28 settembre 2012

Laurea honoris causa a Evandro Agazzi


L’UNIVERSITÀ INSUBRICA DI VARESE CONFERISCE UNA LAUREA HONORIS CAUSA AL FILOSOFO EVANDRO AGAZZI

Dalle sentite parole della “Laudatio Agazzi” del prof. Fabio Minazzi, ordinario di Filosfia all’Ateneo varesino

 

L'università dell'Insubria di Varese ha conferito la Laurea honoris causa in Scienze della Comunicazione al filosofo Evandro Agazzi. La celebrazione si è tenuta il 21 settembre nella sede storica dell’ateneo varesino. È intervenuto per  il saluto il rettore Renzo Dionigi,  il Preside della Facoltà di Scienze per la lettura delle motivazioni e il professor Fabio Minazzi con la "Laudatio" di Evandro Agazzi. L’Agazzi ha tenuto una lectio doctoralis dal titolo "Verso il futuro: un progetto dentro una speranza". La riflessione sulla filosofia di Agazzi è proseguita poi in un importante convegno a Villa Toeplitz. Abbiamo riportato alcuni passi rappresentativi della “Laudatio Agazzi” del prof. Fabio Minazzi, la quale per la sua profondità e bellezza rappresenta una magistrale sintesi di una vita dedicata interamente alla filosofia ed alla sapienza: «Evandro Agazzi, nato a Bergamo il 23 ottobre 1934, rappresenta uno dei filosofi italiani più noti a livello mondiale. Formatosi all’Università Cattolica di Milano, si è laureato in Filosofia nel 1957 con Gustavo Bontadini, discutendo una tesi sul problema della probabilità e ha poi continuato per alcuni anni gli studi di Fisica presso l’Università Statale del medesimo capoluogo lombardo. Si è poi specializzato in filosofia della scienza a Oxford, nel 1960-61, e in logica matematica a Münster nel 1961. Nello stesso anno ha pubblicato la sua opera prima, l’Introduzione ai problemi dell’assiomatica, discutendo approfonditamente il celebre teorema di Gödel del 1931 e chiarendo le ragioni e i limiti del formalismo in ambito matematico. Nello stesso periodo è entrato in contatto diretto con Ludovico Geymonat, il padre della filosofia della scienza italiana del Novecento, che lo volle coinvolgere nel celebre gruppo di logica-matematica del Cnr da lui promosso e guidato a Milano nel corso degli anni Sessanta. Agazzi ha poi conseguito due libere docenze: in Filosofia della scienza (nel 1963) e in Logica matematica (nel 1966). Dal 1953 al 1963 ha insegnato filosofia, storia e italiano nelle scuole secondarie superiori, diventando, nel 1962, docente di ruolo di filosofia, pedagogia e psicologia nell’Istituto Magistrale di Bobbio (PC), isituto presso il quale è stato anche preside incaricato (1963-65). Dal 1964 è stato incaricato di insegnamento universitario, comandato presso la Facoltà di Scienze dell’Università di Genova dove ha insegnato Geometria superiore (1964-65), Matematiche complementari (1965-70), Logica matematica (1964-75), mentre ha insegnato Logica simbolica alla Scuola Normale Superiore di Pisa (1966-68), Filosofia della scienza e Logica Matematica, ad anni alterni, dal 1964 al 1979, all’Università Cattolica di Milano. Nel 1970 ha vinto il concorso di professore ordinario di Filosofia teoretica e dal 1970 al 1997 ha insegnato Filosofia della scienza presso l’Università di Genova. Dal 1997 si è trasferito a Filosofia teoretica presso il medesimo ateneo ligure. Nel 1979 ha vinto un concorso internazionale bandito dall’università di Friburgo (Svizzera) in seguito al quale ha occupato, dal 1979 al 1998, la cattedra di Antropologia Filosofica, di Filosofia della scienza e di Filosofia della natura nella Facoltà di Lettere e Filosofia di questo stesso ateneo elvetico. Professore emerito dell’Università di Genova, insegna ora presso l’Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico. Ha ricoperto cariche direttive a livello nazionale ed internazionale, fra cui le presidenze di molte società come la «Società Filosofica Italiana», la «Società Italiana di Logica e Filosofia delle Scienze», la «Società Svizzera di Logica e Filosofia dlela Scienza», l’«Académie Internationale de Philosophie des Sciences», l’«Institut International de Philosophie», nonché la «Federazione Internazionale delle Società Filosofiche», avendo diretto il «Centro di Studi sulla Filosofia Contemporanea» del Consiglio Nazionale delle Ricerche e avendo fatto parte del Comitato Nazionale di Bioetica. Dottore honoris causa delle Università di Córdoba, di Santiago del Estero e di Mendoza (Argentina), dell’Università Ricardo Palma di Lima (Perù) e dell’Università degli Studi di Urbino».
 
 
Vincenzo Capodiferro

26 settembre 2012

Stragi del sabato sera: come prevenire lutti e dolori




STRAGI DEL SABATO SERA : COME PREVENIRE LUTTI E DOLORI
L’alcol il killer del weekend - Gli effetti di una drammatica emergenza sociale
 
Stragi del sabato sera: una cronaca senza fine, un bollettino continuo di morti sulle strade. Tanti ragazzi e ragazze che, nel cuore della notte, andando incontro a un assurdo destino, spezzano tragicamente la loro vita lasciando nel dolore profondo i propri genitori, derubati di sogni e speranze. E una vita spezzata in giovane età è un problema sul quale interrogarsi, che riguarda cioè l’intera società. Da angolature diverse lo hanno fatto i relatori nel corso di un recente Convegno Lions. Nell’aridità delle cifre è emersa una realtà impressionante, fatta di lutti e disperazione. Nel periodo 2001-2009 sono stati rilevati in Italia 216.734 incidenti, i feriti oltre 3 milioni di cui il 25% con lesioni permanenti, le vittime 52.341! “E’ scomparsa una città di provincia!...”  E gli incidenti stradali causati da consumo di alcol sono la prima causa della mortalità giovanile. Inquietante il viaggio compiuto nell’oscuro pianeta dell’alcolismo giovanile per fare luce sui tanti aspetti di un male sociale che, secondo i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità, presenta elementi allarmanti: -il primo bicchiere di vino in Italia viene consumato a 11-12 anni, contro la media europea ferma a 14 anni e mezzo;
-sono circa 800.000 i giovani di età inferiore a 17 anni che hanno consumato nel 2008 bevande alcoliche, di cui oltre 400.000 in modo problematico, con rischio cioè di dipendenza; -il 7% dei giovani dichiara di ubriacarsi almeno tre volte alla settimana, con forte aumento del consumo di alcol fra le ragazze.Un quadro sociale devastante, una fotografia impietosa che mette a nudo il profondo disagio giovanile presente nella nostra società.  Ma cosa c’è dietro lo sballo da alcol del sabato sera, qual è la molla che spinge il giovane verso un pauroso salto nel buio? Tre tipologie di alcolismo, tutte riconducibili al forte disagio giovanile presente nella odierna società: l’alcolismo come modalità di integrazione nel mondo degli adulti (effetto trasgressione), l’alcolismo come auto-medicazione (medicina per il malessere interiore), l’alcolismo come risposta irrazionale alle difficoltà di affrontare il rapporto con la vita (fuga dalla realtà). Una fragilità psicologica dei ragazzi dietro la quale si nasconde la polverizzazione della famiglia, cellula primaria della società. La famiglia privata del suo ruolo di formazione educativa costituisce fattore negativo della problematica giovanile e una famiglia divenuta invisibile non aiuta il giovane a capire il valore della vita. Il giovane deve essere recuperato prima che sia tardi attraverso un percorso di responsabilizzazione sociale, fatto di stimoli e interessi. Dal tunnel dell’alcol si esce attraverso una intelligente azione di prevenzione che deve basarsi su legami familiari solidi e sicuri. Va superata cioè “l’incapacità di connessione” fra adulto e giovane: occorre parlare, dialogare con i giovani, scrutare nel loro mondo interiore, saperne leggere in tempo i silenzi e le ansie prima che il disagio diventi pericolosamente devianza. Un viaggio per molti…senza ritorno! E’ nella famiglia, in sinergia con la scuola, “per un’alleanza educativa”, che va promossa l’educazione alla legalità, per far coniugare ai giovani la libertà con il senso del dovere. Prevenzione dunque per una vera “cultura della sicurezza” la quale deve passare altresì attraverso misure legislative più severe (introduzione nel Codice penale del reato di “omicidio stradale”), il potenziamento dei controlli su strada con adeguati strumenti operativi, rafforzando le risorse umane ed economiche delle forze di polizia.  In questa sfida sociale, lanciata per far capire ai giovani che “la vita va vissuta e … non va bevuta”, non può mancare una informazione precoce dei rischi connessi all’uso di alcol. E proprio nell’ottica di sensibilizzare l’opinione pubblica su questa tragica emergenza sociale, il Multidistretto Lions 108 Italy ha scelto il tema “I giovani e la sicurezza stradale” quale service nazionale 2012-2013.

Antonio Laurenzano

24 settembre 2012

La spirale di Gabelentz di Lucio D'Arcangelo



LA SPIRALE DI GABELENTZ di Lucio D'Arcangelo

Da una parte noto glottologo e linguista, dall'altra altrettanto noto ispanista, nella sua seconda veste Lucio D'Arcangelo è noto per la sua antipatia verso Gabriel Garcìa Màrquez, contro la cui "dittatura" scrisse un famoso pamphlet, "La vittoria della solitudine". Il lettore di questo testo coglie subito che un'analoga antipatia nel campo della linguistica D'Arcangelo la rivolge a Noam Chomsky, la cui grammatica trasformazionale è da lui considerata nient'altro che un ritorno alla lingua mentalis di Leibniz, se non agli universali della Scolastica.
«Nel “mentalismo” chomskyano rispunta un'idea obsoleta: quella del linguaggio come fenomeno o epifenomeno del pensiero: sua più o meno prescindibile “veste”. Certe affermazioni di Chomsky secondo cui parole “semplici” come “tavola”, “persona”, “convincere”, farebbero parte di “un insieme innato di nozioni”, verrebbero facilmente confutate da una qualunque persona bilingue.»
Sebbene il testo sia molto per specialisti, già questa accusa che un guru del terzomondismo altermondialista come Chomsky quando passa dal suo hobby ideologo alla sua professione di linguista si trasformerebbe in un reazionario anglocentrico è per lo meno gustosa.
In opposizione alla tesi di Chomsky che «la diversità dei fenomeni linguistici è illusoria», D'Arcangelo pone invece in esergo all'Introduzione l'idea di Andre Martinet secondo cui «il fatto che le lingue siano diverse non è un deplorevole accidente, ma un tratto sintomatico della natura del linguaggio.»
Con le 6.500 lingue diverse oggi esistenti, le 72 vocali e 116 consonanti che ci sono solo nelle 10 lingue più parlate al mondo, i 921 suoni individuati nelle 450 lingue più rappresentative, gli stessi concetti di soggetto e oggetto che tendono a perdere importanza al di fuori delle lingue indoeuropee, «la diversità delle lingue, così come si sono sviluppate e adattate, è un fenomeno vitale manifesto che reclama l'attenzione teorica. Diventa sempre più difficile per i teorici del linguaggio continuare a confondere l'equivalenza potenziale con la diversità reale.» A meno di non essere «linguisti da tavolino».
Unica proposta di sistematizzazione, resta appunto quella “spirale di Gabelentz” proposta dal linguista tedesco dell'800, secondo cui la morfologia delle lingue evolverebbe ciclicamente dall'isolante all'agglutinazione e poi alla flessione, per poi ricominciare. Ma anche questo è un processo che nell'ambito dei millenni non può essere affatto verificato con la regolarità di una vera e propria legge.
«Si è parlato spesso, specie nei media, della presunta “rivoluzione” chomskyana, ma la vera rivoluzione, cominciata negli anni Settanta, sta nell'ampliamento planetario dell'orizzonte scientifico con lo studio di lingue fino a quel momento sconosciute come quelle aborigene dell'Australia e l'esplorazione, tuttora in corso, di territori sotto questo profilo ancora vergini come la Nuova Guinea e il Sudamerica tropicale: un fatto mai avvenuto in proporzioni così estensive, che ha prodotto un terremoto delle conoscenze devastante per tutte le teorie che si sono succedute nell'ultimo cinquantennio.»
Ovviamente, non tutti possono permettersi di diventare esploratori linguistici. Ma in fondo basta già il semplice spruzzo di esempi di questo libro, tra morfemi turchi, agglutinazione dravidica, incorporazione tiwa, lessicalizzazione hmong, polisinteticità eschimese, radici arabe, “lingua macedonia” dei navajo, a dare al lettore un senso di affascinante vertigine sull'infinita possibilità di autoorganizzazione che la mente umana riesce ad avere.


© Il Foglio
Venerdì 21 settembre 2012




Lucio D’Arcangelo
LA SPIRALE DI GABELENTZ
Solfanelli, Chieti 2012
Pagg. 116 - Euro 10,00
http://www.edizionisolfanelli.it/laspiraledigabelentz.htm

22 settembre 2012

Hic sunt leones di Riccardo Scagnoli

Riccardo Scagnoli
HIC SUNT LEONES
Romanzo
Edizioni Solfanelli


“Hic sunt leones”, “Da qui in poi troverete i leoni” era il monito dei Romani a non proseguire oltre il confine conosciuto, in territori selvaggi e inesplorati, monito al quale la follia di uno scienziato risponde con una spedizione di uomini coraggiosi, ex-legionari sconfitti di Marco Antonio, destinati diversamente ai remi delle galere.
Studi oscuri e altrettanto misteriose testimonianze lo convincono a oltrepassare quel limite e a spingersi nel cuore del Sahara, certo che molto più a sud l’Africa ospiti territori rigogliosi e civiltà remote, in cui il progresso e la tecnica possono aver compiuto passi da gigante.
Al comando di due giovani tribuni, un tempo nemici giurati, sfidando la sorte e il pericolo, i quaranta “volontari” a dorso di cammello giungono a contatto con civiltà sconosciute e a loro modo affascinanti, abbarbicate su fortezze scavate nella roccia o insediate in metropoli più vaste di Roma, in possesso di conoscenze scientifiche inusitate e aldilà di ogni comprensione.
Affrontando man mano le difficoltà riservate a ogni caso, e nonostante l’ostilità e il sospetto destati all’arrivo, riescono a imporre o a influenzare le scelte, dimostrando come le qualità proprie dei guerrieri romani — valore, abnegazione, dignità — siano determinanti nella riuscita dei loro progetti e tali da cambiare il destino stesso di quelle genti e, una volta a casa, mutare per sempre anche il futuro dell’Urbe.



Riccardo Scagnoli è nato ad Ancona sessant’anni fa e da almeno quaranta si occupa di science fiction e fantasy.
È autore di molti romanzi, saggi e racconti, che ha pubblicato presso vari editori.
Alcuni suoi racconti sono passati come sceneggiature in Rai e presso case editrici straniere.
Ha fatto parte a suo tempo della factory Cremaschi La Collina-Ed. Nord, che fu uno dei trampolini di lancio della fantascienza italiana più acclarata.
Suo "L’Ultima Frontiera" e vari interventi su La Collina. Passato poi alla Fanucci, pubblicò "Il Vento Scarlatto", "Il Principe della Cometa", e i romanzi brevi "L’Ultimo Fiore della Terra" (Premio Amatrix 1982) e "Il Ballo in Maschera".
Con la Black-Out ha pubblicato l’antologia di racconti, "Polvere di Tempo".
L’ultimo libro, pubblicato dalla Media Working, è stato "Il Paradosso Golgota".
Premio World Sf Europe come migliore autore europeo nel 1982, ha da poco terminato una trilogia di heroicfantasy tratta dal poema sanscrito Mahabharata, con tre romanzi, "Il Figlio della Cometa" (che riprende in parte il precedente "Il Principe della Cometa"), "Stirpe Maledetta" e "Le Torri di Lanka".


Riccardo Scagnoli
HIC SUNT LEONES
Romanzo
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-772-7]
Pagg. 232 - € 16,00

http//
www.edizionisolfanelli.it/hicsuntleones.htm

20 settembre 2012

La voce agli ultimi


 
Contrariamente a quanto riportato da alcuni giornali, il Ministro della Giustizia non ha incontrato gli ergastolani durante la visita al carcere di Padova di lunedì 17 settembre.

Qui di seguito una loro lettera:

Gli uomini ombra devono stare al buio

E’ un appello legittimo perché è proprio vero che l’ergastolo toglie la speranza e allora questo appello lo vedo come un desiderio, una volontà del detenuto che ha commesso anche delitti efferati, di rientrare nella società e di restituire alla società quello che ha rubato.”
(Cardinale Dionigi Tettamanzi durante la messa di Natale 2008 agli ergastolani del carcere di “Opera” –Milano)
Forse la Signora Paola Severino sarà la Ministra della Giustizia di tutti, ma non certo degli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani ostativi).
Avevamo saputo della Sua visita nel carcere di Padova in largo anticipo e avevamo preparato questo messaggio da darle con le nostre mani, insieme ad una raccolta di firme:
Gentilissima Ministra della Giustizia, abbiamo saputo che lunedì 17 settembre visiterà il carcere di Padova e alcuni ergastolani hanno pensato di cogliere l’occasione per ricordarle l’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva”. E molti di noi sperano che nell’occasione della Sua visita ricordi ai mass media e ai politici che in Italia i tipi di ergastolo sono due: quello normale, dove esiste una piccola speranza un giorno di poter uscire, e quello ostativo, dove non ne hai nessuna. Per questo motivo molti ergastolani sono destinati a morire in carcere se al loro posto in cella non ci mettono qualcun altro, perché da noi esiste una legge che prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà mai e si esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. Signora Ministra, questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga della normale pena di morte, perché è una pena di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo.
Signora Ministra, c’eravamo rasati e messi l’abito della domenica e avevamo pulito bene le nostre tombe per farle sembrare delle stanze, ma da noi lei non è venuta.
Noi però, uomini ombra, cattivi e colpevoli per sempre, nel regime /circuito AS1 Lato A Reparto 7, l’aspettavamo.
Le volevamo dire, fra l’altro, che nella nostra sezione siamo in 28 e lavorano solo 3 persone con stipendi da fame.
Le volevamo dire che svolgere un lavoro in carcere aiuta a non rimanere “schiacciati” dalla pena. Le volevamo dire che in questo istituto lavorano quasi tutti i detenuti fuorché gli uomini ombra del regime /circuito AS1, eppure il lavoro dovrebbe essere un diritto per tutti i prigionieri.
Le volevamo dire che noi del circuito AS1, nonostante che siamo in carcere da più di 20 anni, siamo emarginati, additati, appestati, esclusi da qualsiasi trattamento rieducativo fuori dalla sezione perché siamo chiusi in un carcere dentro un altro carcere.
Le volevamo ricordare la domanda che le ha fatto una giornalista: “Le ha effettuato visite in diversi istituti penitenziari” E la Sua risposta: “Ho trovato abissi di degrado e di disperazione” (Avvenire, 31 agosto 2012)
Signora Ministra, Le volevamo anche dire che l’unica paura che l’uomo ombra non ha è quella di morire perché per Lei e per la società noi siamo già morti.
Buona Vita

Carmelo Musumeci

Ignazio Bonaccorsi

Padova, settembre 2012

19 settembre 2012

Libri: "Un mazzo di gerbere" di Fabrizio Cordoano



Fabrizio Cordoano
UN MAZZO DI GERBERE
Collezione Giallo
Edizioni Tabula fati

L’omicidio feroce della donna che pedinava per conto del marito getta Fabrizio Bono nello sconforto. Il senso di colpa lo attanaglia per non essere stato capace di prevedere le mosse di un assassino che miete vittime con una frequenza allarmante.
Chi è quell’uomo con la faccia di una formica?
Cosa significa il disegno rinvenuto nell’agenda di una delle donne ammazzate?
Quale è il significato del rituale raccapricciante che segue l’uccisione?
E perché gli sembra di essere il pesce più grosso della rete del serial killer?
Il maresciallo Marella, titolare dell’inchiesta, lo vuole al suo fianco. La loro assodata amicizia è il salvagente a cui aggrapparsi per risalire dal buio profondo in cui sta precipitando.
Erano le dieci di una fredda serata di ottobre. Cercava di immaginare il volto di quell’uomo minuto che ora stava con la moglie del suo cliente; non aveva fatto in tempo a coglierne i lineamenti, né tantomeno a scattare delle foto o a rilevare la marca della macchina, ma era certo che nel momento in cui i due avrebbero lasciato il loro rifugio avrebbe potuto rifarsi.
Come avrebbe reagito il marito? Anche se si era rivolto a lui per avere conferma ai suoi sospetti, non gli pareva pronto ad accettare quello che gli avrebbe raccontato…
Erano passate tre ore, e molti mozziconi di sigaretta avevano riempito il suolo ai suoi piedi; l’attesa lo stava sfiancando in quell’umidità insopportabile. Provò a sedersi, salendo sulla sbarra del guardrail, ma si accorse che in quella posizione non vedeva l’ingresso; si rimise in piedi e appoggiò una mano alla lamiera di ferro in modo da garantirsi un minimo di sostegno.
Accese l’ennesima sigaretta, aspirò una lunga boccata e rimase a guardare il fumo che aveva fatto uscire e che saliva alto nel cielo; fu proprio allora che udì l’abbaiare di un cane e nello stesso istante la porta cigolò appena per far uscire l’uomo, che appena fuori procedette a passo svelto.


Fabrizio Cordoano
UN MAZZO DI GERBERE
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-265-2]
Pag. 152 - € 12,00

13 settembre 2012

La spirale di Gabelentz di Lucio D'Arcangelo

Lucio D'Arcangelo
LA SPIRALE DI GABELENTZ
Morfologia e tipologia delle lingue
Edizioni Solfanelli


Si è parlato spesso, specie nei media, della presunta “rivoluzione” chomskyana, ma la vera rivoluzione, cominciata negli anni ’70, sta nell’ampliamento planetario dell’orizzonte scientifico con lo studio di lingue fino a quel momento sconosciute come quelle aborigene dell’Australia e l’esplorazione, tuttora in corso, di territori sotto questo profilo ancora vergini come la Nuova Guinea e il Sudamerica tropicale: un fatto mai avvenuto in proporzioni così estensive, che ha prodotto un terremoto delle conoscenze devastante per tutte le teorie che si sono succedute nell’ultimo cinquantennio.
A questo mutamento epocale non hanno certo contribuito i linguisti “da tavolino”, ma quei ricercatori che, bagagli alla mano, sono andati sul posto e come i vecchi “viaggiatori” ci hanno edotto della straordinaria ricchezza linguistica del pianeta, ragguagliandoci sulle lingue più disparate e singolari : una ricchezza che non è completamente naturale né completamente culturale e fa del linguaggio, un “oggetto di terza specie”, il più complesso di tutti, rivelatosi irriducibile alle aspettative teoriche anche più modeste.
Rivolgendo la propria attenzione alla morfologia, una delle dimensioni più osservabili del linguaggio, questo libro intende misurarsi con quello che Dell Hymes chiamò un “fenomeno vitale manifesto”, oggi apparso in tutta la sua portata: la radicale diversità delle lingue, che certe teorie diventate popolari vorrebbero negare, trincerandosi dietro espressioni oscure (“struttura profonda”) ed idee antiquate (“grammatica universale”).
Le regolarità che si possono osservare in un universo così cangiante e imprevedibile sono sempre parziali ( il più delle volte aerali) e comunque relative. Correlarle è ancora più difficile e, come scrive Max Plank, “questo crea un enorme potenziale di eterogeneità nella diversità delle lingue, che, se si realizzasse pienamente, renderebbe la tipologia morfologica impraticabile”.
Perciò oggi si va affermando nella linguistica la tendenza a rigettare le gabbie teoriche, di qualunque natura esse siano, ed ancor più gli apriori dottrinari, nella persuasione che le lingue vanno studiate senza paraocchi e, quanto più possibile, iuxta propria principia.



Lucio D’Arcangelo ha diviso la sua vita intellettuale fra la linguistica e la letteratura con alterne vicende che lo hanno visto prima studioso di glottologia (è stato allievo di Giuliano Bonfante) poi di ispanistica e finalmente di tipologia linguistica.
Docente universitario dal 1971, prima presso la Facoltà di Magistero dell’Università di Torino e poi presso la Facoltà di Lingue dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio”, ha lasciato l’università nel 2000.
Ha scritto su vari quotidiani e nel 2006 ha partecipato alle trasmissioni di Rai International e in particolare al programma “Viva Dante!”. Attualmente dirige con Franco Cardini la rivista di cultura "Il filo d’Arianna". Collabora a "Vita e pensiero" e a "Lingua Italiana d’oggi".



Lucio D'Arcangelo
LA SPIRALE DI GABELENTZ
Morfologia e tipologia delle lingue
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-773-4]
Pag. 120 - € 10,00
http://www.edizionisolfanelli.it/laspiraledigabelentz.htm

11 settembre 2012

Un popolo di frenetici informatissimi idioti di Franco Ferrarotti

Franco Ferrarotti
UN POPOLO DI FRENETICI INFORMATISSIMI IDIOTI
Edizioni Solfanelli


Il termine “idioti” del titolo non è un insulto gratuito. È da intendersi nel senso etimologico di “circoscritti”, “localizzati”, “irretiti”, “prigionieri nel web”.
È sempre più tardi di quanto si crede.
Ora anche i periodici a grande tiratura (si veda “Newsweek” del 13 luglio 2012) i fini dicitori del giornalismo salottiero e i compunti maggiordomi del potere quale che sia, i vati dell’ovvio e gli specialisti dell’aria fritta se ne vanno accorgendo.
Un’intera generazione — come da almeno trent’anni vado documentando — appare nello stesso tempo informatissima di tutto, comunica tutto a tutti in tempo reale, ma non capisce quasi nulla e non ha niente di significativo da comunicare. È una generazione al macero, appesa agli schermi opachi di TV, Internet, Facebook, Youtube, eccetera, destinata all’obesità catatonica e alla lordosi sedentaria. La stessa molteplicità e eterogenea abbondanza delle informazioni la deforma, la fagocita, le impedisce di stabilire una propria tavola di priorità.
Internet, priva della critica delle fonti, è la grande pattumiera planetaria e paratattica, in cui giovani e giovanissimi, adolescenti, ma anche giovani adulti, vanno quotidianamente affondando.
Questo è un grido di allarme che non si fa illusioni. Non sarà ascoltato. Quest’epoca avrà il malessere del benessere che si merita.



Franco Ferrarotti è professore emerito di sociologia all’Università di Roma “La Sapienza”; vincitore del primo concorso bandito in Italia per questa materia; già responsabile della divisione “Facteurs sociaux” all’OECE, ora OCSE, a Parigi; fondatore con Nicola Abbagnano dei Quaderni di sociologia nel 1951; dal 1967 dirige La Critica sociologica; nel 1978 nominato “directeur d’études” alla Maison des Sciences de l’Homme a Parigi; insignito del premio per la carriera dall’Accademia nazionale dei Lincei il 20 giugno 2001; nominato Cavaliere di Gran Croce l’11 novembre 2005 dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
Per le Edizioni Solfanelli ha pubblicato "L’arte nella società" (2007), Premio Anguillara Sabazia 2006 per la sezione saggistica, "Il senso della sociologia" (2008), "Fondi di bottiglia" (2008), "Lettere al Presidente" (2009), "L’immaginario collettivo americano" (2010), "Musica e Società. Il caso Puccini" (2011) e "Il paradosso italiano" (2012).



Franco Ferrarotti
UN POPOLO DI FRENETICI
INFORMATISSIMI IDIOTI
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-781-9]
Pagg. 104 - € 9,00

http//
www.edizionisolfanelli.it/unpopolodifrenetici.htm

10 settembre 2012

Via libera al piano anti-spread



ECONOMIA

VIA LIBERA AL PIANO ANTI-SPREAD

La Banca centrale europea a difesa dell’euro e della politica monetaria.


La Banca centrale europea ha dato il via libera al piano anti-spread con acquisto illimitato sul mercato secondario di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona. Una rete di protezione vincolata al rispetto delle riforme per stabilizzare il differenziale dei tassi di rendimento, il cosiddetto spread, volato in alto su valori non giustificati rispetto alle reali condizioni economiche fondamentali dei Paesi di riferimento.

L’obiettivo è quello di recuperare una politica monetaria con ricadute omogenee sull’economia reale nei singoli Paesi. E’ la risposta alla crisi dell’euro generata da un pericoloso blackout tra debiti sovrani, sistema bancario e prospettive economiche ma anche dagli errori di un triennio di malapolitica europea che ha spaccato l’euro trascinandolo sull’orlo di un rovinoso default.
Chiaro il messaggio che il Presidente della Bce, Mario Draghi, ha lanciato in occasione della presentazione degli interventi calmieranti sui titoli di Stato dell’area euro caduti sotto il tiro della speculazione dei mercati: “Dobbiamo difendere l’integrità della politica monetaria dell’Eurozona nella consapevolezza che l’euro è irreversibile.” Lo scudo anti-spread prevede l’acquisto di bond fino a tre anni di scadenza di quei Paesi in difficoltà (Spagna e Italia, in primis) che sottopongano a una “sorveglianza trimestrale” le loro politiche di bilancio e i relativi dati fiscali e finanziari. La liquidità creata attraverso l’acquisto dei bond sarà completamente “sterilizzata” per non alimentare l’inflazione nell’Eurozona. La Bce “drenerà” dal sistema e quindi ridurrà la massa monetaria in circolazione per un valore corrispondente a quello dei titoli acquistati. Una difesa efficace per evitare scenari distruttivi. E’ il segnale forte che i mercati attendevano: è stata creata una “barriera credibile” contro la disgregazione della moneta unica sottraendo ai rendimenti dei titoli di Stato ogni paura legata al ritorno alle monete nazionali.
Francoforte diventa dunque crocevia del futuro dell’Europa. Il destino dell’euro e quello dell’Europa economica e politica si giocherà sempre più nell’importante centro finanziario sulle rive del fiume Meno, nei piani alti dell’ Euro Tower, sede della Banca centrale europea. Una istituzione comunitaria che dal 1999, in forza del Trattato sull’Unione europea di Maastricht, attua la politica monetaria dell’eurozona (stabilità dei prezzi e del sistema finanziario), operando, ed è questa l’anomalia, in un deserto istituzionale in cui non esiste un ministro europeo dell’Economia responsabile della politica economica per l’Unione. Un fattore di forte criticità che ha posto la Bce nel cuore dell’eurocrisi trasformandola da “organo di supertecnici” a “cerniera” per la tenuta dell’euro e con essa della costruzione politica europea. 
“Faremo tutto ciò che è necessario per salvaguardare la nostra moneta”. Lo ha ribadito il Presidente Draghi il quale, per superare la diffidenza e l’ostilità della tedesca Bundesbank, ha chiesto “grande determinazione” ai Governi per raggiungere il comune obiettivo di allentare la speculazione dei mercati. Senza la disciplina dei Paesi, la Bce non può curare durevolmente l’instabilità dell’area euro. La questione passa ora “nelle mani dei Governi” che dovranno decidere se e quando chiedere l’aiuto dei fondi europei, sottoscrivere gli impegni necessari (fiscal compact, riforme economiche, aggiustamenti accelerati dei conti pubblici) e soprattutto rispettarli, pena la sospensione dell’aiuto medesimo (“exit strategy”).
La Bundesbank sarà certamente sulla … torre di controllo per monitorare ogni operazione nel sospetto dichiarato che “la Banca centrale europea, ideata su modello di quella tedesca, si sta trasformando in una banca centrale orientata verso Sud rischiando, attraverso l’acquisto massiccio di titoli di Stato, di fare aumentare l’inflazione e di allontanarsi dal suo mandato”.
Il futuro dell’euro rimane più che mai legato a una politica monetaria da perseguire con rigore e con unità d’azione, nella prospettiva di un’Europa economica e politica unita!
 
Antonio Laurenzano

06 settembre 2012

Il tempo ed il corpo "ante mortem"

IL TEMPO ED IL CORPO “ANTE MORTEM”
Riflessioni sulla categoria trascendentale del mistero dell’evento



Il tempo è lo spazio dato al corpo prima della morte. I corpi inanimati però stanno in una costanza a-temporale, non eterna.Il tempo riflette l’esserci senza consapevolezza attiva, costante.La natura convenzionale scinde il tempo dalla sua unità inconsapevole e lo stende sul foglio della frammentarietà temporale. Il problema del tempo appartiene solo ad un determinato tipo di corpo, quello che si intende animato. I corpi inanimati sono desunti tali dai corpi animati.I corpi inanimati sono nel tempo dei corpi animati ma non vivono lo spazio del tempo, né percepiscono il tempo. Anche se non tutti i corpi animati e viventi non hanno cognizione del tempo ne subiscono l’azione fino alla cessazione delle funzioni vitali.L’azione del tempo è data in fondo da una successione spazio-temporale.Dire cos’è il tempo è un mistero in verità. Il grande Agostino a chi gli chiedeva cos’era il tempo rispondeva: chiedetemi che ora è, ma non chiedetemi cos’è il tempo.Il tempo è infatti di ordine trascendentale, appartiene cioè al corpo animato, ma non a tutti i corpi animati, solo a quelli cogitanti. Solo un essere eterno può parlare di tempo.Un tempo non finito e non definito porta all’eternità. Questo è l’evento. È l’immagine speculare dell’eternità che si ripete infinitamente ed all’infinito. Un attimo, scisso dalla sua serie successoria, riflette uno stato di tempo riflesso che non è sempre tempo. I corpi animati possono essere consapevoli o inconsapevoli, ma tutti sono sotto il tempo, perché, come sosteneva il grande Platone, tutto guarda il tempo (o pantaoron), pure i corpi inanimati, che ricaviamo per astrazione.Se l’eternità è assenza di tempo, l’unità di misura temporale che è implicata in questo nell’eterno è impropria.L’inanimato è nel tempo degli animati, in un certo qual modo è nel tempo, in un altro modo è fuori di esso, quindi eterno. Definire il tempo è assurdo. L’evento è un mistero svelato a tutti: è innato, ma nella sua intimità ignoto e muto alla parola.Il tempo come astrazione è plausibile. Il tempo è astratto ed è concreto: concreto nell’atto, astratto nella sua essenza, la quale è reale, perché è implicazione del passato nel presente dell’eventualità e complicazione del futuro nel fatto. Il fatto, di per sé, è intraducibile. Come affermava Nietzsche i fatti hanno bisogno dell’interprete. Ciò significa che il fatto sta nella pura soggettività, non nell’oggettività, come ci hanno fatto credere gli scienziati. Realmente il tempo produce e induce una sistematizzazione dello sviluppo umano.Uno stare sotto/nel tempoè il vissuto da noi e da altri. Nella morte finisce il tempo proprio: i singoli continuano perché la peculiarità di questi è quello di essere persona e questa non è cedibile in sé e fuori di sé. La persona vive il tempo ed è relazionale.La relazionalità del tempo è infinita, fino alla finitezza dell’ultimo essere che si estingue. La generazione salva l’infinita successione della continuità e continuazione del tempo, la non-eternità. L’infinità del tempo non è l’eternità. Questa è l’assoluta atemporalità. Un mondo disabitato è fuori del nostrotempo; Giove, ad esempio, è tempo-altro dal nostro, un galassia sconosciuta è fuori del nostro tempo. Tutto però è soggetto ad evento e l’evento è una modificazione.Ogni cosa che esiste è nel tempo e fuori di esso c’è l’eternità, quest’ultima non riguarda la materialità. L’eternità è fuori del tempo, eppure definisce una condizione possibile di un’esistenza: un eternoesistente potrebbe essere eterno vivente cosciente. L’eternità non ammette l’esistenza del tempo in quanto non-tempo, o almeno non ammette la sua infinità.Intuire e cogliere un non-tempo significa cadere nello stato eterno.L’infinità del tempo e l’eternità non hanno connessioni equivalenti.L’infinità del tempo è un clone dell’eternità, è solo un imitazione mentale ontologica.Ammettiamo un essere eterno, Dio, solo Dio conosce la realtà reale dell’eternità.Definire l’eternità come successione infinita di tempo è impropria.Le proprietà dell’eternità sono: essere inconoscibile, essere intraducibile.Il tempo, potremmo dire, è inconoscibile, è intraducibile, non è proprietà dei viventi, è inconcepibile.È concepibile solo da e per un essere eterno e potrebbe come noi non riuscire a definirlo, potrebbe risultare per lui come per noi il tempo.La percezione dell’eternità di quest’essere potrebbe essere pari alla percezione che noi abbiamo del tempo.La percezione del tempo è innata, è confusa e pressoché intraducibile.Ci muoviamo nel tempo senza avere una percezione, od una cognizione netta chiara di ciò che viviamo.La consequenzialità degli eventi e dei fatti rende più astratto il tempo e ci oscura la sua essenzialità.È fatta di niente questa essenzialità. Se mi fermo solo a guardare un orologio che segna diciamo il suo trascorrere mi annoio. Questa essenzialità è noia. Assistere al tempo comporta noia. La distrazione permette lo scorrere inosservato. La distrazione è vuoto, è nulla. È sospensione immateriale, è un librarsi verso l’ignoto. È un caderenell’eterno. Forse è pescare un’idea confusa dell’eternità.Si sa che i sistemi di misura sono convenzionali, adatti agli appuntamenti. L’esigenza della misurazione nasce dal punto matematico spaziale. In questo senso il tempo è lo spaziodella progressione vitale.Una montagna non necessità di misurazione anche se nel tempo subisce trasformazioni.La trasformazione indica uno stato di tempo e uno stato nel tempo. Un non-cambiamento indicherebbe uno stato di non-tempo, di condizione eterna, una fissità. Qualcuno deve testimoniare il tempo.Un essere in uno stato eterno non modificherebbe nulla. Non è detto che sia così. Procediamo senza addentrarci nella diatriba. Per il credente, a livello ipotetico, Dio s’incarna e torna col suo corpo nell’eternità. L’essere di Dio è cambiato, quindi ipoteticamente un essere eterno è suscettibile di una trasformazione, di una probabilità, della possibilità, pur rimanendo nell’eternità. Allora questo processo ha subito una sottomissione momentanea al tempo dei mortali.Ho avuto un decadimento momentaneo. Nell’eternità non subisco trasformazioni proprie.Il problema del tempo è questo:potrebbe avvenire un mutamento nell’eternità? Pare di no! Se sì, il cambiamento porterebbe uno strappo dall’eternità alla temporalità, un prima e dopo quell’evento. L’eternità non è divisa dal tempo. Questo significa capire il mistero dell’evento. Nell’eternità quindipossono avvenire in un essere dei cambiamenti e questa non ne risulterebbe spezzata e classificata. Se entra un prima e un dopo non esisto nell’eternità, questa risulta spezzata etemporale, quindi non sarebbe eterna. Prendendo l’esempio di Dio. Nell’eternità del soggetto eterno è avvenuto un mutamento. Un soggetto eterno, infatti, vive nell’eternità, un soggetto mortale o inanimato, invece, vive nella temporalità, ma nello stesso tempo è salvaguardata l’eternità, anche se c’è un prima e un dopo.A livello teorico non dobbiamo pensare che un soggetto eterno che subisce trasformazione o le attua spezza l’eternità, quindi l’eternità sta al soggetto eterno e viceversa. Quindi come un soggetto mortale produce trasformazioni che indicano stato di tempo un soggetto eterno può produrre trasformazioni senza falsare lo stato di eternità. Un prima e un dopo non inficia lo stato eterno, un punto passeggero si muove nell’eterno come noi ci muoviamo nel tempo. Ci può essere un prima e un dopo nell’eternità. L’esistenza dell’eternità è dubbia, non testimonia uno stato a-temporale. E solo un essere eterno potrebbe testimoniare dell’esistenza di questa, perché l’eternità è assenza di tempo. Il tempo si include incuneandosi nell’eternità. È una dimensione di questa. Il tempo come tutto nell’eternità è punto, sebbene sia per noi inconcepibile l’eternità. Quando avremo capito che non c’è contraddizione tra temporalità ed eternità avremo capito il mistero dell’evento, che è proprio la sintesi tra i due.



Vincenzo Capodiferro

Buone ferie

  Buone ferie a tutti voi, lettori e collaboratori. A rileggerci dal 20 agosto! Insubria critica