31 gennaio 2012

Recensione "L'ultimo petalo" di Miriam Ballerini - Vincenzo Capodiferro

L’ULTIMO PETALO

Una margherita di racconti e poesie che si posano come petali sul prato della vita di Miriam Ballerini



Rileggere con il dovuto “puro occhio contemplante” come lo definisce Schopenhauer, L’ultimo petalo della scrittrice comense Miriam Ballerini, edito da Serel International, nel 2011, per coglierne le essenze estetiche ed artistiche è come raccogliere nelle stagioni floreali i petali delle cose. È l’epilogo dell’opera che l’autrice stessa così auto-commenta: «La margherita è stata sfogliata. Ci ha accompagnato, petalo per petalo in ogni racconto». La chiosa più pregnante la riportiamo alla fine delle nostre considerazioni. Come ci insegnavano i nostri maestri, come il compianto Antonio Motta, il titolo è l’opera. Così “L’ultimo petalo” rappresenta la destinazione del messaggio che l’autrice vuole consegnare al lettore. L’ultimo petalo è l’ultimo attimo che noi cogliamo tra le mani aperte dal fiore che si sfoglia, è la vita presente, nella sua labile e flebile nonché sconcertante semplice presenza. E questa vita è la continuazione ideale dell’opera d’arte, perché questo è il compito di ogni artista, come affermava Schelling, «ogni magnifico dipinto nasce quasi per la soppressione della muraglia invisibile che divide il mondo reale dall’ideale. È la finestra attraverso la quale appaiono completamente quelle forme e regioni del mondo della fantasia, che traspare solo imperfettamente attraverso quello reale». Il ruolo dell’artista è quello di cogliere il reale in tutti i suoi multiformi e molteplici aspetti, soprattutto, come dice Miriam, nella consapevolezza che «La vita non è bianca o nera; la vita è un arcobaleno steso a lenire lo sconquasso del temporale». Di qui va colto al volo il disegno dell’iride. Noi siamo abituati a vedere le cose in bianco e nero, o in grigio, avvezzi, come una volta, ad un’opaca e manichea televisione. Così i personaggi balleriniani in quelle cornici di paesaggi quasi surreali si rivelano come quei mitici “personaggi” pirandelliani “in cerca d’autore” nella soffusa atmosfera del “così è”, non nella sua assolutezza del contrasto bianco-nero, luce-tenebre, bene-male, ma nella ricchezza e nella varietà del “se vi pare” dei colori e delle sfumature dell’iride. Così i racconti e le poesie della Ballerini sono dei punti di vista che costituiscono delle visioni prospettiche di punti diversi della realtà. Sono un po’ come quelle monadi di Leibniz, che non hanno né finestre, né porte, ma ognuna guarda alla città dell’universo da un differente punto. E tanto per restare in tema riportiamo un famoso passo del grande filosofo tedesco: «ogni porzione di materia può essere considerata come un giardino pieno di piante, o come uno stagno pieno di pesci. Ma ogni ramo di pianta, ogni membro di animale, ogni goccia dei suoi umori è ancora un tale giardino o un tale stagno». Così ogni petalo rappresenta la realtà nella sua completezza e va visto in funzione degli altri, solo così si ha una visione completa del fiore. Questo è il significato profondo che si può cogliere in questa rosa di racconti e liriche della Ballerini. Così Rodolfo, Otello, Leonardo e gli altri protagonisti dei loro drammi e delle loro storie rappresentano l’uomo in tutte le sue proiezioni. D’altronde «Homo sum. Humani nihil a me alienum puto,» Terenzio docet. Non manca in Miriam Ballerini la capacità di cogliere i tratti psicologici dei suoi personaggi, in un sottofondo quasi sveviano, che si strugge nello smarrimento esistenziale. E vi vengono trattati tutti i temi sociali, politici, storici, economici, del lavoro, dell’emigrazione, della scuola, della famiglia, dell’integrazione come dell’emarginazione, al limite del realismo e della cronaca. E non mancano a proposito in questa rosa dei fatti che si ispirano a storie vere. Ci sono quindi delle tendenze veristiche non indifferenti nelle narrazioni della Nostra. Per mancanza di spazio riportiamo solo alcuni aspetti, tipo quello attualissimo della Shoah, corredato dalla bella poesia “Auschwitz”: «Quanto dolore / può contenere un uomo?/ Dalla punta dei capelli rasati, / ai piedi stanchi di camminare/ tra fantasmi col pigiama a righe./ Quanti ricordi può contenere un numero?» (p. 164). Si avvertono in questi versi un’enfasi ed un pathos straordinari. Oppure il tema, a me caro, dell’emigrazione, parallelo a quello dell’olocausto, nella realistica lettera del 1958: «Lavoriamo in segheria, mangiamo nella segheria, dormiamo nella segheria. All’interno ci sono delle baracche piene di buchi e di topi, dove stiamo con altri italiani. Non siamo trattati bene, anche se lavoriamo dalla mattina alla sera, fino a romperci la schiena. Ci chiamano mafiamann, uomini della mafia, e katzelmacher, fabbricacucchiai, per dire che vagliamo poco, ma anche perché facciamo tanti figli…» (p.73). Molto forte questo tema se si pensa che è contestualizzato in una regione del nord, e questo si intreccia con quello dell’extracomunitario, tanto toccato anche da Miriam nei suoi petali. Pensiamo al limite del primitivismo: «A volte vorrei fuggire, andarmene dove la civiltà non esiste. Farmi una capanna su un albero e starmene ben lontano dalla gente. Non te lo direi se non fossi ubriaco» (p. 139). Sono solo alcune delle numerose problematiche e tematiche enucleate. Concludiamo con la chiosa che Miriam stessa riporta nell’ “Epilogo”: «Abbiamo così appurato che la vita non è mai logica, razionale. Tanti ingredienti la compongono, molti ne alterano il sapore… Non siamo alla fine del nostro viaggio, ma solo all’inizio. Io proseguo, bastone alla mano, nel mio cammino verso l’altro. Quando si pensa di aver compreso tutto, una nuova storia sconvolge le nostre certezze». È quello che dicevamo all’inizio. L’ultimo petalo è anche il primo nell’alfa e l’omega che la vita ci serba. Vi è in queste parole una nota di nietzschiano irrazionalismo, che è anche vitalismo .
In tal senso l'autrice intende investigare il lato notturno dell'anima, l'oscuro mondo dei sogni, fatto di istinti e di forze biologiche primigenie e di tutti gli aspetti inquietanti del comportamento umano, che rimangono eterei ed immutati pur nella piena età del progresso, della scienza e del mondo globalizzato. Questa esplorazione fa vibrare le tonalità abissali di quell'iride che è la vita, risveglia atteggiamenti futuristici che paradossalmente si fondono con quelli arcaici, forze affettive, non razionali, che in un certo grado trasformano l'uomo in una creatura abbandonata e disponibile, nel suo mondo magico e surreale.
C’è il profondo richiamo all’eterno ritorno, a quella sorta di “coincidentia oppositorum” che si può raggiungere solo nell’attimo, perché l’attimo è un petalo di eternità.



Vincenzo Capodiferro


La costituzione in paradiso


LA COSTITUZIONE IN PARADISO
di Antonio V. Gelormini

Ne sono certo. Oscar Luigi Scalfaro si presenterà alle porte del Paradiso col suo intramontabile sorriso, il rosario in tasca, e avendo ben stretta tra le braccia la Costituzione della Repubblica Italiana. Sarà il suo ultimo, ma imperituro gesto da Presidente emerito, senatore a vita e Presidente dell’Associazione di Difesa della Carta.
“Amatela, proteggetela e praticatela”, ebbe a raccomandarci durante una delle tante iniziative organizzate da “Libertà e Giustizia”, per la salvaguardia della Carta Costituzionale. La teneva tra le mani come un breviario, e non tralasciò di aggiungere: “E’ il frutto ricco e sofferto di una pagina storica immensa, che i Padri Costituenti, di cui mi onoro umilmente di aver fatto parte, hanno scritto con l’impegno, l’amore e l’intelligenza politica che il popolo e questo Paese meritavano e continuano, nonostante tutto, a meritare”.
Ci piace immaginarlo con i ritrovati amici di sempre, Alcide, Aldo, Umberto e Piero (De Gasperi, Moro, Terracini e Calamandrei), nell’aula senza confini dell’aldilà, mentre ne declama con orgoglio gli articoli. Da strenuo difensore di una laicità nobile e solenne, da autentico democratico cristiano, potrebbe anche essere capace di chiedere a Mosè di fargli spazio, per affiancare le Tavole di Montecitorio a quelle del Monte Sinai.



30 gennaio 2012

Torino segreta di Lodovico Ellena

Lodovico Ellena
TORINO SEGRETAEdizioni Tabula fati


Torino è realmente una città strana: anche il più scettico degli osservatori dovrà infatti arrendersi di fronte all'evidenza. Dettagli, particolari coincidenze, atmosfera e strane curiosità fanno di questa città un luogo decisamente singolare. Il diavolo che fa capolino nelle chiese, per le strade, sui muri e spesso nella cronaca; il boia, misteri, personaggi inquietanti, simboli esoterici e molti altri aspetti rendono Torino — non a caso sullo sfondo di molte pellicole di Dario Argento — unica e imprevedibile.
Questo libro, alla sua seconda edizione riveduta e ampliata, aiuta a capire perché la fama legata al capoluogo piemontese non sia effettivamente poi così gratuita...



Lodovico Ellena
TORINO SEGRETA
Copertina di Romolo Di Michele
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-224-9]
Pagg. 120 - € 10,00
http://www.edizionitabulafati.it/torinosegreta.htm

28 gennaio 2012

22-11-'63 di Stephen King

22/11/’63  di Stephen King
(c) 2011 Sperling & Kupfer – Pandora ISBN 978-88-200-5135-8  86-I-11 Pag. 768  € 23,90

Questo nuovo lavoro di King ha qualcosa di diverso dai suoi altri libri: al di là della sua capacità di scrittura, di presentarci personaggi sempre nuovi, di riempire pagine e pagine, affezionandosi alla storia come solo lui sa fare; ecco, al di là di tutto ciò, in questo libro troviamo dei tratti storici e una ricerca dettagliata del giorno 22 novembre 1963.
A chi questa data non dicesse nulla, ricordo che è stato il giorno dell’omicidio di J.F. Kennedy.
King si cimenta, dunque, in un romanzo storico? No! King fa una accurata ricerca su quegli anni, sulle abitudini, sulla gente. Su Oswald, l’assassino di Kennedy.
Il libro parte dal 2011, da Jake Epping, un professore, amico da anni di Al, gestore di una tavola calda, al quale sta per scadere il suo tempo terreno. Prima di morire, Al conduce Jake sul retro della sua bottega e gli mostra “la tana del coniglio”, una buca temporale che, ogni volta che la si attraversa, sbuca  a Lisbon Falls, alle ore 11,58 del 9 settembre 1958. Non importa quanto tempo ci si trattenga, quando si torna nel 2011 saranno sempre passati solo 2 minuti. E tutto quello che si è modificato del passato, se, dopo essere tornati si riattraversa la buca, si azzera.
In qualche modo ci ricorda “Ritorno al futuro”, la serie fortunata dei tre film che narravano del viaggio nel tempo; King, nel libro, arriva anche a citarli. Qui, anziché una bella macchina, si usa un buco temporale nel muro.
Al ha un progetto: fermare Lee Oswald e salvare Kennedy. Ma per lui non c’è più tempo, il cancro lo sta rapidamente divorando.
Ecco che espone il suo piano a Jake, il quale… accetta.
Vivrà 4 anni nel passato, aspettando la data dell’attentato, fermando Oswald.
Sarà George Amberson, e, prima di fermare l’attentatore di Kennedy, farà in modo che altre persone da lui conosciute, non abbiano a subire quello che avevano passato. In pratica: cambiando loro il futuro.
Ma ogni azione compiuta nel passato, modifica non solo quel momento, ma anche gli avvenimenti futuri.
Il libro è come sempre convincente, cattura il lettore e lo porta fino alla conclusione accidentata: il passato non vuole essere cambiato e farà di tutto perché questo non accada.
George dovrà lottare più del previsto. George incrocerà la sua vita con quella di altri e non potrà impedire di innamorarsi.
E cosa sarà mai accaduto nel 2011 dopo che la storia è stata cambiata? Per scoprirlo, suggerisco di colmare questa curiosità con la lettura del romanzo!! Non è bene che un recensore sveli il finale.



© Miriam Ballerini

Carmen, la libertà senza confini al Petruzzelli di Bari

Lorin Maazel apre la stagione lirica del Petruzzelli
CARMEN, LA LIBERTA’ SENZA CONFINI
di Antonio V. Gelormini



La ventata d’aria fresca nella nuova stagione lirica del Teatro Petruzzelli è arrivata, dolce e carezzevole, dall’alveo del suo “golfo mistico”, con le sonorità raffinate, eleganti e liricamente calde di un’orchestra impeccabile, che la maestria di una bacchetta eccellente, quella di Lorin Maazel, ha esaltato sulle note raggianti e senza confini della “Carmen” di Georges Bizet.
Un po’ più fredda, invece, l’atmosfera scenografica di una Siviglia mortificata dalla lacerante guerra civile di fine anni trenta, mentre si appresta a vivere il lungo e controverso regime di Francisco Franco, che incomberà sulla Spagna, per 36 anni, fino al 1975. Una scelta coraggiosa del regista inglese, William Kerley, e dello scenografo e costumista, Tom Rogers, che incastona l’azione scenica moderna in un fiero e austero tratto vittoriano (con riflessi anche shakespeariani, secondo lo stesso Kerley), piuttosto che nel più tradizionale, spavaldo e rivendicativo approccio di acceso sapore hemingwayiano.
Una Carmen più continentale e meno mediterranea, che ha trovato un’ottima declinazione nelle estensioni vocali del mezzosoprano russo, Ekaterina Metlova, al suo primo confronto con la forte personalità della gitana conturbante. A farle da corona i contrappunti melodici di Laura Macrì e Marta Calcaterra (Frasquita), e di Antonella Colaianni (Mercedes). A tenerle testa, le voci maschili di un attraente Richard Troxell (Don José) e di un sicuro Corey Crider (Escamillo). Il controcanto scenico ha messo in evidenza una spigliata Sasha Djihanian (Micaëla), artefice di una delicata e magnifica “aria-preghiera” nel terzo atto.
Magistrale, ancora una volta, la performance del Coro del Petruzzelli, che il maestro Franco Sebastiani ha sapientemente modulato, insieme al maestro Luigi Leo e alle sue voci bianche, negli spazi resi disponibili dalle esigenze scenografiche della regia di Karley. Pertanto, al di là del fatto che Siviglia non è Eton, e che una corrida è evento ben diverso da una corsa di cavalli, qualche perplessità persiste tutt’ora nell’aver colto lo sforzo di trasformare il palcoscenico teatrale in schermo cinematografico, foss’anche in prospettiva tridimensionale.
Comprensibile il tentativo di ricerca di soluzioni sceniche più contemporanee (anche se Carmen è forse l’opera che ne sente meno il bisogno), magari consone anche un pubblico lontano più abituato ai piani da grande schermo, ma vedere sottoutilizzato l’enorme palcoscenico del Petruzzelli, facendolo risultare “affollato” dal copioso corpo scenico “corale” dell’opera di Bizet, non ha vinto la sorpresa del pubblico locale. Comunque soddisfatto e per niente avaro di applausi, anche per l’epilogo suggestivo di questa grande opera: “Uccidere per amore, morire per la libertà!”
Il Petruzzelli si accinge a prendere il largo, a superare le Colonne d’Ercole e a puntare dritto oltreoceano: verso quel Nuovo Mondo che si dipana lungo la frontiera moderna di festival internazionali, come quello di Castleton in Virginia (USA). Il varo della stagione lirica è stato affidato a due caravelle di pregio del repertorio operistico del Vecchio Continente: la stessa Carmen e Il Barbiere di Siviglia, a cui se ne aggiungerà una terza nel cartellone virginiano, la Bohéme, al momento ancora nel cantiere americano di Castleton.
Un po’ Ulisse, un po’ Colombo e un po’ Mosé, a prenderlo per mano e metterlo sotto la sua prestigiosa ala protettiva sarà il maestro Lorin Maazel, un “giovane” nocchiero di 81anni. Capace di passare, in poco più di tre mesi, dalla realizzazione di 5 repliche di Carmen con l’Orchestra del Petruzzelli di Bari, a una tournée in Scandinavia con i Wiener Philarmoniker, per poi tornare in Puglia e metter mano alle cinque repliche del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. Un salto di qualità, di maturità e di professionalità nient’affatto scontato per l’Orchestra, il Coro, le maestranze del Petruzzelli, per la città di Bari e per la stessa Puglia nel suo insieme.     (gelormini@katamail.com)  

24 gennaio 2012

Quel santo laico e maledetto! Di Carlo Sini


 
 
QUEL SANTO LAICO E MALEDETTO!
 
Il dramma del giovane Spinoza in una conferenza dell’emerito Prof. Carlo Sini all’Università “Insubria” di Varese
Si è tenuta venerdì 20 gennaio alle 9 nell’aula magna della sede storica dell’Insubria in Via Ravasi a Varese, una significativa ed intensa conferenza sul tema della ragione in Benedetto Spinoza, tenuta dall’emerito Professor Carlo Sini dell’Università di Milano. L’evento è stato programmato all’interno del progetto “Giovani Pensatori”, seguito dal Prof. Fabio Minazzi, dell’Insubria e dei suoi collaboratori, trai quali ricordiamo Paolo Giannitrapani e Marina Lazzari. Questa conferenza è stata importante perché vi ha preso l’avvio la fondazione, tramite aperte adesioni, di una sezione della Società Filosofica Italiana a Varese. E Varese deve essere grata a Minazzi per questa grandiosa opera, perché vi mancava un polo che potesse accogliere gli intellettuali ed i pensatori, come manca ancora un polo letterario, non che mancassero i letterati ed i filosofi. È difficile poter a parole testimoniare con quale intensità, passione e semplicità stravolgente il Prof. Sini abbia potuto tenere questa sua magistrale lezione sulla razionalità e sulla figura di Benedetto Spinoza. Carlo Sini è una stella luminosa del panorama filosofico italiano e per noi, insegnanti di filosofia, e credo per tutta la platea, composta per lo più da alunni dei licei della Provincia di Varese, ascoltarlo è un’emozione veramente bella ed indimenticabile. E tutta questa profondente e commovente lezione parte da una drammatica data, il 27 luglio del 1656, quando la scomunica della Sinagoga piomba su questo giovane, rimasto orfano, pensatore ebreo Benedetto Spinoza: «Escludiamo, espelliamo, malediciamo ed esecriamo Baruch Spinoza. Lo malediciamo con questo herem come Giosuè maledisse Gerico. Lo malediciamo come Eliseo ha maledetto i ragazzi… Che sia maledetto di giorno e di notte, mentre dorme e quando veglia, quando entra e quando esce. Che l’Eterno non lo perdoni mai…» e così ancora «Maledetto… maledetto…» inframmezzato dal lamento del corno e dallo spegnersi delle candele fino al buio. Il giovane Spinoza non assistette a quella macabra celebrazione, ma ne rimase profondamente scosso e nei successivi cinque anni si ha veramente un buio della sua vita, prima che si mettesse a fare il tornitore di lenti, rifiutasse le cattedre che gli erano state offerte; rifiutasse di pubblicare le sue opere per non mettere a rischio la sua vita. Sini col suo metodo fenomenologico descrittivo ci dà un’immagine vicina ed afferrabile del dramma di una vita, bandita ed odiata, da tutti, ebrei, e figuriamoci dai cristiani, che già ce l’avevano contro gli ebrei, per le sue idee e per la sua libertà. Sini ci presenta più che lo Spinoza dei libri e dei massimi sistemi panteistici, monistici, che pure vi si possono riscontrare, lo Spinoza che vaga, invece, sempre col mantello lacerato, che lo aveva salvato dal pugnale dell’attentatore. Ne segue l’analisi del Trattato sull’emendazione dell’Intelletto. Sini non parte dall’assoluto, o dall’infinito, ma proprio dal finito, dalla crisi, dalla preoccupazione, dalla disperazione di un giovane ventiquattrenne che giunge, attraverso un cammino filosofico al risentimento purificato. Questo giovane, così provato, non usa mai parole contro i suoi accusatori, contro coloro che lo maledicono: «poiché l’esperienza mi ebbe insegnato che tutte le cose che spesso accadono nella comune vita sono vane ed insignificanti; vedendo che tutte le cose le quali, e per le quali, io temevo, non avevano in sé nulla di buono, né di cattivo, se non in quanto l’animo ne veniva turbato, stabilii finalmente di cercare se vi fosse qualcosa che fosse un vero bene e capace di essere comunicato, e dal quale soltanto, abbandonate tutte le altre cose, l’animo venisse soddisfatto». È il giovane che si libra, socraticamente e stoicamente verso l’infinito. Sini brillantemente cerca di afferrare le motivazioni psicologiche che portano questo giovane intellettuale, che ha rinunciato a tutto pur di non rinnegare le sue idee, alla ricerca di un bene e soltanto dopo alla costruzione dei suoi massimi sistemi. Ricchezze, reputazione e piacere sono i tre oggetti che occupano le cure umane: «Sui danno moltissimi esempi di coloro che hanno subito la persecuzione fino alla morte a cagione delle loro ricchezze, e anche di quelli che, per procacciarsi dei beni, si esposero a tanti pericoli, che alla fine pagarono con la vita il fio della loro stoltezza. Né minori sono gli esempi di coloro che, per conseguire e per consolidare la loro reputazione, ebbero grandi sventure. Vi sono poi innumerevoli esempi di coloro che a causa di smodati piaceri si affrettarono la morte. Da ciò appariva manifesto che tali mali erano nati dal fatto che tutta la felicità o l’infelicità consiste soltanto in questo: cioè nella natura dell’oggetto al quale siamo avvinti d’amore». La meditazione sofferta, che il giovane Benedetto, che era stato tanto maledetto, pagò col dramma della sua stessa vita, il “santo laico”, portò ad una ben diversa conclusione: «Ma l’amore verso la cosa eterna ed infinita riempie l’animo soltanto di letizia ed è immune da ogni tristezza». Di qui inizia quel cammino che parte dai sensi ed attraverso la ragione conduce all’Amore intellettuale. Dietro allora quel filosofo che pare così freddo e dogmatico vi è invece tutta la passione di una vita, abbandonata da tutti, persino dalla propria famiglia, una vita che rifiutò tutto, anche le ricchezze che gli erano state offerte per rinnegare, gli onori, per sostenere invece le proprie idee liberamente. E agli ebrei, che per necessità erano costretti al commercio, non mancavano certamente i fondi. Così Spinoza giunge all’ordine eterno, il Deus sive Natura: non è stata apparecchiata la natura per l’uomo, ma al contrario, l’uomo altri non né che un modo degli attributi della Sostanza e la sostanza è una, infinita ed eterna. Così Spinoza supera il dualismo cartesiano di pensiero ed estensione: sono attributi della medesima sostanza. La via della ragione in Spinoza diventa allora quella della liberazione dalle passioni e dall’immaginazione, dalle superstizioni e dalle futili credenze. La filosofia non diviene il sapere del tutto, anzi la dotta, socratica, ignoranza: sapere quanto basta per giungere alla felicità che è l’Amore, come lo definisce Spinoza l’Amor Dei Intellectualis. Questo il fine supremo della sua Ethica more geometrico demonstrata. La filosofia ha uno scopo eminentemente pratico e non, o non solo, teorico. Il messaggio dell’etica spinoziana è molto simile a quello cristiano e a quello buddista. Anzi, sottolinea il Sini, per Spinoza il Cristo è il più grande profeta degli ebrei, perché ha compreso la legge dell’amore e si è sottoposto alla grandiosità ed alla potenza del Tutto. Per raggiungere l’amore però non basta la razionalità, o la scienza, e Spinoza vive proprio nel fecondo periodo della rivoluzione scientifica, che trova in Copernico e Keplero, in Galilei e Newton i suoi massimi sostenitori. L’amore si raggiunge solo attraverso la via intuitiva ed unitiva al tutto che ci porta all’amore di Dio ed il lui all’amore di tutte le creature e di tutte le cose, viste non più sotto la loro ordinaria specie temporis, ma sub specie aeternitatis. In questo senso, ribadisce il Sini, noi siamo ancora tolemaici, perché con tutta la rivoluzione copernicana, ancora crediamo fermamente di essere al centro del tutto. Spinoza allora con la sua vita e colla sua filosofia ci insegna una strada per liberarci dalle illusioni delle passioni, che pur essendo potenze della natura sono idee confuse. Proprio però l’inadeguatezza strutturale della nostra conoscenza è il fondamento della liberazione, e questa si fonda socraticamente sull’ignoranza, non sulla scienza. In questo profondo senso nella finitezza dell’individuo c’è invece il germe della felicità. Nel capolavoro del Nostro, il Trattato teologico-politico, poi si trova il coronamento di tutto questo cammino: fondare una società politica massimamente felice e sicura che consenta ai suoi membri di divenire più liberi e più forti.
 

Vincenzo Capodiferro



23 gennaio 2012

Il Papa tenuto lontano dai bambini

Il Papa tenuto lontano dai bambini
Troppa cortina protettiva attorno a Benedetto XVI



A conclusione di un’udienza papale centrata sulla necessaria e perseguibile “Unità dei cristiani”, in una sala Nervi come al solito affollata, Benedetto XVI ha accolto una lunga fila di dignitari, prelati e rappresentanti di associazioni, ma non è riuscito a dedicare più di un saluto formale al gruppo di bambini degenti presso l’Istituto nazionale per la ricerca e la cura dei tumori di Milano, nel citare l’elenco dei gruppi italiani intervenuti.
Un viaggio lungo, affrontato in pullman, all’insegna del motto: “Vado al massimo”. Un grido cantato, pieno di entusiasmo e di speranza, per un incontro molto sentito, confortante e carico di semplici aspettative.
Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio” (Mc 10,14). Un passo più volte citato durante le preghiere e la preparazione dell’incontro, anche per entrare in clima col tema unitario della giornata, che come ha sottolineato il Santo Padre: “Richiede una conversione interiore, sia comune che personale”. Quella che lo stesso vangelo individua nella ricerca all’immedesimazione proprio con i bambini.
E’ stato mortificante, a fine udienza, leggere una silenziosa delusione negli occhi di quei bambini, che pensavano di incrociare da vicino il sorriso del Papa. Bambini abituati a lottare per una vittoria spesso improbabile, talvolta difficile e comunque quotidianamente sofferta.
Amaro aver visto sfilare in costume dinanzi al Pontefice, visibilmente stanco, persino “le pance grosse di Magonza”, l’associazione carnevalesca tedesca per il 175esimo anniversario, e veder poi negata la possibilità anche solo a qualcuno di quei bambini di potersi avvicinare a Sua Santità. 
Bambini segnati dalla sete di speranza e di conforto, nonché da un disperato bisogno di “contatto”. Anche di una sola carezza, concreta o metaforica che sia, ma che al calore del contatto aggiunga la dolcezza “trasformatrice” della terapia spirituale.
Conciso e beneaugurante il commento a mezza voce di una mamma lì presente, mentre accarezzava la sua bambina: “Troppa cortina protettiva. Adesso speriamo che qualcuno gli suggerisca di venirli a trovare a Milano. Magari alla prima occasione di visita al neo arcivescovo della diocesi capoluogo, l’amato card. Scola”. “Che Dio lo voglia!”, è stata la risposta colta alle mie spalle.





19 gennaio 2012

Il pensiero moderno secondo J. Maritain




 

IL PENSIERO MODERNO SECONDO J. MARITAIN
Una rilettura di Piero Viotto


In questa monumentale opera Il pensiero moderno secondo J. Maritain, edita da Città Nuova nel 2011, Piero Viotto rilegge la storia del pensiero occidentale con gli occhi del grande teorico de l’ Humanisme intégral. Il filosofo varesino ha rielaborato quanto Jacques Maritain ha tracciato sulla genesi e sulla crisi della modernità, lavorando sui 65 volumi della sua Opera Omnia, che abbraccia tutti gli scritti dal 1913 al 1973. Il Viotto è un profondo studioso del filosofo francese e già su di lui aveva pubblicato diversi saggi ed in questo percorso storico ribadisce: «Jacques Maritain attraversa il pensiero moderno senza lasciarsi convincere dalle sirene del pensiero debole e del nichilismo». Il ritorno a Tommaso d’Aquino è dettato a Maritain proprio da un’analisi critica del pensiero moderno, che parte dal Sogno di Cartesio sino alla selva oscura del pensiero occidentale contemporaneo. Il mondo moderno si trova in una drammatica crisi ed i motivi sono da ricercare nell’ambito più propriamente filosofico e culturale: perdita del senso dell’essere, immanentismo, soggettivismo, negazione della persona umana, esaltata a parole ma rifiutata nei fatti, materialismo ed ateismo. Rifarsi a Tommaso significa in concreto accettazione di una gnoseologia e di una metafisica oggettivistica. Questa storia del pensiero moderno pertanto è alternativa, diacronica, più che sincronica e rifugge, secondo il Viotto, sia dagli schemi dello storicismo idealistico, come la Storia della Filosofia di Guido De Ruggero, sia da quelli di impostazione marxista come la Storia del pensiero scientifico di Luigi Geymonat. Come aveva fatto Husserl ne La crisi delle scienze europee, anche se in maniera diversa, Maritain rompe allora con la tradizione ottimistica di Comte, di Hegel e di Marx, i quali ritengono che «l’ultima filosofia apparsa nella storia sia quella vera, che dialetticamente riassume in se stessa tutte le tradizioni del passato», memori della lezione di Bacone, che aveva professato la “Veritas filia temporis”, e di Leibnitz che aveva professato: «il presente è gravido di avvenire», ragion per cui il progresso è frutto di ciò che precede, è il risultato necessario del precedente e il motore del susseguente. Pur nella rottura dell’idealismo romantico per cui dal panteismo spiritualistico hegeliano si approda all’ateismo materialistico marxiano, rimangono immutate le leggi della storia che sono dettate dalla logica dialettica. Per Maritain invece la filosofia trascende la storia e seguendo Aristotele e San Tommaso, la verità non è mai, né può essere in fieri, perché «riferendosi all’essere, trascende e giudica il divenire». A maggior ragione questa storia della filosofia, afferma a chiare lettere il Viotto, è «ideologicamente neutra» e soprattutto «non confonde storia e filosofia della storia». E così Jacques Maritain realizza, secondo la bella interpretazione di Piero, quello che il nostro Giovan Battista Vico aveva ritenuto nella storia, intesa come verum ipsum factum, come la sintesi di filologia, o documentazione, e filosofia, cioè interpretazione razionale. Il certo è ciò che avviene, la verità di fatto, che si fonda come il grande Leibnitz aveva ravvisato, sul principio di ragione sufficiente: nihil est sine ratione, cur potius sit quam non sit. Il vero, invece, è la conoscenza dell’universale, dei principi eterni, delle verità di ragione, che sono anche leggi della storia, in quanto permettono di “scire per causas” i fenomeni transeunti. E queste verità si fondano sul principio di identità, o di non contraddizione, «haec res est illa res». La filologia è la scienza del certo, la filosofia la scienza del vero. La storia è l’inverare il certo e l’accertare il vero. Piero Viotto è stato docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica di Milano. Ha tradotto di Maritain: Scienza e saggezza. L’educazione della persona. Il pensiero di San Paolo. Ha scritto l’introduzione all’edizione italiana di Umanesimo integrale. È membro dell’Istituto Internazionale J. Maritain. Collabora con riviste scientifiche e filosofiche nazionali ed internazionali. Tra le altre opere ricordiamo: Jacques Maritain. Dizionario delle opere (2003). Raissa Maritain. Dizionario delle opere (2005). Grandi amicizie. I Maritain e i loro contemporanei (2008). Ultimamente, il 20 ottobre, presso la sala Morselli della biblioteca civica di Varese, ha presentato l’Elogio della democrazia, edito sempre nel 2011 da La Scuola, un’antologia sul pensiero politico del grande filosofo francese.

Vincenzo Capodiferro



17 gennaio 2012

Il risveglio del fuoco di Chiara Cilli

Chiara Cilli
IL RISVEGLIO DEL FUOCO
Edizioni Tabula fati

Cinque Dee, belle in modo assurdo e spaventosamente potenti, insieme al Dio Mas e al Dio Dahan esercitano il loro dominio sulle cinque Terre che compongono Penthànweald, ma la loro litigiosità è tale da rendere impossibile la condivisione di tempi e intenti.
È così che gli Inferi danno vita a una creatura fantastica, la Fanciulla delle Fiamme, che solo nel momento in cui avrà piena consapevolezza della propria forza, potrà decidere di diventare la sovrana assoluta.
Fino ad allora sarà per tutti l’Erede, avversata ed egualmente temuta, ricercata con ogni mezzo per poter essere eliminata prima di compiere la sua scelta…
Morwen compare a Thera su richiesta di Re Ashiwar.
La Dea Lash sta scatenando il putiferio nella Terra degli Uomini e c’è bisogno che la giovane cominci a saldare il suo debito di gratitudine nei confronti del sovrano che l’ha accolta a dispetto della sua pericolosità.
Ma lo scambio di favori non è esattamente quello che l’anziano Re si aspettava…
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Giovanissima, appena ventenne, Chiara Cilli vive a Pescara dove è nata nel 1991. Appassionata di grafica, ha sempre coltivato la passione per la scrittura d’argomento fantastico.
La sua già fervida immaginazione si è negli anni arricchita attraverso letture di genere, in particolare Keri Arthur e J.R. Ward, fino a condurla nell’ammaliante Regno di Penthànweald, luogo in cui si svolgono i quattro episodi della Saga della Regina degli Inferi.
Il suo talento ha dato vita al personaggio di Morwen, dea affascinante oltre ogni mortale aspettativa, e l’ha resa indimenticabile, corredandola di tutte le qualità che appartengono alle ragazze della sua generazione, facendo così del suo primo romanzo anche uno spaccato di vizi e virtù degli adolescenti moderni.



Chiara Cilli
IL RISVEGLIO DEL FUOCO
Copertina di Vincenzo Bosica
edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-246-1]
Pagg. 272 - € 18,00
http://www.edizionitabulafati.it/ilrisvegliodelfuoco.htm

14 gennaio 2012

Dove nessuno mai di Mauro Contini

Mauro Contini
DOVE NESSUNO MAISci-Fi Collection


Leonardo lavora al CERS da qualche anno quando su un piatto d’argento gli viene offerta l’occasione della vita. Due giorni per abbandonare tutto e, soprattutto, nessuno deve sapere.
Ma qualcosa non torna. Perché lui? Lui che ha avuto l’unico merito di formulare una bislacca teoria capace solo di rovinargli la carriera. Perché deve partire così in fretta? Chi ha incaricato quella oscura figura di sostituirlo in tutto e per tutto a sua insaputa? Cos’è accaduto nella desolata Lalande da innescare un gioco troppo grande e rischioso per chiunque?
Eventi apparentemente casuali e imprevisti, situazioni pericolose, misteri che si infittiscono, amicizie da rivedere, si intrecciano in modo indissolubile per ricomporre una trama spezzata e dare il via a nuove sconcertanti rivelazioni.
Leo scoprirà che la sua vita, e di chi lo circonda, sono scritte su un Libro a cui ancora deve apporre la parola "Fine".

Appassionato di fisica e di letteratura SF, in particolare quella della vecchia scuola, Mauro Contini lavora come informatico a Bologna, dove è nato nel 1970.
Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari, arrivando tra i finalisti al "Tabula fati 2009" con "Provaci ancora Spat" e al premio "Oltrecosmo 2007" con "Il mio primo romanzo"; nello stesso anno pubblica "Zero Inclusioni" ("FUTURO Europa", n. 47), in seguito ottiene una segnalazione di merito nel 2008 dalla Delos per "Dio geometrizza sempre".


Mauro Contini
DOVE NESSUNO MAI
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Tabula fati
[ISBN-978-88-7475-251-5]
Pag. 176 - € 13,00
http://www.edizionitabulafati.it/dovenessunomai.htm

10 gennaio 2012

Il ricordo di Don Salvatore Vigilante

IN RICORDO DI DON SALVATORE


Prete psicologo e poeta, amico e maestro di virtù sublimi
Come dimenticare l’immagine di don Salvatore, che orat et laborat? Egli fu per me maestro di virtù sublimi, negli anni dello studio in Seminario ed anche oltre. Mi seguì nella mia formazione giovanile, lui che versava in molte cose, dalla poesia alla musica, - era anche organista e compositore -, dalla teologia alla psicologia, - era un valido analista. Quante volte mi aveva ospitato nella casa parrocchiale di San Rocco, a Potenza, la quale era divenuta un centro di accoglienza per i giovani bisognosi, aspiranti al sacerdozio. E quanti ne ha salvati con la sua zelante cura! Non era raro trovare don Salvatorecon la zimarra sporca, che non toglieva mai, tutta incalcinata, o con picozza e badile, calderella e cazzuola a lavorare in Chiesa o nei locali annessi alla casa parrocchiale di San Rocco a Potenza. Aveva difeso il campetto di calcio dagli attacchi di insensibili amministratori, che nell’area avevano già intravisto affari. Voler racchiudere in una piccola urna di testimonianza tutto quello che è stato don Salvatore Vigilante è a dir poco impossibile. Il prete artigiano era nato a Pignola il 15 dicembre del 1919. La sua famiglia era povera e numerosa. Le sue sorelle lo hanno assistito fino alla morte, nel marzo del 2010. Fu ordinato sacerdote nel 1944 e dopo nominato parroco di San Rocco dal grande mons. Augusto Bertazzoni, che aveva conosciuto San Giovanni Bosco, di cui fu diretto discepolo. Si racconta a proposito che il Santo gli avesse predetto il futuro, quando ancora era ragazzo, e battendogli le mani sul capo avesse esclamato: «Che bella testa da mitria!». E così avvenne! E venne a Potenza, della cui diocesi fu elevato vescovo da Pio XI nel 1930, evi stette fino al 1966. Don Salvatore raccontava che aveva richiesto all’augusto vescovo di voler andare in missione, ma che egli rifiutasse. Allora decise di fare il missionario a Potenza. Era solito difatti dire: «se don Salvatore non va in missione, sarà la missione ad andare da don Salvatore!». Rimase parroco di San Rocco dall’agosto del 1950, dopo la prematura morte di don Antonio Satriano, per un cinquantennio. Negli anni difficili del dopoguerra costruì chiese nelle vicine contrade del potentino e dell’aviglianese e seguì numerose comunità parrocchiali nelle impervie e disperse campagne in cui si recava con una Lambretta. Gli anziani ancora lo ricordano. Negli anni della contestazione giovanile il prete operaio si pose sempre a difesa degli operai e fu un prete contestatore dei poteri forti, anche all’interno del clero lucano, che - non dimentichiamo -, aveva martirizzato il vescovo Giovanni Andrea Serrao nel 700.A tal proposito raccontava un curioso aneddoto. Una volta che c’era un’assemblea del clero lucano, don Salvatore, visto che si tardava ad iniziare, chiese al vescovo come mai. Ed il mantovano mons. Bertazzoni, rispose «aspettiamo Emilio!». Aspettavano infatti Emilio Colombo. Al che don Salvatore sdegnato se ne andò. Seguì molto i giovani di Azione Cattolica. Era molto sincero e scontroso, per cui avverso agli ambienti farisaici, all’ipocrisia tipica delle sagrestie locali. Dal pulpito palpitante di San Rocco era una “voce di uno che grida nel deserto!”. Ripeteva spesso il proverbio in dialetto potentino: «chi dice la verità vuole essere ucciso!». E il suo attacco si scagliava imperterrito contro lo scadimento morale, religioso e civile della politica, della società e della chiesa. Aiutava molto e famiglie e gli anziani. Era per i giovani una guida. Molti che avevano bisogno si recavano a lui ed egli, fine psicologo, li seguiva con quella psicologia Christi, che non può fare a meno della spiritualità. Aveva tentato di creare un ordine religioso di suore laiche, impegnate nel sociale, le pie figlie di San Paolo. E di Paolo don Salvatore fu sempre un ammiratore e seguace. Di queste, che tutte furono disperse, gli rimase accanto fino alla morte la sua figlia spirituale prediletta, Possidente Donata. Ancora ne conserviamo con affetto il regolamento da lui redatto. Fu il primo a Potenza a creare dal nulla un centro di accoglienza per gli extracomunitari, in tempi in cui ancora non si avvertiva proprio il problema dell’integrazione sociale. Attento al dialogo interreligioso, aperto e fine intenditore di musica e soprattutto di poesie. Don Salvatore ci ha lasciato un patrimonio di quaderni di poesia pubblicati da Paolo Laurita. Vi tratta di tutto, dalla psicologia alla teologia, dalla filosofia all’antropologia. Quei quaderni sono lo specchio di un’anima intelligente e schietta, che nei versi sa benissimo rendere conto di tutte le cose con disinvoltura e finezza. E il suo esempio avevano seguito suor Giulia Capitani, don Biagio Mitidieri e don Vitantonio Telesca, che poi è stato per molti anni rettore del Seminario di Potenza, e tanti altri, così come aveva visto la consacrazione di don Vito Forlenza al sacerdozio. Gli ultimi tempi della sua vita visse allettato in un pietoso calvario. Per tre anni sopportò atroci sofferenze, non parlava mai e fissava sempre il crocifisso. Quando prima di morire lo andai a trovare a Potenza, lacrimava tra un flebile sorriso. Fu una visione indimenticabile. Morì appena dopo il restauro della sua amata San Rocco, alla quale egli stesso aveva dedicato giorni e giorni di intenso lavoro. Per me è stato un padre e un maestro, ma soprattutto un vero amico ed una guida. Don Salvatore, come don Vincenzo Forino, don Angelo Doino, don Ciccio Masi, grandi letterati ed intellettuali della chiesa lucana, hanno formato intere generazioni di giovani e sono stati come delle stelle nel cielobuio.




Vincenzo Capodiferro

Giuseppe Capograssi- I sentieri dell'uomo comune di Vincenzo Lattanzi

Vincenzo Lattanzi
GIUSEPPE CAPOGRASSI
I sentieri dell’uomo comune
Edizioni Solfanelli


Giuseppe Capograssi si presenta al lettore contemporaneo con i segni inconfondibili del classico: stentorea chiarezza della parola e profondità di analisi messe al servizio di un grandioso affresco sull’uomo e la vita.
A centoventi anni dalla sua nascita, a più di cinquanta anni dalla sua morte dobbiamo ancora fare ricorso alle sue penetranti capacità di diagnosi per capire dove il turbine vorticoso della storia ci stia conducendo.
Questo saggio biografico e critico delinea i percorsi di formazione interiore di una sensibilità tra le più originali del Novecento filosofico, che all’esperienza comune e all’individuo “anonimo” ha dedicato il suo canto più appassionato.
Vincenzo Lattanzi è originario di Sulmona (L’Aquila). Ha collaborato con la cattedra di Filosofia del Diritto della facoltà di Scienze Politiche dell’Università “La Sapienza” e con la Fondazione Nazionale “Giuseppe Capograssi” di Roma. È autore di pubblicazioni nell’ambito della ricerca filosofica con particolare riguardo all’opera di Capograssi, tra le quali: "G. Capograssi: Linee per una filosofia della vita" (Edizioni Amaltea, Corfinio 2001); "Attualità e inattualità di Rosmini", a cura di (Fondazione Nazionale G. Capograssi, Roma 2001); "Capograssi e la musica" (Istituto Accademico di Roma, Acta 2008-2009, Roma 2010). Ha anche curato e tradotto dal tedesco il volume dedicato a A. Merkl, "Dottrine di diritto pubblico nelle encicliche sociali" (Gangemi Editore, Roma 1999). Ha inoltre pubblicato una raccolta di poesie "Voci di sera" (Anaphora Edizioni, Torino 1995). Svolge anche attività musicale. Lavora attualmente con l’Unione europea nel quadro della politica estera e di
sicurezza comune. Risiede a Vienna.


Vincenzo Lattanzi
GIUSEPPE CAPOGRASSI
I sentieri dell’uomo comune
Profilo critico e biografico
Presentazione di Francesco Mercadante
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-742-0]
Pagg. 112 - € 9,00

http://www.edizionisolfanelli.it/giuseppecapograssi.htm

04 gennaio 2012

Io e mrs Pennington di Alberto Zella

Alberto Zella
IO E MRS PENNINGTONEdizioni Solfanelli


Ambientato nella Londra di pochi anni fa, che il rincorrersi degli avvenimenti del nostro tempo ci fa sembrare già lontana o addirittura senza tempo, Io e Mrs.Pennington ripropone un dilemma antico quanto l’uomo e a cui nessuno, nemmeno Sigmund Freud, sembra avere trovato una risposta definitiva: perché sogniamo?
I sogni portano Davide Rossero in un mondo arcano, nascosto nel profondo dell’anima, dove il bene e il male combattono la battaglia di un’intera vita e i ricordi giacciono in attesa di essere liberati dalla loro prigione e di rivelarsi nella visione onirica.
La sottile divisione tra il sogno e la veglia diventa a un tratto impalpabile: è vano fuggire l’inquietante presenza di un uomo misterioso che lo bracca perfino a Londra, dove ha sperato di trovare quiete.
E' nel sogno che ci viene rivelata la nostra vera essenza, come ben sa Mrs. Agatha Pennington, padrona di casa di Davide, incontrata un giorno di vento davanti alla Royal Albert Hall.
Vera signora dei sogni e leader carismatica della Società del Mercoledì, che si riunisce nella sua casa di Cranley Gardens, è lei la benefica presenza che invia a Davide le visione oniriche che curano i dolori dei ricordi e in cui una ragazza nasce da una conchiglia.
Questa storia ebbe inizio qualche anno fa, ma quando ripenso a quegli avvenimenti ho la sensazione che da allora sia trascorso moltissimo tempo. Era l’epoca in cui la mia passione diventava sogno e la mia paura mostrava ciò che temeva, e ciò che temeva accadeva.
La mia povera anima sembrava destinata a essere risucchiata nel nulla in ogni notte di incubo. Eppure di quel “Tempo dei Sogni”, così vicino, così lontano, sento ancora oggi, di tanto in tanto, un’incredibile nostalgia.


Alberto Zella, nato nel 1960, è al suo esordio come scrittore. "Io e Mrs. Pennington" è un romanzo pensato durante i tragitti in treno per pendolarismo e nasce dalla passione dell’autore per le letture psicoanalitiche. Laureato in Economia e Commercio e impiegato presso una società del gruppo Eni, Albero Zella compie frequenti viaggi all’estero, soprattutto in Nord Africa e Nord Europa, il che gli ha fornito materiale per la sua scrittura, molto rispettosa della geografia dei luoghi e delle persone.


Alberto Zella
IO E MRS PENNINGTON
Copertina di Vincenzo Bosica
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-7497-739-0]
Pagg. 288 - € 19,00
http://www.edizionisolfanelli.it/ioepennington.htm

02 gennaio 2012

Rivotrill di Umberto Lucarelli


RIVOTRILL
Un romanzo sulla disabilità di Umberto Lucarelli
Rivotrill è un nome strano, che pare quello di un farmaco, eppure indica una persona, una persona diversamente abile. Rivotrill è «un instabile portatore di disabilità. In questa instabilità, in questa insicurezza, trova il motivo per cui la sua disabilità è potenzialmente un’opportunità». Paolo dice che «possiamo compiacerci nelle nostre infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce,» proprio perché «quando siamo deboli, è allora che siamo forti».Presa alla lettera da una delle lettere di San Paolo [2Cor 12,10], questa frase “ quando sono debole, è allora che sono forte!”, esprime una profonda contraddizione… Come si può essere forti se si è deboli? La nostra mente cerca subito la concretezza: Come si può dare senza avere niente? Nemo datquod non habet. Rivotrill è l’immagine profonda del debole-forte, che si confronta col suo antagonista, Ciglione, il forte-debole. Umberto Lucarelli, impegnato da anni nel campo della disabilità, si è fatto ammaliare dall’altro e l’altro in questo caso è il diverso, il diversamente abile. Ne è uscita questa penetrante descrizione della figura del disabile che si contorce tra la necessità e l’intervento e si pone e si propone all’impersonale occhio sociale. E di fronte all’apparire della disabilità, con tutte le sue contraddizioni, che faranno riflettere senz’altro qualsiasi lettore, come qualsiasi intravedente, nella fenomenologia sociale, emerge un’altra figura, attenta, osservatrice, quella dello scrittore-spettatore. Lo stile del Lucarelli è sobrio e semplice, ma non semplicistico, animato da schietto realismo e dalla sensibilità della filosofia della prassi e coglie i tratti fondamentali dell’ente. È uno stile fenomenologico: non vi aspettereste una trama ben definita, ma un insieme di “sentieriinterrotti”, per usare un linguaggio heideggeriano. E c’è in questo romanzo una esistenziale esposizione del dramma di una vita, specchio della vita che si intreccia nei dialoghi e nei rapporti, in modo ben cucito, come in una di quelle stoffe che ritraggono il vero di un’immagine ben precisa, quella del disabile, come persona e non nella sua disabilità. Importante è anche il contributo critico di Riccardo Morelli, che valorizza appunto questo senso della persona: «una persona è una persona tramite altre persone», nonché quello di Giovanni Sansone «respirare il senso dell’esistenza». Una persona è tale, come sottolinea anche il Morelli, perché ha, platonicamente un daimon. L’arte è il daimon di Rivotrill e Ciglione. Luis de Camoes, celebre poeta portoghese, l’unico bene che riuscì a salvare fu il suo capolavoro, i Lusiadi, durante il suo naufragio alla foce del Mekong. Camoes così riuscì a salvare la sua anima, la poesia. Nell’arte e nell’amore la disabilità non esiste, così Rivotrill e Ciglione nell’arte operano la redenzione dell’umanità sofferente, quello che Paolo fa nella religione: “è quando sono debole, è allora che sono forte!”. E tutto questo cammino si compie nella via erotica del divino Platone, citato dal Morelli, nel “Simposio”: «Eros è un gran daimon, o Socrate: infatti tutto ciò che è demoniaco è intermedio tra Dio e mortale». L’arte dà, come a Foscolo, l’immortalità, però è una spada a doppio taglio: ci può portare all’Uno, o farci allontanare dall’Uno. La via estetica perciò è la più ardua, rispetto a quelle etica, o religiosa, o teoretica, o pratica. «La vera disabilità è quella dell'anima che non comprende... Quella dell'occhio che non vede i sentimenti... Quella dell'orecchio che non sente le richieste d'aiuto... Solitamente, il vero disabile è colui che, additando gli altri, ignora di esserlo», scrive Gladys Rovini. Umberto Lucarelli, scrittore e regista (1961), ha pubblicato “Non vendere i tuoi sogni, mai” (1987) e “Ser Akel va alla guerra” (1991), riproposti nel 2009 da Bietti; “Fossimo fatti d’aria” (1995), “Nulla” (1999), “Pavimento a mattonella” (2001); “Sangiorgio e il drago” (2008). “Ritrovill” è il suo ultimo lavoro, pubblicato da Bietti (2011).


Vincenzo Capodiferro

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? a cura di Carmelo Musumeci

Perché lasciare morire Raffaele Cutolo in regime di tortura del 41 bis? La gente fuori ha diritto di sapere cosa accade dentro un carce...