15 settembre 2010

Trauma di P. McGrath

- Disagio mentale e malattia psichiatrica: lo scrittore P. McGrath fornisce un valido spunto di riflessione con “Trauma”-


Scrivo di questo libro, tra i numerosi che ho letto in questi ultimi tempi, anche grazie alle tanto desiderate ferie, perché sono sempre stata affascinata dalla psichiatria, dal mistero e dalle domande senza risposta che questo argomento suscita sempre in me.
Questo libro, ve lo dico subito, non mi ha entusiasmata troppo, manca di qualcosa, quel qualcosa che rende la scrittura di McGrath, per me, unica nel suo essere. Di solito, mi piace molto il suo stile narrativo, ho apprezzato davvero tanto, anche se in maniera differente, tutti gli altri suoi lavori, e sicuramente questo non è paragonabile a nessuno dei precedenti.
Non è una storia avvincente, piena di tensione che ti trascina forte con se, come ad esempio accadeva leggendo Follia, il suo capolavoro, ma lo sfondo su cui si srotola la storia stessa, è l’introspezione, un viaggio nella mente umana, nei suoi meandri, nei suoi percorsi più o meno accidentati; qui si parla dell’elaborazione delle esperienze di vita, della formazione della personalità dell’individuo, della malattia mentale; questo già di per se potrebbe essere un valido motivo per dare, nonostante le premesse, comunque un giudizio positivo sul libro.
Il filo conduttore che ci accompagna è la disperazione, che impregna l’aria che si respira nel romanzo, a tutti i livelli di esistenza e in tutti gli attori di questa storia di vita: non esiste una vita senza disperazione. Questa grande protagonista scuote, fortifica, paralizza, terrorizza, talvolta uccide.
La disperazione può condurre alla follia? Esiste davvero la follia? E se esiste, ha origine biologica, ambientale, psicologica, tutto insieme?
Non ci sono risposte predefinite; una scienza che studia la mente umana non può essere predefinita perché ogni individuo ha un mondo dentro, ogni individuo è un mondo, e nessun determinismo, nessun assolutismo, possono essere utili e costruttivi per guardare ad esso.
Ma il fatto è che il disagio, la sofferenza, la difficoltà di vivere ci sono, ci circondano e popolano le nostre strade, i nostri luoghi e, in coscienza, non possiamo proprio voltare lo sguardo, far finta di nulla.
Gli slogan e i manifesti che escono da opinionisti “ribelli” e non succubi alla morale di questo cattivo mondo da loro dipinto come corrotto dall’interesse e da coloro che inneggiano alla inesistenza della malattia mentale, finiscono per ricoprirla di un tappeto di luoghi comuni, di stereotipi che hanno l’unico risultato quello di ignorare il vero malessere della persona che manifesta il disagio.
Ecco! Il grande pregio di McGrath, in questo suo scritto, può essere tutto qui: ci racconta il “disagio mentale”, il malessere di vivere, attraverso Charlie, lo psichiatra, un grande occhio sulla mente umana, che ci arrichisce di considerazioni professionali decisamente interessanti e che ci regala spunti di riflessione per guardare il mondo da una angolazione differente, tratteggiando, a questo scopo, personaggi e storie di grande impatto emotivo.
Quanto di positivo si incontra, viene però a tratti vanificato da alcuni tratti caratteriali del protagonista stesso, che mi è risultato talvolta alquanto “ingombrante”, fino a rendersi antipatico.
Charlie risulta troppe volte mediocre e patetico, una persona senza carattere, senza personalità, che si piange addosso in un modo assai irritante.
È vero che la solitudine profonda, quella che ti lacera dentro, renderebbe mostruoso qualsiasi essere umano che non abbia forti aspirazioni di isolamento, misantropia ed eremitismo, ma questo autocompatimento ostentato è davvero troppo!
Mi domando se l’epilogo abbia la funzione di giustificare Charlie per il suo modo di essere, se voglia assolverlo dall’ingrata responsabilità di essere un debole, nella peggiore accezione del termine.
È stato il suo trauma a portarlo ad essere quello che è? E, in tal caso, questo gli permette la redenzione? Mah, chi lo sa!
Non ho idea se fosse l’intento dell’autore, ma il fatto è che, secondo me, non riesce a renderlo meritevole di una visione più indulgente da parte del lettore.

(c) Lorenza Mondina

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