21 ottobre 2011

'Ndenna - quinta e ultima parte

'NDENNA quinta e ultima parte di Vincenzo Capodiferro
6. La seconda tesi che intendiamo sostenere è quella che ci permette di creare un collegamento tra i riti arborei del Lagonegrese allargato e l’antica terra dell’Inferno. Sopra nella testimonianza della cara amica Armenti sono riportati i luoghi ove si celebrano ancora riti arborei, anche se in maniere diverse, col cerro anziché col faggio, colla pece o con l’olio per non far salire i predatori di premi, questo ha poca importanza. Non sappiamo se vi siano altri luoghi ove nell’antichità si celebravano tali riti. Questi posti erano collegati all’antica terra dell’Inferno. Citiamone per opportunità solo una, Pietrapertosa, che oggi è nota per il “volo dell’angelo”, nell’antichità oltreché per le sue maestose rocce che assumono forme fantastiche. La terra dell’Inferno divenne poi, dopo il trionfo del cristianesimo, la terra del diavolo. Ed eccolo apparire colle corna in una di quelle naturali statue! E divenne stranamente il rifugio dei templari dopo la loro soppressione. A Pietrapertosa vi sono ancora i resti del “Castrum Saracenum”, il castello saraceno. I Saraceni distrussero Planula e vi fondarono un nuovo castello, che poi chiamarono saraceno. E se propriamente Castel saraceno sarebbe il fortilizio di Pietrapertosa, Castelsaraceno a quale città si riferirebbe? Vi è stato forse un clamoroso errore storico di trascrizione? Racioppi, infatti, annota a degli errori per la città di Planula? E se Castelsaraceno non è il vero Castelsaraceno, o forse un altro fortilizio fondato dai Saraceni, a quale località si riferisce? Forse a Semuncla? Questa ipotesi di Teresa Armenti potrebbe essere vera. Chi potrebbe saperlo? Riportiamo un ultimo esempio di archeologia mancata. A sud di Grumentum vi sono ancora gli scavi abbandonati di Serra Lustrante ad Armento. Oramai è rimasto ben poco, essendo tutto stato trafugato tra ‘800 e ‘900. Abbiamo i pezzi di Armento nei migliori musei del mondo. Ma a sud ancora si trovava la misteriosa città di Rsvas, che don Prospero Borea cita nelle sue storie. Donde ha preso le notizie il sapiente prete roccanovese? Forse direttamente dagli archeologi tedeschi che si recavano in Lucania fino alla fine del ‘900. Sappiamo che il giovane archeologo Rudiger Ulrich Heinz di Edimburgo, aveva iniziato gli scavi di Rsvas. Ma morì in uno strano incidente di ritorno da Armento insieme alla sua assistente ventenne di Locri. La sua auto andò a cozzare contro un gelso nei pressi di una fontana di San Brancato, nel comune di Sant’Arcangelo, nella notte del 21 agosto del 1970. Paradossalmente da allora gli scavi sono stati interrotti. Non fu fatta alcuna inchiesta per chiarire le cause dell’incidente: malore, svista, sonno… Molto strano! A quanto poteva andare all’ora una macchina negli anni settanta in strade malridotte come quelle della Basilicata dei tempi? Forse quel giovane studioso aveva trovato qualche amuleto maledetto, o aveva scovato qualche tesoro che andava ad alimentare il traffico di reperti archeologici. Tutto è probabile, ma la verità, ormai, non sarà più possibile saperla! Di fatto i tombaroli non smisero, come avevano fatto in precedenza, di proseguire i loro scavi clandestini. La città di Rsvas apparteneva al mondo preellenico e dovette fondersi poi colle colonie greche. I Rsvasini adoravano Rea, Artemide e Osiride, oltre che la trinità illirica, nella forma di selce a triangolo, come nei monumenti ritrovati nella foresta di Gallipoli-Cognato ad Accettura. È strano come il culto osiriaco fosse giunto in Lucania in epoche precedenti alla conquista romana ed alla colonizzazione greca. I coloni greci da parte loro offrivano olocausti a Dioniso, a Ercole Achero. Particolare è la testimonianza di lasciare i morti delle battaglie nel letto del fiume Acheronte, o Agri. I morti venivano abbandonati nelle sue acque in preda alle belve. Tale usanza può essere paragonabile solamente al culto dei morti nella religione zoroastriana! O forse apparteneva al contesto del culto mortuale aborigeno. Evidentemente il giovane Heinz aveva scoperto qualcosa di eccezionale: che i popoli Sirini, di cui la civiltà di Rsvas faceva parte, erano popolazioni orientali che erano giunte in Lucania prima dei greci, e che si erano poi fuse con esse, assumendone in particolare la lingua, oltre che con le popolazioni autoctone. E visto che di solito i colonizzatori davano alle nuove terre il nome delle loro città o nazioni di origine e questa regola vale sempre, pensate anche alla colonizzazione delle Americhe, è possibile che esuli assiri o sumeri, adoratori del dio lunare Sin, passati per l’Egitto, avessero risalito e colonizzato il bacino del fiume Sinni, donde il nome, sino alle sue fonti sul monte Sirino, ed avessero fondato la città di Siri. Don Prospero accenna a certe strane migrazioni, riportando certamente le scoperte dell’archeologo tedesco, dal quale gli furono suggerite, citando, senza andare oltre, le orde di re Cetthim, pronipote di Noè, che invase le regioni meridionali d’Italia, fondando vari centri, tra cui anche Rsvas, accompagnando gli Ausoni, i quali, temendo il ripetersi del diluvio, fondavano le loro città sui monti. La civiltà montana si distinse dunque da quella costiera dei coloni greci. Ecco come si spiega la grandezza di questi adoratori di Osiride, Iside, Indra, Varuna. Ci troviamo di fronte ad una grande esperimento sincretistico agli arbori della storia conosciuta. Così potrebbe spiegarsi anche il mito dei poemi omerici: i libri sacri dei Sirini tradotti in termini greci. Onde non dilungarci giungiamo alla conclusione di questo viaggio, cercando di definire bene i collegamenti tra gli usi arborei dei centri del Lagonegrese allargato e le antichità dei popoli Sirini. I riti arborei nella terra dell’Inferno sono riti propiziatori. L’albero maschio che viene accoppiato all’albero femmina e innalzato risale certamente alla civiltà neolitica come diverse volte aveva sottolineato anche il mio insigne professore all’Università, Antonio Capizzi, nella sua monumentale opera “L’uomo a due anime”, che non ha nulla da invidiare a “Il ramo d’oro” di Frazer. Nella terra dell’Inferno era necessario propiziarsi la vita, di qui l’usanza di appendere le vittime, forse all’inizio umane, all’albero, usanza anche essa antichissima: il sacrificio all’albero della vita. I riti arborei pur nella loro contestualizzazione in un bacino culturale ed antropologico indoeuropeo, vanno considerati altresì nella loro peculiarità: erano riti che appartenevano unicamente ai popoli Sirini ed a quelli delle montagne. Non abbiamo alcuna testimonianza di tali riti arborei nel mondo greco o romano per quanti riguarda la fascia della Magna Grecia lucana. È improbabile assolutamente che i riti dell’area del Sirino possano essere associati alle matrici dell’albero della cuccagna, o dell’albero della libertà del ‘700 napoletano. Forse è vero il contrario: i patrioti della rivoluzione del ’99, essendo la maggior parte di appartenenza massonica, si ispirarono ai riti arborei per le loro celebrazioni religiose o para religiose, né più né meno come fecero i cristiani quando convertirono i pagani, associando i loro riti antichi colla nuova religione. Il fatto che i riti arborei da molte parti furono associati al culto di Sant’Antonio è dovuto all’opera integralista dei riformatori cappuccini, che tra il ‘500 ed il ‘600 colonizzarono la Lucania. Simili riti possono ravvisarsi nel mondo celtico o germanico. Il grande esempio del sacrificio di Odino è significativo[1]. Questi Yggdrassill della Lucania rappresentano allora un mondo cultuale indoeuropeo, che abbraccia tutto da oriente ad occidente, testimoniato dalla runologia scandinava a quella iranica, ma è improbabile che i culti arborei fossero stati portati in Lucania dagli uomini del Nord, che pure scesero nel sud, colla calata dei Normanni o gli Svevi, altrimenti qualche storico, o cronografo, l’avrebbe riportato, a meno che non l’avesse considerato importante o volutamente nascosto, essendo nel Medioevo i cronici maggiormente ecclesiastici. Probabilmente come Odino i sacerdoti Sirini si appendevano agli alberi e poi profetizzavano i loro canti, che poi furono tradotti e riportati come poemi omerici. O le popolazioni Sirine erano propaggini di una misteriosa progenie, che non proveniva dal Nord, ma da oriente e prima della colonizzazione greca. Il giovane archeologo tedesco aveva scoperto in Lucania adoratori di Osiride e di Ammone Ra. E con esse queste avevano portato i loro riti, che furono appresi e riprodotti poi dalle popolazioni locali anche quando i popolatori si erano estinti. Osiride come Odino erano diventati i traghettatori dei morti, ma perché essi stessi, dei sciamani, avevano provato l’esperienza della morte-resurrezione, proprio come i druidi Sirini, vivevano nelle selve e si appendevano agli alberi. Il culto dell’albero è legato al culto della pietra: come i grandi dolmen naturali che abbondano nelle Dolomiti lucane. Ecco perché i culti arborei sono presenti nella terra dell’Inferno. Essi sono assimilabili piuttosto ai riti di erezione del Died che abbiamo citato, attestati nel libro dei morti degli antichi egizi. I sacri pilastri di Osiride sono gli obelischi e gli alberi sfrondati, le colonne vertebrali dei viventi, intesi essi stessi come alberi mobili. Gli Rvasini avevano portato dall’Egitto, o dal medio oriente i riti giubilari di morte e resurrezione del dio. Nelle vignette rappresentate nelle piramidi noi troviamo raffigurato un rito simile a quelli arborei, l’erezione di pilastri mediante corde. D'altronde le entità infere, o demoni, non erano concepiti nel paganesimo in senso spaventevole, come siamo oggi abituate a considerarle. Erano divinità del mondo sottano, con le quali, come con quelle del mondo soprano, gli abitanti del mondo di mezzo, dovevano, volenti o nolenti avere a che fare e dovevano in qualche modo accattivarsi. Erano divinità che presiedevano alla crescita vegetale e d’altra parte, è proprio nella terra dei morti che il seme cade e si rigenera, passando attraverso l’oscurità di quel mitico mondo, che veniva designato con diversi nomi, ma era sempre lo stesso, l’Ade. I riti arborei nella civiltà agraria sono in rapporto con la preoccupazione delle fecondità che non ha mai cessato di essere l’idea fissa di uomini resi sempre più ansiosi di fronte ai problemi della vita quotidiana dalla presenza di divinità e spiriti devastatori. Protezione del bestiame dalle belve, fertilità dei campi e dopo tutto, protezione e appoggio delle divinità, anche quelle infere: questo richiedevano le difficili condizioni di un’esistenza sempre minacciata, sempre riproposta giorno per giorno. Abbiamo così cercato di chiarire, con i limiti delle nostre a volte ardite supposizioni, il significato più profondo dei culti arborei, così come si celebrano ancora a Castelsaraceno e nell’area del Lagonegrese allargato. Occorrerebbero sicuramente approfondimenti più concisi e circostanziati. Rimandiamo a tempi migliori studi più proficui e salutando il lettore, speriamo di avere almeno in parte cercato di dare delle spiegazioni plausibili sui riti ed i miti arborei, in particolare in Lucania, su cui molto è stato scritto e a tal proposito questo breve articolo vuole essere solo un modesto contributo a questa grande ricerca.


Varese 11 settembre 2011
Vincenzo Capodiferro.


[1] Cfr. G. Dumézil, Gli dei dei Germani, Milano 1974, pp. 53 sgg..

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