio, che ancora oggi, dalla creazione dell’uomo e della donna, ammalia la ragione universale.

Vincenzo Capodiferro

 

15 novembre 2012

Socialismo di mercato di Jesus Huerta de Soto

HUERTA DE SOTO La risposta liberale ai tentativi sbagliati di uscire dalla crisi
Ecco perché i neosocialisti sbagliano
Cercano di conciliare vecchie utopie di mercato. Ma questa ricetta porta al fallimento economico

Dopo Miss ed Enaudi, ecco uno scritto di Jesus Huerta de Soto, tratto, per gentile concessione dell'editore Solfanelli, dal volume Socialismo, calcolo economico e imprenditorialità. In questo volume, pubblicato per la prima volta nel 1992 e poi costantemente rivisto e aggiornato, l'economista spagnolo erede della Scuola austriaca mette in luce come la pianificazione economica, tipica del socialismo, sia sempre destinata al fallimento economico. Negli ultimi capitoli, l'analisi si spinge oltre, e porta al rifiuto di ogni commistione tra socialismo e mercato. Una formula oggi molto in auge, specie in Italia.
“SOCIALISMO DI MERCATO”: L’IMPOSSIBILE QUADRATURA DEL CERCHIO
Jesús Huerta de Soto

Ci sono solo due alternative: o esiste una completa libertà per l’esercizio della funzione imprenditoriale (in un contesto di riconoscimento e difesa della proprietà privata dei mezzi di produzione, e senza altre limitazioni oltre al minimo di norme tradizionali del diritto privato e penale necessarie ad evitare l’aggressione asistematica all’azione umana e l’inadempienza dei contratti); oppure si esercita pressione in modo sistematico e generalizzato sulla funzione imprenditoriale in aree più o meno estese del mercato e della società, e, in concreto, si impedisce la proprietà privata dei mezzi di produzione. In questo caso, non è possibile esercitare liberamente la funzione imprenditoriale nelle aree sociali interessate, e specialmente in quella dei mezzi di produzione, con l’inesorabile conseguenza dell’impossibilità, in tutte queste aree, del calcolo economico razionale che abbiamo già spiegato dettagliatamente nella nostra analisi.
Come abbiamo dimostrato, il secondo sistema rende impossibile il coordinamento sociale e il calcolo economico, che si possono portare a termine solo in un regime di completa libertà per l’esercizio dell’azione umana. Quello che i “socialisti di mercato” hanno cercato di fare è elaborare una fantomatica “sintesi teorica” in cui, stabilendosi un sistema socialista (caratterizzato dalla sistematica coazione contro l’azione umana e per la proprietà pubblica dei mezzi di produzione), si mantenga comunque l’esistenza di un “mercato”. Per ragioni ideologiche, romantiche, etiche o politiche, si rifiutano in modo ostinato e cocciuto di abbandonare il socialismo, e, molto colpiti dalle critiche di Mises e Hayek, cercano di reintrodurre il mercato nei loro schemi, con la vana speranza di ottenere “il meglio di entrambi i mondi”, così come di rendere il loro ideale più popolare e attraente.
Ma ciò che i socialisti non vogliono capire è che è sufficiente restringere violentemente la libera azione umana in qualsiasi area sociale, e specialmente in quella legata ai fattori o mezzi di produzione, perché il mercato, che è l’istituzione sociale per eccellenza, smetta di funzionare in maniera coordinatrice e di generare l’informazione pratica indispensabile per rendere possibile il calcolo economico.
Quello che i “socialisti di mercato” non capiscono, insomma, è che non si può esercitare impunemente la violenza sistematica contro l’essenza più profonda dell’essere umano: la sua capacità di agire liberamente in qualsiasi circostanza concreta di tempo e di luogo.
O, per lo meno, i “socialisti di mercato” non lo hanno capito fino ad ora. Perché recentemente Brus e Laski (che si sono autodefiniti “ex riformatori ingenui”, antichi sostenitori per molti anni del “socialismo di mercato”), seguendo Temkin, hanno finito per fare loro le seguenti parole di Mises; «Ciò che questi neosocialisti suggeriscono è realmente paradossale. Essi vogliono abolire il controllo privato dei mezzi di produzione, lo scambio di mercato, i prezzi di mercato e la concorrenza. Ma al tempo stesso vogliono organizzare l’utopia socialista in modo che la gente possa agire come se queste cose fossero ancora presenti. Vogliono che la gente giochi al mercato come i bambini giocano alla guerra, alla ferrovia o alla scuola. Non comprendono come tale gioco infantile differisca dalla cosa reale che cercano di imitare [...] Un sistema socialista con mercato e prezzi di mercato è altrettanto contraddittorio della nozione di un quadrato triangolare.»
O come, seguendo Mises, molto recentemente e in modo più netto, ha concluso Anthony de Jasay, per il quale parlare di “socialismo di mercato” è altrettanto contraddittorio che riferirsi «alla neve calda, a una prostituta vergine, a uno scheletro obeso, o a un quadrato circolare».
Si può capire che questa ossessione per ottenere la “quadratura del cerchio” che implica tutto il “socialismo di mercato” sia stata oggetto di interesse e di sforzo a livello scientifico solo se si considerano le tre argomentazioni seguenti: in primo luogo, la forte motivazione politico-ideologica, che poco fa abbiamo definito addirittura ostinata e cocciuta, a non abbandonare l’ideale socialista, per ragioni passionali, romantiche, etiche o politiche; in secondo luogo, l’utilizzazione del modello neoclassico dell’equilibrio, che solo in modo molto limitato, povero e confuso descrive il funzionamento reale del mercato capitalista, e nel quale, poiché si suppone che l’informazione necessaria sia disponibile, si suggerisce che un sistema socialista potrebbe funzionare con le stesse premesse teoriche del modello statico; e, in terzo luogo, l’espressa rinuncia e addirittura la condanna ad analizzare teoricamente il funzionamento reale dell’azione umana in ambiti nei quali non esi
sta la proprietà privata dei mezzi di produzione, con il pretesto che le considerazioni sugli incentivi e sulle motivazioni sono “estranee” al campo della “teoria” economica.
Alcuni autori socialisti propongono, tutt’al più, l’introduzione di “bonus” o “incentivi” che simulino goffamente i benefici imprenditoriali del mercato, senza arrivare a capire (e se questo succede agli stessi economisti che cosa potrà succedere a coloro che non sono esperti nella materia?) perché nel socialismo i gestori non dovrebbero agire come fanno gli imprenditori in un’economia di mercato, se si dà loro genericamente l’istruzione di farlo così, o di “agire in modo coordinato”, o in “funzione del bene comune”, ecc. Questi teorici non capiscono che le direttive generali, pur con tutte le buone intenzioni, non servono a niente al momento di prendere decisioni concrete riguardo ai problemi specifici che si presentano in determinate circostanze di tempo e di luogo. Se noi umani ci dedicassimo ad agire solamente secondo l’istruzione coercitiva, tanto “opportuna” quanto vuota di contenuto, di “fomentare il bene comune”, o di “coordinare i processi sociali” o, addirittura, di
“amare il prossimo”, finiremmo per forza per agire in modo scoordinato, contro il bene comune e danneggiando gravemente chi ci sta vicino e chi ci sta lontano, divenendo impossibile l’apprezzamento, in ogni circostanza concreta e in modo creativo, delle diverse opportunità di beneficio esistenti, così come della loro valutazione e del loro confronto con i costi soggettivi potenziali.


Jesús Huerta de Soto
SOCIALISMO, CALCOLO ECONOMICO
E IMPRENDITORIALITÀ
Presentazione di Carmelo Ferlito
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-757-4]
Pagg. 440 - € 28,00
http://www.edizionisolfanelli.it/socialismoeconomico.htm

08 novembre 2012

Nobel per la pace all'unione europea


 
NOBEL PER LA PACE ALL’UNIONE EUROPEA
Per oltre 60 anni ha contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa - L’Ue ha riunificato Paesi separati dalla guerra.

Finalmente una buona notizia per l’Europa! Il premio Nobel per la pace 2012 è stato attribuito all’Unione Europea, che “per oltre 60 anni ha contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Un riconoscimento arrivato a sorpresa, le scorse settimane, in una fase di gravi difficoltà economiche e forti tensioni sociali. E’ la risposta all’antieuropeismo strisciante di chi legge la storia con le lenti del nazionalismo, o ancor peggio del becero populismo! Questo premio, come ha dichiarato il Presidente della Commissione Europea Barroso, “ è il giusto riconoscimento per un progetto di unificazione portato avanti dall’Europa per il bene dei propri cittadini e del mondo intero.”
E’ la dimostrazione che quanto è stato realizzato finora rappresenta un passaggio storico di grande portata. Non dobbiamo infatti dimenticare che il progetto è nato dall’Unione di nazioni che uscivano dalle rovine e dalla devastazione della Seconda Guerra mondiale. Significative le pagine di storia scritte nella ritrovata comprensione fra i popoli europei: dalla riconciliazione nel dopoguerra di due nemici storici, Francia e Germania, all’ingresso nell’Unione negli Anni 80 di Grecia, Spagna e Portogallo, Paesi recuperati alla democrazia, dalla caduta del muro di Berlino con il conseguente allargamento a Est al processo di distensione nei Balcani dopo la sanguinosa guerra nella ex Yugoslavia, con l’apertura dei negoziati con Croazia, Montenegro e Serbia. Sono dati acquisiti che soltanto l’insipienza può sottovalutare!
L’Unione europea, sin da quando si chiamava Comunità europea, ha riunificato Paesi separati dalla guerra fredda basandosi su valori quali la dignità umana, la libertà, la democrazia, la giustizia, lo Strato di diritto e il rispetto dei diritti umani. Grazie alla “politica dei piccoli passi”, tanto cara a uno dei suoi fondatori, Jean Monnet, l’Unione in 60 anni di storia è riuscita, partendo da sei Paesi, a riunificare quasi l’intero continente europeo. Assume pertanto particolare importanza il messaggio che il Comitato per il Nobel e la comunità internazionale, con l’attribuzione del Premio, mandano all’Europa: l’Unione Europea è qualcosa di molto prezioso che dobbiamo proteggere per il bene degli europei e del mondo intero. Il lavoro dell’Ue di questi 60 anni simboleggia la fratellanza tra le nazioni.
A parte il periodo di pace senza precedenti nel continente europeo, l’Unione rappresenta uno spazio in cui la libertà è di casa. Il Mercato comune per i consumatori europei è sinonimo di una scelta più ampia e di prezzi più bassi, ai cittadini ha offerto l’opportunità di viaggiare liberamente nonché di stabilirsi e di lavorare dove lo desiderano, ai giovani ha dato la possibilità di studiare all’estero, ha consentito a 23 milioni di aziende dell’Ue di accedere a 500 milioni di consumatori e ha generato importanti investimenti esteri.
Ecco perché questo Premio non è solo per il passato: è e deve essere soprattutto per il futuro. Il Premio giunto da Oslo ci dice che nonostante le crepe, i fallimenti di una classe politica europea non sempre all’altezza del passato, gli anacronistici sbandamenti nazionalistici, l’Unione Europea è considerata come un’entità unitaria e indivisibile della nostra epoca. Le inadempienze che le si possono imputare, le resistenze opposte all’integrazione politica vagheggiata dai padri fondatori, non diminuiscono i suoi grandi meriti. Bisogna crederci!
Questa è l’occasione giusta per riflettere, per domandarsi se un’Europa unita è utile ai cittadini. Viene da chiedersi, com’è possibile che, sebbene vinca un premio così prestigioso, l’Ue sia addirittura vista come nemica dai cittadini. Il malcontento nasce dall’intendere l’Europa solamente come un gigante burocratico che impone misure vissute come una condanna senza valutare, con l’occhio dello storico, il suo ruolo di stabilità nel mondo.
Il Premio Nobel certamente non farà l’Europa, ma servirà- ed è un vivo auspicio- a svegliare coscienze e sentimenti!
 
Antonio Laurenzano

07 novembre 2012

La valigia del meridionale di Vincenzo D'Alessio


LA VALIGIA DEL MERIDIONALE
Un’intensa raccolta di liriche di Vincenzo D’Alessio

“La valigia del meridionale e altri viaggi (poesie 1975-2011), prefazione di Anna Ruotolo” è un’opera di Vincenzo D’Alessio, Fara Editore 2012. Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra, in provincia di Avellino, nel 1950 e vive a Montoro Inferiore. Laureato in Lettere all’Università di Salerno ha ideato, tra l’altro, il Premio di poesia “Città di Solofra”, nonché fondato il gruppo di cultura “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. È autore di diversi saggi di storia e di numerose opere poetiche. Ricordiamo solo l’ultima raccolta “Figli” del 2009, dedicata al figlio Antonio, scomparso prematuramente. Come ha sottolineato la prefatrice «la voce del poeta irpino si offre nuda e vigorosa, a tratti falce interdetta che grida l’ingiustizia (Siamo nani/ di fronte al potere oscuro), altre volte sguardo che abbraccia e sostiene la volontà di ribellarsi umilmente ma con determinazione a ciò che opprime la dignità dell’uomo e deturpa l’ambiente e questo nonostante gli insuccessi, le ferite, le bastonate…». Chi conosce Vincenzo D’Alessio, uno dei membri più attivi, oltre che contemplativi, dei poètesmaudits del circolo irpino-lucano, sa subito riconoscere il suo stile, sobrio ed intenso, sottile ed incisivo come spada che ferisce e combatte, ispirandosi a quel maledettismo meridionalista. Il tema forte di questa raccolta è l’emigrazione, intesa qui come una romantica, struggente uscita, o “estasi” senza ritorno: di qui il forte senso di “sehnsucht”, una profonda nostalgia, una perenne tensione verso l’infinito, che anima le nuove, ma sgualcite, perché antiche nel senso intimo, paginette dell’intensa e raccolta raccolta di componimenti, breviori e laconici. C’è, come diceva Schelling, nell’Assoluto l’ “abgrunddeswillens”, l’abisso della volontà, per cui le esistenze sono, nel medesimo tempo, una necessità divina ed un male: «questa è nelle cose l’inafferrabile base della realtà, il residuo non mai appariscente, ciò che, per quanti sforzi noi facciamo, non si può risolvere in elemento intellettuale, ma resta nel fondo eternamente». Male che sarà redento quando le esistenze singole torneranno all’Unità primigenia, ma ciò non è previsto per l’emigrante dalessiano. Citiamo solo un punto per rendere l’intera idea dell’opera: A te che sei andato via/ grido: non tornare!/ in questa terra che credi amica/ non cercare in fondo al cuore/ il respiro di madre antica/ … cerca nella nuova terra/ il tuo destino, lascia ai salici/ la corsa verso il mare. C’è il forte richiamo, però in senso inverso, alla ferma speranza nell’oppressione del salmo 136: «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato», ed anche ad “Alle fronde dei salici” di Quasimodo: «E come potevamo noi cantare … ?», di cui l’eco forte e silenziosa: Quando potremo riposare?/ Terra rimasta vera/ solo nei pensieri miei. L’oppressione, invece, in D’Alessio è proprio nella propria terra, una madre matrigna, come una natura leopardiana, un coccodrillo-Crono che divora i suoi figli. Ecco perché la Ruotolo più volte paragona il poeta ad un eterno friedrichiano “viandante sul mare di nebbia”, come quei Figli lontano dal sole/ nelle nebbie tristi di torpore…: «dunque il poeta campano, a dispetto dei silenzio e della perdita di punti fermi in una qualsivoglia tradizione è il viaggiatore per antonomasia, sempre in giro e mai troppo lontano dai suoi luoghi».

Vincenzo Capodiferro

02 novembre 2012

Il paesaggio rifugio diffuso di rigenerazione glocale



IL PAESAGGIO RIFUGIO DIFFUSO
DI RIGENERAZIONE GLOCALE
di Antonio V. Gelormini

 

Come un falco pellegrino, uso a planare tra i valloni dell’Irpinia d’Oriente – dove ha saldo il nido in quel di Bisaccia (AV), a due passi da Monteverde e ai confini della frontiera tri-frontale tra Campania, Puglia e Lucania – Franco Arminio, scrittore, giornalista e poeta, è sceso tra i Monti Dauni, a Pietramontercorvino (Fg), nella suggestione di un paesaggio niente affatto sconosciuto.
Dalla torre del Castello Ducale irpino, che domina il Vallone dei corvi, al Torrione Normanno di quest’altro Palazzo Ducale, che domina l’antico borgo Terravecchia di Pietramontercorvino, il richiamo è stato quello di Ecotium. Il ciclo di conferenze dedicato all’Economia dell’Ozio, che per la sua quarta edizione tratta l’Amor loci (l’amore per i luoghi) e l’approccio alla “paesologia”: la formula innovativa ideata e suggerita proprio da Franco Arminio, voce tra le più coraggiose ed autorevoli di quella parte d’Italia, che vive raggruppata in migliaia di piccole località sparse nelle aree interne montane e pre-montane. 
Lì ad accoglierlo, in una cornice semantica incredibilmente casuale, Mons. Domenico Cornacchia , Vescovo della Diocesi Lucera-Troia e Giovanni Aquilino, Direttore del Distretto Culturale Daunia Vetus. Per sottolineare l’invito “a farci partecipi dell’anima di un posto”. Perché, come ha ricordato il Vescovo: “È da questo amore che parte la passione per la storia umana ed artistica,  per il paesaggio, per la sua cultura. È da un tale amore che ci si impegna per capirlo, conoscerlo, proteggerlo e, non ultimo, immaginarne il suo futuro”.
Una frustata sostenibile quella del poeta-paesologo: “Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa. L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Anche i ragazzi non amano le vasche (passeggiate lungo in corso del paese, ndr), stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi”.
L’esortazione di Arminio, poi, si è fatta anche ammonitrice: “È tempo di uscire, di sciamare nell’esterno, per vedere come ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si forma. Non bisogna camminare per allungarsi un poco la vita, ma per renderla più intesa. Uscire a vedere, girare dietro e intorno alle cose, attraversarle, collezionare dettagli, misurare la realtà con la pianta dei piedi. Il mondo è colossale, non può essere richiuso nella baracca del nostro io. Abbiate cura di andare in giro. Non rimanete fermi come uno straccio sotto il ferro da stiro”.
E tra animi “rinFrancati” e sguardi di approvazione diffusa, la chiusura è stata quasi un programma ambientale: “Bisogna dirselo una volta per tutte e con chiarezza. Deve nascere una nuova ruralità fondata sulla terra e sul sapere, una ruralità che sappia coniugare  il computer e il pero selvatico. Coltivare, creare, rilocalizzarsi, capire che il posto in cui viviamo è sempre più importante di quelli dove vorremmo andare”.
Saluti di rito e considerazioni finali sono stati di Giovanni Aquilino, che ha anche ricordato le tappe successive di Ecotium 2012: “All’appuntamento di Pietramontecorvino seguiranno quello di Lucera, il 10.11.2012, con il Prof. Saverio Russo, docente di Storia Moderna presso l’Università di Foggia e quello di Troia, il 16.11.2012, con Mons. Giancarlo Santi, Presidente dell’Associane Musei Ecclesiastici Italiani (A.M.E.I.) e Direttore dell'Ufficio nazionale per i beni culturali ecclesiastici”.

 
(gelormini@katamail.com)

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