02 marzo 2012

Antonio Motta - nel ricordo sentito di un uomo di tecnica e di cultura

ANTONIO MOTTA
Nel ricordo sentito di un uomo di tecnica e di cultura
Antonio Motta chi era? È stato un grande padre, un sapiente maestro, un saggio amico, che ci ha sostenuto nella nostra crescita e nella nostra formazione culturale, ma soprattutto umana. Abbiamo ripreso un’antica testimonianza per ricordarlo e vi abbiamo aggiunto le note personali, per colorarla, ma soprattutto per esprimere tutto il nostro filiale affetto e la stima che abbiamo provato per quest’uomo di tecnica e di cultura, come abbiamo sottolineato nel titolo di questo inserto, che abbiamo ripreso da un antico memoriale, per rievocare la figura di quell’“intellettuale di frontiera”, come amava definirsi, il girovago, il camminatore-pensatore per le vie, i tratturi, paese per paese, montagna per montagna di quella sconosciuta terra ancestrale, cara tanto al De Martino, quanto al Banfield, coll’“amoral familism” di Montegrano, tanto al Pasolini quanto al Gibson, registi spettatori della Matera-Gerusalemme, materia immateriale di una città materico-spirituale. Ci affidò alle sue amorevoli mani Don Salvatore Vigilante, insieme all’editore Paolo Laurita. Quante volte avevamo accompagnato Don Salvatore con la sua 126 bianca in giro per le strade di Basilicata! E fu proprio Antonio ad insistere a pubblicare l’opera sui moti legittimisti del 1860 nel Lagonegrese, seguendo la traccia della tesi che avevamo sostenuto coll’emerito Prof. Vittorio Vidotto all’Università di Roma. Ci fece fare una lista di tutti i rivoluzionari, che erano circa cinquecento, con tutte le loro generalità. Dopo meticolose ricerche ed approfondimenti il lavoro uscì col sintomatico titolo “Storia di una rivoluzione d’ottobre” e fu presentato al premio Basilicata quando ancora era vivo don Tommaso Pedio. Come era solito fare ci seguiva cogli occhi da ingegnere, come veramente ci ha formato nello spirito della ricerca. Il lavoro fu poi pubblicato da Paolo Laurita, col titolo “Una Domenica di sangue”, nei “Quaderni di bacheca”, riecheggiante questa volta la rivoluzione russa del 1905. Quando il giovane Antonio Motta era a Bari a studiare ingegneria, ci raccontava che aveva emendato le bozze di Benedetto Croce per la Laterza. Erano tempi duri e per guadagnarsi qualcosa per vivere faceva il correttore. Lamentava molto il fatto di non avere potuto studiare le lettere classiche, però aveva avuto la fortuna di avere una moglie, Emilia, che era esperta di greco e di latino e che completava quel suo vuoto culturale. Per questo prima di morire ci chiese di tradurre l’epistola in latino di Giacomo Castelli, un intellettuale carboniense del ‘700. Si trattava di un importante itinerario antico del Regno di Napoli, che egli dopo anni di ricerche era riuscito a trovare in un biblioteca di Venezia. E noi lo facemmo. Lo facemmo con quell’amore filiale, quasi per tenere contento un padre che tante volte ci aveva accolto a Potenza. Non facemmo neppure in tempo a finire e rivedere lo scritto che egli morì improvvisamente. Ci siamo rimasti pietrificati dal dolore. Ci decidemmo allora di divulgare lo stesso il lavoro che fu accolto da Michele Nigro, che ringraziamo profondamente, nella sua rivista “Nugae” di Battipaglia. Non avevamo i fondi per finanziare una pubblicazione tanto importante. Non potremo però mai dimenticare quel volto cordiale ed umano, quelle sue mani stanche e sofferenti che ritirava quando volevi stringerle. A Potenza nel suo appartamento c’era una biblioteca storica molto importante. Quando andavamo là ci fermavamo ad ore a fare ricerche ed egli ci stava dietro col suo fare accorto e cortese. Anche da don Tommaso, come lo chiamavamo, c’era uno studio dove ti ci perdevi. Per noi giovani studiosi era come entrare in un paradiso. E ci portò da lui l’amico Peppino Cracas, che lo conosceva bene, perché aveva lavorato alla Corte d’Appello di Potenza e don Tommaso prima di fare lo storico era avvocato. Quando andammo da lui ci sembrava di sognare e si mise a fare quelle domande affettuose sulla storia, da grande maestro per tastare la nostra modesta preparazione, e noi tutti intimoriti balbettavamo le nostre strofette, come se fossimo a fare un esame e poi egli ci portava con gesti di grandiosa nobiltà d’animo al suo impareggiabile livello di cultore. Come dimenticare quando chiese: «da dove vieni?». Ed noi: «Da Castelsaraceno». E lui: «Ma tu lo sai che a Castelsaraceno il primo febbraio del 1861 furono fucilati nove giovani …». Noi non sapevamo niente perché quel fatto era stato cancellato dalla memoria. Ed in memoria di quei nove giovani poi facemmo fare una lapide che fu affissa in piazza. Non vi diciamo il profondo dispiacere e rammarico quando scendendo al paese, ci siamo accorti che la lapide dei nove giovani non c’era più. È stata tolta per dei lavori di ristrutturazione e poi non è stata più rimessa. È come se il cuore infranto assieme a quella lapide fosse stato dilapidato. E quando venne a presentarci a Castelsaraceno si ricordò delle strade provinciali che aveva fatto costruire, mentre i proprietari si erano attruppati per far passare la strada da dove piaceva a loro. E facendo passare un asino davanti lo seguivano tracciando la carraia. Ci raccontò degli studi del giovane Petrucelli Della Gattina, di come i baroni preferivano mangiare i passeri nella polenta. Quel giorno si mise a pure a nevicare e dovette scappare subito a Potenza, non poté fermarsi neppure per la cena. Dobbiamo molto ad Antonio Motta, perché fu egli ad iniziarci, per così dire, allo studio della filosofia. Un giorno regalando uno studio di Franco Venturi - che egli aveva conosciuto nel suo confino ad Avigliano - su Nicolas Antoine Boulanger, disse: «giovane mettiti al lavoro!». All’inizio non avevamo capito cosa intendesse. Egli ci teneva tanto a fare delle ricerche su quel pensatore illuminista, perché oltre ad essere un filosofo, era un ingegnere, come lui. Ci fece tradurre la “Vita di Boulanger” attribuita a Diderot, dal francese. Ed allora ci mettemmo all’opera e da quelle ricerche uscì il primo studio di filosofia su Boulanger “La dittatura di Dio”. Come Boulanger aveva fatto per le vie della Sciampagna, così il Motta aveva girato metro per metro la Lucania e la conosceva a fondo. La sua storia nasceva dalla diretta esperienza sul campo, come proferiva Giustino Fortunato, «il Mezzogiorno è frutto della storia e della geografia». Perciò si faceva chiamare non storico, ma geostorico, ricordando come Bacone avesse inteso che veritas filia temporis, ed anche - perché no? - filia loci. Antonio Motta da giovane era un attivista politico che militava nel PCI. Anche egli, come tanti letterati lucani avevano preso la via dell’esilio dell’emigrazione, però dopo era riuscito a tornare a Potenza. Dopo la primavera di Praga, come tanti intellettuali di sinistra preferì non fare lo yes man ma autenticamente seguì lo spirito del socialismo vero e si avvicinò alla cultura cristiana, soprattutto ad Agostino ed a quella ideale Città neoplatonica e comunistica. Era nato a Laurenzana, un piccolo paese dell’entroterra lucano, Antonio Motta si è spento a Potenza nel 2006, lasciando un vuoto incolmabile culturale, e soprattutto umano. Viveva nel Capoluogo lucano, ove si era inurbato dall’immediato dopoguerra. È stato per molti anni Ingegnere Capo dell’Ufficio Tecnico dell’Amministrazione provinciale, dove ha avuto modo di approfondire le tematiche legate al territorio della Basilicata nella realizzazione di notevoli interventi nel settore della rete viaria: questa specifica esperienza si ritrova negli scritti da lui successivamente pubblicati, di cui si annovera una vasta bibliografia. Insigne storico e studioso ha saputo ben conciliare gli interessi del lavoro con quelli della cultura, cui si dedicò totalmente dall’età della pensione. A questo proposito ricordiamo quanto ci raccontava. Lamentava spesso la corruzione nei lavori pubblici e visto che gli avevano offerto incarichi importanti, rifiutò e preferì andare in pensione prima, pur prendendo di meno. E disse: «Ho appeso il cappotto!». Molte volte ripeteva la frase in dialetto potentino, o “potenzese” nel gergo locale: «non sono le poltrone che fanno i culi, ma i culi che fanno le poltrone!». Ricordava il Machiavelli che proferiva: non sono i titoli che fanno le persone, ma le persone che fanno i titoli. Antonio Motta apparteneva a quella sconsolata e ribelle generazione di antifascisti. È stato amico di Sinisgalli. Aveva conosciuto Scotellaro, il poeta martire socialista delle masse contadine. È stato socio del Circolo Culturale “Silvio Spaventa Filippi” nel cui ambito è stato tra i fondatori del “Premio Letterario Basilicata”, nonché socio della Deputazione di Storia Patria della Lucania e dell’Associazione per la Storia Sociale del Mezzogiorno e dell’area del Mediterraneo, del Centro “Conoscere il Vulture” e dell’Istituto Nazionale di Studi Romani. Si è fatto conoscere dagli studiosi di storia già dal 1981 con il suo “Memorandum per il Centro Storico di Potenza” e nel 1989 con il volume “Carlo Afan De Rivera. Burocrate ed intellettuale Borbonico. Il sistema viario preunitario”, al quale fu assegnato dalla Giuria, presieduta da Tommaso Pedio, il “Premio Basilicata per la Saggistica”. Dall’elenco delle sue opere si evince che ha collaborato con numerose riviste con ricerche e studi relativi a tematiche di storia del territorio con specifico interesse per la storia della viabilità meridionale e regionale «con l’intento di fornire una presentazione compiuta e una verifica concreta sulla realtà locale e settoriale della Basilicata moderna e contemporanea». Tra questi studi si citano ad esempio: “Per le montagne di Basilicata, per tutti quei paesi più o meno alpestri”, “L’abbiamo a piedi percorso, erborizzando”, apparsi sul Bollettino Storico della Basilicata; “Totila e la Lucania” sulla rivista “Radici”. Tra i suoi scritti più importanti, la maggior parte pubblicati dall’ editore Paolo Laurita di Potenza, soprattutto nella collana “Quaderni di bacheca”, ricordiamo, oltre a quelli citati: “Oltre Eboli” (1998); “Giovanni Andrea Serrao Vescovo” (1999), una sua memoria sul 1799 lucano con peculiare riferimento al prelato potentino sacrificato sull’altare della rendita fondiaria. Doveva uscire l’ultimo suo saggio su Potenza: “I cateti del tempo sulla Città”, in cui si raffrontava con l’agostiniana “Città di Dio”. In campo letterario non è stato da meno, già dal 1977 con le “Considerazioni per un’etica della presentazione”, in “Rassegna itineraria di versi e immagini”. Tra le raccolte poetiche si rammentano “Frammenti dall’esilio” (1999) e “Versi di Babele. Babele di versi” (2003). Quest’ultima, in particolare, raccoglie i versi dal 1956 al 1966, «dalla morte di nonno Antonio,» come il Nostro scrive, «al matrimonio con Emilia, scritti tra Bari, Potenza e Laurenzana». Abbiamo ricordato i nostri giganti, sulle cui spalle sicuri guardavamo al mondo. Ringraziamo sentitamente la scrittrice Miriam Ballerini che ci ha concesso di inserire queste pagine di cuore e di vita che hanno profondamente segnato la nostra strada.

Vincenzo Capodiferro

1 commento:

  1. Anonimo13:52

    Caro Vincenzo, nessun ringraziamento, hai condiviso il tuo sentire con gli altri e fatto conoscere quest'uomo anche a chi non l'ha conosciuto di persona. Grazie a te!! Miriam

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