20 giugno 2011

Odi all'ade di Vincenzo Capodiferro

ODI ALL’ADE   (Poesie macabre 1909-1919)  di Vincenzo Capodiferro 2011 Ass. culturale carta e penna ISBN 978-88-962474-71-2 Pag. 167  € 15,00
Per il suo sesto lavoro, l’autore,  come lui stesso ci spiega nell’introduzione, ci propone la traduzione di un lavoro di un poeta anonimo, scritto in francese classico. Il titolo originale dell’opera era “La dance macabre (1909-1919)”.
Questo personaggio ha come motivo imperante del suo scrivere la morte. Una morte compagna, che si fa spesso tangibile.
La raccolta è suddivisa in tre parti, la terza decisamente più breve, probabilmente interrotta per qualche oscuro motivo.
La prima parte è Il vecchio mondo luogo di partenza del suo viaggio verso l’America.
Di questo poeta comprendiamo che ha una grande fede, che non vede la morte come la fine, ma come qualcosa di sublime, di oltre.
“ La scienza infusa io posseggo: io vedo! Io credo! Cosa avrà da rimproverarmi il cielo?”
I suoi testi ci presentano la morte come un fine che tocca tutti, indistintamente. Probabilmente non a caso ci presenta il termine di re e regine, di cardinali, di badesse…

“La morte
Abate, viene la Morte. Vorresti impedire che ti morda!
Cacciala, dunque! O pastore smarrito, col tuo ligneo
vincastro! Invece di farti restare, per tutto ti richiama
all’ordine col franco e sentito grido:
Dies irae!”
Prima che di persone comuni, quali la nonna, la cortigiana o la sposa.
Ogni testo si adegua al personaggio a cui è rivolto, mutando i termini e le pose, facendo in modo che essi ripresentino anche con suoni onomatopeici, quanto esso compiva in vita.
“L’usciere
Toc! Toc! Aprite chi vi porta
una bella notifica. Vi corregge!”
La morte non è solo una figura, ma un essere che dialoga con chi intende portare con sé.
Nella seconda parte “Il nuovo mondo” vediamo che tende ad aprirsi alla luce, alla speranza.

“La vita è un’aurora immensa
di luce in un oceano d’oro,
si  leva travagliando il sole,
ci soffia un’intensa gioia.”
Ma ai suoi occhi non sfuggono le disgrazie che porta il mare; però anche l’incontro con animali sconosciuti. La febbre dell’oro e gli indiani d’America.
Attraverso i testi si ripercorrono attimi e istanti ai quali l’autore assegna una sua importanza. Lo sguardo volge intorno.
“La pampa, immensa piana,
miratela: giallognola e interinata.
Il sole alla demenza
inclina, alla sete, alla fame”.
La terza parte “Il mondo presente” inizia con un preludio che ci presenta quasi una mappa di ciò che è avvenuto.

“La morte parla

Come moscerini, formiche e api,
il genere umano pullula, abbonda a meraviglia;
l’uomo ha piantato la sua tenda in selve inospitali
e lungo i muri si spandono le città”.
 Si nota il disappunto, forse delusione, perché anche questo tempo presente reca con sé morte, dolore e guerre.
Termina con un titolo “Titanic” seguito dal nulla.
Durante la lettura Capodiferro ha inserito vari passaggi e note storiche che ci aiutano a comprendere appieno a cosa possa riferirsi l’autore; nonché a ricostruire periodi storici e generazioni passate.
I testi sono poesie gotiche, liriche ben intrecciate, un percorso di viaggio, di vita e di morte, due elementi fondamentali dell’esistenza dell’uomo.

© Miriam Ballerini

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